Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Notizie curiose

Pipernia forte: tanti usi e proprietà benefiche

La pipernia forte, conosciuta anche come piperna, è un’erba aromatica, coltivabile sia in vaso che in giardino, dotata di rinomati benefici fisioterapici e molto utilizzata in cucina, nella preparazione di piatti tipici della tradizione. L’erba aromatica è diffusa soprattutto in Campania, in particolar modo ad Ischia, piccola isola del Golfo di Napoli, dove da sempre è utilizzata in campo culinario. Dal punto di vista fitoterapico, essa ha diverse proprietà, è drenante, depurativa e astringente, inoltre risulta essere un ottimo aiuto per le difese immunitarie, ha potere antisettico e combatte i parassiti dell’intestino. Infine, non certo per importanza, è ipocalorica (si calcolano circa 70 calorie per 100 grammi). Sicuramente uno dei benefici più apprezzati è quello di riuscire a stimolare il metabolismo, contribuendo in questo modo a bruciare grassi e allo stesso tempo ad inibire l’assimilazione degli stessi, riducendone di conseguenza l’assorbimento. La pipernia forte è una pianta perenne, alta circa 80 cm, caratterizzata da steli piuttosto sottili, dai quali fuoriescono le foglie di colore verde e dal piacevole quanto intenso profumo. Proprio grazie alla profumazione, oltre che in ambito prettamente gastronomico, la pipernia, è utilizzata anche nella preparazione di tisane e decotti, e soprattutto in campo cosmetico, per la realizzazione di oli essenziali, creme e profumi. La coltivazione della pipernia predilige terreni ovviamente feritili, umidi e sempre ben drenati, ecco perché essa cresce rigogliosa sull’isola d’Ischia, dove il sottosuolo è ricco di sali minerali e soprattutto riesce a mantenere un tasso di umidità costante. La pipernia forte, come accennato in precedenza, è una pianta aromatica antica, utilizzata in passato dalle massaie dei piccoli borghi (soprattutto campani) per arricchire zuppe e piatti tipici della tradizione locale. Essa è una pianta piuttosto resistente, difficilmente attaccata da parassiti o agenti esterni, e facile da coltivare, soprattutto in giardino. Grazie alle proprietà fitoterapiche e balsamiche (infatti è molto utile in caso di tosse e raffreddore) la pipernia forte, il cui nome deriva dal greco e significa “Coraggio”, i soldati romani solevano bagnarsi con acqua di Timo, alla quale spesso è associata, per acquistare vigore fisico e coraggio, è molto conosciuta ed apprezzata per il retrogusto amarognolo che la identifica. Una pianta dal sapore unico, dal profumo avvolgente, che racchiude nel suo esile fusto, l’essenza di una spezia dalle mille proprietà. Un vero e proprio concentrato di benessere, sia per chi ama lo sport, sia per coloro che la gustano, utilizzandola semplicemente come spezia, o ancora, per quanti usufruiscono dell’efficacia in campo medico. – Immagine in evidenza: Verde In Fiore

... continua la lettura
Notizie curiose

Plopping: come gestire i capelli ricci

Il plopping è una tecnica molto conosciuta ed è utilizzata per modellare e dominare i capelli ricci, spesso ribelli e ingestibili. Il termine deriva dall’inglese plop e significa letteramente “raccogliere i capelli in un panno”, che può essere un turbante in spugna o un asciugamani in microfibra. Il procedimento prevede che i capelli bagnati subito dopo lo shampoo vengano appunto arrotolati all’interno di un ‘panno’. Questa semplice e “banale” azione è utile in quanto consente di creare ricci morbidi o semplicemente delle onde voluminose, eliminando quel fastidioso effetto “paglia” che spesso affligge chi ha i capelli ricci. Anche se i prodotti per detergere e curare i capelli ricci (shampoo, maschere per capelli, spume, balsamo) sono sempre più numerosi, il problema della definizione del riccio interessa sempre più persone. Sembrerebbe infatti che la tecnica del plopping sia nata proprio per ovviare a questo problema, con un metodo semplice e soprattutto realizzabile da tutti. Plopping, il procedimento passo passo Una volta raccolti capelli tenendo la testa in giù, bisogna aver cura di sistemarli al centro del panno disposto su una superficie orizzontale. Il lembo anteriore del panno va appoggiato dietro la testa, dirigendolo verso la nuca; il lembo posteriore del panno va arrotolato in due estremità che devono essere attorcigliate tra loro dietro la testa per formare un turbante. Per quanto riguarda il cosiddetto“tempo di posa”, il mondo del web, dove sono numerosissimi i video tutorial a tal riguardo, si divide: c’è chi per l’appunto consiglia di tenerlo su tutta la notte; e chi invece sottolinea che il tempo di posa non debba superare i trenta minuti. Indipendentemente da questo, una volta rimosso il “panno”, strumento indispensabile per realizzare il plopping, basterà definire i capelli con le mani, senza aprire le varie ciocche, ma chiudendo ognuna di esse in una sorta di pugno chiuso, per dare una maggiore definizione al riccio; svolta questa semplice azione, si passa all’asciugatura, possibilmente con il diffusore, (applicando prima un buon termoprotettore, che permetterà di non bruciare i capelli con il calore sprigionato dall’asciugacapelli) senza toccare i capelli e asciugandoli  a testa in giù. I capelli ricci non sono facili da gestire, ma il plopping, con una serie di accorgimenti, può donare definizione e morbidezza ai propri capelli.   Immagine in evidenza:  Foto di Karen Arnold da Pixabay

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

... continua la lettura
Culturalmente

Libri da mettere sotto l’albero: dai grandi classici ai romanzi moderni

I libri da mettere sotto l’albero, come ogni anno, aumentano a dismisura, da quelli presenti nella cosiddetta “lista dei desideri” (che ogni appassionato lettore non può non avere) a quelli da regalare a qualcuno a Natale. Nonostante i tantissimi libri a disposizione, anche in formato digitale, quelli in formato cartaceo sono sempre un buon regalo da fare, soprattutto a quanti amano la lettura. Certo, scegliere dei libri da mettere sotto l’albero, potrebbe rivelarsi un’ardua impresa, in particolar modo quando sono da donare a persone con la passione per la lettura; in questo caso si potrebbe rischiare di regalare dei doppioni, oppure libri che rientrano in un genere non prediletto, o ancora, volumi in formati antichi e quindi vecchie edizioni, non sempre tradotte bene. Per quanto riguarda i possibili libri tra i quali scegliere, c’è ampia scelta; infatti, si può spaziare dai romanzi d’amore ai saggi, dalle poesie ai libri d’avventura, dai trattati storici, artistici, ai manuali. Secondo la tradizione “regalando un libro non si sbaglia mai”, ma non è sempre così. Infatti, per decidere quali regalare tra le varie proposte, è importante conoscere bene la persona alla quale si decide di fare tale dono. Spesso i libri prediletti sono quelli che rientrano in una determinata categoria, di tipo professionale – i libri sull’architettura o sulla geometria, ad esempio – o quelli legati ad una passione, il disegno, la fotografia, i viaggi, tra le altre cose. Sicuramente un consiglio a chi decide di regalare libri da mettere sotto l’albero di Natale, è quello di acquistare qualcosa che sia stato letto in prima persona. Questa piccola dritta è un modo per permettere una maggiore condivisione con chi riceve il libro, un modo per creare un legame, ma anche un confronto. Ovviamente, un buon libro può essere anche un semplice pretesto per rilassarsi a leggere, magari durante le festività natalizie, comodamente seduti accanto al proprio albero di Natale, in un’atmosfera che sappia conciliare il piacere per la lettura e il sano relax. I libri da mettere sotto l’albero sono numerosissimi, i titoli tra i quali scegliere sono infiniti e un altro consiglio, oltre ai due già citati, potrebbe essere quello di optare per un classico della letteratura italiana. In fondo, ogni persona ha un proprio libro strettamente collegato alla propria infanzia, o semplicemente ad un particolare evento, che vorrebbe rileggere. I grandi classici della letteratura sono libri intramontabili, sempre adatti ad ogni occasione, e in questo caso, perfetti come regalo da scartare. Anche in questo caso, dopo aver accuratamente selezionato una categoria di proposte tra le quali scegliere, c’è ampia scelta; si spazia da: “Piccole donne” di Louisa May Alcott, a “Canto di Natale” di Charles Dickens. Per quanto riguarda i libri più acquistati e, dunque, rientranti nella lista dei desideri, in Italia, al momento rientrano: Palomar, di Italo Calvino, un libro che aiuta a riflettere, soprattutto grazie al protagonista che “cerca di dare un’esatta definizione della realtà che lo circonda”. È un libro senza tempo, da mettere sotto l’albero sia come dono da fare a […]

... continua la lettura
Culturalmente

Successione di Fibonacci: la bellezza aurea dei numeri

La successione di Fibonacci è un modello lineare ed omogeneo, di notevole importanza, introdotto da Leonardo Pisano, un famoso matematico italiano. Egli visse gran parte della propria vita ad Algeri, dove appese i principi dell’algebra dai maestri arabi. Viaggiò molto è proprio grazie ai tanti spostamenti, in Siria, Egitto, Grecia, ebbe modo di conoscere i più grandi ed importanti matematici musulmani. La successione di Fibonacci nacque da un problema concreto, proposto dall’Imperatore Federico II di Svevia a Pisa nel 1223 durante un torneo di matematici. L’interrogativo era il seguente: quante coppie di conigli si ottengono in un anno, salvo i casi di morte, supponendo che ogni coppia dia alla luce un’altra coppia ogni mese e che le coppie più giovani siano in grado di riprodursi già al secondo mese di vita?! Fibonacci fu il primo a rispondere al test, con una velocità tale da sorprendere tutti e suscitando qualche interrogativo. La risposta è: 1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233,377… Ogni numero della successione si ottiene prendendo la somma dei due che lo precedono, con l’esclusione dei primi due. Tuttavia, seppur la spiegazione piuttosto “semplice”, una delle caratteristica principale dei numeri, è che la successione in realtà non si coglie subito. Uno più uno, dà come risultato due, uno più due, dà tre, due più tre, dà cinque e via discorrendo. La successione di Fiboancci è menzionata nel dodicesimo capitolo del Liber Abaci, un ampio trattato di aritmetica, pubblicato nel 1202, all’interno del quale, non solo si studiano le proprietà delle quattro operazioni, ma anche le caratteristiche di numeri definiti particolari, come i numeri perfetti o i numeri primi. Il trattato fu di fondamentale importanza per la conoscenza e lo sviluppo della matematica nella cultura occidentale. La famosa successione, da sempre ha attirato l’attenzione di molte persone, poiché studiandola ed analizzandola, si trovano numerose corrispondenze con la natura, tanto da essere soprannominata anche ‘successione divina’. Ciò che sorprende, è l’esistenza di un legame tra la natura e i numeri di Fibonacci che ben si accostano tra loro. Una sorta di geometria sottostante nell’evoluzione degli esseri umani, data dai numeri. Le increspature di uno stagno, oppure il numero di dita alle estremità degli arti, sono tutti fattori collegati alla successione. Inoltre, ogni margherita ha 5 petali, 8 o 13 spirali ha invece una pigna, 8,13 o 21, sono le file parallele di punte su un ananas (questo è uno degli esempi più celebri di filotassi, ossia la disposizione delle foglie nel gambo di piante e fiori). I numeri di Fibonacci sono presenti anche nel numero di infiorescenze di ortaggi come ad esempio, il broccolo romanesco. Oltre alla fillotassi e alla natura, la successione di Fibonacci, ha assunto nel corso del tempo, particolare importanza anche dal punto di vista artistico, infatti, a tal proposito, secondo Pietro Armienti, docente dell’Università di Pisa, le geometrie presenti sulla facciata della chiesa di San Nicola a Pisa, potrebbero essere un chiaro riferimento alla successione del matematico. Oltre a ciò, è da sottolineare anche l’esempio di alcune installazioni luminose, sia a Barcellona, sia a Napoli: nella città partenopea,  in particolare […]

... continua la lettura
Libri

Anja, la segretaria di Dostoevskij: il nuovo libro di Giuseppe Manfridi

“Anja, la segretaria di Dostoevskij“, è un romanzo scritto da Giuseppe Manfridi, celebre autore romano, edito da “La Lepre”. Si tratta di un libro estremamente affascinante, che, com’è testualmente citato in un capitolo, “non consente punti d’ombra”, essendo illuminato in ogni parte, in ogni dettaglio, anche quelli apparentemente poco importanti. Tale limpidezza narrativa si deve ad una scrittura non solo chiara, ma anche dettagliata e semplice, che, permette di immergersi completamente nella narrazione, lasciandosi trasportare dolcemente. Il romanzo ha per protagonista un quasi cinquantenne, Fedor Michajlovich Dostoevskij, affetto da epilessia, spesso irrequieto, e reduce dall’aver firmato un contratto capestro col suo mefistofelico editore, col quale s’impegna a consegnare un nuovo romanzo, in un mese. In caso contrario, perderà i diritti su tutte le sue opere passate e future. L’uomo, dopo vari confronti, si rivolge ad una scuola di stenografia che gli propina una delle migliori allieve, Anja Grigor’evna, una docile ragazzina, particolarmente curiosa, che ha ereditato dal padre la passione per la letteratura. Fra i due, sembrerà nascere qualcosa, in un rapporto di alti e bassi, di tensioni e complicità. La vera profondità narrativa del romanzo, perfettamente intessuta nella trama che lo compone, si percepisce, tra le altre cose, nei comportamenti di Anja, che, osserva attentamente, quasi in modo analitico e affannoso, il mondo, provando ad identificare tutto ciò che la circonda, proprio come se gli avvenimenti della propria esistenza fossero quelli di un libro, all’interno del quale ogni cosa si può leggere e capire e come se tutto avesse una spiegazione razionale. L’autore di “Anja, la segretaria di Dostoevskij”, propone la figura di uno scrittore piuttosto anziano, malato, che alterna momenti di pura tensione emotiva a momenti di nevrosi, dovuti alla fisiologia della malattia che lo affligge. Michajlovich Dostoevskij decide di affidare la propria opera ad una fedele custode, Anja, in un rapporto di complicità (si potrebbe dire non solo professionale) che spesso si colora di lunghi silenzi e diatribe, dovute alle continue domande, troppo frequenti, da parte della ragazza. Nelle pagine del proprio romanzo, Giuseppe Manfridi, ricostruisce l’identità di uno scrittore che ricompone, pezzo dopo pezzo, attraverso la stesura di un libro, le linee della propria esistenza, del proprio agire, in un labile confine tra verità, confronto, pulsioni e autocontrollo. Il lettore sin da subito riuscirà a lasciarsi trasportare dal romanzo, che procede con andatura “uniforme”, nonostante  lunghi silenzi o improvvisi cambi di scena che spesso intervengono a dare vitalità a situazioni o vicende. Inevitabile, in “Anja, la segretaria di Dostoevskij”, l’attenzione al celebre scrittore e filosofo russo attraverso una serie di tasselli della sua esistenza, e con particolare attenzione ad un periodo “concitato” della sua vita, ossia quando scrisse la celebre opera intitolata “Il giocatore”. Così come Dostoevskij aveva particolarmente a cura l’identificazione e la descrizione dei propri personaggi, anche in questo romanzo, di forte impronta storica oltre che letteraria e filosofica, l’autore Giuseppe Manfridi presenta dei personaggi che entrano nel cuore di chi legge, come se fossero persone reali. La passione di Anja per la scrittura, è tangibile in […]

... continua la lettura
Culturalmente

Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

... continua la lettura
Notizie curiose

Sigarette elettroniche: è il vitamina E acetato il responsabile delle morti

La sigaretta elettronica si è diffusa, almeno inizialmente, come aiuto per la cessazione dal fumo, prima causa di morte al mondo. Il presupposto si basa che una sostituzione della gestualità e ritualità, associata ad un qualche richiamo all’aroma del tabacco, con un oggetto molto simile alla sigaretta, potesse aiutare i fumatori a smettere. Ed è così, secondo alcuni esperti quali il professor Riccardo Polosa, direttore del CoEHAR – Centro di Ricerca per la Riduzione del Danno da Fumo, che qualche mese fa ha affermato, in una intervista pubblicata su Sigmagazine, che “I pazienti da noi studiati che hanno abbandonato l’utilizzo delle sigarette a favore di quelle elettroniche hanno dimostrato un miglioramento nelle condizioni respiratorie generali”. Tuttavia, da qualche settimana, si susseguono una serie di critiche e polemiche relative all’utilizzo di questi dispositivi, conosciuti in tutto il mondo e sempre più utilizzate anche in Italia. In particolar modo, ad essere sotto accusa, sono i liquidi che s’inseriscono nella sigaretta elettronica stessa, soprattutto quelli reperibili online; tra gli eccipienti incriminati c’è la vitamina E acetato, un ingrediente aggiunto ai prodotti a base di tetraidrocannabinolo (Thc) uno dei maggiori principi attivi della cannabis; proprio tale sostanza è stata identificata come “causa principale” nella malattie legate alle sigarette elettroniche che hanno fatto ammalare negli Usa ben 2051 persone uccidendone circa quaranta. Casi analoghi si sono susseguiti, secondo L’agenzia per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitense (Cdc), in seguito all’utilizzo di liquidi non certificati e addirittura droghe. Anche la Direzione generale del centro per le dipendenze e le tossicodipendenze in Italia ha lanciato un allarme, monitorandone gli effetti negativi; infatti, nonostante vi siano moltissime persone che non riscontrano problemi con l’utilizzo costante delle sigarette elettroniche, l’allarme lanciato dal “Cdc”, aumenta notevolmente la preoccupazione, anche nel nostro Paese. In Italia, circa il 10% dei fumatori che usano sigarette elettroniche, le compra su canali di acquisto non ufficiali, il che rappresenta al momento il maggiore fattore di rischio. I liquidi, per poter essere venduti, subiscono invece rigorosi controlli.  È opportuno comunque ricordare che le sigarette elettroniche, e a dirlo è l’AIRC, contengono meno sostanze dannose rispetto alle tradizionali sigarette. Nelle sigarette elettroniche non c’è combustione, il liquido viene riscaldato a basse temperature, e questo fa sì che le tossine cancerogene, come quelle presenti nel catrame, non si sviluppino. Il liquido, quando non viene modificato in maniera artigianale o sostituito con droghe, è un semplice composto di glicole propilenico, glicerina vegetale e aromi alimentari; gli effetti di una inalazione ripetuta di queste sostanze, prolungata nel tempo, anche in dosi elevate, non sono ancora ben noti, ma al momento non destano preoccupazione di sorta, almeno nel nostro Paese. Ciò non toglie che sia fondamentale una salda e limpida informazione su questo tema, soprattutto tra i più giovani, sia da parte delle istituzioni, sia dal punto di vista prettamente sociale. Ovviamente, in quest’ottica, appare chiara la necessità di una normativa, sia per regolamentare la produzione, sia per chiarire gli ambiti in cui è possibile utilizzare il dispositivo.

... continua la lettura
Culturalmente

Scultori famosi: un viaggio da Michelangelo a Canova

Gli scultori nel tempo hanno manifestato uno spiccato senso visivo, creando quelle che conosciamo come opere d’arte, con materiali quali: legno, metallo, argilla, pietra. Nel corso dei secoli, ogni scultore si è distinto per personalità, bravura, e soprattutto per la bellezza che scaturisce ancora oggi da tante opere. Per quanto riguarda la tradizione scultorea occidentale, essa ebbe inizio nell’Antica Grecia, soprattutto durante il periodo Classico. Ovviamente, nel corso dei secoli, i metodi scultorei sono mutati, arricchendosi di nuovi elementi, basati su nuove tendenze o linee di espressione. Tra gli scultori universalmente riconosciuti, una menzione di merito spetta sicuramente a Michelangelo Buonarroti. Considerato un genio artistico per eccellezna, fu uno scultore, pittore e architetto tra i più apprezzati, conosciuto soprattutto per “Il David” e “La Pietà”. Secondo Buonarroti, la scultura era già presente nel blocco di , il compito dello scultore era appunto quello di farla emergere, liberandola dal materiale in eccesso. Secondo questa teoria, il lavoro dello scultore, si traduce in due fasi, quella nella quale tramuta l’immagine che ha concepito mentalmente in un piccolo mondo e poi quella in cui trasferisce la forma nella pietra, fino a darle vita. Tutto ciò, secondo un canone che non si distaccasse mai troppo dalla realtà, dalla linearità e dalla classicità. Rientra in questa prospettiva “Il David”, una scultura in marmo, che rappresenta un giovane in postura fiera è concentrata sul gesto bellico contro il gigante Golia. L’aspetto è quello dell’eroe classico e infatti è scolpito nudo e muscoloso. “Il David”, col suo atteggiamento fiero e forte al tempo stesso, così realistico, diventò ben presto il simbolo di Firenze. Gli arti della scultura sembrano flettersi e distendersi in una configurazione posturale tipica della Grecia classica. Per questa scultura Michelangelo utilizzò un unico blocco di marmo. Un altro nome che figura tra gli scultori famosi, è Donatello, considerato il padre della scultura rinascimentale, abile con pietra, bronzo, marmo, stucco e argilla, dominando però anche il genere del bassorilievo. Famoso il suo “David”, ma anche “Giuditta e Oloferne”. Per quanto riguarda “Il David“, il personaggio è un giovane re e pastore che divenne il simbolo delle virtù civiche della Repubblica di Firenze.  Donatello fu un grande amico di Filippo Brunelleschi, col quale ideò di nuovi stili e linguaggi artistici. Non smise mai di sperimentare e seppe rinunciare in alcune sue composizioni alla perfezione dell’arte classica per creare delle immagini realistiche, quasi brutali nella loro essenza. Ovviamente, in questa prospettiva, è bene precisare, che l’antico non rappresentò mai un modello assoluto per gli scultori finora menzionati, bensì una strada maestra da seguire. Tra gli scultori famosi, va ricordato Antonio Canova, artista neoclassico ed esponente di una concezione dell’arte dalla valenza universale. Lo sculture di Canova è molto apprezzata, soprattutto per “Amore e Psiche”, di cui realizzò due versioni. L’opera si rifà al racconto contenuto nell’Asinus aureus di Apuleio. La maestosa scultura ha rappresentato un vero e proprio esempio nel corso degli anni, per diversi artisti, specie durante il periodo neoclassico. La bellezza dei due soggetti rappresentati, appare come se fosse […]

... continua la lettura
Culturalmente

Preposizione articolata: come si forma

La preposizione, in grammatica, è una parte invariabile di un discorso che crea un legame tra le parole e le frasi. La parola preposizione deriva dal latino “praeponere”, ossia porre davanti. In italiano, le preposizioni si dividono in: semplici e articolate. Le preposizioni articolate si ottengono unendo le preposizioni semplici con gli articoli determinativi. Dunque, per formarle, alle cosiddette preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) si aggiunge un articolo determinativo, che poi andrà a formare, la preposizione articolata. Ricordiamo che alcune di esse cambiano, altre restano invece invariate; ciò significa che, con l’articolo determinativo la preposizione può fondersi e creare una terza parola, oppure si otterranno semplicemente due parole separate, costituite da: preposizione e articolo determinativo. Attenzione a non confondere la preposizione articolata di più articolo con l’articolo partitivo, che non introduce un complemento indiretto. Ad esempio, nella frase: vorrei del pane, – del pane è complemento oggetto o diretto. Come si formano le preposizioni articolate Bisogna anzitutto precisare che solo alcune delle preposizioni semplici, formano, unite ad un articolo determinativo una preposizione articolata. Tra queste: di, a, da, in, su, per, più un articolo determinativo, (il, lo, la, i, gli, le). L’accostamento tra preposizione semplice e articolo determinativo, rappresenta una sorta di addizione, dalla quale si avrà poi un risultato, dato appunto, dalle preposizioni articolate. Anche con, per, te e fra, possono essere seguite da un articolo ma in questo caso preposizione e articolo non si uniscono. Preposizione articolate: come si sceglie correttamente l’articolo determinativo da aggiungere Capire quale sia l’articolo determinativo giusto da accostare alla preposizione semplice per ottenere quella articolata, è piuttosto semplice; ciò avviene in relazione al nome o all’aggettivo che segue la preposizione. Ovviamente ciò diventa ancor più facile, conoscendo le regole che caratterizzano in grammatica, nella lettura e nella scrittura, la lingua italiana. Ad esempio, è risaputo, lo insegnano a scuola sin da piccoli che l’articolo la si utilizza davanti a nomi femminili singolari che cominciano per consonante. Nel caso specifico delle preposizioni articolate “di più la” diventa  della. Per quanto riguarda invece “di più i”, in questo caso cambia leggermente la preposizione che diventa dei, utilizzata davanti ai nomi maschili al plurale che cominciano per consonante: “dei ragazzi molto simpatici” ad esempio. Ricordiamo che le preposizioni sono delle particelle invariabili, che possono essere seguite da un nome, un pronome o da un verbo all’infinito e hanno diversi usi e significati a seconda del contesto in cui si impiegano. Le preposizioni articolate svolgono le medesime funzioni delle preposizioni semplici, infatti hanno la stessa valenza, anche se non è semplice, non solo per un non italofono, capire come e quando utilizzarle e quindi farne buon uso. Il problema fondamentalmente è che non è possibile stabilire una regola precisa per il loro utilizzo ma esistono alcune tendenze, precedentemente indicate. Ripassare le preposizioni  Volendo dare uno sguardo alle preposizioni semplici (ricordiamo che esse non vanno mai accentate) e articolate, si può fare riferimento allo schema riportato, che semplicemente, e in modo chiaro, menziona il passaggio da preposizione semplice ad […]

... continua la lettura
Culturalmente

Dipinti di Caravaggio: un viaggio tra realtà e sacralità

Un viaggio tra i più famosi dipinti di Caravaggio. Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, nacque a Milano presumibilmente intorno al 1571, probabilmente a Caravaggio, un paese vicino a Bergamo di cui era originaria la sua famiglia. Sempre avvolto in un’aura di mistero, Caravaggio rappresenta uno dei pittori più amati e studiati nel tempo. Per capire a fondo i dipinti di Caravaggio, bisogna andare oltre quella che è definita la cosiddetta interpretazione canonica, ed osservare quell’immensa bellezza, spesso ammaliata e disseminata sulle tele da egli realizzate. La sua carriera artistica ebbe inizio a tredici anni, quando andò a bottega dal pittore manierista Simone Peterzano, a Milano. Per molti anni non si ebbero più notizie sulla vita del giovane Caravaggio, fino al 1594, anno in cui l’artista si trasferì a Roma. E proprio l’anno seguente, il 1595, realizzò uno dei suoi dipinti più famosi, “I bari”, con il quale guadagnò l’appellativo di miglior pittore della città eterna. Un dipinto molto importante, commissionato dal cardinale Francesco Maria del Monte, che ebbe un ruolo fondamentale nella vita travagliata di Caravaggio. La scena dipinta da Caravaggio ha tre giocatori di carte come protagonisti; ad un primo sguardo, si può facilmente capire che sia in corso una truffa ai danni di uno dei protagonisti; due dei giocatori sono in combutta per sconfiggere, con l’imbroglio, il ragazzo che si trova alla sinistra della scena. Ciò che colpisce maggiormente in questo splendido dipinto è la luce che lo caratterizza; essa proviene dall’esterno, e permette non solo di distinguere perfettamente i tre personaggi, gli indumenti, ma anche l’ambiente in cui essi sono inseriti. Ovviamente la scena è ricca di dettagli, dalla piccola spada presente nella tasca di uno degli imbroglioni, agli occhi attenti di questi ultimi; infatti, grazie alla posizione che essi occupano nel dipinto, i due truffatori, sembrano avere un solo occhio, un dettaglio da non sottovalutare, nella pittura del Caravaggio, che permette di comprendere il loro ruolo preciso in quel determinato contesto. Dettagli nascosti che però consentono di lasciarsi trasportare dalla grandezza di un pittore amato, ancora oggi oggetto di analisi da parte degli storici dell’arte. Un altro dipinto famoso di Caravaggio, nel quale sono presenti dei significati nascosti, è il “Bacco”, dipinto tra il 1596-1598. Il celebre dipinto fu commissionato dal cardinal Francesco Maria Bourbon del Monte, ambasciatore mediceo a Roma, per regalarlo a Ferdinando I de’ Medici in occasione della celebrazione delle nozze del figlio Cosimo II. Al centro della rappresentazione, Bacco, dio del vino e dell’ebbrezza. Secondo il canone tradizionale è nudo, con una corona di foglie di vite o di edera, con in mano il tirso e un grappolo d’uva o una coppa di vino. Come sottolineato in precedenza, questo dipinto è anche esso ricco di spunti di riflessione e significati nascosti che ad una prima osservazione dell’opera potrebbero sfuggire. Secondo alcune interpretazioni recenti, il dipinto potrebbe essere riferito a Dioniso, e secondo la filosofia neoplatonica, che collega i miti classici con i contenuti cristiani, Dioniso per somiglianza viene collegato a Cristo, perché il mistero […]

... continua la lettura
Culturalmente

Alda Merini, dieci anni dalla morte della poetessa folle

Il primo novembre del 2009 moriva Alda Merini, poetessa e scrittrice di riconosciuto talento. Un tempo si diceva che il poeta fosse il cantore delle città, ed è ciò che ha rappresentato la poetessa Alda Merini, scomparsa dieci anni fa. La celebre poetessa nacque il 21 marzo del 1931 e rappresenta una delle scrittrici italiane più apprezzate. La sua esistenza fu un continuo alternarsi tra manicomi e vita sociale, tra crudeltà e realtà, della quale Alda Merini si nutriva, scrivendone, mettendo nero su bianco. La poetessa era, ed è ancora oggi il simbolo di Milano, la propria città, che recentemente le ha dedicato un ponte, in un legame estremamente profondo che la univa fortemente ai milanesi e, di conseguenza, al quartiere dove abitava. Chi l’ha conosciuta bene, riferisce che Alda Merini, era solita avere sempre con sé un quaderno ed una penna, perché improvvisamente le parole che compongono le sue poesie bussavano alla porta del suo cuore, chiedendo di uscire. Un dettaglio ancora oggi riconosciuto, è il modo spontaneo e terribilmente diretto con il quale la poetessa scriveva; nelle sue parole, erano racchiusi i terribili momenti trascorsi all’interno dei manicomi, i retroscena riconducibili alla forza e alla lucidità di una donna tenace e con tanta voglia di esprimersi. Le poesie composte, descrivono un’esistenza vera, seppur drammatica e spesso non gioiosa, raccontano degli uomini che fecero parte della vita della Merini, degli incontri con altri poeti e scrittori, tra questi sicuramente non si possono non menzionare, Spagnoletti e Quasimodo. Secondo la critica, questi sono alcuni dei motivi principali per i quali la produzione di Alda Merini è tanto amata e ancora oggi tanto analizzata. Si può affermare che il metodo letterario proprio della poetessa si discosti dal canone tradizionale, poiché ogni componimento era un racconto diretto, e spesso crudo, di un evento o di una vicenda vissuta in prima persona. Data la vasta produzione letteraria, è piuttosto difficile stabilire quale delle sue numerose opere la rappresenti nel modo più compiuto. Sicuramente i diversi episodi di internamento, rappresentarono un’essenza mostruosa che man mano si sedimentò nell’animo della poetessa. Era abituata alla follia, non le faceva paura, anzi, ella stessa la definiva una delle cose più sacre che esistano sulla terra, un dolore purificatore. Sorprendente ed emblematica da questo punto di vista, è una poesia intitolata “La terra santa” (pubblicata nella raccolta Vuoto d’amore) nella quale faceva riferimento al Messia confuso dentro la folla: “un pazzo che urlava al Cielo”. Si legge, attraverso quelle che sembrerebbero delle semplici allegorie, il dolore folle di una donna, che non perse mai la lucidità e la voglia di scrivere, facendo della sofferenza una materia prima. Sull’esperienza in manicomio, Alda Merini, rivelò che in quell’ambiente il tempo era come se non esistesse, anche perché non c’era nessuno da aspettare e niente da fare, soprattutto. Sono trascorsi dieci anni da quando la poetessa e scrittrice ci ha lasciati, ma questo tempo sembra essere meno lungo, grazie alla memoria e all’insegnamento insiti nei suoi splendidi e crudi componimenti. Alda Merini è dunque riuscita a […]

... continua la lettura
Culturalmente

Uomo sapiens: storia ed evoluzione di una specie

La denominazione latina di “homo sapiens” indica l’ uomo sapiente, e con essa si fa riferimento all’uomo moderno, così come venne classificato da Linneo, un medico svedese, nel 1758. Nell’evoluzione umana, ossia il processo di evoluzione dell’uomo sapiens, come una specie ben distinta sulla terra, questa categoria umana, è l’unica rappresentante vivente. L’uomo ha una propria storia evolutiva, che nel corso del tempo ha contribuito a mutare e determinare l’aspetto fisico ma anche precise caratteristiche culturali, sociali, etiche e comportamentali. Si tratta di un processo durato milioni di anni, grazie al quale l’uomo, così come appare oggigiorno, è diventato. Inoltre, grazie allo studio dei vari resti fossili ritrovati, è possibile ricostruire la successione e quindi l’evoluzione degli ominidi fino alla nostra specie, ossia l’uomo sapiens. Alcuni studi recenti sottolineano che l’umanità discenda da una popolazione di individui vissuti in Africa, circa 200.000 anni fa, ossia il gruppo più antico di uomo sapiens che abbia popolato la terra. Naturalmente esiste una successione temporale ben scandita tra le varie specie di ominidi, perfettamente distinguibili tra loro, con peculiarità e tratti distintivi che man mano sono andati evolvendosi. Spesso, quando si parla della specie umana, si fa riferimento ad un albero ben ramificato, una sorta di cespuglio, all’interno del quale, si delineano tanti elementi di attribuzione che portano frequentemente a modificare o mettere in discussione i modelli evolutivi precedentemente ipotizzati. L’origine dell’uomo moderno e quindi dell’uomo sapiens, è uno degli argomenti attualmente più dibattuti; gli interrogativi in realtà nascono tra coloro che teorizzano una origine africana recente e quelli che invece teorizzano una evoluzione multiregionale dell’uomo sapiens. La prima teoria, sostiene con convinzione la comparsa dei sapiens in Africa come una nuova specie che poi sarebbe andata evolvendosi in tutto il mondo, sostituendosi alle popolazioni esistenti. La seconda teoria invece, sostiene che ciascuna delle popolazioni attuali derivi dalla rispettiva popolazione arcaica di quella stessa regione, partendo dall’homo erectus, evoluto poi il parallelo grazie ad incroci vari. Storia dell’uomo sapiens I resti più antichi di uomo sapiens sono stati ritrovati in un villaggio dei Carpazi. Si tratta della mascella di un maschio adulto e delle ossa di due ragazzi, tra cui un adolescente, vissuti in quella che è l’attuale Romania 34-36 mila anni fa. Gli studiosi hanno analizzato la grandezza della mascella dell’uomo adulto ritrovato, che appare notevolmente sviluppata e piuttosto grande. Questa caratteristica, molto importante, fa ipotizzare che possa esistere un incrocio tra uomo sapiens e gruppi umani ancora più arcaici, come ad esempio l’uomo di Neanderthal. Secondo la “Teoria della migrazione africana”, tutti coloro, appartenenti alla categoria Homo, che rimasero in Africa, si evolsero poi in uomo sapiens. Solo successivamente, si pensa che emigrarono alla volta dell’Africa e l’Oceania, incontrando le specie già formatisi in precedenza. Aspetti fisici e comportamentali L’uomo sapiens, si caratterizzava per una corporatura tozza, il cervello piuttosto sviluppato e mani abili, ma anche forti denti, ottimi per addentare la carne delle prede, in genere orsi, bisonti ma anche pesci. Dagli studi condotti, è chiaro che l’uomo sapiens comprese il valore del fuoco, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

... continua la lettura
Culturalmente

Teoria del piacere: un’indagine sulla felicità dell’uomo

Giacomo Leopardi, celebre poeta, scrittore, filologo italiano, nacque a Recanati nel 1798, ed è una delle personalità più studiate ed analizzate, del panorama letterario italiano. Tra le innumerevoli e meravigliose opere della produzione leopardiana, spicca, lo Zibaldone, una raccolta di pensieri, nella quale è enunciata la famosa teoria del piacere, così come egli stesso la denomina. La celebre teoria, è racchiusa in circa venti pagine, scritte tra il 12 e il 23 luglio del 1820. La teoria del piacere sviluppata da Giacomo Leopardi, si fonda su un principio cardine, ossia: ciò che muove le azioni degli uomini, è il raggiungimento del piacere. La vita dell’uomo è caratterizzata dalla presenza quasi costante di desideri, tendenzialmente infiniti, poichè, l’individuo vorrebbe che non finissero mai. In realtà, è bene precisare che, l’inclinazione o tendenza al piacere non conosce limiti perché essa stessa è connaturata all’esistenza. Tuttavia, al contrario, gli strumenti con i quali l’uomo può soddisfare i propri piaceri, tendendo alla felicità, sono limitati, effimeri e ciò crea una distanza incolmabile tra il desiderio del piacere e l’impossibilità di soddisfarlo. Nel pensiero leopardiano, l’uomo in quanto essere finito, è infelice, perché la felicità è identificata esclusivamente con il piacere materiale, che è infinito. La teoria del piacere, elaborata nello Zibaldone, si collega secondo gli studiosi, alla prima parte del pessimismo leopardiano, dell’esistenza intesa come sofferenza e quindi come impossibilità di appagare i propri desideri. Teoria del piacere: un’indagine sull’infelicità dell’uomo Giacomo Leopardi, dopo aver preso consapevolezza della vanità delle cose che caratterizzano la quotidianità, e l’impossibilità di soddisfare i piaceri dell’animo umano, definisce questi due importanti aspetti, gli “assiomi” della teoria del piacere, quindi causa e contesto in cui e per mezzo di quali, si sviluppa la teoria stessa. Essa si identifica quindi come una vera e propria indagine sull’infelicità dell’uomo. In questa visione, la felicità è identificata con il piacere; ogni uomo, per sua natura desidera il piacere, che però è infinito e quindi sostanzialmente irraggiungibile. A causa di queste motivazioni, nel corso dell’esistenza, l’individuo continua a provare sofferenza per l’incapacità di soddisfare i propri piaceri, che si tramutano in desideri non appagati e quindi in pessimismo. Secondo Loepardi, la vita è un continuo alternarsi di desidero di piacere e insoddisfazione e quindi dolore per il mancato raggiungimento. L’uomo, anche nel momento di pieno piacere, continuerà incessantemente a sentirsi insoddisfatto e inappagato, preso dal desiderio di appagare altri piaceri. Teoria del piacere e felicità: un legame indissolubile Lo scopo primario della vita dell’uomo è il piacere e quindi l’appagamento individuale. Come è scritto in un passo della “teoria del piacere”, – l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio – infatti, in riferimento a ciò, si determina uno degli aspetti principali del pensiero leopardiano, il piacere come sinonimo di felicità, raccolti in un legame indissolubile. Ogni individuo, grazie al desiderio, può sentirsi vivo, poiché una vita senza piacere non sarebbe vera esistenza; è dunque esso che rende gli uomini vivi e al contempo infelici. Un desiderio soddisfatto corrisponde ad un altro desiderio da […]

... continua la lettura
Culturalmente

La Grotta Chauvet: pitture rupestri e arte preistorica

Viaggio nella Grotta Chauvet La Grotta Chauvet si trova nel Midi della Francia, dipartimento Ardèche, presso la pittoresca località di Vallon-Pont-d’Arc; è un sito preistorico dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Si tratta di una delle caverne più importanti e meglio conservate della quotidianità risalente a trentaseimila anni fa. L’ingresso della splendida Grotta, fu ostruito a seguito di uno smottamento, motivo per il quale essa è rimasta sconosciuta per tanto tempo, celata in una sorta di oblio che l’ha resa ancora più interessante. Nel dicembre del 1994 tre appassionati speleologi la scoprirono, trovandosi dinnanzi ad uno spettacolo inatteso e maestosamente meraviglioso, dalla valenza storica estremamente rilevante. Ben ottocento metri di gallerie e sale, un tempo abitate, e migliaia di disegni raffiguranti animali di varie specie, dai leoni delle caverne ai mammut, ma anche rinoceronti ed orsi, e altre creature estinte dalla glaciazione; animali rari, che purtroppo però, non possono essere ammirati dai tanti curiosi che vorrebbero visitare la Grotta. I dipinti infatti, tipici dell’arte rupestre del Paleolitico, sono a rischio conservazione, motivo per il quale nessuno può accedere all’interno del sito preistorico. La decisione di chiudere al pubblico la Grotta Chauvet, rappresenta una misura di sicurezza necessaria per proteggere le opere da eventuali batteri che potrebbero causare la proliferazione di alghe e funghi sulle pitture, le incisioni e i disegni e portare al deterioramento e alla sparizione dell’importante patrimonio artistico. Tuttavia, in Francia, è stato realizzato un sito archeologico che replica in scala naturale la Grotta, poco distante dal sito originale, con le stesse cromie, luci, angolazioni e profondità. All’interno della Grotta, appare un repertorio artistico di centinaia di animali, fra gli elementi di spicco e di maggior interesse del sito. Tra questi, ciò che sorprende maggiormente, è il carattere “tridimensionale” delle splendide pitture, elementari ma al tempo stesso complesse. Un quadro rappresentante dei cavalli, ad esempio, li mostra disegnati frontalmente, ma, spostandosi di qualche centimetro, sembrerà che essi si muovano, in un disegno dinamico che conferisce movimento alla raffigurazione. Tutto ciò rende quasi surreali quei disegni; è come rivivere quella realtà, una quotidianità ovviamente lontana, ma resa viva dalle raffigurazioni che “abbracciano” quelle pareti irregolari seguendone perfettamente il perimetro. Per quanto concerne la datazione cronologica della Grotta Chauvet, essa sarebbe riconducibile all’Età della Pietra, ma tutt’oggi, le caverne, ma anche i fossili ritrovati al suo interno, sono sottoposti a continue analisi, per inserirle in una collocazione storica precisa. Le opere artistiche risalgono quindi all’Aurignaziano (40.000-30.000) e le ultime tracce dei visitatori al Gravettiano. Oggi i pochissimi studiosi autorizzati ad entrare all’interno della caverna per motivi di ricerca, sfruttano l’accesso già esistente che fu utilizzato dai tre speleologi che inaspettatamente la scoprirono, mentre quello preistorico originario è ancora ostruito dai massi litici. Oltre alla bellezza strabiliante della Grotta, dei disegni, delle linee dinamiche e prospettiche che li caratterizzano, un aspetto che rende tutto ancora più significativo, è la presenza all’interno di una delle sale più fitte e buie, di un grosso masso, sul quale è stato rinvenuto il teschio di un orso. Il masso ha […]

... continua la lettura
Libri

Il Guaritore, il nuovo libro di Renzo Brollo

Il Guaritore, di Renzo Brollo, pubblicato da Diastema Editrice, è una storia lunga, che ha inizio tanti anni fa.  Una narrazione apparentemente semplice che coinvolge e si caratterizza per una forte delicatezza, come una raffica di vento che s’alza improvvisamente, mutando carattere e scatenando sensazioni diverse. Renzo Brollo ha immaginato l’esistenza di un bambino predestinato, la cui voce sembrerebbe fatta apposta per guarire le ferite dell’anima di chi lo ascolta. Il Guaritore: la trama È una storia liberamente ispirata alla vita di uno dei più famosi cantanti del Settecento: Carlo Broschi detto Farinelli la cui voce, bianca e fortemente coinvolgente, allietò la nobiltà per lunghi anni. I cantanti come Farinelli, ebbero una esistenza piuttosto sofferente, che li portò a condurre una vita fuori dall’ordinario. Partendo dalla vicenda di Farinelli, che alla corte dei reali di Spagna guarì il re malato di depressione cantandogli ogni notte le stesse quattro arie, l’autore ha immaginato un piccolo Carlo moderno, che diventerà guaritore e rappresentante, a tratti felice e tratti infelice, così come la propria condizione, presumibilmente non desiderata, prevedeva. La struttura del romanzo: sensazioni ed emozioni contrastanti Il romanzo Il Guaritore è costituito da un preludio e sette movimenti, racconta un lungo processo di formazione che inizia da un trauma; il protagonista della storia, Carlo, avrà (inconsapevolmente) un compito importante e faticoso al tempo stesso, quello di ripulire, grazie alla propria voce, i “drammi” di coloro che portano segni e ferite nei propri cuori. Un compito di certo non semplice, che porta con sé numerose implicazioni, non sempre positive. Un libro profondamente melodico nella narrazione e nella stesura della storia, colpisce sin dalla copertina, sulla quale è raffigurata una figura circondata da piume bianche di pavone, candide e con sul viso una maschera argentata dal lungo becco. La vicenda narrata è esemplare, poiché fa riferimento ad un aspetto chirurgico che affonda le proprie radici nell’antichità, ma è volta a preservare l’identità e la funzione del protagonista, Carlo, il quale inevitabilmente sarà sottoposto a quello che può esser definito un vero e proprio trauma, che probabilmente lo segnerà per sempre. Al centro della vicenda inevitabilmente ci sono i temi dell’arte e della musica, ma anche la psicologia che si nasconde nelle pieghe dell’essere, dell’identità di una persona e di conseguenza le emozioni che essa può suscitare. Oltre al protagonista principale, si susseguono una serie di personaggi inseriti in un insieme di caratterizzanti tensioni emotive, che trascinano il lettore in una dimensione nella quale si celano numerosi aspetti, tutti diversi. Il Guaritore, così come il suo personaggio principale, è un libro dalla scrittura accorta e sinergica al tempo stesso, a volte sbrigativo, altre volte dettagliato. Renzo Brollo ha saputo creare l’immagine di un bambino sulle cui spalle pesano le scelte degli altri, naturalmente non dettate dal suo cuore o dalla sua mente- si potrebbe quasi affermare che si tratti di “scelte non scelte”- di una consapevolezza amara che gli si ritorcerà contro; il protagonista rappresenta un filtro che ha il compito di guarire con la propria […]

... continua la lettura