Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Pompei: un altro sensazionale ritrovamento

Una nuova rivelazione a nel Parco archeologico di Pompei, che si configura come una vera e propria miniera eterna, dall’inesorabile bellezza. Pompei: una “miniera di bellezza e suggestione” I lavori di scavo condotti nelle ultime due settimane hanno restituito due corpi integri di due fuggiaschi, due uomini, un patrizio e il suo schiavo, probabilmente, perfettamente conservati. Ricordiamo che il sito archeologico di Pompei è chiuso al pubblico, secondo quanto stabilito dalle nuove norme previste dal Governo Conte, ma continua a regalare emozioni. Emozione e soprattutto stupore: duemila anni dopo l’eruzione che rase al suolo il piano superiore di Pompei, il rinvenimento dei corpi di due abitanti della città. Una scoperta sensazionale che aggiunge enfasi e suggestione ad un sito archeologico così importante e rinomato, visitato ogni anno da milioni di turisti italiani e stranieri. Grazie alla tecnica dei calchi in gesso, i due corpi sono stati recuperati con la stessa tecnica ideata nel 1863 dall’archeologo Giuseppe Fiorelli ed enormemente affinata. Del gesso liquido versato sui corpi aiuta a ricostruirne forme e sembianze, restituendo un’immagine che permane nel tempo. La scoperta, recentissima, ha come sempre suscitato grande stupore in tutti, esponenti del mondo politico e culturale intervenute sulla questione e, tra questi, anche il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che ha definito il ritrovamento “stupefacente”. Ovviamente, anche il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, ha commentato soddisfatto. “È un ritrovamento eccezionale. Le ultime settimane sono state febbrili; abbiamo avvertito la presenza di vuoti nella coltre di materiale piroclastico e da lì la sorpresa dei resti umani. C’erano le condizioni ottimali per provare a ottenere il calco delle vittime, e l’esperimento è pienamente riuscito”: ha dichiarato senza nascondere la propria soddisfazione per l’andamento dei lavori di scavo. I corpi provengono dalla villa suburbana di Civita Giuliana, sfavillante tenuta di epoca augustea con saloni e terrazze che guardano al mare. È ubicata all’esterno delle mura pompeiane circa settecento metri a nord-ovest. I due corpi, quasi adagiati con le mani giunte sul petto, sembrano riemergere da una terra addormentata, ma nella quale l’identità storica è molto forte. Un altro tassello importante si aggiunge alla suggestione pompeiana a tutto ciò che inevitabilmente appartiene al patrimonio culturale italiano e non solo della Campania. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/pompei-italia-antica-romano-3704263/

... continua la lettura
Libri

Quel prodigio di Harriet Hume: il libro di Rebecca West

Quel prodigio di Harriet Hume, edito da Fazi, è un libro inedito scritto dall’autrice Rebecca West che tra magia e disincanto riesce a far trapelare un forte ed ammaliante amore, attraverso una storia che saprà sicuramente sorprendere i lettori. Il nuovo libro di Rebecca West: tra amore e disincanto La narrazione si basa su una coppia di amanti, lei una pianista e lui un politico dalle forti ambizioni, in realtà due antipodi che, parola dopo parola, si avvicinano e si allontanano, indissolubilmente legati da un filo che non si spezza mai. I due personaggi, follemente uniti in un rapporto quasi magico, si completano a vicenda e soprattutto lei, pianista stravagante, talvolta simpaticamente svampita, riesce a leggere nel pensiero dell’amato, costringendolo a fare i conti con sé stesso. Quel prodigio di Harriet Hume, sembra quasi richiamare un sonetto d’amore, che svela in realtà i caratteri psicologici e relazionali di due persone nettamente diverse ma briosamente in sintonia. La sinergia e la positività che sprigionano dal romanzo, è dovuta alla penna estremamente originale e delicata al tempo stesso propria dell’autrice, Rebecca West. Tra i temi trattati, oltre all’amore, sono molto importanti per comprendere gli sviluppi dei due personaggi il disincanto, un sentimento che insegue un altro sentimento, la presa di coscienza di sé, la razionalità, la casualità. Quel prodigio di Harriet Hume: una “fiaba” moderna dai contorni antichi Sicuramente, oltre alla profondità dei temi trattati, ciò che colpisce il lettore, è l’ambientazione, che svolge un ruolo importantissimo all’interno della cornice narrativa; la suggestiva quanto deliziosa Londra, con le varie zone che fanno da sfondo (quasi configurandosi come reali, a portata di mano e non solo dell’immaginazione che scaturisce dalla lettura) nella descrizione di un amore fatto non di compromessi, come una nota musicale stonata in una canzone perfetta, reso perfettamente dallo stile travolgente e quasi magico che crea l’autrice. I due personaggi, due innamorati, seppur in modo diverso, non rappresentano due semplici “pedine” in balia degli eventi; sono piuttosto due persone perfettamente identificabili, con connotazioni ovviamente varie e che vivono a modo proprio lo stesso amore di cui si nutrono. Per quanto riguarda Harrie, è una donna che riesce a compiere un processo di evoluzione dell’animo e della personalità del protagonista, arrivista senza scrupoli. Ella potrebbe esser paragonata alla donna angelo del Dolce Stil Novo, che con dolcezza e al contempo abilità (priva di qualsiasi cattiveria) contribuiva con l’amore, ad elevare l’uomo. Questo fondamentalmente è ciò che accade all’interno del romanzo, grazie alla maestria dell’autrice, che crea quasi una “favola bucolica”. L’atmosfera quasi “magica” di questo romanzo, coinvolge i lettori, trasportandoli in una dimensione fiabesca, accompagnati da quella che non è semplicemente una storia d’amore. Un libro leggero, denso di emozioni (talvolta anche contrastanti) che intratterrà amorevolmente i lettori, con una storia per niente banale, e con due personaggi che rappresentano la perfetta immagine dell’uomo e della donna contemporanei, nonostante la bellezza e la semplicità della protagonista possa far pensare ai componimenti propri della poetica tanto decantata ed amata dal Sommo Dante Alighieri.     Fonte […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Giovani e lockdown: come intrattenersi in casa

Giovani e lockdown: in questo periodo particolarmente difficile, stare in casa è l’unica soluzione. Il problema però è trovare qualcosa da fare e scegliere tra diverse attività. Certo, nulla potrà sostituire le uscite con gli amici, le serate trascorse al bar, una pizza in compagnia. Ma esistono diverse attività piacevoli da svolgere in casa e che possano intrattenere soprattutto i più giovani. No alla movida: come intrattenere il tempo? Tra le diverse attività apprezzate e amate dai giovani, per quanto sedentarie, troviamo l’utilizzo dei videogiochi. Nonostante si possa pensare il contrario però, l’esercizio fisico sembra appassionare sempre più giovani. Una buona notizia, soprattutto perché sempre più medici affermano che proprio lo sport contribuisca ad aumentare l’autostima, e soprattutto aiuti a limitare quel senso di frustrazione che questo prolungato momento di forzato isolamento può generare. È fondamentale tra le varie cose, cercare di svolgere attività che stimolino la propria curiosità, e soprattutto che non annoino. Le stime affermano che circa una persona su cinque, nel corso delle giornate di Lockdown si dedica a hobby e attività quali bricolage e cucito, praticato anche da un numero piuttosto elevato di ragazze che sembrano apprezzarlo. Oltre alle attività da svolgere, è opportuno creare uno spazio che sia esclusivamente personale, magari arrendendolo secondo i propri gusti, con colori tenui, libri, quadri, poster, e quant’altro possa contribuire a creare un ambiente confortevole, ricordando che in ognuno di noi é nascosto un artista che aspetta solo di venire fuori. La cosiddetta e famosa “vena artistica” può espletarsi in modo semplice. Giovani e lockdown: attività da svolgere in casa Tra le tante attività con cui impiegare il tempo, un suggerimento valido è quello di imparare a suonare uno strumento da autodidatta, e magari mediante i video-tutorial presenti in rete. La musica accompagna da sempre le giornate di ragazzi e adulti, e dedicarsi ad uno strumento musicale, potrebbe diventare una passione vera e propria. Sempre nell’ambito delle attività da autodidatta, è possibile dedicarsi alla creazione di qualche aggeggio o creare qualcosa dal nulla, impiegando esclusivamente la propria immaginazione e oggetti di riciclo. In famiglia, assumono molta importanza i giochi da tavolo, i quali sembrerebbero in disuso, ma in realtà sono fortemente apprezzati e permettono di trascorrere del tempo insieme, svagandosi e divertendosi in compagnia. Giovani e lockdown: quando non si può uscire, trova qualcosa di interessante da fare in casa Uscire di casa non è possibile, e lo si può fare solo fino ad una determinata ora, evitando però gli assembramenti, un cambiamento notevole, soprattutto per i tanti ragazzi, abituati a trascorrere del tempo con i propri coetanei. In questo, non aiuta nemmeno la cosiddetta didattica a distanza, che sta creando non pochi problemi da questo punto di vista. Si può pensare a quanti faticano a socializzare, e che in questo momento sono in casa, soli, in balìa delle solite attività. Una cosa è certa, non bisogna innalzare dei muri, è opportuno lasciarsi andare, essere creativi, anche con nuove attività da svolgere con curiosità e interesse. Non è detto che […]

... continua la lettura
Libri

Laura Pellegrini, il nuovo romanzo: Per tutto il tuo amore

Per tutto il tuo amore è il nuovo romanzo dell’autrice Laura Pellegrini, edito da IoScrittore. Trama: sentimenti contrastanti, tra amore e odio Per tutto il tuo amore è ambientato in Toscana, nell’agosto del 1944. Luce, la protagonista del romanzo, è bella, anche se a lei non interessa, troppo presa a sopravvivere alla guerra e alle privazioni economiche. Le sue giornate si svolgono essenzialmente accanto al padre malato, ma anche nella dura e faticosa vita da contadina, sempre col terrore dei tedeschi, mostri senza volto che possono nascondersi dovunque, come le dice Manfredi, il suo amico d’infanzia che ora la guarda innamorato. Ma Luce non sa cosa sia l’amore; o probabilmente ha paura di tale sentimento. Tuttavia, un giorno, il destino divertitosi a mescolare le carte in tavola, fa in modo che l’ingenua ragazza s’imbatta davvero in un tedesco, uno di quei lupi nascosti nell’ombra dei boschi dove lei è cresciuta. Il soldato è ferito, bisognoso di aiuto; curandolo, a poco a poco, Luce scopre che anche lui è fatto di carne, lacrime e paure come lei. E ha dentro la sua stessa sete di vita. Mentre Manfredi entra nella Resistenza, pronto a morire per la libertà, Luce ospita di nascosto “il nemico” del quale è profondamente attratta. Il finale è tutto da scoprire, ma lascerà senza fiato. Una storia d’amore intensa, con colpi di scena imprevedibili, tutto suggellato da una protagonista unica, che entra nel cuore di chi legge. La semplicità della protagonista, Luce, è particolarmente suggestiva, si può definire un tratto distintivo, che accompagna la sua bellezza. Forte e sensibile al tempo stesso, segnata da tante brutte vicende che hanno caratterizzato la sua esistenza, si ritrova improvvisamente innamorata, del “nemico”; persa in un sentimento che non ha bisogno di parole, che si esprime attraverso sguardi e che si contrappone all’affetto smisurato che la protagonista del romanzo nutre nei confronti di Manfredi, un partigiano che cerca in tutti i modi di difenderla da “loro”. Heinrich è l’amore “contaminato” di Luce, mentre Manfredi è l’abbraccio in cui sa di potersi rifugiare sempre. Due personaggi: Heinrich, un soldato tedesco ferito, e Manfredi, amico di infanzia, entrambi innamorati della stessa ragazza, bella e sensibile, faro d’amore e speranza. La poetica di Laura Pellegrini Sin da subito si riconosce la forte portata storica del libro, drammatica, ma affrontata da Laura Pellegrini con grande delicatezza. La scrittura è scorrevole, per un’ambientazione genuina e pura, data dalla bellezza senza tempo della Toscana. Un paesaggio antico nei colori, nelle dimensioni, nelle caratterizzazioni ma anche nell’identità storica che lo contraddistingue. Così come accade nella vita reale, anche all’interno del romanzo è possibile ritrovarsi come spettatori purtroppo consapevoli di scelte che non dipendono direttamente da noi. La narrazione procede in modo fluido, ma non mancano colpi di scena, che l’autrice Laura Pellegrini ha posizionato strategicamente tra le pagine del libro. Un’immensa storia d’amore, ricca di spunti di riflessione, contraddistinta dalla bellezza dell’entroterra toscano. La Toscana del 1944, in un agosto torrido nel corso del quale si delinea il contorno di un amore non facile, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Quadrato nero: l’arte oltre i limiti sociali e culturali

Il Quadrato nero è un dipinto particolarmente emblematico di Kazimir Malevič, pittore russo del XX secolo, pioniere dell’astrattismo geometrico e delle avanguardie russe. Un’opera d’arte che lascia spazio all’immaginazione Si tratta di un olio su lino realizzato dal pittore nel 1915. Un’opera per la quale si fatica a trovare una spiegazione plausibile, almeno ad un primo sguardo. Una rappresentazione colma di significati nascosti, che vanno oltre l’opera stessa. L’opera denominata Quadrato nero, realizzata da Malevič nel 1915, è conservata alla Galleria Tret’jakov e rappresenta la semplice quanto pura essenzialità del colore, che si esprime attraverso forme geometriche. Dal punto di vista prettamente artistico, osservando analiticamente l’opera, si noterà subito che i bordi del quadrato non sono perfetti, è quasi come se fossero disegnati male, ciò a dimostrazione del fatto che il pittore, Malevič, non inseguisse la perfezione, basando la propria attenzione sul significato che potesse scaturire dalle proprie opere. Quell’ideale di perfezione cui spesso rimandano le figure geometriche, così composte ed essenziali, non era nei canoni dell’artista russo. L’opera rimanda alla natura geometrica attraverso la figura del quadrato, posizionato su fondo bianco, ma non ne rispecchia l’ideale di perfezione. Ciò che si nota è il colore nero, come se fosse racchiuso in una figura, in questo caso un quadrato, incorniciato da uno sfondo bianco. Il nero è perfettamente omogeneo, ed insieme al bianco, con cui contrasta, rimanda a sensazioni e sentimenti vari, riconducibili all’ambito filosofico, culturale, psicologico, quotidiano. L’intenzione di Malevič fu quella di rendere plastico un colore, attraverso una forma geometrica dalla quale nascevano diverse interpretazioni e contraddizioni. Ricordiamo che Malevič, nel 1913, fondò l’avanguardia artistica chiamata Suprematismo, della quale, il Quadrato nero rappresenta l’opera fulcro, un impulso verso la costruzione di un mondo nuovo, attraverso azioni essenziali e pure. L’artista russo è uno dei più conosciuti del Novecento, grazie a questa sua particolare opera d’arte, spesso oggetto di critiche; nonostante ciò, l’opera è una delle più studiate e fotografate.  Quadrato nero: l’essenza pura dell’arte attraverso forme semplici Osservando il Quadrato nero, è possibile accorgersi sin da subito dell’intento cardine che guidò l’artista nella realizzazione della sua opera principale. L’intento fu quello di eliminare dall’arte ogni riferimento al mondo dell’oggettività, evitando quindi l’inserimento di soggetti sacri, quotidiani o mitologici e affermando semplicemente l’essenza e la natura dell’arte. abbracciando soltanto la sensibilità plastica. Ricordiamo che l’astrattismo di Malevič deriva dalla progressiva semplificazione del cubismo, riducendolo alle figure elementari della geometrica: al triangolo, al cerchio e, appunto, al quadrato. La sua è una monocromia che si tinge di diverse sfumature di colore, che, seppur non visibili, scatenano varie interpretazioni, sentimenti e suggestioni. A tal proposito è quasi d’obbligo un riferimento a quei critici d’arte che negli ultimi tempi hanno affermato che il realtà quel nero è solo apparente; sembrerebbe infatti che Malevič non abbia utilizzato una vernice nera, ma una miscela di colori diversi. Il Quadrato nero ancora oggi divide i critici d’arte e il pubblico, tra chi non apprezza l’opera e chi invece la preferisce, comunque sia, esso rappresenta l’espressione di un’arte […]

... continua la lettura
Attualità

Mascherine fai da te: come realizzarle in casa

Le mascherine oramai accompagnano le giornate degli italiani e sono sempre più numerosi i modelli realizzati con materiali di riciclo, che consentono di creare dei bellissimi ed originali modelli fai da te. Ricordiamo a tal proposito che nel nuovo DPCM a firma Conte, secondo quanto descritto nell’articolo 3: “Per la popolazione generale potranno essere utilizzate, in alternativa alle mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”. Mascherine fai da te, tanti modelli per ogni esigenza Durante gli scorsi mesi del lockdown il web era colmo di immagini ritraenti mascherine fai da te realizzate con i materiali più disparati, sempre più colorate e, per quanto possibile, comode. Realizzare una mascherina in casa è piuttosto facile, ma il risultato finale dipende sempre dalla bravura di chi le realizza. Esistono vari modelli: da quelle rettangolari, che richiamano le cosiddette mascherine chirurgiche (utilizzabili per un massimo di quattro ore) a quelle a forma di becco, più complicate da realizzare. Altrettanto numerosi sono i tessuti utilizzati. Dal semplice panno in cotone agli asciugamani in tela, dalle federe ai tessuti in flanella, dalle lenzuola ai jeans. Anche per quanto concerne i filtri interni alle mascherine fai da te i materiali usati sono disparati; dai filtri del caffè alle salviette umidificate, ma lasciate ad asciugare al sole o al microonde. Oltre a quelli elencati, gli scienziati e gli esperti del settore negli ultimi tempi hanno mostrato particolare attenzione nei confronti dei sacchetti HEPA ossia quelli utilizzati all’interno dell’aspirapolvere. Le mascherine fai da te possono essere realizzate sia a mano, sia utilizzando la macchina per cucire. Come abbiamo detto precedentemente, crearne una è semplice e per farlo sono necessari: un ago e un fiilo, tessuto, filtro ed elastici. Un altro procedimento facile e divertente, che può essere realizzato anche con i bambini, prevede l’utilizzo di un piatto e ovviamente della stoffa. La realizzazione della mascherina fai da te con la stoffa con il piatto è facile. Bisognerà appoggiare il piatto sulla stoffa e disegnare un cerchio, tracciando il contorno esterno del piatto. Ritagliare poi la sagoma e dividerla in quattro sezioni, ripiegandola a metà per due volte. Conclusi questi passaggi, si avranno degli spicchi, da cucire a coppia, lungo la parte tondeggiante. A questo punto basterà farli combaciare, lasciando qualche centimetro libero e aggiungere gli elastici lateralmente. Mascherine: alcuni dei principali procedimenti per realizzarle Per creare una mascherina personalizzata è necessario prima di tutto realizzare un rettangolo di circa 31 cm e 18 di larghezza con il tessuto scelto; fatto ciò, si proseguirà inserendo il filtro scelto e ripiegando il rettangolo su se stesso (dividendolo a metà). Lateralmente sarà poi posizionato l’elastico, cucendo successivamente i lembi. Questa indicata è una delle mascherine più semplici da assemblare, per la quale non serve l’ausilio della macchina per cucire. A questo punto, prima di proseguire è importante menzionare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Mario Bambea: un dualismo perfetto nella società odierna

L’intellettuale Mario Bambea conquista il web, e sono sempre più numerosi coloro che riflettono su una figura così enigmatica e interessante al tempo stesso. Dov’è Mario (Bambea)? La serie si compone di quattro puntate, scritte da Guzzanti e Mattia Torre e dirette da Edoardo Gabbriellini, trasmesse lo scorso maggio, di martedì. Più che una commedia, quella di Guzzanti è stata definita una “serie lunga” e sul web c’è chi ha definito Mario Bambea “un insopportabile intellettuale di sinistra”, altri invece lo hanno adorato, o meglio, in realtà impazzivano per Bizio, l’altra faccia della medaglia, il comico coatto che, tra le altre cose, nutre un profondo odio per i centri commerciali. Mario Bambea, interpretato da Corrado Guzzanti, è l’alter ego di Bambea, un rozzo comico romano ironico e tremendamente volgare, reduce da uno sdoppiamento della personalità, che si palesa a seguito di un incidente stradale. Secondo la dinamica, probabilmente a causa di un improvviso colpo di sonno, l’intellettuale Mario Bambea, rimane vittima di un incidente stradale, mentre rincasava, dopo un convegno. Bambea non è esclusivamente un intellettuale, la sua figura racchiude in sé, anche l’identità del filosofo, del politico, dello scrittore e anche dell’opinionista, naturalmente polemico. Un uomo molto intelligente, considerato di sinistra, a tratti insopportabilmente coerente, troppo, in crisi con se stesso e con i propri ideali, quelli in cui con convinzione crede ma che al contempo sono pressoché labili, specchio della società culturale attuale. Dopo l’incidente in cui è coinvolto, Bambea, entra in coma, anche se non si sa per quale preciso motivo, gli amici (o presunti tali) lo credono già morto, come se fosse assente. Trascorso relativamente poco tempo, l’intellettuale pignolo e polemico, si risveglia, ma deve fare i conti con un aspetto ben radicato nel suo ego, qualcosa che non poteva considerare, Bizio. Il personaggio dal nome buffo, rappresenta la sua perfetta contrapposizione, tutto ciò che egli in realtà non è, o meglio, probabilmente crede di non essere. I suoi atteggiamenti, considerati strani dalla famiglia, vengono fuori di notte, quando Fabrizio, ossia Bizio Capoccetti, girovaga per Roma, nelle vesti di un comico notevolmente apprezzato. Naturalmente tutto ciò prende vita da una patologia nota, ossia, lo sdoppiamento della personalità, con la quale, l’amato e odiato protagonista, oramai scisso in due entità diverse, deve fare i conti. Un particolare da non sottovalutare, all’interno di questa vera e propria commedia dai toni intellettuali e dalle sfumature socio-culturali, è che solo Dragomira, l’infermiera che segue la riabilitazione di Mario Bambea, è a conoscenza della doppia vita dell’intellettuale e prova a tenerla nascosta, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica. Una vera e propria “commedia sociale” Una commedia pungente con un protagonista altrettanto tale, sia nelle sue vesti “normali”, sia tramutato in ciò che probabilmente non è mai venuto fuori della propria personalità. Per la caratterizzazione dell’intellettuale, nel corso delle riprese, tra il mondo intellettuale e quello comico, più dispersivo e ovviamente meno serio, i critici hanno notato una possibile somiglianza fisica (non voluta e del tutto casuale) con Vittorio Sgarbi, che rende il […]

... continua la lettura
Libri

33 motivi per non andare in barca a vela

33 motivi per non andare in barca a vela è un libro scritto da Marco Bruzzi, edito da Il Frangente. Marco Bruzzi è uno skipper, navigatore, imprenditore e missionario laico, appassionato di mare. Proprio l’attività di skipper, dalla quale ha rivelato di essere molto affascinato, lo ha invogliato a ‘trascinare con sè’ non solo la propria famiglia (alla quale il libro è dedicato) ma anche amici, parenti e clienti di viaggio. 33 motivi per non andare in barca a vela: consigli ed esperienza personale  Un libro, breve ma estremamente simpatico, è composto da 33 capitoli, intervallati da ironiche vignette a cura del fumettista Clod. 33 motivi per non andare in barca a vela si legge con estrema semplicità, nata dal piacere di narrare ma anche dalle conoscenze sull’argomento trattato dall’autore. Marco Bruzzi è esperto di mare, oltre ad esserne fortemente attratto e quindi crea, col proprio libro, un insieme di elementi da prendere in considerazione qualora si decidesse di andare in barca a vela. Il mare, bellezza ed incanto, se attraversato con una barca a vela, può essere considerato simbolo perfetto di un’attività del tutto totalizzante, difficile da gestire e soprattutto non facile da vivere. Una serie di aspetti negativi su cui l’autore fa leva, con giustificazioni e argomentazioni più che valide, anche in base alla propria esperienza personale. Naturalmente,  33 motivi per non andare in barca a vela non è un libro che si fonda sulla pretenziosa voglia di sminuirne  un’attività bella e rilassante (o meglio, che dovrebbe essere tale) ma leggendolo si potranno trovare tanti consigli utili rivolti a chi si approccia a trascorrere del tempo a bordo di una barca a vela, da solo o in gruppo. Un libro con un ‘mare’ di consigli  È importante sottolineare che un viaggio in barca a vela può essere intrapreso da soli o in compagnia, in questo caso bisogna tenere conto anche delle cosiddetta sfera interpersonale. Sarà necessario fare gruppo, essere uniti, per evitare problemi e ricordando che a bordo non si è passeggeri ma membri di un equipaggio. Un viaggio in barca a vela non sempre soddisfa le esigenze di tutti. Mare cristallino, sole, senso di libertà, vento sulla pelle, sono elementi che sicuramente invogliano ma non bastano, risultano insufficienti a gestire un viaggio di tale entità, spesso sminuito. Il libro 33 motivi per non andare in barca a vela può essere considerato una lettura-guida, per quanti decidono di vivere tale esperienza e magari si approcciano ad essa per la prima volta. È importante sottolineare che il libro è il risultato di tanti anni di navigazione che hanno ispirato e invogliato l’autore a scrivere degli appunti e poi un’opera. Il mare può essere un ottimo amico, ma anche un terribile nemico. Secondo l’autore Bruzzi, su una barca a vela occorre quella che può essere definita una forma di galateo per la quale i consigli non bastano. Le buone abitudini rappresentano qualcosa che contraddistingue l’uomo, e si acquisiscono col tempo, “ma non si possono comprare al mercato” citando testualmente l’autore. Infine, […]

... continua la lettura
Libri

Il gioiello della corona: un romanzo di notevole caratura

Il gioiello della corona è un libro di Paul Scott, edito da Fazi Editore. Si tratta del primo volume di una tetralogia, da sempre amata da tanti appassionati lettori, “The Raj Quartet”. Breve sinossi e caratterizzazione del romanzo  Il gioiello della corona non è un libro semplice perché è costituito da una trama fitta e a tratti estremamente drammatica. Il lettore, man mano che procede nella lettura, si troverà catapultato in un’ambientazione fatta di contraddizioni, dubbi, eventi storici, ingiustizie, temi sociali e riflessioni sull’identità. All’interno del romanzo si susseguono, infatti, diversi livelli tematici che quasi si sovrappongono, creando una narrazione che accompagna intensamente il lettore fino all’ultima pagina. Paul Scott crea una sorta di dualismo, mediante il quale è possibile indagare, interrogarsi, fare i conti con la realtà. La vicenda vede il secondo conflitto mondiale dimostrare che l’Impero Britannico non è invincibile; il disarmante quanto intenso conflitto con l’India diventa quindi sempre più pericoloso, mentre il potere indipendentista cresce. Il romanzo è costellato da tanti personaggi che, però, non richiamano l’attenzione tanto quanto i due protagonisti, Kumar e Miss Manners, giovani innamorati. Sembrerebbe il profilo di una storia d’amore bella e ricca di sentimento ma in realtà tutto si complica all’interno del romanzo: Kumar, di origini indiane ma cresciuto in Inghilterra, e Daphne saranno infatti coinvolti in una storia drammatica. Il gioiello della corona: una vera storia sentimentale? Nello splendido romanzo Il gioiello della corona, la narrazione prende il via proprio al termine di un appassionato incontro tra i due (segreto per ovvie ragioni sociali e culturali), in seguito al quale Daphne sarà vittima di violenza sessuale; una vicenda terribile sulla quale indagherà il sovrintendente Merrick. Grazie a questo importante personaggio si farà luce sui conflitti e sulle contraddizioni che ancora imperversano in India e soprattutto sul potere locale, troppo blando su certi aspetti ed estremamente punitivo su altri. La storia ovviamente subirà degli sviluppi che si scopriranno gradualmente, leggendo il libro. I dettagli verranno fuori poco a poco, mostrandosi per ciò che sono in contesti spesso denaturati o non del tutto chiari, in un perfetto sincronismo tra scrittura e trama. L’autore, Paul Scott, paragonato dalla critica letteraria a Tolstoj ed a Proust, vincitore del Man Booker Prize, crea una storia d’amore nella quale però si snodano le vicissitudini interne dell’India. La stessa Mayapore, città dove si svolge la vicenda, è ancora oggi coinvolta dalle rivolte, così come tutta la Nazione indiana. Il gioiello della corona mostra infatti un tessuto sociale e culturale in cui amore e odio si fondono, ovviamente anche grazie alla compresenza di altri temi importanti, primo fra tutti il razzismo. Sicuramente si tratta di un romanzo di grande caratura, non solo riferita al gioiello che dà il titolo all’opera, ma anche ai contenuti e allo spessore della narrazione.   Immagine in evidenza: http://amazon.it/dp/8893256851/?tag=eroifenu-21

... continua la lettura
Culturalmente

Simon Wiesenthal: l’instancabile Cacciatore di Nazisti

Simon Wiesenthal nacque a Butschatsch, 31 dicembre 1908; ingegnere e scrittore austriaco di fama internazionale, sopravvissuto all’Olocausto. Proprio per questo motivo, il celebre scrittore, impiegò gran parte della propria esistenza, a cercare nazisti latitanti da sottoporre a processo; un’attività intensa e lucida, tanto da fargli guadagnare l’appellativo di “Cacciatore di Nazisti”. Simon Wiesenthal: documentare e condannare per non dimenticare Una delle opere più conosciute e lette di Simon Wiesenthal, è dedicata proprio al tema dell’Olocausto, una pagina di storia drammatica, alla quale il celebre scrittore ed intellettuale, dedicò un libro intitolato Il girasole, edito da Garzanti. Si tratta di un racconto autobiografico, semplice ma sconvolgente, quasi disarmante, con il quale Wiesenthal, chiede a personalità illustri, tra le quali spicca il nome di Primo Levi (anch’egli sopravvissuto ai campi di concentramento) se abbia fatto bene o male a non concedere il perdono, a non lasciarsi “intimidire” da quello che da molti è considerato un errore da dimenticare. La scelta dello scrittore, che più volte nel corso della propria esistenza si definì profondamente tormentato, nasceva dalla forte preoccupazione che tutto potesse cadere nell’oblio e nell’indifferenza, volgendo ad una forma intensa di negazionismo. Dal momento della liberazione, da parte degli americani, nel 1945, Simon Wiesenthal aveva fatto una chiara scelta di vita: cercare tutti quei nazisti ancora non puniti, liberi, per assicurarli alla giustizia. Lo scrittore austriaco era sopravvissuto ai campi di concentramento, e anche se quell’orrore era impresso nella mente, si pose alla ricerca di una risposta che probabilmente nessuno ancora oggi, saprebbe dare. A proposito della sopravvivenza, di certo non semplice e parecchio tormentata, lo scrittore austriaco scrisse: «Sopravvivere è un privilegio che ti impone dei doveri. Mi sono sempre domandato che cosa potessi fare per quelli che non sono sopravvissuti. La risposta che ho trovato è la seguente: io voglio essere il loro portavoce, voglio tener vivo il loro ricordo, affinché i morti possano continuare a vivere nel ricordo degli uomini». Un portavoce che si rivolgeva soprattutto agli increduli, non basandosi su dispute politiche, ma su dati reali, sul dolore che provava sulla propria pelle. Ricordiamo che Wiesenthal, nei campi di concentramento aveva visto morire la madre e molti parenti. La sopravvivenza come dovere per non dimenticare Alla sua tenacia, dovuta molto probabilmente alle ferite ancora vive in sé, si devono l’individuazione e la cattura di Adolf Eichmann e di altri aguzzini nazisti. Dopo l’esecuzione di Eichmann in Israele nel 1962, Wiesenthal riaprì il “Centro per la documentazione ebraica”, che cominciò a lavorare su nuovi casi. Venne catturato Karl Silberbauer, l’ufficiale della Gestapo responsabile dell’arresto di Anna Frank. Fu in quel periodo che Wiesenthal localizzò nove dei sedici nazisti messi sotto processo nella Germania Ovest per l’uccisione degli ebrei di Leopoli. Tra gli altri criminali catturati vi furono Franz Stangl, il comandante dei campi di concentramento di Treblinka e Sobibor, ed Hermine Braunsteiner-Ryan, una casalinga che viveva a Long Island, New York, che durante la guerra aveva supervisionato l’uccisione di centinaia di donne e bambini. Catture importanti, così come è altrettanto significativo, soprattutto in riferimento […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Ricette autunnali vegane: tante idee gustose e saporite

L’autunno è una delle stagioni più amate dopo l’estate, sia per l’atmosfera che l’accompagna, sia per le tante ricette che si possono gustare. Ovviamente non tutti hanno i medesimi gusti culinari ed infatti, aumentano sempre più le persone che scelgono uno stile di vita vegano. Le ricette autunnali vegane sono tante, nonostante si possa pensare il contrario, ognuna caratterizzata da ingredienti ovviamente non di origine animale, ma particolarmente apprezzati e gustosi. Ricette vegane autunnali: non solo legumi Gli elementi cardine delle ricette autunnali adatte ad una dieta vegana, sono costituiti dai legumi, quasi sempre utilizzati in ogni preparazione. Presenti in ogni stagione, anche in autunno, le maxi-insalatone, con verdure, semi e noci, cui unire qualche fetta di pane per un pasto completo. Esempi: insalata di patate, rucola e ceci; di radicchio rosso, finocchi, mele, noci e senape; di carote, uvetta e pinoli; di rucola, pomodori, olive nere, tofu affumicato; di lattuga, avocado, fagioli neri, pomodori, cipolla, cumino. Ricordiamo che l’autunno segna la fine dell’estate, periodo ricchissimo di verdure ed ortaggi profumati, ma anche l’autunno non è da meno. Basta pensare a tutti i tipi di cavolo, radicchio, rape, per non parlare di finocchi, patate di ogni tipo, funghi e zucche. Infatti, a tal proposito, uno dei piatti vegani più amati e conosciuti, è la cosiddetta vellutata di zucca con crostini, curcuma, sesamo, noce moscata e tanto altro ancora. Ottenere una crema di zucca è semplicissimo, sarà sufficiente farla cuocere con un soffritto a base di aglio, olio (preferibilmente evo) e qualche pomodorino. Una volta cotta la zucca, frullare tutto, aggiungendo un filo d’olio a crudo e qualche crostino di pane raffermo o semplicemente pane aromatizzato e saltato in padella. Una ricetta autunnale semplice e che si presta perfettamente al clima suggestivo che si respira durante questi mesi. Si tratta di una preparazione che porta via poco tempo, quindi adatta a chi lavora, o studia, ma anche a quanti preferiscono gustare qualcosa di saporito che però non appesantisca troppo. Quando la cucina tradizionale si adatta alla cucina vegana La cucina italiana si caratterizza per la presenza di tanti piatti gustosi che allettano il palato dei commensali. Tante ricette a base di carne o pesce, che però ben si prestano, ovviamente eliminando gli alimenti animali, alle ricette vegane. A tal proposito, una delle preparazioni più originali, una vera e propria rivisitazione di un piatto di mare, sono le orecchiette con cime di rapa e acciughe, sostituite da un alimento piuttosto originale; ma procediamo con ordine.  Per quanto riguarda gli ingredienti, serviranno le orecchiette, gli spinaci, aglio, olio, peperoncino e anziché le acciughe, si utilizzeranno le alghe, che ricordano il mare della versione tradizionale, ma che trasformeranno il piatto in una perfetta combo vegana. Un’altra ricetta vegana molto interessante è basata sul farro, utilizzato come ingrediente principale di un’insalata. Il farro è un cereale dalle proprietà benefiche, la cui coltivazione è molto antica; esso è una componente importantissima della cucina vegana, utilizzato anche per zuppe e dolci, in quanto molto versatile. Infatti, il […]

... continua la lettura
Libri

Carlotta Orefice: Quegli attimi di felicità che tutti dovrebbero vivere

La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare la giovane Carlotta Orefice, scrittrice, influencer e modella napoletana dal carattere e dalla personalità speciali, che grazie ai social dona tanta forza a chi, come lei, vive una disabilità. Carlotta, grazie per aver accettato l’intervista. Raccontaci di te, di cosa provi e come vivi ogni giorno. Ciao a tutti, grazie a voi. Io sono disabile, ho una tetraparesi spastica, però non ho mai rinunciato a niente, ho sempre camminato a testa alta senza mai fermarmi. Dico spesso, sono su una carrozzina, ma non mollo e non ho intenzione di farlo (afferma con un sorriso che le illumina il volto). Sono una ragazza piena di vita, ho molta voglia di vivere e divertirmi. Purtroppo ancora oggi sono tante le persone che vedono la disabilità come un ostacolo, ma io non smetto mai di ripetere che, la disabilità non deve essere assolutamente invalidante, perché anche noi, possiamo amare, provare dei sentimenti, formare una famiglia. Siamo persone come le altre. Carlotta, hai scritto un libro intitolato “Quegli attimi di felicità”, com’è nata l’idea? Quegli attimi di felicità è disponibile gratis come e-book o prenotatile nei Mondadori store. Attraverso il mio piccolo ma intenso libro, racconto in – solo – trentadue pagine la mia esistenza, la mia quotidianità”. Un libro di fondamentale importanza, tant’è vero che ho scelto di tatuarne il titolo sul mio braccio sinistro, come monito. L’idea del libro è nata per caso; io scrivevo sempre su un diario e un giorno una mia amica, mi propose la pubblicazione di questi scritti, raccolti appunto in – Quegli attimi di felicità. Il tuo profilo Instagram conta oltre 22mila followers, sei una vera e propria influencer,  oltre che scrittrice, quando è nato tutto ciò? Sì, ho oltre 22 mila followers e tantissima interazione, commenti, like, condivisioni; io stessa interagisco con chi mi segue, che mi dà forza ogni giorno, una potente carica che io ricambio, pubblicando foto colorate, belle e simpatiche, sorridendo sempre. I social mi danno molta soddisfazione; vi racconto una cosa a tal proposito. Una volta, proprio grazie ad Instagram, il papà di un ragazzo disabile mi contattò per dirmi che grazie a me, riusciva a guardare il figlio con occhi diversi. Un gesto che mi ha innanzitutto emozionato, donandomi tanta carica, più di quanta già ne abbia dentro me. Il successo sui social è nato quando ho cominciato a sfilare; disabilità e moda vanno a braccetto: guardavo le altre ragazze alte e sicure sfilare in passerella e decisi di dare un taglio diverso alla mia vita. Col tempo ho iniziato a sfilare, così come sono, grazie all’impulso di Benedetta De Luca. Posso dire che anche grazie alle sfilate ho ottenuto tanto successo. Posso chiederti, come ti vedi nel futuro? Bella domanda! Mi vedo come ora, ma può darsi che abbia un compagno accanto a me, e sicuramente con tanto amore da donare al prossimo. Bella e raggiante, con tanta forza ancora da donare e felice soprattutto. Carlotta, la società di oggi sembra essere […]

... continua la lettura
Libri

Un giro di giostra: il romanzo di Roberto Colantonio

Un giro di giostra è il nuovo libro dello scrittore Roberto Colantonio, edito da GM Press. Un giro di giostra: sinossi del libro “Novembre 1992. La Prima Repubblica sta morendo sotto i colpi di “Mani Pulite”. Inizia lo sciopero dei dipendenti del Monopolio di Stato sui tabacchi; è l’epoca d’oro del contrabbando delle “bionde”, agevolato dal continuo stato di guerra nei Balcani, sull’altra sponda dell’Adriatico. Niente e nessuno sarebbe stato più come prima dopo questo gigantesco giro di giostra. Giuseppe, detto Jo, torna a Lava, il suo paese natale, alle pendici del Vesuvio, dopo aver inutilmente tentato la fortuna altrove. Rincontra il suo amore di sempre, Maria, che ha sposato il suo migliore amico. Insieme, i tre tenteranno il colpo che gli permetterebbe di lasciarsi Lava alle spalle.” https://www.gmpress.it/prodotto/un-giro-di-giostra/ “Fu come uno sparo”, si legge in un passo del breve ma intenso libro di Roberto Colantonio; una narrazione semplice, scorrevole che entra nella mente, conducendo inevitabilmente a riflettere. Le parole che compongono le pagine del libro sono quasi come degli “spari” che uno dopo l’altro, quasi a raffica, si posizionano lì, in una scrittura che abilmente racconta di un ragazzo tornato al proprio paese di origine, in Campania. Lava, il paesino dagli orrendi fili di plastica colorati posizionati davanti alle porte d’ingresso a fare da tenda e a togliere l’aria. La sensazione era quella di trovarsi in un grande zoo, col mostro (il Vesuvio) che dall’alto osservava tutto. Il protagonista di “Un giro di giostra”, Giuseppe, detto Jo, è piuttosto controverso, si potrebbe definire ermetico nel suo modo d’essere e comportarsi. Osserva quel paesino dal quale partì, con lo spirito di chi vorrebbe rivoluzionare tutto. Un paese buio, in cui tutto è spento, ma non le descrizioni minuziose dell’autore, Roberto Colantonio. Jo non chiede consigli, sembra quasi non voler agire e pensa, tanto, spesso e intensamente con rammarico a ciò che è stato e ciò che probabilmente non potrà più essere. Il titolo del libro probabilmente rappresenta un po’ la metafora dell’esistenza, una giostra che fin quando gira, diverte e riesce a cancellare, seppur per poco tempo, i pensieri, i problemi, i rimorsi, quasi confondendo la mente per poi fermarsi e far ritorno alla realtà, bella o brutta che sia. Una giostra sulla quale si decide di salire e dalla quale necessariamente bisogna poi scendere. Un po’ come le situazioni che Jo, il protagonista del libro, vive con gli altri personaggi, che gli fanno da spalla, in un ambiente che pullula di emozioni, suggestioni e rimembranze. La redazione di Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare l’autore del libro intitolato “Un giro di giostra“, Roberto Colantonio, che con gentilezza e premura ha risposto a qualche domanda. L’intervista all’autore Roberto Colantonio Salve Signor Roberto Colantonio, innanzitutto complimenti per il libro. Come prima cosa Le chiedo, da cosa e come nasce l’ispirazione di scrivere un libro breve ma così ricco di significato, con una storia così “particolare”? “La ringrazio per le belle parole. Il libro ha avuto una gestazione molto lunga ed […]

... continua la lettura
Libri

Il cacciatore di alisei: un romanzo di Carlo Venco

Il cacciatore di Alisei è un libro di Carlo Venco, edito da Il Frangente; un viaggio appassionato tra le parole grazie a un velista, l’autore, che compie il giro del mondo da solo. Trama del libro Il romanzo racchiude in sé un fortissimo desidero di libertà grazie alla quale si esce dagli schemi predefiniti propri di una quotidianità che probabilmente non dà emozioni, per vivere una vita avventurosa. Leggendo il libro, splendido nella propria semplicità, sembrerà di viaggiare tra le parole mosse dal vento alla ricerca, appunto, degli alisei. Proprio come questi venti definiti costanti in egual modo procede la narrazione, regalando però emozioni e suggestioni proprie di una scrittura accorta sì, ma profondamente appassionata. Il cacciatore di alisei: alla ricerca di una posizione libera Proprio nel vento l’autore sembra ritrovare sé stesso dapprima sulle ali degli alianti, infine spinto dalle vele di Ipanema sui mari e sugli oceani: raccontando un viaggio personale, che sorprende e ammalia al tempo stesso. Il cacciatore di alisei presenta una vita avventurosa, non standardizzata, libera, col vento sul viso, senza alcuna remora o preoccupazione che sia. Si naviga con l’autore e attraverso le sue parole, si procede spediti lungo le coste del Mediterraneo (Croazia, Grecia, Malta); poi la prima traversata della vita, dai Caraibi alle Azzorre, l’uso del sestante e la navigazione astronomica. Un insieme di elementi caratterizzanti che rendono dinamica la narrazione, dandole il giusto peso, senza mai appesantirne l’identità che mira a scorgere e quindi a lasciarsi pervadere da un senso di pace e libertà che allontani dalla quotidianità e dagli aspetti pesanti o negativi che spesso la caratterizzano. A un tratto, mentre si legge, si scorge questa frase, che non può non attirare l’attenzione: «Solo chi sapeva calcolare la propria posizione in mare, poteva tentare di distinguersi…» è forse il passaggio più rappresentativo del libro, poiché esso fa luce sulla struttura portante del romanzo. Sicuramente trovare una propria posizione non è semplice, e ovviamente non è facile nemmeno distinguersi. Ma leggendo Il cacciatore di alisei è possibile accorgersi che in realtà sono proprio queste difficoltà apparentemente legate – solo – al mare a contraddistinguere anche la vita quotidiana. E quindi l’acqua diviene elemento identificativo di una realtà che l’autore Carlo Venco vive e descrive in prima persona, emozionando, come un’onda che travolge in modo soave.  Un libro in cui vien fuori tutta la passione dell’autore, con ricchezza di contenuto, suggestioni, emozioni e una libertà talmente desiderata che sembra trasudare da quelle parole. Immagine in evidenza: ufficio stampa

... continua la lettura
Culturalmente

Poesie da leggere in estate: un mare di parole

In estate aumenta il tempo libero a disposizione e gli appassionati lettori ne approfittano per leggere qualcosa in più, immergendosi in dimensioni letterarie fatte di poesie e romanzi. I versi che caratterizzano una poesia, posizionati uno dopo l’altro, rappresentano l’identità perfetta della lettura senza eccessi. È pur vero che il genere poetico non piace a tutti: c’è infatti tra i lettori chi lo ritiene troppo essenziale e poco coinvolgente e altri ancora dichiarano di aver difficoltà a comprendere i versi. Per gli amanti delle poesie, invece, con l’arrivo della “bella stagione” si apre un mondo. Poesie da leggere in estate: il vasto patrimonio poetico italiano Per quanto concerne la letteratura italiana, Giovanni Pascoli decantò la bellezza e la suggestione estiva con una breve poesia, osservando fuori dalla propria finestra gli elementi naturali e caratterizzanti della bella stagione, quasi essenziali nella loro delicatezza immensa. Il componimento in questione si intitola “La Rosa delle siepi” e rimanda ad un verso prettamente estivo, ricco di parole semplici ma coinvolgenti dalle quali lasciarsi rinfrescare, immaginando nella propria mente lo scenario descritto. Proprio il paesaggio citato, con la presenza di una finestra ed una bicicletta, richiama un’immagine estiva, con la calura che imperversa e la lettura a dare nuova linfa ed energia vitale. Sempre nell’ambito della letteratura italiana, ricchissima di autori e poeti, anche il grande Salvatore Quasimodo dedicò una propria menzione all’estate in una poesia omonima, attraverso il richiamo ad un animale caratteristico della stagione: le cicale. In essa, il celebre poeta italiano affermò di nascondersi con le cicale per osservare le stelle, all’ombra di un pioppo che quasi ostruiva tutta la visuale. Naturalmente le due poesie citate sono testi brevi, che potrebbero andar bene e dunque piacere a chi si approccia per la prima volta al genere poetico. Gli appassionati lettori disporranno sicuramente di una propria raccolta di poesie preferite, indipendentemente dalla lunghezza delle stesse. Una cosa è certa: serve ispirazione per scrivere poesie e gli autori del passato ne hanno dato grande prova, con capolavori ancora oggi apprezzatissimi e, soprattutto, oggetti di studio tra i banchi di scuola, come segno rappresentativo di un Paese ricco di storia e cultura. Tuttavia, anche per leggere, soprattutto poesie, occorre una forte sensibilità o inclinazione che dir si voglia; prediligere questo genere non è da tutti e non tutti ne trovano giovamento. A tal proposito, come non ricordare Gabriele D’Annunzio che nel 1903 pubblicò i primi tre libri, intitolati Maia, Elettra e Alcyone, delle Laudi del cielo della terra del mare e degli eroi. Una catarsi attraverso le bellezze della natura, le sinfonie sprigionate dagli elementi che contraddistinguono l’ambiente, in cui s’intrecciano i versi delle cicale e degli uccelli ed i suoni di alberi, fiori, cespugli, che risuonano sotto alla pioggia. Un perfetto simbolismo accompagna il lettore, in una sorta di antropormorfizzazione della natura. La natura è amata soprattutto d’estate, quindi citare la forte intensità della poesia di D’Annunzio era quasi necessario in una sfera che rimanda alla bella stagione. Dalla natura si trae beneficio, così […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lingue del sì: l’italiano come affermazione di unità

L’italiano fa parte delle cosiddette lingue del sì, in riferimento ad una tripartizione delle lingue romanze, ad opera del Sommo Poeta Dante Alighieri, che nel De vulgari eloquentia, operò una distinzione tra tre filoni in base alla loro particella affermativa: • Lingua d’oïl, diffuso nella Francia del nord, antecedente al francese attuale; • Lingua d’oc, diffuso nella Francia del sud, progenitore dell’occitano; • Lingua del sì, ossia l’italiano. La nascita dell’Italiano L’italiano, come le altre lingue romanze, deriva dal latino volgare. Con la caduta dell’Impero Romano, il latino venne utilizzato esclusivamente come lingua scritta, mentre, in riferimento alle diverse varietà di latino parlato nelle tante regioni appartenenti all’Impero, nacquero lingue diverse. Ricordiamo che la lingua latina, infatti, era stata in un certo senso “imposta”, dai Romani, come lingua dell’Impero, andandosi però a sovrapporre alle altre lingue già esistenti e formando dei substrati linguistici. In Italia, notevolmente frammentata, nacquero diversi volgari (alcuni dei quali ancora oggi si possono identificare con i dialetti utilizzati nelle diverse aree geografiche del Paese) che da lingue esclusivamente parlate, cominciarono ad essere utilizzate anche in forma scritta. I primi documenti volgari in Italia, sono: L’Indovinello veronese, dell’800 circa, è un documento scritto in pergamena spagnola; all’interno del testo è possibile leggere un volgare ancora in fase di sviluppo; infatti, a tal proposito, nell’ambito delle “lingue del sì”, i filologi e i linguisti si dividono tra coloro che vedono nel documento un primo esempio di volgare e chi invece, un’attestazione del tardo latino. Altra testimonianza importantissima è L’Iscrizione di Commodilla, o meglio il Graffito di Commodilla; esso si trova nelle omonime catacombe a Roma e risale al IX secolo: è considerato la prima testimonianza di una lingua intermedia tra latino e volgare. Ed infine I Placiti Capuani: risalenti al 960 d.C., rappresentano il primo documento scritto in volgare italiano ad oggi pervenuto a noi. Queste tre menzioni costituiscono i primi esempi di quella lingua che sarà poi l’italiano, e rientrano quindi nelle lingue del sì. Per quale motivo l’italiano rientra nelle lingue del sì? Le cosiddette lingue del sì erano così menzionate, per il modo di intendere e quindi pronunciare, l’affermazione –sì – nelle rispettive lingue. L’italiano era quella più aggraziata, più dolce e dunque, molto probabilmente, per questo motivo è detta “del (dolce) sì”. In realtà, la particella sì, linguisticamente è rimandabile a Dante Alighieri, non a caso definito un vero e proprio linguista;  il Sommo Poeta, nella Divina Commedia, parla dell’italiano come lingua del sì. Precisamente nella Cantica de l’Inferno, ad un tratto si legge: “Il ‘bel pese là dove il sì suona’ è l’Italia”. Era quella la definizione che Dante Alighieri attribuiva all’Italia, a partire da quell’unico e dolcissimo suono dell’affermazione, diventata poi simbolo di appartenenza e vanto, propri della cultura italiana. Ricordiamo che la Divina Commedia è in realtà un insieme di tentativi linguistici, dal dialetto fiorentino, dalle parole volgari, alle parole derivanti dal francese, tant’è che è il registro linguistico proprio della celebre opera letteraria è stato definito una sorta di “risemantizzazione” […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Ricette Kosher in Italia: ecco le più famose e apprezzate

Le ricette Kosher, di origine ebraica, sono sempre più conosciute ed apprezzate in Italia, e molti piatti assaporati nel nostro Paese derivano da una tradizione antica, spesso di stampo religioso. Una vera e propria scelta spirituale, che nutre non solo il corpo, ma anche l’anima. Le ricette kosher sono conformi alle leggi della Torah, cui il popolo ebreo fa capo e che i Rabbini, oggi come anticamente, seguono con rigoroso rispetto. Alcune regole sono molto rigide e dettagliate e riguardano la modalità di macellazione della carne, ma fungono anche da linee guida per i fedeli. Kosher significa dunque, adatto, idoneo ad essere consumato secondo il credo o dogma ebraico. Coloro che osservano maggiormente le regole sono gli ebrei ortodossi. Con il trascorrere degli anni, la cucina Kosher si è diffusa anche in Italia e sono tanti i ristoranti, siti in varie città, che propongono ricette tipiche di questa tradizione divenuta oltre che religiosa anche culinaria. Ricette Kosher in Italia: alcune ricette semplici e sfiziose Una delle ricette Kosher più famose in Italia, è il Pèsach (letteralmente Pasqua, anche se si prepara durante tutto l’anno, poiché molto richiesto); si tratta di un piatto a base di azzimo, uova, pinoli, cioccolato e miele. L’impasto viene fritto in abbondante olio e servito con miele. Ricordiamo che il pane azzimo è una delle costanti della cucina Kosher: viene preparato solitamente il sabato, impiegato in diverse ricette, dolci o salate e molto apprezzato anche in Italia. Naturalmente le ricette Kosher in Italia, non sono solo preparazioni dolci, ma anche piatti salate. Sicuramente un altro piatto particolarmente apprezzato è quello che ha come ingrediente uno dei capisaldi della cucina Kosher, ossia le patate. In Italia, nelle preparazioni Kosher, questi tuberi vengono utilizzati per la realizzazione del cosiddetto “Kugel dolce di noodles”. Al quale solitamente si aggiunge anche uvetta e in alcuni casi un pizzico di cannella per servirlo come se fosse un vero e proprio dessert, nonostante possa essere considerato un primo piatto, o un contorno salato. La “Piccola Gerusalemme” italiana della cucina Kosher Come abbiamo detto, le ricette Kosher in Italia sono molte, notevolmente apprezzate in diverse località del Paese. Alcune preparazioni si sono tramandate di generazione in generazione, e oggi sono delle vere leccornie! Proprio a tal proposito, in Italia, esiste un Paese, definito una “piccola Gerusalemme”, dove le tradizioni, soprattutto gastronomiche, si sono perpetuate nel tempo. Una di queste riguarda proprio le ricette Kosher, che a Pitigliano sono particolarmente richieste. Pitigliano fu paragonato a Gerusalemme dagli Ebrei livornesi nel 1854, quando la comunità ebraica presente in quella zona, decise di edificare luoghi sacri come il forno per le azzime, la macelleria Kasher, la sinagoga, oggi luoghi di cultura o trasformati in ristoranti e piccole taverne. Uno dei piatti cardine che rientra nelle ricette Kosher italiane, in questo caso appartenenti alla cucina perugina, si chiama “Lo sfratto dei Goym”. Si tratta di un dolce diventato oramai italiano ma originariamente Kosher. È sostanzialmente un biscotto di farina di grano tenero, zucchero, impasto senza lievito, irrorato di vino bianco e farcito […]

... continua la lettura