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Eroica Fenice

Teatro

Simone Schettino in “Se tocco il fondo…sfondo”

Non sempre quando si tratta di teatro la finzione prevale sulla realtà. Spesso rappresentazione e verità si sfiorano e si scontrano continuamente fino ad incontrarsi manifestando la forza della messa in scena e lasciando nell’animo dello spettatore i più diversificati stati emotivi. L’effetto immediato dipende dal palcoscenico, dipende dallo spettacolo. Nel caso di “Se tocco il fondo…Sfondo”, in scena al Teatro Sannazaro dal 13 al 22 marzo, sono gli applausi accompagnati da musica e risate continue a confermare il giudizio e l’elogio della platea che partecipa intensamente durante tutta l’esibizione. Simone Schettino, in “Se tocco il fondo…Sfondo” scritto a quattro mani con Vincenzo Coppola che firma anche la regia, contestualizza energia comica e monologhi inserendoli nel mondo della televisione quale attuale mezzo di notorietà e successo. Comunicativo e come sempre espansivo, Simone Schettino affiancato in scena da Gennaro Piccirillo, Dalal Suleiman, Roberto Capasso, Giuseppe Mosca e dalle musiche di Antonio Annona, rivolge lo sguardo agli artisti emergenti che cercano di raggiungere la celebrità attraverso il piccolo schermo. Fino a che punto è vero che per diventare “grandi” è necessario entrare nel “piccolo” schermo? Si fonda su questo interrogativo la scelta di vestire gli abiti di Simone (Simone Schettino), un aspirante comico napoletano, che con la speranza di raggiungere il successo partecipa ad una trasmissione televisiva, a metà tra il talent show e il reality, finendo per sottostare ad un gioco avido e basato soltanto sull’apparenza. Simone, napoletano verace e concorrente ignaro, si ritrova a dover mentire e, suo malgrado, a dover dipingere Napoli nei modi in cui spesso viene etichettata da un certo immaginario collettivo. Simone Schettino è un vero animale da palcoscenico Il nome del programma condotto da Tony Maniera, magistralmente rappresentato da Gennaro Piccirillo, è “Uno Qualunque”; denominazione significativa se si pensa che vuole rappresentare proprio quei programmi televisivi che accolgono aspiranti celebrità disposte a tutto anche solo per un po’ di visibilità. Il protagonista, abilmente impersonato da Simone Schettino, accetta di incarnare il peggiore cliché del personaggio briccone, furbo e mascalzone, prestandosi alle manipolazioni del presuntuoso presentatore che gli attribuisce un passato fatto di difficoltà e miseria. Fino a che punto, sorge spontanea la domanda, Simone sarà disposto a toccare il fondo per sfondare? La comicità di Simone Schettino è capace di muoversi all’interno e all’esterno della scena con battute improvvise e sprazzi di comicità che sostengono perfettamente la rappresentazione di questo spettacolo nello spettacolo. Sketch irresistibili esaminano vizi e virtù dei napoletani, politica, cibo, musica, donne e uomini, provando a dissacrare i luoghi comuni e suscitando continuamente l’ilarità e l’entusiasmo della platea. La scissione tra la vera essenza di Simone e il personaggio che il presentatore cerca di costruire porta alla riflessione sul contrasto tra l’essere e l’apparire, su quello che ci viene mostrato e quello che realmente esiste fuori dallo schermo. Napoli viene sradicata dall’idea preconcetta dell’eccesso e del cattivo gusto che troppo spesso i pregiudizi riducono a stereotipo o impronta da ridicolizzare. Infine riprendendo le parole pronunciate in scena da Schettino, quella raccontata in Se […]

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Teatro

Versi Proibiti, una lotta in scena allo ZTN

Sbalorditivo, pazzesco, incantevole. “Versi Proibiti, una lotta. Tra ipocrisia e autentico naturalismo”: è tutto questo e sicuramente molto altro che a parole risulta difficile esprimere. Siamo lontani dal moralismo in giacca e cravatta, dal consueto formalismo e dalla ordinaria comicità. È la calda voce di Serena Pisa, accompagnata dalla musica di Luigi Castiello (Contrabbasso) e Gianpaolo Ferrigno (chitarra), ad accogliere il pubblico creando un’atmosfera di subitanea ilarità. Una lotta: Versi proibiti è un intimo duello contro l’ipocrisia nel riuscito tentativo di sostenere l’arte. Arte che avrebbe potuto portare i più bigotti a storcere il naso per alcune parole destinate alla scena come “merda”, protagonista di un estasiante elogio, e che a dispetto di ciò diverte e arricchisce. Gli attori Fabio Balsamo, Francesco Saverio Esposito e Carlo Liccardo danno corpo, con spettacolare naturalezza e innegabile bravura, all’esaltazione dell’eros, dell’eccesso, dell’amore e all’elogio intrinseco della poesia stessa. Lo spettacolo in scena allo ZTN dal 27 febbraio al 1 Marzo, diretto da Giovanni Merano nell’adattamento di Maurizio D. Capuano de “L’inferno della poesia napoletana”, ha un forte valore di contestazione e di rivalsa nei confronti di una realtà che troppo spesso avalla il finto perbenismo. Sul volto degli spettatori il sorriso è l’ingrediente principale. Applausi, sincere risate e attiva partecipazione. Lo spettacolo è esilarante e quasi dispiace che prima o poi dovrà finire. Cos’è allora davvero sporco, osceno, immondo? Non lo sono le miserie d’animo e le innumerevoli maschere del perbenismo? Bisognerebbe darsi la possibilità di guardare al mondo con spirito critico nel tentativo di recuperare il bello del fare e del vivere l’arte in ogni sua forma. Dunque la licenziosità di certe scene in “Versi Proibiti” è volta a mostrare una necessità di rinnovamento, i capricci del corpo sono posti in funzione polemica contro gli usi sociali falsamente moralisti, contro la “buona società” e la sua triste facciata. “Versi Proibiti” non è assolutamente uno spettacolo fine a se stesso, invita a porsi domande su un benessere precario e apparente che si riflette nella non cultura, nella superficiale e bigotta coscienza di cui troppo spesso la società si fa portavoce e nella precarietà che non consente più a chi crede nell’arte e nel teatro di poterne vivere. Risulta perciò evidente che il teatro e l’elemento sarcastico divengono, attraverso versi proibiti, strumenti di denuncia contro l’ottusità mentale a sostegno di un’intelligenza libera. Poichè solo l’intelligenza, che è tale quando consente di guardare al mondo anche con leggerezza e senza ipocrisia, può garantire forza all’arte, alla poesia, al teatro. Un teatro che, attraverso la messa in scena di capolavori nascosti, trasforma quei versi proibiti in parole ambiziose, spassose e cariche di senso critico. Alla fine dello spettacolo il pubblico è in piedi, sorride e a lungo ringrazia. Meritati applausi per “Versi Proibiti, una lotta. Tra ipocrisia e autentico naturalismo”, standing ovation per questa pièce teatrale, portavoce di un pensiero profondo e di uno sguardo senza dubbio illimitato. -Versi Proibiti, una lotta in scena allo ZTN-

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Fotostorie

Munasterio ‘e Santa Chiara, storia e bellezza

Munasterio ‘e Santa Chiara, una poesia Chi può sapere se la luna, di notte, t’illumina la croce o il rosone traforato. La Napoli angioina in origine ti volle e a guardarla la tua storia sa di fame e sa di guerra. La guerra che ti ha distrutto il volto, senza impedirti di battere nel cuore sordo di questa città che applausi a volte richiede e a volte neanche merita. Munasterio ‘e Santa Chiara, un fascino senza tempo Con l’anima sorda scorgo a rimirarti i turisti increduli della tua sopravvivenza e della tua bellezza, la sola fede in cui davvero si può credere. Quella dell’amore di un popolo che, a piedi nudi, canta e balla intorno alle tue rovine. Oltre le facce ‘ra pucundria e ‘ro malumor ce sta, in questa città, chi penza ancora ‘e parole e ‘na canzone. “Munasterio ‘e Santa Chiara tengo ‘o core scuro scuro. Ma pecché, pecché ogne sera, penzo a Napule comm’era, penzo a Napule comm’è?!”

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Culturalmente

Poeta immortale. I 750 anni dalla nascita di Dante

A 750 anni di distanza dalla nascita di Dante che a noi si era rivolto come “coloro / che questo tempo chiameranno antico”, l’Italia si prepara a ricordarlo. L’universalità della lirica dantesca, la varietà di registri musicali, di immagini e possibilità critiche di lettura consentono al sommo poeta una contemporaneità che gli garantisce quell’universalità, peraltro eterna, che riporta alla mente motivi poetici, ragioni concettuali e teologiche. Carico di spirito critico il mondo legge il poeta fiorentino: quattrocento sono le sedi della Società Dante Alighieri fondata nel 1889, innumerevoli sono gli autori che hanno ripreso luoghi danteschi e non sorprende riconoscerlo nelle suggestioni di diversi pittori. Sarà come ci ha suggerito Thomas Stearns Eliot quando si scoprì a voler esternare il suo debito nei confronti della poesia dantesca che “nessun poeta ci convince più completamente che la parola che ha usato è quella che voleva e che nessun’altra funziona”. D’altronde in Dante, così come in Shakespeare che inevitabilmente  va evocato per il suo grande contributo alla cultura occidentale, la musica è complessa nell’esprimere le molteplici prospettive dell’umano sentire. Pertanto il confronto con l’opera dantesca, per la cultura europea e mondiale, permette di comprendere le motivazioni che sono il fondamento della persistente rielaborazione della sua eterna eredità. Un compleanno che la Società Dante Alighieri celebra lanciandosi nell’ambizioso progetto “In viaggio con Dante”: si tratta di 100 brevi film di 12 minuti, uno per ogni canto della Commedia girati in luoghi insoliti e famosi, conosciuti e sconosciuti in nome di un’Italia unita dalla lingua di Dante. Se nel De vulgari eloquentia il poeta sostiene, seppur in latino, il carattere illustre del volgare, sarà la Commedia a consacrarlo. In collaborazione con Imago, la Società Dante Alighieri ha inoltre pubblicato l’edizione facsimile del codice Palatino 313, ritenuto la più antica Commedia miniata. La Dante ha inoltre elaborato un logo che accompagnerà tutte le celebrazioni: dal 15 al 17 aprile si terrà un convegno internazionale sul mistero della biblioteca dantesca mentre più divulgativa, dal 15 aprile al 15 maggio, sarà l’iniziativa “Cento canti per cento vetrine” che coinvolgerà anche gli esercizi commerciali del centro storico di Firenze; nel mese di maggio si terranno le ormai classiche letture dantesche. Firenze, Verona, Roma e Ravenna, città legate alla biografia del poeta, saranno sedi di decine di iniziative che coinvolgeranno province e istituzioni. Per l’occasione la casa editrice Kleiner Flug ha dedicato al sommo poeta una graphic novel scritta da Alessio D’Uva e illustrata dalla giovane fumettista toscana Astrid con l’intento di riscoprire Dante anche attraverso il fumetto. Il 2015 sarà un anno importante per la memoria del poeta. Del resto la Comédie humaine di Balzac, il Paradise Lost di Milton, l’Ulysses di Tennyson e di Joyce, il Triumph of Life di Shelley e, continuando, i Cantos di Ezra Pound, le Buenos Aires di Borges, le reminiscenze di Osip Mandel’štam nella Conversazione su Dante e le dichiarazioni di Thomas Stearns Eliot provano il perpetuo incontro della cultura europea e del mondo con l’eredità e l’autorità dantesca. Un frutto letterario senza confini. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Macedonia e Valentina, protagoniste al Mercadante

Sono forti e determinate le donne raccontate in “Macedonia e Valentina” da Pasquale Ferro. Il sottotitolo “O curagge de’ ‘femmene” anticipa la narrazione che, ispirata ad una storia vera, accompagna il lettore lungo il percorso di un amore contrastato e passionale tra due donne condannate e segnate da un passato da dimenticare. Macedonia, incarcerata per aver reagito ad una violenza, e Valentina, suora per il mancato coraggio di reagire all’ipocrisia, appaiono legate dal destino in un sentimento che le porterà a lottare contro una società spesso insensibile e bigotta. Macedonia e Valentina sono dunque complici di un racconto travolgente, sfiorano le vite di altre donne costrette in un carcere che assume le vesti di un confessionale. Si tratta, come dice Annamaria Ackermann nella prefazione, di donne segnate “dalla sventura e un disperato coraggio che non scade mai nella disperazione, divenendo elemento vincente di riscatto”. Le regole dei benpensanti sono ampiamente superate in Macedonia e Valentina, edito da Ilmondodisuk e vincitore del Premio Nuove Lettere organizzato dall’Istituto italiano di cultura di Napoli. Le donne coraggiose di Pasquale Ferro cercano di elevare il loro amore assumendosi il rischio di mettere in atto le proprie scelte contro lo sguardo giudizioso di un mondo che, nella sua incomprensibile intolleranza, sembra non voler assolvere determinate, sebbene forti, manifestazioni d’amore. Libri & Caffè, il bistrot letterario del teatro Mercadante, accoglierà sabato 7 Febbraio 2015, in Piazza Municipio 79 alle ore 11:30, la presentazione di “Macedonia e Valentina. O curaggio d’ ’e femmene”. L’evento, promosso dal Rotary Club Flegreo, vedrà intervenire Danilo de Gregorio, ricercatore di farmacologia sperimentale presso la facoltà di Medicina e Chirurgia della SUN, Giorgio Esposito, prefetto del Rotary Club Flegreo, Marinella Gargiulo, docente di Lettere, Silvana Lautieri, presidente della Fondazione Erich Fromm, Christian Thimonier, console generale di Francia e direttore dell’Istituto francese di Napoli e Annamaria Ackermann che leggerà brani dal romanzo. L’evento sarà accompagnato dalla teatralizzazione del testo a cura di Valeria Ariota e Vincenzo Iavarone a cui seguiranno scene di danza ideate dal Centro Ariota e un piccolo rinfresco. “Macedonia e Valentina”, un viaggio attraverso musica, teatro e danza per raccontare l’Amore, è dunque un appuntamento che accompagna alla scoperta di un testo toccante attraverso una presentazione che assume le vesti di un evento da non perdere! -Macedonia e Valentina, protagoniste al Mercadante-

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Teatro

“Visite” di Niko Mucci al Circolo Teatro Arcas

“Visite” di Niko Mucci: lungo il filo sottile dell’amicizia, dell’incomprensione e dell’amore la rappresentazione compie la sua prova di maestria nel passaggio dalla realtà alla finzione. La coppia, unità minima della società, riempie la scena senza che lo spettatore riesca a comprendere fino in fondo cosa stia accadendo, dove voglia portare quell’abile gioco di rivelazioni, menzogne e ricordi. Cico e Raquel, o forse sarebbe più corretto dire Cico e Paulo, ingannano il tempo e l’angoscia. I personaggi abitano una scena semplice, riempita abilmente dalle movenze e dai dialoghi degli attori Marcella Vitiello e Roberto Cardone. Al Circolo Teatro Arcas, dal 29 Gennaio al 1 Febbraio, la nuova produzione de Le Nuvole e Libera scena Ensemble, “Visite”, regia di Niko Mucci, mette in scena una pièce teatrale di grande impatto, capace di reggere e rappresentare un affascinante gioco d’identità. Si comincia: il riconoscimento tra Cico, ricco uomo d’affari, e Raquel, che dice di essere la sorella del suo amico Paulo, sembra temporeggiare. L’evento, il pugno che aveva allontanato i due amici per trentacinque anni viene più volte rievocato e con esso ritornano alla memoria parole, luoghi e ricordi. Chi è quella donna che Cico non ha mai visto? Perché d’improvviso ha voluto rivederlo riportando alla luce rimpianti e delusioni mai sopite? Niko Mucci costruisce un percorso di “visite” senza tempo Lo scambio dialogico tra i due personaggi costruisce e al contempo disfa costantemente la storia, ogni frase contribuisce a erigere non-identità, assenze e reminiscenze psicologiche. Eppure il discorso stesso è il luogo della memoria, dell’illusione, dell’auto-menzogna. Il singolo è destinato a confondersi, a farsi travolgere. Non ci si può difendere dal disinganno e dalla solitudine eppure si tenta di farlo attraverso una trama che si fa teatro grazie allo spostamento continuo della prospettiva. Del resto in “Visite”, come l’autore vuole farci intuire, chiunque può essere chiunque e, soprattutto, chiunque può immaginare di essere chiunque. La vita che potrebbe essere intesa come una recita in sé stessa cerca di trovare il suo appiglio attraverso la menzogna della finzione, cerca di rivolgere lo sguardo ad una felicità mai raggiunta provando ad immaginare quell’altra vita che inventiamo perché non possiamo viverla. Con “Visite” il regista Niko Mucci prosegue il percorso di riflessione sulla solitudine e sull’amore in tutte le sue diverse manifestazioni iniziato con “Ida e Ada”, “Sentimenti all’asta” e con “Dentro di me”, questa volta consentendo allo spettatore di confrontarsi con la narrazione del vero e del falso. In “Visite” è magistrale l’interpretazione dei due attori che, creando un ambiente di forte intimità, rapiscono l’attenzione e gettano le basi per una riflessione che invita a farsi delle domande. Riflessione, accompagnata dagli applausi per la lodevole messa in scena, che raggiunge l’apice in un sorprendente e nondimeno coinvolgente finale.

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Attualità

Gay si nasce: il diario di un ragazzo gay

Il diario di un ragazzo Gay. è il rifugio, la lotta, l’idea di Raffaele Romano che ogni giorno si racconta senza maschere e senza timori nel legittimo tentativo di far sentire la propria giovane voce e il grido di quanti, ancora tristemente considerati “diversi”, vivono con fatica il proprio diritto all’amore. “Abbiate paura di uscire se uscite senza un sorriso e con tanta cattiveria dentro, perché io di persone brutte ne ho viste e son quelle che mi prendevano a schiaffi solo perché ero gay” è una dichiarazione che sconvolge e chiarisce quanto sia fondamentale cercare di contrastare ogni atto che ostenti forme di omofobia, razzismo e violenza ai danni dell’uomo e della sua dignità morale. Noi di Eroica Fenice abbiamo conosciuto e intervistato Raffaele Romano nel tentativo di difendere le pari opportunità e il diritto all’amore che è, in quanto tale, inviolabile. Il diario di un ragazzo Gay. è la tua quotidiana lotta contro l’omofobia. Hai messo in gioco la tua vita privata per sostenere il diritto all’amore che dovrebbe essere sempre difeso e mai offeso. Com’è nata quest’idea? L’idea della pagina è nata con la voglia di fare, la voglia di farmi sentire dalle persone che quando urlavo mettevano le mani sulle orecchie e mi dicevano: ”Non ti ascolto, tu sei diverso.” Adesso con la pagina è diverso, io scrivo e loro leggono, anche se lo fanno per sbaglio, e devo dire che mi si sono avvicinate persone che non avrei mai aspettato! Gay si nasce, non si diventa? Quando ti sei innamorato la prima volta? Gay si nasce, lo confermo pienamente. Entro nei dettagli personali (raccontati da mia mamma perchè sinceramente non ricordo): a tre-quattro anni facevo finta di fare l’amore con i pupazzi maschi. Innamorato, una parola abbastanza grossa nella mia vita visto che da pochi mesi sono uscito dalla mia PRIMA relazione. Andando avanti ho capito che ancora non ero innamorato del tutto e le mie insicurezze mi hanno riparato da un grande dolore, sicuramente ho sofferto per amore ma poco importa. Comunque, riprendendo il discorso, il mio primo fidanzamento è stato il 6 dicembre 2013 e il 12 dicembre ho dato il mio PRIMO BACIO! Il resto è storia. Additare la sessualità altrui perché non corrispondente alla propria è senza dubbio una forma di razzismo. Forse il vero problema è che viviamo in una società carica ancora di vecchi pregiudizi. L’ignoranza è la vera piaga o c’è altro da combattere? L’ignoranza è sicuramente la vera piaga ma c’è anche gente che ci giudica solo perchè è contraria al cambiamento. Ne so qualcosa ma eviterei di raccontare, dico solo che tempo fa a scuola un tale mi prendeva a calci e mi urlava contro dicendomi: IO VOGLIO RITORNARE ALL’EPOCA DI HITLER. Si pensa spesso che l’omosessualità sia in qualche modo legata ad un desiderio di trasgressione. Quanto c’è di attendibile in questa considerazione? Davvero? Non sapevo che fossero arrivati anche al punto di dire che l’omosessualità sia desiderio di trasgressione. Più che altro preferisco stare […]

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Teatro

Piccoli Crimini Coniugali, il teatro si vive!

Piccoli Crimini Coniugali di Eric Emmanuel Schmitt, in scena al Teatro Il Primo dal 14 al 16 novembre, è la perfetta narrazione dell’intima lotta di una coppia che si consuma e si ritrova continuamente. L’interno ménage familiare è un luogo dove l’irreale diventa spazio, tempo e ragione stessa della realtà. I personaggi sono scoperti dalle maschere del quotidiano apparire mentre la storia e la scena ci permettono di incontrarli nella loro più intima interezza, senza mediazioni e senza bugie. Un vero e proprio scontro, cruento per certi versi, che analizza la coppia dall’interno attraverso un’insolita prospettiva. Margherita Di Sarno e Peppe Carosella, rispettivamente nei panni di Lisa e Gilles, hanno interpretato con perfetta sincronia i personaggi, lasciando il pubblico in palpitazione fino all’ultimo momento di un intimo scontro che è in fondo amore stesso. Di seguito la nostra intervista a Margherita Di Sarno e Peppe Carosella. Una performance magistrale in Piccoli Crimini Coniugali che in un unico atto riesce a catturare ed emozionare. Com’è nata la sua passione per la recitazione e in particolare per il teatro? È nata così per gioco, cercavano ragazzi per mettere in scena una commedia napoletana, una compagnia amatoriale nata per gioco. Poi la seconda, la terza e pian piano il tutto mi ha conquistato! La sua prima esperienza in tv è legata alla soap “Un posto al sole” e nello spot della Rio Mare ha collaborato al fianco di Kevin Costner. Com’è stato e cosa ha significato per lei? Un posto al sole è stato l’inizio di un mondo a me sconosciuto, quello della tv! Uno stile di recitazione diverso, più naturale. Quella esperienza ha fatto sì che riuscissi a rendere la mia impostazione teatrale più spontanea. Mentre L’esperienza con Kevin Costner è stata una bella fortuna. Parlare con una star di Hollywood, vedere la sua umiltà, percepire la sua grandezza è stato importante ma la sensazione più bella è stata tornare a casa e riguardare “Balla coi Lupi”, pensare di aver ascoltato per ore lui… fantastico! Un’emozione unica, mi rendo conto di essere stata fortunata! Un ricordo professionale che porterò davvero nel mio cuore per sempre! Nell’interpretare un personaggio non è sempre facile distinguere la realtà dalla fantasia, quando finisce Margherita e quando inizia il personaggio? Bella domanda! Non finisce mai Margherita e non inizia mai nessun personaggio, siamo sullo stesso filo, siamo un’unica cosa! Non si può fingere di recitare, già il termine recitare lo trovo poco idoneo. Non si recita, si vive, si sente quello stato d’animo, quell’emozione! Si piange sul serio e si ride sul serio, si ama e si odia… il Teatro si vive! Ritornando ai Piccoli Crimini Coniugali è stato difficile interpretare il ruolo di una donna che vive un momento così intimo e quanto c’è di Lisa in lei? Appunto Lisa non è in me, io sono Lisa! In Piccoli Crimini Coniugali sento realmente quello che tutte le donne hanno provato almeno una volta nella loro vita. Io soffro come Lisa perchè Lisa è la donna per […]

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Voli Pindarici

Classico, un libro senza tempo

Potrei cominciare dicendo che un classico è un libro bello, oggettivamente e indiscutibilmente bello, ma sarebbe riduttivo soprattutto se si considera che ogni cosa è relativa e  che ogni lettura dipende dal flusso incessante di sensazioni che coinvolgono ed avvolgono chi legge. Il rumore intorno troppo spesso rompe l’intimo e decisivo rapporto tra scrittura e vita, eppure, mentre sentiamo le parole scorrere sotto i nostri occhi, qualcosa sta cambiando. Ogni lettura ha il suo indiscutibile e personalissimo valore, certo, ma avete mai letto un classico? Cos’è un classico? Ciascuno di noi, e per ciascuno intendo tutti, anche chi non ne ha mai letto uno, può cercare di rispondere (seppure intuitivamente) a questa domanda. L’ha fatto Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” e la mia vicina di casa che borbottando mi intimava: “come fai a leggere un libro così noioso? Lascia l’antico al passato!”. Non credo sia davvero necessaria una distinzione fra antico e moderno, chiarire quanto nulla potrà mai avvicinarci ad una cultura che sembra non appartenerci più o, al contrario, sentirci parte integrante di un processo storico – culturale che ha bleffato la morte regalandoci il prodotto di vite incredibili. Punti di vista, insomma. Durante una lezione all’università ho ascoltato una definizione di “classico” che mi piace ricordare come un tentativo di commemorazione: “un classico è tale quando riesce a sintetizzare distillati scientifici, ideologici e religiosi di un’epoca. Quando porta un modello ai massimi livelli”. Eloquente eppure sembra il risultato di un forzato tentativo, quello di dare a tutti i costi una realistica definizione che chiarisca il concetto ma non il sentimento sulla pelle, il flusso dei pensieri, l’enfasi di una parola legata così perfettamente ad un’altra, il pathos. Il mio libro preferito è un classico, il mio classico. Le città invisibili di Italo Calvino è un classico perché mi è stato assegnato all’università, perché è riconosciuto come tale. Le città invisibili è il mio classico perché, al di là del tempo, ogni sua città è anche la mia, perché ho smaltito nelle sue parole un enorme carico di nostalgia. Per provare ad averne un’idea considerate soltanto che ci sono cose che sfuggono alla razionalità e si fermano nel punto esatto dove il cuore pulsa più forte. So che non è possibile citarli tutti eppure Virgilio, Seneca, Dostoevskij, Shakespeare, Boccaccio, Petrarca, Dante (e potrei continuare all’infinito) sono davvero così lontani da noi? Così “noiosi”? Non è più noioso guardare una fiction di poco conto? Un classico necessita del tempo che perdiamo, pretende di essere vissuto. Non posso dare una definizione, ma posso dire che mi riconosco in Zeno ogni volta che accendo una sigaretta: “che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità?”, che c’è nel mio modo di guardare alla ”civiltà” parte de “L’ingenuo” di Voltaire, nella mia debolezza la stessa di Orfeo e nel mio modo di sentire l’amore gran parte del sognatore de Le […]

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Culturalmente

Paolo Simoni: il coraggio e l’incanto della musica

Paolo Simoni, cantautore e compositore distinto già da tanti successi, ha l’innata capacità di creare emozioni. Si narra di rane che hanno visto il mare, il suo ultimo disco, è un album ironico, travolgente e mai banale. La forza delle parole è uno dei principali ingredienti della musica di Paolo Simoni che, con intelligente eclettismo, passa in rassegna diversi aspetti della società e della vita in genere. Musica e testi sfiorano costantemente la poesia e disegnano, traccia dopo traccia, un’intensa combinazione di energia e sensibilità, di coraggio e passione. Ho fatto qualche domanda a Paolo Simoni e l’esito è stato a dir poco incantevole. La musica ti accompagna da sempre. Potresti raccontarmi come è nata la tua passione artistica? Si parla di talento. Fin da bambino ciascuno di noi può nascere con un talento, una predisposizione rispetto ad un’arte, un mestiere e io ne ho avute due. Una è la cucina e l’altra è la musica, le ho sempre coltivate entrambe. Ho lavorato tanto però la predisposizione mi ha portato già dai 4-5 anni a dare i primi vagiti anche musicali. È una cosa che mi accompagna da sempre, avrei voluto anche fare il pittore ma chi lo sa. “Si narra di rane che hanno visto il mare” è un titolo che colpisce. Cosa significa precisamente per te? È una metafora sulla vita. In realtà è una frase che ho estrapolato da una canzone del disco ma è essenzialmente una metafora che rappresenta un po’ tutti noi. Le rane siamo noi, il senso del viaggio è di uscire dal proprio stagno, dalle proprie convinzioni, dalle proprie certezze per affrontare e vedere la vita vera. Questa è in sintesi la metafora di tutto il disco, un disco che parla appunto di coraggio, di viaggio, di ritorno, di dubbi esistenziali, di storie e di persone coraggiose. Ecco perché ho voluto utilizzare ai tempi di twitter un titolo cosi lungo, è un po’ un ossimoro nei tempi che viviamo in cui ci si ritrova a dover manifestare in circa 142 caratteri i propri sentimenti. Ed io, per contropartita, perché amo il lessico e le parole, ho invece deciso di chiamare il disco con un titolo così lungo; è anche questo il senso del mio lavoro. Prendiamo ad esempio una tua canzone. “Quanto rumore fanno poi le emozioni/ Che abbandoniamo così/ Meglio viverle fino in fondo /Meglio viverle li”. Nella tua “Sfida del tempo” quanto contano le emozioni? Nella mia sfida del tempo le emozioni contano. È un invito soprattutto ai giovani a vivere le emozioni vere non quelle spicciole di cui siamo abituati a sentir parlare. A volte la timidezza e l’inerzia ci fanno tralasciare la possibilità di vivere i momenti fino in fondo. La sfida del tempo è la storia di un ragazzo che cresce, che scopre il sesso, che scopre l’amore ed esce da un’adolescenza turbata. La vera sfida del tempo per quello che adesso mi riguarda è nel presente, vivere per non avere rimpianti futuri, vivermi il presente esattamente come […]

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Nerd zone

Bendgate: piegare lo smartphone è trendy

L’esordio del nuovo iPhone 6 Plus, accompagnato come ogni anno da apprezzamenti e critiche, ha innescato da diverse settimane un vero e proprio dibattito virtuale. Su Youtube è apparso infatti il video di un utente che ha messo in evidenza un difetto del nuovo dispositivo: lo smartphone della Mela si piega troppo facilmente. Video e foto che, accompagnate dal creativo hatstag #bendgate, mostrano deformazioni più o meno pronunciate hanno fatto in pochissimo tempo il giro dei social network. Nella maggior parte dei casi il dispositivo sembra essersi piegato nella parte superiore dove sono collocati i tasti per regolare il volume. Il bendgate è diventato in pochissimo tempo una vera e propria moda. In Inghilterra dei ragazzini per effettuare il test di prova hanno danneggiato diversi smartphone all’interno di un Apple Store e svariati sono gli utenti che attraverso i social network hanno espresso pareri differenti in merito ad una questione che ha, parliamoci chiaro, un valore certamente discutibile. In occasione del bendgate Samsung ha voluto contrastare Apple, antagonista per eccellenza nel settore degli smartphone, diffondendo a sua volta un video che mostra la resistenza di un Galaxy Note 4, mettendo in gioco forze che raggiungono i 100 kg. Se ci si siede sopra ripetutamente il dispositivo non si deforma in maniera decisiva grazie alla sua cornice metallica con supporti in magnesio. Ad ogni modo il problema del mutamento degli smartphone riguarda tutti i dispositivi di nuova generazione che, essendo sempre più sottili, sono maggiormente sottoposti a problematiche di questo tipo. Il vero “dramma” del bendgate è il qualunquismo che porta a danneggiare uno smartphone dal costo notevole solo per curiosità e, più in generale, l’interesse e il fervore che tristemente ne derivano. Uno scontro tra titani che sembra non avere fine e che, inevitabilmente, coinvolge in maniera incisiva anche l’utenza. La parte “ironica” della questione bendgate è che Apple e Samsung non sono così lontane, compreso il numero di fan a loro assolutamente devoti. Cosa spinge un numero cospicuo di persone a legarsi ad un brand tanto da attuare comportamenti di difesa e attacco spesso anche furiosi? Bisognerebbe forse portare la questione su un piano diverso e constatare che, almeno in questo caso, entrambe le “parti” appartengano senza dubbio ad un indiviso e tedioso gregge. – Bendgate: piegare lo smartphone è trendy –

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Culturalmente

Le Strisce, una band che sa “guardare”

Le Strisce sono una band giovane, originale, esplosiva. Le Strisce sono Davide Petrella (voce, chitarra), Enrico Pizzuti (chitarre), Andrea Pasqualini (chitarre), Francesco “Zoid” Caruso (basso), Dario Longobardi (batteria). “Hanno paura di guardarci dentro”, disco pubblicato per l’etichetta indipendente Suonivisioni, afferra con coraggio la realtà descrivendo i limiti di una società che non risponde alle aspettative dei giovani e che, oggi più che mai, disarma e spaventa. In un mondo dove “ci sono più ladri che poeti” la musica de “Le Strisce” che non si stanca di denunciare, raccontare ed emozionare è un’esplosione di verità. Di seguito una chiacchierata con Davide Petrella, frontman che stupisce per la sua stravagante personalità. Il nome della vostra band incuriosisce. Perché “Le Strisce”? Ci chiamiamo “Le Strisce” perché prima avevamo un brutto nome, Goya come il pittore, e facevamo un genere di musica ancora da ragazzini. Abbiamo deciso che ci serviva un nome più efficace per attirare l’attenzione, per giocare sull’equivoco, sulla grafica e abbiamo scelto “Le Strisce”. “Hanno paura di guardarci dentro” è il primo disco prodotto con un’etichetta indipendente. Cosa è cambiato? Abbiamo fatto due dischi con una major e quest’ultimo da indipendente. In questo momento non c’è spazio per la musica scritta, vera. Le major danno più attenzione ai talent show, all’hip hop, al rap che sicuramente portano piccoli e facili risultati invece di scommettere su dei progetti che hanno bisogno di crescere, di fare a spallate con il panorama discografico dei media, delle radio, delle televisioni musicali. Noi stiamo provando questa esperienza da indipendente e devo dire che alcune cose si riescono a fare in maniera più efficace, con più risorse perché magari si riesce ad unire più persone che dispongono piccoli capitali ma che messi insieme sono grandi capitali. Vedremo cosa riusciremo a fare nei prossimi mesi, per il momento siamo felici, il disco ci piace artisticamente molto più di quello che abbiamo fatto in passato. Le cose sembrano promettere bene e fra qualche mese diremo se abbiamo avuto ragione, se la scelta è stata giusta oppure è stata una scelta azzardata. Se dicessi Cesare Cremonini cosa risponderesti? È un grande artista, un grande amico, una persona che stimo molto e a cui voglio molto bene. È stato uno dei primi tra l’altro a credere in me come penna, come mente musicale. Ci conosciamo ormai da cinque ̵̵ sei anni, ascoltò una delle nostre prime canzoni e ci scrisse che gli piaceva il progetto. L’anno scorso abbiamo cominciato fattivamente a collaborare. Abbiamo provato a scrivere insieme senza alcun obiettivo, più per gioco che per lavoro, ed è venuto su “Logico”. Dopo quel pezzo abbiamo cominciato a scrivere parecchio rendendoci conto che insieme si lavora bene e si lavora tanto. Avete scelto “Nel disagio” come primo singolo per un motivo in particolare? Si, l’abbiamo scelto perché ha un sound diverso che si mescola con l’elettronica e per l’impostazione diversa della voce. Il tema racchiude in maniera molto semplice, con pochi concetti ma secondo me efficaci, gli argomenti trattati nel disco. Il […]

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Voli Pindarici

Donna: dolce combinazione di bellezza e contraddizione

Non posso di certo incolpare i miei genitori se per un complesso di fortuite genetiche circostanze un simpatico cromosoma X si legò ad un altro disatteso cromosoma X generando un miscuglio esplosivo di insicurezza, desiderio, vanità, timidezza, fragilità, determinazione, incostanza e se continuassi potrei riempire tutta la pagina. La donna è una dolce forma di bellezza e lo dico senza scetticismo. Ho visto donne accapigliarsi banalmente per un uomo e ho visto donne lottare con coraggio e determinazione per difendere un ideale. C’è da dire che le donne sono paradossali, un attimo prima vorrebbero salvare il mondo e l’attimo dopo le scorgi in un inutile piagnisteo per un’unghia spezzata o un vestito che non calza più come una volta. Il vero dilemma dei cromosomi XX è la costante scelta tra il poter stare dalla parte dell’Immagine o dalla parte dell’Essere e non è sempre facile trovare un giusto equilibrio tra le due parti. L’uomo ha un istinto più pratico e decisamente meno melodrammatico di quello della donna, volto di continuo al sentimentalismo e alla ricerca di sé. Per alcune donne sarebbe impensabile mostrarsi senza la pelle perfetta ritoccata da chili di fondotinta, modelle che espongono il corpo per sentirsi apprezzate mentre il passante ringrazia per avergli concesso il beneficio dell’apparenza. Del resto non è comprensibile neanche la netta separazione tra donna Soubrette e donna Burka che sono, a mio avviso, due diverse manifestazioni del percorso della donna nella storia. Musa di poeti e scrittori la donna è da sempre quell’immagine “d’angel sembianza” che trova definizione soltanto nei suoi gesti e nelle sue più piccole contraddizioni. Ad essere sincera, e non perché ne faccio parte, credo che le donne nascondano sempre una specie d’immensità.  Che ritrovo in una madre che lotta per la felicità di un figlio, in una ragazza con il labello in tasca, un libro in borsa e un sorriso negli occhi.  La ritrovo in quelle donne che si difendono dalla violenza e sanno insegnare l’amore. In quelle che hanno scelto di non trascurare l’immagine ma di non privarsi nemmeno dell’intelletto. In quelle donne che sanno invecchiare con orgoglio, senza ombre, senza siliconi e senza perdere il rispetto per sé stesse. Loro sono la prova schiacciante della bellezza nel mondo. -Donna, dolce combinazione di bellezza e contraddizione- –

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Voli Pindarici

Quando il viaggio non finisce in una stazione

Partivano e tornavano i treni. Sbuffavano e continuavano a marciare sui soliti binari per le solite destinazioni. Trascorrevano estati, inverni e primavere lungo quella stazione ferrosa e coinvolgente. Un ingranaggio di abbracci, valigie, rimpianti e corridoi ad aspettare che il passato ritorni. Ne aveva viste di storie indimenticabili quell’uomo. Quella fermata aveva regalato ad ogni suo giorno una storia da raccontare, la storia di quel via vai infinito di volti e passi indecisi tra la partenza e il ritorno, tra rischiare per il futuro o rimanere legato alla sicurezza di un conosciuto passato. Aveva vissuto più di mille vite, ascoltato quasi tutte le lingue e colorato 14602 caselle. Aveva trovato quell’impiego da ragazzino e al suo lavoro aveva affidato il senso del suo fare e del suo parlare. Come se si potesse stendere una lista delle cose fatte in una vita e ridurla ad una che le contenga tutte. Per qualcuno è il sorriso di un figlio, per altri una brillante carriera o per altri ancora l’aver curato il più bel giardino del quartiere. Come se si potesse approdare ad una destinazione precisa e sentirsi finalmente appagati, finalmente giunti a quel punto verso il quale ciascuno è spinto da un’innata e costante tensione alla felicità. Quell’uomo, la cui somma degli anni era vicina ai sessanta, contava le caselle colorate ogni sera e sapeva che la sua vita aveva raggiunto 14602 traguardi. Non uno, quattordicimilaseicentodue. Si ricordava perfettamente delle lacrime di quella donna che aveva baciato ogni spigolo del viso di quell’amore che non avrebbe più rivisto, perché alcuni treni non ritornano. Si ricordava della casella che aveva colorato di nero per il sogno infranto di quella ragazza che ritornava da un viaggio lontano con i sogni accantonati in un angolo della mente. E della madre che gioiva, saltellando come una bambina, nel rivedere il figlio e si ricordava dei sorrisi dei ragazzi in viaggio verso il mare per vivere una di quelle vacanze indimenticabili con accanto la spensieratezza e la voglia di scoprire paesaggi mai visti. Non si muoveva dalla sua postazione, contava le entrate e le uscite come si controlla il resto al supermercato ma aveva la fortuna di vedere l’istante che precede una partenza e segue un ritorno. La stazione, a pensarci bene, è un luogo dove ogni emozione si amplifica e si cristallizza nell’istante stesso in cui viene vissuta. Restava seduto e fermo per 6 – 7 ore al giorno eppure in quelle ore riempiva di emozioni, sensazioni, gioie e paure la sua vita. Come se si potesse viverne mille tutte insieme e non volerne dimenticare nemmeno una. Le 14602 caselle corrispondevano a 14602 esistenze che avevano per qualche minuto sfiorato la sua, insegnandogli che la vita è una continua partenza e un continuo ritorno. Che le persone sono sogni e coraggio e che non esiste l’uno senza l’altro. A quell’uomo erano toccati mille destini che si raccoglievano nel suo unico e irripetibile come tocca a chiunque apra un libro, immagini una vita e la faccia sua. Perché in fondo chiudere […]

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Notizie curiose

Mondiale che vai, pallone che trovi

Son passati otto anni da quando lo abbiamo visto, con il cuore in gola, entrare dai piedi di Fabio Grosso nell’avversaria porta francese e rianimare in pochi minuti il nazionalismo degli italiani. Abbiamo tutti sperato in una sua traiettoria miracolosa quando poche settimane fa un colpo di testa dell’uruguaiano Godin ha spinto gli azzurri fuori dal Mondiale. Il pallone che da anni è diventato un vero e proprio oggetto di culto  è il vero protagonista nel tanto amato gioco del calcio. Ha un nome, lo si esibisce con una certa maestosità e molte sono le discussioni riguardo la resistenza e le diverse caratteristiche tecniche della sfera che potrebbe fare la differenza. Quando Adidas nel 1970 acquistò l’esclusiva per fornire il pallone del Mondiale l’attenzione e le polemiche erano ridotte rispetto a quelle suscitate negli ultimi anni. Certo è che il pallone del mondiale ha alle spalle una storia curiosa e ricca di retroscena che ha avuto inizio nel 1930. T-Model (Uruguay 1930) è il nome del pallone utilizzato nel secondo tempo del primo mondiale, era una sfera di gomma ricoperta da 11 pannelli di cuoio. All’epoca le squadre si accordavano sul tipo di pallone da impiegare nella partita, difatti nel primo tempo venne utilizzata la “Pelota Argentina”. Il Federale 102 (Italia 1934) composto da 12 pannelli poligonali era molto simile allo Allen (Francia 1938), impiegato nel Mondiale successivo. Superball Duplo T (Brasile 1950), formato da 12 pannelli, fu il primo pallone dei Mondiali marchiato da loghi e ideato senza laccetti. In molti, dopo la finale, avrebbero desiderato distruggere quella che è stata definita “A Bola do Maracanazo”, per il trionfo contro ogni aspettativa dell’Uruguay. Swiss World Champion (Svizzera 1954) era di colore più chiaro rispetto ai palloni precedenti ed era costituito da 18 pezze mentre il Top Star (Svezia 1958), formato da 24 pezze, fu usato in due versioni, una bianca e una gialla. Logato e primo modello ad essere in parte realizzato con pezze esagonali è il Crack (Cile 1962) mentre l’ultimo pallone, formato da 25 pezze regolari, prodotto da un’azienda diversa da Adidas è il Challenge 4-Stars (Inghilterra 1966). Nel 1970, in occasione del primo torneo Mondiale in diretta televisiva, FIFA affidò ad Adidas i diritti per ideare i palloni per tutte le edizioni del Mondiale fino ad oggi. Telstar (Messico 1970), realizzato con 32 pannelli di cuoio, è stato il primo pallone a presentare il classico disegno a pentagoni neri su fondo bianco, quasi identico al successivo Telstar Durlast (Germania 1974). Tango River Plate (Argentina 1978) e Tango España (Spagna 1982), differenti solo per la maggiore impermeabilità del secondo, erano invece costituiti da 32 pannelli e ideati secondo una grafica che riproduceva 12 cerchi. Azteca (Messico 1986) è il primo pallone dei mondiali, ispirato all’arte azteca, realizzato completamente in materiale sintetico mentre probabilmente ispirato alla cosiddetta Chimera di Arezzo è l’Etrusco Unico (Italia 1990) così che tre teste di leone ornano ciascuno dei 20 triangoli che costituiscono il pallone. Del Questra (Usa 1994) sono state realizzate tre versioni, il nome deriva da un’antica parola anglosassone […]

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Nerd zone

Innovazione made in sud: Polaroid Socialmatic, la prima instan camera digitale

Il Premio Best Practices dello scorso anno è stato un vero e proprio trampolino di lancio per Antonio De Rosa, un ragazzo di Cava de’ Tirreni che ha il merito di aver ideato la prima instan camera digitale. Si tratta di un dispositivo che oltre a scattare e stampare fotografie riesce istantaneamente a condividerle anche sui social network. Il progetto è stato presentato alla settima edizione del Premio Best Practices per l’Innovazione, una manifestazione ideata dal Gruppo Servizi Innovativi e Tecnologici di Confindustria Salerno rivolta alle aziende del settore manifatturiero e dei servizi che siano riuscite a realizzare un progetto innovativo dagli evidenti risultati con lo scopo di far conoscere disponibili soluzioni per l’innovazione in diversi settori. Dunque in meno di un anno Antonio De Rosa ha vissuto un cambiamento radicale, infatti la sua innovazione è stata notata dal colosso statunitense Polaroid e, dopo una serie di incontri negli States, ha firmato il contratto e creato il primo prototipo. L’instan camera digitale sarà disponibile nei negozi dal mese dicembre con il nome di Polaroid Socialmatic, si tratta di una Polaroid di nuova generazione che permetterà di scattare, modificare e stampare in tempo reale le fotografie e automaticamente pubblicarle sui maggiori social network (facebook, twitter, instagram). Un sogno che diventa realtà per il giovane salernitano che è tornato all’edizione 2014 del Premio Best Practices per raccontare la sua esperienza e il successo che ne è derivato. Una testimonianza che aumenta il prestigio, l’attesa e le curiosità riguardo alla manifestazione che quest’anno ha premiato Bazzica Engineering della sezione imprese per aver progettato una macchina per stampare blocchi di polistirolo espanso da impiegare nelle costruzioni e Sbskin della categoria delle Startup per aver, invece, creato e brevettato componenti traslucidi in vetromattone capaci di ottimizzare le prestazioni energetiche degli edifici e di avvalorarne l’estetica. Questa vicenda testimonia, dunque, che il desiderio di emergere, di riuscire in un progetto di innovazione personale e di dar prova della propria creatività di persone come Antonio De Rosa possono dare importanti risultati e grandi soddisfazioni. – Innovazione made in sud: Polaroid Socialmatic, la prima instan camera digitale –

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