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Eroica Fenice

Io sono Mia. La rivincita di Mimì come storia di amore e coraggio

Io sono Mia. La rivincita di Mimì come storia di amore e coraggio

RAI Fiction torna a presentare un nuovo commovente prodotto Io sono Mia. Omaggio alla straordinaria voce italiana Mia Martini o Mimì, distribuito prima nelle sale cinematografiche il 14, 15 e 16 gennaio 2019 e successivamente in onda in TV su Rai1 il 12 Febbraio 2019.

Brividi e commozione trasmessi da un magnifico biopic musicale diretto da Riccardo Donna e dall’interpretazione di un’immensa Serena Rossi, assolutamente all’altezza dell’arduo e quasi impossibile compito.

Io sono Mia. La trama

Il film narra la storia incredibile e sofferta di una delle più straordinarie voci nel panorama della musica italiana del XX°, Mia Martini. Si alza il sipario sull’anno 1989, quando la figura di Mimì percorre i corridoi che da dietro le quinte portano al palco dell’Ariston. È il ritorno sulle scene della cantante calabrese, con la partecipazione ostacolata a Sanremo, dopo anni di ritiro. Segue il racconto della sua vita, attraverso un’intervista con la giornalista Sandra, ripercorrendo gli inizi difficili della sua carriera, il conflittuale e duro rapporto con il padre, la storia d’amore con il fotografo Andrea (personaggio inventato e con probabile riferimento al cantautore Ivano Fossati), che segna un po’ il suo amaro destino sentimentale. Si giunge al racconto del baratro in cui Mimì sembra precipitare, insieme ad una carriera stroncata dall’infamante marchio della sfortuna, che comincia dagli anni Settanta a perseguitarla come un’ombra funesta. Segue il buio, la sofferenza, la resa fino ad una radiosa rinascita, proprio in occasione della sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1989.

Impeccabile nella sua pelle una talentuosa Serena Rossi. Come afferma l’amata sorella Loredana Bertè: «Serena ha preso delle cose specifiche di Mimì, che in pochi conoscevano: come si muoveva, i suoi scatti, la sua malinconia e il dolore che provava dentro, ma che non dimostrava spesso. È stato impressionante: in certe scene è sembrata proprio Mia». L’attrice e cantante partenopea ha tenuto incollati allo schermo cuori e lacrime di emozione immensa, aiutando mirabilmente gli spettatori a percorrere quell’anima sensibile e forte, tenace e caparbia, ma soprattutto appassionata.

Io sono Mia è infatti la storia di un’artista fantastica, innanzitutto donna straordinaria, che ha vissuto un’esistenza tormentata, ma sempre proiettata all’amore e alla passione con ogni fibra del suo essere. Voce inimitabile, talento a tratti temuto, ad altri osannato, in un altalenante vortice di soddisfazioni e dolori.

Io sono Mia è la storia portata in auge della vergognosa leggenda che ne ha attentato in vita il talento e la sensibilità, lasciando spazio alla fragilità e alla sofferenza. Un dolore esorcizzato poi dalla mirabile interpretazione sanremese sulle note di Almeno tu nell’universo. Fu una prova, una rinascita per una vita soffocata per troppo tempo da maldicenze, pregiudizi e falsità.

Io sono Mia è la storia di rivalsa, di un coraggio mai eclissato, di una lotta perpetrata con ogni lacrima, con ogni nota e con ogni respiro.

Io sono Mia. I successi e una carriera inabissata da sofferenze e maldicenze bigotte

Il successo di Mimì comincia nel 1972 con Piccolo uomo, che la consacra come una delle voci più interessanti del panorama musicale italiano. Decolla poi nel 1973 con l’emozionante Minuetto, scritto dal grande Franco Califano. Il brano incarna un amore struggente ed insoddisfacente, al quale la donna in questione non riesce a porre fine. Un amore troppo cercato e mal vissuto, ma raccontato con metafore delicate e sensuali: «Il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no. Le mani tue strumenti su di me, che dirigi da maestro esperto quale sei». L’epilogo del testo è colmo di amara consapevolezza, la stessa vissuta da Mimì: «E continuo sulla stessa via sempre ubriaca di malinconia. Ora ammetto che la colpa forse è solo mia. Avrei dovuto perderti e invece ti ho cercato».

Intanto l’infima ombra della iettatura si posava come un mantello ignifugo su Mia Martini, resistente alla grazia e all’autentico talento di un’artista sensazionale. La triste leggenda affonda le sue radici all’inizio degli anni Settanta, in seguito ad un concerto in Sicilia, terminato tardi. Mimì ammonì la band a pernottare in albergo, ma senza risultato. Nel viaggio notturno ci fu un incidente in cui la band rimase tragicamente coinvolta. Con loro furono trovati gli spartiti di Mimì insanguinati, e cominciarono a farsi largo insinuazioni sul fatto che la cantante non avrebbe voluto pagare l’hotel. In un ambiente in cui l’ipocrisia e la scaramanzia troneggiano, ciò fu sufficiente ad infangare il nome della pura, appassionata, talentuosa e straordinaria Mimì. Tutti cominciarono ad evitarla. Gli inviti nelle trasmissioni televisive calarono vertiginosamente. Non c’era scampo. La lotta non trovava respiro e Mimì fu definitivamente bollata come “portatrice di iella”. La sua musica incontrava muri e rifiuti, insieme a proposte di compromesso a cui, tenace e appassionata com’era, non cedeva di un passo.

Seguirono gli anni del ritiro nei suoi luoghi natii, dopo aver vissuto per molto tempo a Roma con la madre e l’estroversa sorella Loredana Bertè. Nel periodo di crisi professionale e sentimentale Mimì non rinunciava alla musica, sua vita e suo scopo. Scriveva, cantava nelle feste di paese e credeva perennemente all’amore, nonostante tutto, nonostante i voltafaccia, nonostante le cattiverie e il falso buonismo.

In Io sono Mia, Mimì durante l’intervista abbozza una sua personale considerazione sull’amore: «Che lusso che è l’amore. Ti fa guardare il mondo in un modo diverso. Neanche ti accorgi di ciò che è intorno e cosa si dice». Ebbene Mimì credeva strenuamente nell’amore, nonostante il suo triste epilogo sentimentale. La sua forza la convinse a rimettersi in gioco. E quale occasione migliore, se non la partecipazione al Festival di Sanremo del 1989, spiazzando il pubblico dell’Ariston e tutti coloro che ne temevano la presenza. Almeno tu nell’universo donò e dona ancor oggi emozioni inedite, tatuate sulla pelle e sul cuore. Brano scritto da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio nel 1972 e cantata solo dopo diciassette anni. Gli autori desideravano per quel testo una voce ed un’interpretazione incredibili, da lacrime e pelle d’oca. E quell’interprete non poteva essere altri, se non la grande Mia Martini. Il testo descrive le incoerenze umane, perennemente insoddisfatte e disadattate. Descrivono bene tale pensiero le anafore dei versi iniziali (Sai la gente è strana, Sai la gente è matta, Sai la gente è sola). A queste si alternano quelle del ritornello, che intonano sentimenti di speranza, fede, amore e amore: «Tu, tu che sei diverso. Almeno tu nell’universo. Un punto sei, che non ruota mai intorno a me, un sole che splende per me soltanto, come un diamante in mezzo al cuore». «Tu, tu che sei diverso. Almeno tu nell’universo. Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero e che mi amerai davvero di più».

Una rinascita che trova la forza nel coraggio di una donna mai disposta a piegarsi, ma con un cuore immenso, come immenso fu il suo talento. Perché il coraggio è anche questo: la volontà di donare l’anima, trasmettendo emozioni intense ed irripetibili; nonostante la stupidità, nonostante la chiusura, nonostante l’indifferenza e la superficialità, l’ipocrisia, la cattiveria.

E il tuo coraggio, Mimì, è ineclissabile, perché profuma di speranza e fragilità, di amore e tenacia.

 

Immagine di copertina: Corriere.it

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