Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Uomo sapiens: storia ed evoluzione di una specie

La denominazione latina di “homo sapiens” indica l’ uomo sapiente, e con essa si fa riferimento all’uomo moderno, così come venne classificato da Linneo, un medico svedese, nel 1758. Nell’evoluzione umana, ossia il processo di evoluzione dell’uomo sapiens, come una specie ben distinta sulla terra, questa categoria umana, è l’unica rappresentante vivente. L’uomo ha una propria storia evolutiva, che nel corso del tempo ha contribuito a mutare e determinare l’aspetto fisico ma anche precise caratteristiche culturali, sociali, etiche e comportamentali. Si tratta di un processo durato milioni di anni, grazie al quale l’uomo, così come appare oggigiorno, è diventato. Inoltre, grazie allo studio dei vari resti fossili ritrovati, è possibile ricostruire la successione e quindi l’evoluzione degli ominidi fino alla nostra specie, ossia l’uomo sapiens. Alcuni studi recenti sottolineano che l’umanità discenda da una popolazione di individui vissuti in Africa, circa 200.000 anni fa, ossia il gruppo più antico di uomo sapiens che abbia popolato la terra. Naturalmente esiste una successione temporale ben scandita tra le varie specie di ominidi, perfettamente distinguibili tra loro, con peculiarità e tratti distintivi che man mano sono andati evolvendosi. Spesso, quando si parla della specie umana, si fa riferimento ad un albero ben ramificato, una sorta di cespuglio, all’interno del quale, si delineano tanti elementi di attribuzione che portano frequentemente a modificare o mettere in discussione i modelli evolutivi precedentemente ipotizzati. L’origine dell’uomo moderno e quindi dell’uomo sapiens, è uno degli argomenti attualmente più dibattuti; gli interrogativi in realtà nascono tra coloro che teorizzano una origine africana recente e quelli che invece teorizzano una evoluzione multiregionale dell’uomo sapiens. La prima teoria, sostiene con convinzione la comparsa dei sapiens in Africa come una nuova specie che poi sarebbe andata evolvendosi in tutto il mondo, sostituendosi alle popolazioni esistenti. La seconda teoria invece, sostiene che ciascuna delle popolazioni attuali derivi dalla rispettiva popolazione arcaica di quella stessa regione, partendo dall’homo erectus, evoluto poi il parallelo grazie ad incroci vari. Storia dell’uomo sapiens I resti più antichi di uomo sapiens sono stati ritrovati in un villaggio dei Carpazi. Si tratta della mascella di un maschio adulto e delle ossa di due ragazzi, tra cui un adolescente, vissuti in quella che è l’attuale Romania 34-36 mila anni fa. Gli studiosi hanno analizzato la grandezza della mascella dell’uomo adulto ritrovato, che appare notevolmente sviluppata e piuttosto grande. Questa caratteristica, molto importante, fa ipotizzare che possa esistere un incrocio tra uomo sapiens e gruppi umani ancora più arcaici, come ad esempio l’uomo di Neanderthal. Secondo la “Teoria della migrazione africana”, tutti coloro, appartenenti alla categoria Homo, che rimasero in Africa, si evolsero poi in uomo sapiens. Solo successivamente, si pensa che emigrarono alla volta dell’Africa e l’Oceania, incontrando le specie già formatisi in precedenza. Aspetti fisici e comportamentali L’uomo sapiens, si caratterizzava per una corporatura tozza, il cervello piuttosto sviluppato e mani abili, ma anche forti denti, ottimi per addentare la carne delle prede, in genere orsi, bisonti ma anche pesci. Dagli studi condotti, è chiaro che l’uomo sapiens comprese il valore del fuoco, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

... continua la lettura
Culturalmente

Teoria del piacere: un’indagine sulla felicità dell’uomo

Giacomo Leopardi, celebre poeta, scrittore, filologo italiano, nacque a Recanati nel 1798, ed è una delle personalità più studiate ed analizzate, del panorama letterario italiano. Tra le innumerevoli e meravigliose opere della produzione leopardiana, spicca, lo Zibaldone, una raccolta di pensieri, nella quale è enunciata la famosa teoria del piacere, così come egli stesso la denomina. La celebre teoria, è racchiusa in circa venti pagine, scritte tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La teoria del piacere sviluppata da Giacomo Leopardi, si fonda su un principio cardine, ossia: ciò che muove le azioni degli uomini, è il raggiungimento del piacere. La vita dell’uomo è caratterizzata dalla presenza quasi costante di desideri, tendenzialmente infiniti, poichè, l’individuo vorrebbe che non finissero mai. In realtà, è bene precisare che, l’inclinazione o tendenza al piacere non conosce limiti perché essa stessa è connaturata all’esistenza. Tuttavia, al contrario, gli strumenti con i quali l’uomo può soddisfare i propri piaceri, tendendo alla felicità, sono limitati, effimeri e ciò crea una distanza incolmabile tra il desiderio del piacere e l’impossibilità di soddisfarlo. Nel pensiero leopardiano, l’uomo in quanto essere finito, è infelice, perché la felicità è identificata esclusivamente con il piacere materiale, che è infinito. La teoria del piacere, elaborata nello Zibaldone, si collega secondo gli studiosi, alla prima parte del pessimismo leopardiano, dell’esistenza intesa come sofferenza e quindi come impossibilità di appagare i propri desideri. Teoria del piacere: un’indagine sull’infelicità dell’uomo Giacomo Leopardi, dopo aver preso consapevolezza della vanità delle cose che caratterizzano la quotidianità, e l’impossibilità di soddisfare i piaceri dell’animo umano, definisce questi due importanti aspetti, gli “assiomi” della teoria del piacere, quindi causa e contesto in cui e per mezzo di quali, si sviluppa la teoria stessa. Essa si identifica quindi come una vera e propria indagine sull’infelicità dell’uomo. In questa visione, la felicità è identificata con il piacere; ogni uomo, per sua natura desidera il piacere, che però è infinito e quindi sostanzialmente irraggiungibile. A causa di queste motivazioni, nel corso dell’esistenza, l’individuo continua a provare sofferenza per l’incapacità di soddisfare i propri piaceri, che si tramutano in desideri non appagati e quindi in pessimismo. Secondo Loepardi, la vita è un continuo alternarsi di desidero di piacere e insoddisfazione e quindi dolore per il mancato raggiungimento. L’uomo, anche nel momento di pieno piacere, continuerà incessantemente a sentirsi insoddisfatto e inappagato, preso dal desiderio di appagare altri piaceri. Teoria del piacere e felicità: un legame indissolubile Lo scopo primario della vita dell’uomo è il piacere e quindi l’appagamento individuale. Come è scritto in un passo della “teoria del piacere”, – l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio – infatti, in riferimento a ciò, si determina uno degli aspetti principali del pensiero leopardiano, il piacere come sinonimo di felicità, raccolti in un legame indissolubile. Ogni individuo, grazie al desiderio, può sentirsi vivo, poiché una vita senza piacere non sarebbe vera esistenza; è dunque esso che rende gli uomini vivi e al contempo infelici. Un desiderio soddisfatto corrisponde ad un altro desiderio da […]

... continua la lettura
Culturalmente

La Grotta Chauvet: pitture rupestri e arte preistorica

Viaggio nella Grotta Chauvet La Grotta Chauvet si trova nel Midi della Francia, dipartimento Ardèche, presso la pittoresca località di Vallon-Pont-d’Arc; è un sito preistorico dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Si tratta di una delle caverne più importanti e meglio conservate della quotidianità risalente a trentaseimila anni fa. L’ingresso della splendida Grotta, fu ostruito a seguito di uno smottamento, motivo per il quale essa è rimasta sconosciuta per tanto tempo, celata in una sorta di oblio che l’ha resa ancora più interessante. Nel dicembre del 1994 tre appassionati speleologi la scoprirono, trovandosi dinnanzi ad uno spettacolo inatteso e maestosamente meraviglioso, dalla valenza storica estremamente rilevante. Ben ottocento metri di gallerie e sale, un tempo abitate, e migliaia di disegni raffiguranti animali di varie specie, dai leoni delle caverne ai mammut, ma anche rinoceronti ed orsi, e altre creature estinte dalla glaciazione; animali rari, che purtroppo però, non possono essere ammirati dai tanti curiosi che vorrebbero visitare la Grotta. I dipinti infatti, tipici dell’arte rupestre del Paleolitico, sono a rischio conservazione, motivo per il quale nessuno può accedere all’interno del sito preistorico. La decisione di chiudere al pubblico la Grotta Chauvet, rappresenta una misura di sicurezza necessaria per proteggere le opere da eventuali batteri che potrebbero causare la proliferazione di alghe e funghi sulle pitture, le incisioni e i disegni e portare al deterioramento e alla sparizione dell’importante patrimonio artistico. Tuttavia, in Francia, è stato realizzato un sito archeologico che replica in scala naturale la Grotta, poco distante dal sito originale, con le stesse cromie, luci, angolazioni e profondità. All’interno della Grotta, appare un repertorio artistico di centinaia di animali, fra gli elementi di spicco e di maggior interesse del sito. Tra questi, ciò che sorprende maggiormente, è il carattere “tridimensionale” delle splendide pitture, elementari ma al tempo stesso complesse. Un quadro rappresentante dei cavalli, ad esempio, li mostra disegnati frontalmente, ma, spostandosi di qualche centimetro, sembrerà che essi si muovano, in un disegno dinamico che conferisce movimento alla raffigurazione. Tutto ciò rende quasi surreali quei disegni; è come rivivere quella realtà, una quotidianità ovviamente lontana, ma resa viva dalle raffigurazioni che “abbracciano” quelle pareti irregolari seguendone perfettamente il perimetro. Per quanto concerne la datazione cronologica della Grotta Chauvet, essa sarebbe riconducibile all’Età della Pietra, ma tutt’oggi, le caverne, ma anche i fossili ritrovati al suo interno, sono sottoposti a continue analisi, per inserirle in una collocazione storica precisa. Le opere artistiche risalgono quindi all’Aurignaziano (40.000-30.000) e le ultime tracce dei visitatori al Gravettiano. Oggi i pochissimi studiosi autorizzati ad entrare all’interno della caverna per motivi di ricerca, sfruttano l’accesso già esistente che fu utilizzato dai tre speleologi che inaspettatamente la scoprirono, mentre quello preistorico originario è ancora ostruito dai massi litici. Oltre alla bellezza strabiliante della Grotta, dei disegni, delle linee dinamiche e prospettiche che li caratterizzano, un aspetto che rende tutto ancora più significativo, è la presenza all’interno di una delle sale più fitte e buie, di un grosso masso, sul quale è stato rinvenuto il teschio di un orso. Il masso ha […]

... continua la lettura
Libri

Il Guaritore, il nuovo libro di Renzo Brollo

Il Guaritore, di Renzo Brollo, pubblicato da Diastema Editrice, è una storia lunga, che ha inizio tanti anni fa.  Una narrazione apparentemente semplice che coinvolge e si caratterizza per una forte delicatezza, come una raffica di vento che s’alza improvvisamente, mutando carattere e scatenando sensazioni diverse. Renzo Brollo ha immaginato l’esistenza di un bambino predestinato, la cui voce sembrerebbe fatta apposta per guarire le ferite dell’anima di chi lo ascolta. Il Guaritore: la trama È una storia liberamente ispirata alla vita di uno dei più famosi cantanti del Settecento: Carlo Broschi detto Farinelli la cui voce, bianca e fortemente coinvolgente, allietò la nobiltà per lunghi anni. I cantanti come Farinelli, ebbero una esistenza piuttosto sofferente, che li portò a condurre una vita fuori dall’ordinario. Partendo dalla vicenda di Farinelli, che alla corte dei reali di Spagna guarì il re malato di depressione cantandogli ogni notte le stesse quattro arie, l’autore ha immaginato un piccolo Carlo moderno, che diventerà guaritore e rappresentante, a tratti felice e tratti infelice, così come la propria condizione, presumibilmente non desiderata, prevedeva. La struttura del romanzo: sensazioni ed emozioni contrastanti Il romanzo Il Guaritore è costituito da un preludio e sette movimenti, racconta un lungo processo di formazione che inizia da un trauma; il protagonista della storia, Carlo, avrà (inconsapevolmente) un compito importante e faticoso al tempo stesso, quello di ripulire, grazie alla propria voce, i “drammi” di coloro che portano segni e ferite nei propri cuori. Un compito di certo non semplice, che porta con sé numerose implicazioni, non sempre positive. Un libro profondamente melodico nella narrazione e nella stesura della storia, colpisce sin dalla copertina, sulla quale è raffigurata una figura circondata da piume bianche di pavone, candide e con sul viso una maschera argentata dal lungo becco. La vicenda narrata è esemplare, poiché fa riferimento ad un aspetto chirurgico che affonda le proprie radici nell’antichità, ma è volta a preservare l’identità e la funzione del protagonista, Carlo, il quale inevitabilmente sarà sottoposto a quello che può esser definito un vero e proprio trauma, che probabilmente lo segnerà per sempre. Al centro della vicenda inevitabilmente ci sono i temi dell’arte e della musica, ma anche la psicologia che si nasconde nelle pieghe dell’essere, dell’identità di una persona e di conseguenza le emozioni che essa può suscitare. Oltre al protagonista principale, si susseguono una serie di personaggi inseriti in un insieme di caratterizzanti tensioni emotive, che trascinano il lettore in una dimensione nella quale si celano numerosi aspetti, tutti diversi. Il Guaritore, così come il suo personaggio principale, è un libro dalla scrittura accorta e sinergica al tempo stesso, a volte sbrigativo, altre volte dettagliato. Renzo Brollo ha saputo creare l’immagine di un bambino sulle cui spalle pesano le scelte degli altri, naturalmente non dettate dal suo cuore o dalla sua mente- si potrebbe quasi affermare che si tratti di “scelte non scelte”- di una consapevolezza amara che gli si ritorcerà contro; il protagonista rappresenta un filtro che ha il compito di guarire con la propria […]

... continua la lettura
Libri

La top 5 dei libri dell’estate scelti dalla nostra redazione

Top 5 libri dell’estate D’estate aumenta il tempo a disposizione e di conseguenza cresce anche il numero dei libri da poter leggere in armonia e tranquillità. Scegliere un libro può risultare difficile, per questo vogliamo aiutarvi stilando la nostra top 5 dei libri dell’estate. Il Mare di Baricco Al primo posto nella nostra classifica, troviamo Oceano mare, celebre romanzo di Alessandro Baricco, tra i più noti dell’autore. La trama ruota attorno alla locanda Almayer, nella quale tutti i personaggi convergono: un luogo quasi magico, surreale, situato in una fantomatica spiaggia, a due passi dal mare, che poi è il vero protagonista della storia. Il tema del mare (utilizzato come vera e propria metafora esistenziale) viene infatti analizzato dall’autore con molteplici sfaccettature e attraverso la storia dei singoli personaggi. Scrutando tra le pagine del libro, è possibile accorgersi che, in realtà, la trama non è lineare e permette intrecci e commistioni di emozioni e sensazioni tra loro diverse. Le frasi del libro sono spesso sospese, quindi si ha la sensazione di essere lentamente cullati, proprio come succede in mare, come quando le onde accarezzano il corpo, spostandolo nell’acqua salata. Il mare che stabilizza la disperazione di Moravia L’estate è tempo di vacanza, si parte, si raggiungono località turistiche e il tanto bramato mare. Tra le località più frequentate, sicuramente sono da menzionare le isole del Golfo di Napoli; tra queste, legata al secondo romanzo nella top 5 dei libri dell’estate, vi è Capri, suggestivo scenario di “1934” di Alberto Moravia. Il romanzo in questione è ambientato nell’anno in cui Hitler uccide tutti gli oppositori del regime durante la Notte dei lunghi coltelli. Non si tratta di una lettura semplice, ma è sicuramente un libro che arricchisce profondamente. Lucio, intellettuale 27enne e antifascista, si reca a Capri per tentare di “stabilizzare la sua disperazione” con la stesura di un romanzo. Giunto alla consapevolezza dell’impossibilità di debellare questo stato emotivo, realizza che l’unico modo per scongiurare la soluzione logica del suicidio è convivere stoicamente con la disperazione, considerandola come condizione normale dell’esistenza. In realtà, il tema del romanzo, apparentemente disperato, ha la funzione di arricchire filosoficamente, il lettore, immergendolo in un vortice che si allontana dalla quotidianità. Proprio questo allontanarsi dalla quotidianità, rimanda all’estate, e dunque inevitabilmente all’ambientazione del romanzo, Capri. Le isole, la bellezza data dalla semplicità dell’ambiente, la natura, il mare, i colori, tutto ciò caratterizza l’estate e contribuisce a definire “1934” un romanzo “marino”. L’estate si distingue anche per la calura che caratterizza le lunghe e soleggiate giornate. C’è chi ama il mare e trascorre il proprio tempo libero in spiaggia, chi ama abbronzarsi, passeggiare in riva al mare, e chi desidera semplicemente leggere un buon libro in tranquillità. Il thriller sotto la canicola di Camilleri Un altro romanzo che vi consigliamo è “La vampa d’agosto”, di Andrea Camilleri. La trama del libro, si concentra su nuova indagine che terrà impegnato il commissario Montalbano: costretto a rimanere a Vigáta nel mese più infuocato della torrida estate siciliana, si trova a fronteggiare un’indagine […]

... continua la lettura
Culturalmente

Filosofi famosi: da Pitagora a Freud

I filosofi famosi sono accomunati da una ricerca comunitaria di saggezza, che costituisce una costante nell’approccio alla filosofia. Comprendere il significato, le scelte etiche, storiche e psicologiche, al di sopra di tutto, può essere un primo passo per definire il compito di un filosofo, la  filosofia nella Grecia del VI secolo a.C. ,  ma secondo la tradizione storica, il primo filosofo ad utilizzare tale parola fu Pitagora. Tensione, amore, desiderio incessante di sapienza e verità ma mai completo possesso, comprensione, sono questi i temi principali che definiscono e hanno caratterizzato i diversi filosofi della storia. Per dare una definizione classica, o tradizionale, si può definire filosofo, colui che contempla in modo disinteressato la realtà deducendo dai propri pensieri e riflessioni, delle norme di comportamento che possano guidare la vita nella giusta direzione. I filosofi famosi sono tanti, elencarli tutti, sarebbe impossibile; solitamente invece, quelli studiati tra i banchi di scuola, rappresentano solo una piccola parte, tra quelli esistenti. Fin dal principio, ogni essere umano si è posto delle domande, e si è interrogato e si interroga ancora sull’essenza e sull’esistenza delle cose, in una prospettiva ampia che può comunque, essere definita di tipo filosofico; in questa visione, indubbiamente soggettiva, trova spazio il concetto riferito allo “spirito delle cose”, ossia l’idea che una persona ha, di una determinata cosa, aspetto, caratteristica della realtà. Filosofi famosi: ecco quelli da conoscere!  Tra i filosofi famosi, colui che ha sviluppato questo concetto, collegandosi alla “filosofia dello spirito”, è Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Secondo il filosofo tedesco, la filosofia rappresenta la conoscenza più alta e difficile, associata ad un altro concetto piuttosto complicato, lo studio dell’idea, che dopo essersi estraniata da se sparisce come natura (cioè come esteriorità), per farsi soggettività e libertà. Secondo Hegel, lo spirito può essere soggettivo e oggettivo (in questa seconda categoria rientra anche il concetto di moralità); una duplice identità di un concetto ben definito, che ancora oggi trova spazio nella vita di tutti i giorni. I filosofi, nel corso della storia, hanno provato a riconoscere ciò che accomuna determinate cose, costituendone, al di là delle loro accidentali differenze individuali, il vero essere che le identifica per quelle che sono. La conoscenza delle cose avviene mediante il ragionamento, quindi grazie ad una profonda analisi dei limiti e delle prospettive della ragione. Immanuel Kant, rappresenta sicuramente un’altra figura importantissima, nella lista dei filosofi più famosi. Egli operò una distinzione tra: ragione pura e ragione pratica; non a caso, le sue tre opere maggior s’intitolano: Critica della ragione pura, Critica della ragione pratica e Critica del giudizio, e ancora oggi si studiano tra i banchi di scuola. Per Kant, i limiti della ragione tendono a coincidere con quelli dell’uomo: volerli varcare in nome di presunte capacità superiori alla ragione significa avventurarsi in sogni arbitrari o fantastici. Inoltre, altro aspetto importante, secondo il filosofo, noto esponente dell’Illuminismo tedesco, la conoscenza umana, ed in particolare la scienza, offre il tipico esempio di principi assoluti, ossia verità universali e quindi necessarie, che valgono ovunque e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Che cos’è la filosofia: scienza, disciplina e meraviglia

La filosofia è l’arte di formare, osservare, fabbricare, concetti e idee, visioni e realtà. Nel corso del tempo e della storia, diversi pensatori, critici, storici e filosofi, hanno determinato cosa sia la filosofia, dandone un concetto preciso; tra questi, Nietzche ha determinato il compito della filosofia, affermando che i filosofi non devono limitarsi a ricevere i concetti, a purificarli, a rischiarli, ma devono cominciare col farli e crearli, cercando di trasmettere le proprie idee. La filosofia come scienza, disciplina o ambito d’interesse La filosofia come ambito d’interesse rimanda sempre ad un campo aperto a qualsiasi persona che medita e riflette, a partire da un uso rigoroso delle proprie facoltà intellettuali. Per questo, definire in modo preciso cos’è la filosofia non è facile; essa, sicuramente può appartenere a tutti, appartiene a tutti, o meglio a chiunque voglia esserne inebriato e “accarezzato”, in un ambito generalmente vasto, che comprende anche altre sfumature di significato e altri temi. Le domande che spesso caratterizzano l’esistenza si collegano indubbiamente con l’applicazione e la conoscenza della filosofia, intesa come disciplina, in riferimento ad una concatenazione di interrogativi e tentativi di fornire risposte soddisfacenti; domande e risposte non sempre facili da riconoscere ed interpretare. Chiedersi “che cos’è la filosofia”, implica un ampio sguardo sul mondo, sulla società nella quale viviamo e un’analisi degli elementi che la caratterizzano, al di là di ogni superficialità. Interpretarla ieri e oggi In riferimento alla filosofia di oggi, occorre fare una distinzione, rifacendosi ad un concetto storico; infatti, un conto è definire che cosa essa sia in riferimento alla sua nascita, un altro conto è definirla oggigiorno. Si può affermare che oggi rappresenti una disciplina fra le altre discipline che indagano determinati aspetti della realtà, spesso parecchio ampi. Inizialmente, il concetto filosofico e l’ambito in cui esso si inseriva, era la conoscenza in “toto”; ogni forma di apprendimento forniva risposte filosofiche, da attribuire poi a diversi sfere o settori. Amore per il sapere e ambiti di applicazione La semplice traduzione dal termine greco, “amore per il sapere”, non è sufficiente a rendere l’idea, e soprattutto a fornire una definizione concreta e completa del concetto cardine. La difficoltà deriva in particolare dal fatto che la filosofia, a differenza dalle altre scienze che studiano un campo ben definito, circoscritto, è una riflessione che riguarda un pensiero e un modo di pensare circa quel determinato aspetto, quindi notevolmente vasto, quasi illimitato. Nell’applicazione della filosofia, rientra la ricerca comune della verità, nelle sue varie forme, attraverso la spiegazione dei vari concetti filosofici, i quali si materializzano in una serie di riflessioni, che si susseguono per arrivare ad una possibile spiegazione del mondo nel quale viviamo e delle relative regole vigenti. Studiare la filosofia aiuta ad arricchire la mente, attraverso la conoscenza, l’analisi e la riflessione analitica di vari ambiti del sapere. Conoscere per capire, catalogare i cosiddetti tasselli filosofici per capire e carpirne il senso e la funzione, ma soprattutto la bellezza della filosofia e la sua relativa essenza. La meraviglia del pensiero filosofico La filosofia, […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Mete vacanze estive, le più scelte in Italia

L’estate è tempo di vacanza, sempre più italiani si spostano nei mesi più caldi della stagione, verso mete di mare o di montagna. Sono numerosi i luoghi da vedere, ma anche i percorsi e le attività da fare che rendono speciali le mete scelte, che siano di mare o di montagna. Le persone che scelgono il mare sono molteplici, ma è cospicua anche la percentuale di coloro che scelgono invece, i freschi luoghi di montagna. Tra le mete più scelte per le vacanze estive in Italia, c’è sicuramente la Campania. Le isole del Golfo in particolar modo Ischia, Capri e Procida, con rocce a picco sul mare e scenari mozzafiato. Una serie di elementi caratterizzanti, che renderanno le vacanze estive, un susseguirsi di emozioni uniche. Il mare della Campania in particolar modo, uno dei più belli d’Italia e del Mediterraneo. La regione offre una gran varietà di coste, spiagge e baie. Affacciata sul Mare Tirreno, la Campania ha una costa pianeggiante a nord, con un lungo litorale sabbioso unito a quello del Lazio e affacciato sul Golfo di Gaeta, e una costa frastagliata e rocciosa a partire dal Golfo di Napoli, eccetto per alcune zone in piano, in particolare nel Golfo di Salerno. Tra le mete preferite dagli italiani, la Campania è il mix perfetto che riesce a coniugare le bellezze di tipo naturale e quindi paesaggistico, con il carattere culturale e storico che caratterizza ogni località. Per quanto riguarda l’andamento turistico estivo, la Campania, si attesta tra le mete estive più scelte, soprattutto dai giovani, alla ricerca di luoghi semplici e incontaminati, nei quali però divertirsi senza eccedere. Un’altra tra le mete turistiche italiane più scelte, è il Salento, territorio apprezzato ogni anno dai numerosi turisti non solo italiani, grazie al quale è possibile scoprire, attraverso esperienze multisensoriali che consentono di immergersi nella cultura locale, le caratteristiche proprie del territorio, adatto ad ogni tipo di esigenza. Il Salento è meta sempre più frequentata da numerosi turisti, anche grazie al fascino dei relitti sommersi: la bellezza della splendida località turistica, prosegue in modo spettacolare anche nei fondali sottomarini. Ci si può imbattere in relitti di ogni tipo dalle navi-passeggeri, ai mercantili, da navi da carico, a torpedinieri e sottomarini. Una meta adatta a tutti, sia a coloro che programmano una vacanza tranquilla, in pieno relax, sia a coloro che invece cercano puro divertimento. Da non dimenticare sono le diverse aziende agricole presenti nel Salento, che permettono di assaggiare o acquistare prodotti tipici, in masserie immerse nel verde, soleggiate e che profumano di semplicità. Tra le mete più scelte per le vacanze estive in Italia, c’è sicuramente la Sardegna, in quest’ultimo anno prediletta soprattutto da coloro che intendono vivere un viaggio “on the road”. La natura selvaggia dell’isola e i molti km di coste, si prestano perfettamente ad un viaggio del genere, con numerosi percorsi tra i quali poter scegliere. Tra i più amati, c’è l’itinerario dedicato alle spiagge (ad esempio la Gallura, ma anche l’isola de La Maddalena). Molte spiagge […]

... continua la lettura
Libri

Jalna di Mazo de la Roche, edito da Fazi editore

Jalna è un romanzo dell’autrice Mazo de La Roche, il primo di un’amatissima saga familiare che ha conquistato migliaia di lettori con undici milioni di copie vendute. Jalna: una trama che travolge e trascina nella lettura Anni venti, i protagonisti del romanzo sono gli Whiteoak, una famiglia inglese di origini vittoriane trapiantata in Canada alla fine dell’800, in una tenuta coloniale dell’Ontario che prende il nome dalla città di Jalna in India. La capostipite della famiglia è la quasi centenaria Adeline, di origini britanniche, che ha trascorso la prima parte della propria vita insieme al defunto marito Philip, in India, proprio nella città di Jalna. La prima parte del romanzo si basa proprio sui primi anni dei coniugi Whiteoak, facendo riferimento ai motivi che li hanno spinti ad imbarcarsi per due mesi con una neonata e al loro successivo sbarco in Quèbec, per poi arrivare definitivamente nell’Ontario. L’autrice presenta e descrive i personaggi del celebre romanzo con ironia, con uno stile divertente e classico; tutto risulta molto pacato grazie ad una narrazione semplice che si tinge di quotidianità, con la presenza di minuziose descrizioni, piuttosto dettagliate, che riescono ad appassionare sin dall’inizio. Spesso si percepisce nelle descrizioni, soprattutto dei personaggi, ma anche negli ambienti cui essi si muovono, un vago senso di malinconia, espresso abilmente con delle semplici metafore dal gusto amaro. Nella descrizione dei personaggi, minuziosa e dettagliata, l’autrice fa riferimento anche alla componente psicologica che li caratterizza, in modo che il lettore possa in un certo senso riconoscersi in quelle identità, seppur storicamente lontane. D’altronde, pur essendo un romanzo scritto cento anni, fa, Jalna risulta sorprendentemente attuale. Nella struttura del romanzo e mentre si prosegue nella lettura, ciò che sicuramente colpisce il lettore è la presenza di molti elementi naturali, tra questi, prati, uccelli, animali, che arricchiscono l’ambiente familiare nel quale i protagonisti si muovono. Il libro è delizioso, caratterizzato da mille colori, un vero e proprio viaggio attraverso le parole,  attraverso una prosa leggera, ma a tratti incalzante, con elementi allusivi, densi di emozioni, sospiri, rammarichi e baci rubati, tutto inserito in una mescolanza di sensazioni. Jalna è un poema squisito, incentrato su una continua ispirazione, così come l’amore per Alayne, una delle protagoniste del libro, che arriva quasi prepotentemente a destabilizzare l’ordine e la tranquillità della famiglia. Alayne è  una donna in carriera, che riesce ad ammaliare un po’ tutti, con una sottile malizia. Grazie alla sua presenza, si percepiscono e man mano si delineano, una serie di elementi che si configurano come i più significativi del libro. Indubbiamente, l’amore è uno dei temi cardine del romanzo, ma l’autore fa riferimento ad un amore paziente, apparentemente impossibile, ma anche  delicatamente eloquente, come un pensiero che sfiora, e che allo stesso tempo  si allontana. Il pensiero di essere felici per essere felici, dunque, pensare alla felicità per raggiungerla e poi viverla. Al centro di tutto, la famiglia, all’interno della quale, i personaggi si muovono, esprimendo quasi un senso di irreprensibile impossibilità al distacco; è come se ognuno di […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Cenetta estiva: verdure, piatti freddi e tanto gusto

L’estate è la cosiddetta “bella stagione”, che porta con sé tanto relax e soprattutto tanti piatti gustosi da poter assaporare, a base di verdure, ortaggi, buoni e facili da preparare. Ecco alcuni consigli per una gustosa cenetta estiva! D’estate, il tempo a disposizione aumenta, il periodo di ferie è l’occasione perfetta per dimostrare le proprie doti culinarie e lanciarsi nella sperimentazione, preparando piatti freddi e variegati. Le calde serate d’estate, sono l’occasione perfetta per dedicarsi alla preparazione di una succulenta cenetta estiva, magari in compagnia di amici, da gustare all’aperto. Naturalmente, preparare una cenetta estiva che piaccia a tutti non è facile;  ogni persona presenta, ovviamente, dei gusti diversi e accontentare proprio tutti, è difficile. Idee per una gustosa cenetta estiva! Uno dei segreti per realizzare una buona cenetta estiva, è sicuramente quello di utilizzare frutta e ortaggi tipici della stagione. Una idea simpatica e d’effetto, potrebbe essere quella di creare un piatto a base di pesce, accompagnato da piatti a base di verdura oppure ortaggi, leggeri e colorati, simpatici da vedere. Pesce spada, salmone, orata, spigola, cozze e vongole, la varietà di pesce a disposizione durante l’estate, è notevole. Una cenetta a base di pesce, accompagnata da simpatici e soprattutto leggeri, involtini di zucchine o melanzane grigliate, magari ripieni di formaggi spalmabili, è un’ottima scelta, che delizierà i palati dei propri commensali, senza appesantirli. Oltre alle varie opzioni citate, è risaputo che l’estate è la stagione migliore per la preparazione di insalate; nutrienti e leggere, apportano vitamine e sali minerali, che in estate sono sempre utili da integrare e sono uno dei piatti cardine, per una cenetta estiva, saporita ma senza troppe calorie.  A tal proposito, come non citare la famosa “insalata di riso”, piatto tipico e diffuso soprattutto d’estate, che piace un pò a tutti, con i suoi tanti ingredienti e la freschezza che tutti desiderano. Ai piatti a base di insalata, con la quale è possibile creare delle vere e proprie ciotole (che spesso sostituiscono un primo piatto) ricche di alimenti e nutrienti diversi, si possono abbinare, per una cenetta estiva sana e giusta dal punto di vista calorico, carne o pesce, o semplicemente dei crostini, bruschette (tipicamente campana) conditi con emulsioni o salse rinfrescanti, ad esempio a base di yogurt greco. Chiacchierare in compagnia è piacevole e rilassante e in questo caso, ossia, se la propria intenzione è quella di trascorrere del tempo in compagnia, senza cimentarsi in piatti elaborati da preparare, si può optare per il cosiddetto  fingerfood, un’alternativa rapida e gustosa. Uno dei fingerfood più realizzati in estate, sono le uova ripiene, un piatto non di certo leggero, ma d’effetto. In base alla propria area di appartenenza, il ripieno dell’uovo cambia, dalla ‘nduja, al tonno, dalla maionese all’emulsione a base di yogurt magro, olive e capperi. Antipasti saporiti, tartine, spiedini a base di carne, pesce o semplicemente realizzati con pomodorini alternati a delle piccole mozzarelline, torte salate, focaccine, pizza, insomma, una varietà immensa di alternative tra le quali scegliere, adatte ad ogni occasione, ideali per una […]

... continua la lettura
Culturalmente

La questione meridionale: tra storia e attualità

Dopo l’Unità d’Italia, emerse sempre più un dibattito-diatriba piuttosto grave e ancora oggi evidente, che gli storici definiscono “questione meridionale”, ossia il divario economico, tra il Nord del paese, più sviluppato e il Sud, meno sviluppato. Ancora oggi, la cosiddetta “questione meridionale”, è studiata ed analizzata non solo perché ancora  attuale, ma soprattutto perché interessante dal punto di vista socio-culturale. L’espressione “questione meridionale”, utilizzata nella storiografia italiana per indicare la difficoltà del mezzogiorno d’Italia, rispetto alle altre regioni del Paese, in particolar modo quelle del nord, fu utilizzata per la prima volta nel 1873 dal deputato Antonio Billia. La situazione relativa alla “questione meridionale”, denotava un forte immobilismo che le nuove istituzioni politiche non avevano affrontato, e in alcuni casi ignorato, derivante da una serie di vecchi privilegi, sorretti da un antiquato orientamento sociale e culturale in senso stretto. L’arretratezza del Mezzogiorno, pur non apparendo come un fenomeno unico e circoscritto, imponeva che la cosiddetta “questione meridionale”, al contempo causa e conseguenza dei limiti di sviluppo sociale, economico, culturale, dello Stato stesso, non potesse essere spiegata senza tener conto dell’influenza dei vari fattori e delle concatenazioni storiche, politiche e sociali, che avevano contribuito a determinarla. Nel corso del tempo, studiosi, storici, poeti e intellettuali hanno espresso la propria opinione circa una questione così tanto discussa, dai mille aspetti, spesso controversi e complicata al tempo stesso. Tra gli altri, Umberto Saba, poeta e scrittore, fu colui che disegnò con un aforisma breve, ma fortemente evocativo, l’identità propria della questione meridionale: “costituzionalmente la questione meridionale, non è una questione, è un modo, che vale un altro, di essere”. Un fenomeno di così grande portata storica, spiegato da Umberto Saba, intellettuale di spicco, noto esponente della letteratura italiana, in una frase densa di significato storico e perfettamente collimante con quanto ancora oggi si afferma circa la cosiddetta “questione meridionale”. L’attualità della questione meridionale La questione meridionale, ha disegnato nel corso del tempo, i confini non solo di un’epoca, ma anche della mappatura geografica della Penisola, “dividendola” in due parti distinte; ognuna con la propria identità, con le proprie ragioni, professioni, ideologie e sembianze. In quest’ottica, le analisi di tipo storico-filosofico, sono necessarie per comprendere quanto è stato e quanto è considerato ancora attuale e vivo. Antonio Gramsci nel 1926, si dedicò alla stesura di un saggio, rimasto incompiuto e intitolato “Alcuni temi della questione meridionale”, pubblicato poi a Parigi nel 1930. L’opera si configura come il culmine di una esperienza personale e politica, la consapevolezza, che la questione meridionale non potesse essere risolta con rimedi specifici, ma fosse un caso a sé. Come è possibile notare, ritorna, quasi prepotentemente, la doppia identità di una questione destinata a segnare l’intero territorio italiano. La “questione meridionale” intesa come modo e al contempo come caso a sé. Riconoscere i caratteri propri della questione stessa, significa determinare una rapida rottura con le tradizioni con le quali essa ha convissuto; riconoscere i limiti e le caratteristiche di un dato storico, ma anche culturale e sociale, significa definire i contorni di una “frattura […]

... continua la lettura
Culturalmente

Visitare Napoli: un percorso di storia, cultura e bellezza

Visitare Napoli di certo è un’esperienza unica, che lascerà esterrefatti, per l’immensa bellezza che la città partenopea racchiude. Naturalmente, chiunque abbia in programma di visitare Napoli, è consapevole, che sia necessario avere del tempo a disposizione per poter ammirare tutto (o quasi) e che sia opportuno fare una selezione accurata di cosa si desideri visitare. La storia di Napoli copre un arco di temporale che abbraccia diversi millenni. La storia della città, si configura come un microcosmo di storia europea costituita da diverse civiltà che hanno lasciato nel corso del tempo, tracce nel suo immenso patrimonio artistico e monumentale. Napoli, non è solo storia, è anche cultura, arte, tradizione, musica-folklore e letteratura, un mix perfetto per chi intende visitare la città, scegliendo in base alle proprie esigenze. Chiunque giunga a Napoli, dal Porto, non può non ammirare la magnificenza del Maschio Angioino, che dà il “benvenuto” alla città; esso è un castello medievale e rinascimentale, simbolo di Napoli. La costruzione del Maschio Angioino, riportato alla luce grazie a lavori di scavo e restauro, si deve a Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea. Attualmente, della fortezza antica (di epoca angioina) è visibile la cappella palatina, alcune torri e le mura e le finestre a croce francesi accanto alla cappella palatina. Oltre alla maestosa bellezza storia e culturale che investe il Maschio Angioino, esso si colora anche di superstizione con la “leggenda del coccodrillo”. Tale leggenda racconta la presenza di un coccodrillo nei sotterranei del Maschio, che a quanto pare, divorava i prigionieri del re. Una delle tante leggende che si raccontano a Napoli, e che è possibile ascoltare soprattutto nei cosiddetti “vicarielli”, ossia nelle piccole stradine che s’intrecciano nella rete urbana della città. Seguendo le orme delle leggende, un’altra tappa importante, per chiunque intenda visitare Napoli, è il Chiostro di Santa Chiara, all’interno del quale, secondo una credenza popolare, vaga il fantasma della Regina Giovanna. Il Complesso Monumentale di Santa Chiara fu edificato tra il 1310 ed 1328 per volontà del re Roberto D’Angiò e della propria consorte. Esso comprende la Chiesa gotica, ma anche, il monastero ed il convento e fu costruito allo scopo di realizzare una cittadella francescana per accogliere nel monastero le Clarisse e nel convento vicino i Frati Minori. Una tappa veloce e soprattutto comoda, anche per chi visita la città portando con sé dei bambini, i quali potranno muoversi liberamente all’interno dello splendido chiostro maiolicato, costituito da ben sessantasei archi a sesto acuto che poggiano su altrettanti pilastrini in piperno rivestiti da maioliche con scene vegetali. Altro simbolo di Napoli, è il Duomo, a soli undici minuti a piedi, dal su citato Complesso monumentale di Santa Chiara. Per arrivare al Duomo, si procede mediante Via dei Tribunali, il Decumano Maggiore, che attraversava per tutta la sua lunghezza l’antica città di Neapolis, fondata dai greci nel V secolo a.C., l’attuale Napoli. Lungo il percorso sono visitabili splendide chiese gotiche, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Jack Vettriano: l’arte della sensualità in uno stile noir

Jack Vettriano, o meglio Jack Hogan, nasce a Methil il 17 novembre 1951 ed è un pittore scozzese di origini italiane, onorato da Elisabetta II d’Inghilterra con l’Ordine dell’Impero Britannico. Il riconoscimento da parte di Elisabetta II d’Inghilterra è per i servizi resi alle arti visive in Gran Bretagna, ma esso è anche strettamente collegato alle vendite dei suoi quadri alle celebrità. Quello di Jack Vettriano è un successo ottenuto con fatica, nel corso del tempo; il pittore nasce in Scozia da una famiglia di origini italiane; vive in povertà e ed è costretto ad abbandonare gli studi. Comincia presto a lavorare, cambia diversi lavori e a ventuno anni, la fidanzata di allora, gli regala degli acquerelli, il dono destinato a cambiargli l’esistenza. Il giovane Vettriano da quel momento, prese a dedicarsi costantemente alla pittura, ricopiando con pazienza i quadri di Edward Hopper e degli impressionisti, firmandosi “Jack Hoggan”, non riuscendo però per molti anni a sfondare. La svolta avvenne con l’ammissione alla mostra annuale della Royal Scottish Academy, nel 1988. I visitatori, colpiti dalla sua tecnica, acquistarono tutte le opere esposte in un solo giorno. A quel punto il pittore decise di adottare lo pseudonimo con il quale è conosciuto: Jack Vettriano; si crede che lo pseudonimo del pittore nasca in realtà da una storpiatura del cognome della mamma, ma non si hanno informazioni dettagliate a conferma di ciò. Un dato è certo, da quel momento, la carriera di Jack Vettriano cresce notevolmente, con un successo esponenziale. Al centro delle opere del pittore, il tema dell’amore, a volte romantico, altre sensuale, altre frustrante, altre ancora fatale. I soggetti rappresentati sono donne eleganti, immensamente belle, raffinate, desiderio di uomini mediterranei, immersi in relazioni spesso clandestine, perverse e sensuali al tempo stesso. Un’arte apparentemente semplice, ma che in realtà, ad un’analisi più approfondita, sottolinea una forte solitudine, che nasce nei contorni dei personaggi ritratti, spesso soli, angosciati. Una sensualità dalle movenze eleganti, capaci di scatenare in chi le osserva pulsioni nascoste e intime. Al successo internazionale dell’artista si è aggiunto di recente anche quello italiano, e case editrici quali Adelphi, Sellerio e Rizzoli hanno utilizzato le riproduzioni dei quadri del pittore per libri, calendari e poster. Quello di Jack Vettriano è uno stile artistico senza tempo, che colpisce i suoi numerosissimi fans, nonostante frequentemente la critica lo additi semplicemente con l’etichetta di “artista erotico”, senza andare oltre. In realtà, il pittore italo-scozzese Jack Vettriano ha più volte affermato che le proprie opere nascono da esperienze di vita personali, dagli incontri con donne seducenti e sensuali, anche terribilmente ammaliatrici. Tutto ciò è inserito in un desiderio probabilmente nostalgico del passato. Il contesto e l’ambientazione delle opere di Jack Vettriano sono riconducibili agli anni cinquanta, rievocati con sensaulità e romanticismo e nei quali il pubblico del pittore si riconosce. Uno dei dipinti più conosciuti di Jack Vettriano è “Il maggiordomo cantante”, dove una domestica e un maggiordomo, nascosti sotto un ombrello per ripararsi dal sole, osservano un uomo e una donna che ballano. Naturalmente, menzionare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Porto di Napoli: un rapporto di interdipendenza con la città

Il Porto di Napoli è uno dei più importanti d’Europa, con i suoi 12 km di estensione dal centro della città verso la sua parte orientale. Il Porto di Napoli è delimitato a ponente dall’antico Molo San Vincenzo, volto alla difesa del porto, e a levante dalla diga foranea Emanuele Filiberto duca d’Aosta. Le prime opere portuali risalgono al Medioevo nell’ambito del porto romano di Vulpulum, seguite poi nei secoli dalla costruzione di numerose opere foranee. Storia del Porto di Napoli La fondazione del Porto di Napoli s’inserisce nell’ambito della colonizzazione greca. Il periodo più florido, e quindi lo sviluppo vero e proprio del porto in età greca, si ebbe alla metà del V secolo a.C. periodo durante il quale, grazie all’influenza ateniese, divenne uno dei più importanti del Mediterraneo. Per quanto concerne l’età romana, è certificata la presenza di un grande bacino ben protetto che occupava l’area di piazza Municipio. Infatti, proprio in quell’area, recentemente sono state rinvenute cinque imbarcazioni e l‘antica banchina portuale durante gli scavi per la realizzazione della stazione Municipio. Con lo svilupparsi della dominazione normanna, il porto conobbe un periodo di grande splendore; ma il periodo di massimo splendore si ebbe con l’avvento degli Angioini, nella seconda metà del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò, grazie al quale il Porto di Napoli si ampliò, arricchendosi di nuovi edifici parallelamente allo sviluppo della città. Sotto il Regno dei Borbone (XVIII secolo) il Porto di Napoli si afferma come uno dei più attrezzati e forti a livello europeo. A Napoli attraccavano navi veneziane, genovesi, inglesi, turche, danesi ed altre. Anche la flotta militare mercantile, affidata all’intervento del ministro Acton, fu resa molto più potente. Fu il governo del ventennio a conferirgli l’importanza sempre crescente con la quale è giunto ed è conosciuto tutt’oggi. Il Porto di Napoli oggi Il Porto di Napoli rappresenta, come dice l’accezione stessa, una sorta di porta di ingresso della città partenopea, attraversata quotidianamente da innumerevoli turisti e cittadini, dove lavoratori e merci s’intrecciano. Attualmente la maggior parte dei traffici marittimi sono concentrati nei due moli principali: il Molo Angioino, il Molo Beverello, dove attraccano gli aliscafi che collegano Napoli con le isole del Golfo (Capri, Ischia, Procida) e Calata di Massa, da dove partono i traghetti e le navi veloci. Dal Porto di Napoli, essendo esso centrale, sono raggiungibili alcuni dei principali punti di interesse della città; tra questi, il Palazzo reale, il Maschio Angioino, Piazza Municipio, la Galleria Umberto e il Vomero, tutte facilmente raggiungibili a piedi. Ricordiamo che, il mare, nel tempo, ha rappresentato la principale risorsa per le città portuali, strumento fondamentale per gli scambi tra popolazioni, genti, culture e tradizioni. Grazie ai vari Porti, si sono innescati diversi processi di sviluppo locale e soprattutto una continua trasformazione degli approdi, degli elementi naturali e dell’ambiente costruito. Esistono città che, nel corso del tempo sviluppano un rapporto di interdipendenza con i propri porti, una tra queste è sicuramente Napoli; infatti, è proprio in questa ottica che il Porto di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Tesoro di San Gennaro: culto e devozione di un popolo

Il Tesoro di San Gennaro è unico nel suo genere.  Ha una storia di ben settecento anni ed è diventato immenso grazie alle numerose donazioni. Si è  mantenuto intatto senza mai subire spoliazioni e senza che i suoi preziosi fossero venduti. A proteggerlo, la Deputazione della Real Cappella del Tesoro, organizzazione laica voluta da un voto della Città di Napoli il 13 gennaio 1527 deputata prima alla sovrintendenza sulla costruzione della Cappella dedicata al Santo nel Duomo di Napoli, poi alla difesa della collezione da minacce esterne. Ancora oggi formata da dodici famiglie che rappresentano gli antichi “seggi” di Napoli. San Gennaro è il Santo più venerato e conosciuto al mondo, con numerosissimi devoti, e un tesoro a lui dedicato, unico e meraviglioso; fu nominato ufficialmente vescovo e martire patrono di Napoli, nel 1980 da Papa Giovanni Paolo II. Il Tesoro di San Gennaro rappresenta la storia di Napoli, un ambito quasi infinito che va al di là di ogni religiosità, e che colora di entusiasmo il popolo partenopeo. Per capirne l’immensa portata e valore, storico, religioso e culturale, basti pensare che il Tesoro di San Gennaro è più ricco delle collezioni reali di Russia e Inghilterra. Il fulcro di cotanta bellezza inizia dal “busto d’oro e d’argento” che custodisce le ossa del cranio, voluto da Carlo II d’Angiò, e dalla teca che conserva le ampolle del suo sangue, chiesta esplicitamente da Roberto d’Angiò. Ai due capolavori citati, si sono poi aggiunte, nel corso del tempo, altre meravigliose opere; tra queste la “mitra gemmata”  realizzata dall’orafo Matteo Treglia nel 1713; la mitra è un copricapo vescovile, realizzato con rubini, smeraldi e diamanti con un peso complessivo di ben diciotto chili. Altro oggetto di straordinaria bellezza è la leggendaria “collana” creata da Michele Dato nel 1679 e arricchitasi fino al 1879 di altre pietre preziose con le donazioni di regnanti di tutta Europa. Entrambe le opere furono fatte su commissione della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro per il busto Reliquiario del Santo. Meritano d’esser menzionati anche il “Manto di San Gennaro”, ricoperto e impreziosito con pietre preziose e smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato, e il “calice” con coperchio chiamato “Pisside” in argento dorato. Peculiarità e caratteristica unica del tesoro di San Gennaro è che esso, così come le ampolle contenenti il sangue del Santo, appartengono esclusivamente alla città di Napoli e dunque al popolo, che ne è custode e garante, e lo conserva intatto da secoli. A tal proposito infatti, un documento del 1527, attesterebbe un “patto” che il popolo napoletano, stipulò con San Gennaro. Il patto prevedeva la costruzione di una Cappella, in onore del Patrono di Napoli, una volta cessata la terribile epidemia di peste che si era diffusa in tutto il regno. Trascorsi parecchi secoli, accanto alla Cappella, fu realizzata un’altra struttura, che contenesse tutto l’immenso patrimonio devoluto al Santo, ossia il Museo del Tesoro di San Gennaro. San Gennaro, definito dai napoletani “faccia gialla“, denominazione che nasce dal colore appunto giallo, del busto-reliquia; […]

... continua la lettura
Culturalmente

Georg Simmel: il denaro come simbolo di modernità

Georg Simmel è stato un filosofo e sociologo tedesco; egli nacque a Berlino il 1° marzo del 1858. La sua opera principale è intitolata “Filosofia del denaro”, risalente al 1900; nell’opera, Georg Simmel, pone al centro del discorso, il denaro, come simbolo dell’epoca moderna. I riferimenti sono rivolti alla società del tempo, caratterizzata da rapporti umani pressoché distaccati, analizzati da Simmel nella prima parte dell’opera, per poi trattare, nell’ultima parte, le conseguenze di questa realtà fredda e basata sulla riduzione dei valori qualitativi e quantitativi. Una filosofia strettamente collegata alla psicologia, nella quale, la visione del mondo, si lega alla vita degli individui, mutando con il mutare di questa. La filosofia, secondo Simmel, non è oggettiva, in quanto ogni persona, in questo caso, il filosofo, analizza un “tipo”, ossia un modello personalizzabile alla ricerca di una verità, non assoluta, ma che evolve in base al contesto nel quale essa stessa si sviluppa e cresce. La visione del mondo e dell’uomo di Georg Simmel non è esclusivamente di tipo filosofico, essa si ricollega anche ad un ambito prettamente sociologico. Alcune delle più importanti riflessioni di Simmel, riguardano proprio l’ambito sociologico, in particolare nell’opera intitolata “Metropoli e personalità”, nella quale egli analizza alcuni dei caratteri fondamentali della metropoli del proprio tempo, fornendo degli importanti sputi di interpretazione applicabili alla società attuale. Le sue osservazioni circa la metropoli sono sia di carattere economico sia di carattere neuro-psicologico, collegabili ad una spiegazione psicologica e filosofica al tempo stesso; all’interno di queste due visioni, differenti tra loro, l’uomo – definito “metropolitano” – si muove, per adattarsi all’ambiente nel quale vive, sviluppando però un organo di difesa volto a proteggerlo dagli eccessivi stimoli. Quest’organo è l’intelletto, spesso contrapposto al cuore. L’uomo, in una visione di tipo economico, nella quale domina il denaro, sviluppa l’intelletto per reagire a tutto ciò e per acquisire un atteggiamento misurabile, in parte controllato, grazie al quale può rapportarsi con i suoi simili, utilizzando uno strumento che gli consenta di capire ciò che succede intorno a sé, monitorandolo e accettando esclusivamente determinati stimoli. Il denaro è la fonte e l’espressione della razionalità e dell’intellettualismo metropolitano ed è qualcosa di assolutamente impersonale, è un livellatore e riduce qualsiasi valore qualitativo ad una base quantitativa, portando quindi al determinarsi dell’ipertrofia della cultura oggettiva e all’atrofia della cultura soggettiva. Georg Simmel era uno studioso, filosofo e sociologo, spesso definito curioso e versatile; versatilità, spesso criticata, poiché definita mancanza di rigore. Simmel era un filosofo attento ai dettagli, capace di inserirli in una dimensione ampia, ossia la società metropolitana, nella quale ogni uomo cercava di sopravvivere. Una visione definibile “moderna”, riconducibile ai giorni nostri, che permette di collegare fenomeni distanti a stimoli, relazioni, esposizioni, dettagli, con vigore analogico. La modernità, quella che Georg Simmel già analizzava in passato, può essere paragonata ad una costellazione costituita da fenomeni ed elementi molteplici, non ordinati gerarchicamente, nella quale il passato si collega al presente, talvolta ripiombando in una dimensione nuova e al contempo il presente, si collega spesso al […]

... continua la lettura