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Eroica Fenice

Riflessioni culturali

Cartaceo vs Ebook: pro e contro in una sfida continua

Cartaceo o ebook? Questo è un interrogativo sul quale quotidianamente tantissimi appassionati lettori si contrappongono, talvolta discutendo o creando dei veri e propri forum di confronto. I lettori sono tantissimi e i dispositivi elettronici per leggere in modo digitale, gli ebook reader per leggere gli ebook, si sono molto diffusi e questi ultimi si contrappongono ai libri cartacei. Ovviamente, tra gli appassionati lettori c’è chi ama particolarmente i libri, l’odore della carta, le copertine sempre più accattivanti, e chi invece, preferisce gli ebooks. Entrambe le soluzioni hanno dei pro e dei contro, che però non sembrano scoraggiare i lettori, in un acceso “dibattito” tra chi elenca le qualità dell’uno e chi, invece, quelle dell’altro. Ebook o libri cartacei? Un dilemma dalle molteplici risposte Tra i pro degli ebook reader, c’è sicuramente quello di leggere regolando luminosità, ma anche la dimensione del testo, oppure, applicare modalità di lettura che non danneggino la vista; inoltre, essendo molto compatti, risultano estremamente comodi da trasportare. Basti pensare che un solo gigabyte di memoria è in grado di contenere oltre cinquecento libri. Tuttavia, nonostante ciò, sempre più persone ammettono di prediligere i libri cartacei. Per gli appassionati lettori, gli ebook reader rappresentano delle ‘librerie senza libri’, nonostante diano la possibilità di scegliere in quella che si può definire una vera e propria biblioteca virtuale, tra milioni di titoli diversi, si tratta  però di supporti molto delicati, che facilmente potrebbero rompersi. Un dato particolare, venuto alla luce recentemente, è che tra le lettrici più accanite c’è chi possiede sia un ebook reader che dei libri cartacei e ammette di utilizzarli entrambi. I libri cartacei, passione e storia infinita La bellezza dei libri cartacei è tra le altre cose, racchiusa nella possibilità di essere letti con tutti e cinque i sensi. Una qualità non da poco, che si ricollega anche al gusto dell’attesa, oppure alla possibilità di tenerlo accanto a sé sul proprio comodino, con la voglia incessante di terminarlo e assaporarlo, pagina dopo pagina, gustandone ogni parola, ogni particolare e dettaglio. Sicuramente un’altra caratteristica importante dei libri cartacei è quella di avere una vera e propria identità storica; magari un determinato volume racchiude tra le pagine che lo compongono, una storia antica. Inoltre, proprio da questo punto di vista, aumentano sempre più le edizioni a tiratura limitata, sempre più bramate dai collezionisti oltre che dagli appassionati lettori. Possiamo dire che non esistano delle vere e proprie caratteristiche che creino dei pro e dei contro dell’uno rispetto all’altro, si tratta semplicemente di preferenze da parte dei lettori. La lettura è indubbiamente cultura, va coltivata, indipendentemente dalle modalità con la quale si sceglie di leggere. Sicuramente gli ebook reader sono un supporto tecnologico di rapida fruizione, ma i pro e i contro esistono in ogni ambito. Inoltre, sia gli ebook reader che i libri in versione cartacea permettono di creare una propria libreria personale. Solo che nel caso degli ebook, essi sono raccolti in una libreria virtuale, digitale appunto, mentre nel caso dei libri cartacei, si tratta di scegliere il modo in cui posizionare […]

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Attualità

Didattica a distanza: strumenti e riflessioni

Le scuole sono chiuse a causa del Covid-19 e di conseguenza la didattica in queste ultime settimane ha inevitabilmente subito, anch’essa, un importante cambiamento, dovuto alla situazione d’emergenza che il mondo vive. Il Governo, e in particolar modo il Ministero dell’Istruzione, in una situazione inevitabilmente cruciale, ha optato per la cosiddetta didattica a distanza, volta a mantenere attivi i ragazzi, e soprattutto pensata per non fermare l’attività interdisciplinare degli studenti. Didattica a distanza, che cos’è e come funziona In uno scenario radicalmente mutato, i docenti, di qualsivoglia scuola di ordine e grado, sono impegnati con i propri studenti ad inviare compiti, fare videolezioni quotidiane, utilizzare le piattaforme didattiche, spiegare e aiutare i ragazzi senza interrompere il piano di studi previsto. In alcuni casi si usano strumenti tecnologici avanzati, attraverso cui seguire le lezioni in modo agevole e continuativo. In molti casi si realizzano videoconferenze, lezioni vere e proprie su Skype o altri supporti. Naturalmente, lo svolgimento della didattica a distanza prevede l’uso di strumenti digitali, quali tablet o computer (alcune scuole stanno provvedendo a fornire supporto alle famiglie meno agiate, in questo senso) di cui i ragazzi hanno perfetta conoscenza, e sembrano ben interagire tramite questi validi “alleati”. La soluzione metodologica adottata in Italia è già propria di alcune comunità, che basano le proprie lezioni su strumenti digitali, anche se possono apparire attualmente inusuali, in un momento di emergenza e pur prevedendo qualche limitazione o disagio; bisogna precisare però che proprio tale soluzione o metodologia, può diventare il punto di inizio per una scuola, e quindi una didattica o una pratica scolastica, sempre più digitale. L’insegnante che ruolo riveste nell’ambito della DAD? In quest’ottica, l’insegnante, chiamato ad usare gli strumenti tecnologici propri della didattica a distanza, diventa una sorta di tutor, che accompagna, con materiale già pronto e facilmente fruibile, lo studente in una dimensione di autonomia. Inoltre, proprio gli spazi ampi della cosiddetta didattica online, permettono di creare soluzioni nuove, e attività consapevoli da parte degli studenti, chiamati a scegliere come organizzare il proprio tempo, in che modo studiare o se magari chiedere il supporto di un docente. Nuove prospettive di crescita, non più tra le mura scolastiche, dove spesso i ragazzi ammettono di sentirsi “intrappolati”, ma raccolte in uno spazio personale, di cui si ha conoscenza, dove è possibile sentirsi al sicuro. Una grande possibilità di emergere, soprattutto per quegli studenti che spesso in classe tacciono, per timore, o per vergogna, e soprattutto, strumenti con cui i ragazzi hanno dimestichezza, quasi degli alleati, in un momento purtroppo difficile. Stimolare i ragazzi a dare il meglio di sé, a distanza, può rappresentare una grande sfida per ogni insegnante. Riuscire ad arrivare, attraverso gli strumenti propri della didattica a distanza, alla mente di ogni giovane studente, o anche nel cuore dei più piccoli (nel caso della scuola primaria) incentivando la riflessione, è sicuramente un grande traguardo. Le piattaforme e i materiali multimediali, gli strumenti digitali, aiuteranno gli insegnanti in questo periodo cruciale, con un nuovo “modo di fare scuola”. Si […]

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Libri

L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi | Recensione

“L’unica notte che abbiamo” è un romanzo di Paolo Miorandi, edito da EXòrma, un libro che sin dal principio, catapulta in una lettura impegnativa, che richiede un’intensa concentrazione, ricca di spunti di riflessione. Infatti, si sentono voci che il lettore non può capire, voci incomprensibili ma in realtà perfettamente delineate nell’immaginazione dell’autore. Il racconto nasce da un incontro causale, non programmato, un errore nella consegna della posta, tra due ignari vicini di casa, nello stesso palazzo ma a qualche km di distanza. Trama È notte, un uomo si trova alla finestra e ascolta voci che sembrano riecheggiare nel buio. Le voci sono quelle di un’anziana signora, poco prima di tramutarsi anche lei in pulviscolo di parole, ha consegnato all’uomo che ne diventa il custode. Una serie di voci, di persone, realtà, situazioni e vicende diverse, racchiuse in quello che potrebbe essere un ricordo. L’anziana signora rivive le vicende della sua famiglia che nessuno ha mai voluto né raccontare né ascoltare. Cerca tra i confini immaginari (presumibilmente mentali) di un paese senza vita la ragazza che ha abbandonato il figlio, suo padre, poco dopo averlo messo al mondo. Ripercorre le fasi della propria infanzia, unico ricordo di una labile felicità. Rivive rapporti conflittuali, vicende intimamente segrete, la propria famiglia, la propria dimora, il proprio Pese, alla ricerca di un possibile perdono dei protagonisti, irrimediabilmente colpevoli. La scrittura del libro di Paolo Miorandi è quasi ossessiva, ma non nell’accezione negativa del termine, è un’ossessione che va oltre la realtà, con una serie di dettagli che man mano si legano l’uno all’altro. L’autore non si serve di giri di parole, va dritto al fulcro della questione, raccontando, in modo coinciso ma diretto, concetti e vicende diverse, soprattutto per delineare un punto di vista, che si discosti da una prospettiva tradizionale. In questo spazio ben definito, dato da una cornice narrativa dunque ‘ossessiva’, si delineano i personaggi, i cui destini e le cui attività si incrociano. Come se fossero tutti sulla stessa strada. Miorandi è infatti uno psicoterapeuta che dedica gran parte del proprio tempo alla scrittura. “L’unica notte che abbiamo”, è il suo nuovo romanzo, all’interno del quale l’autore di Rovereto, riesce a concentrare tutta l’adrenalina che oscilla tra casualità e incontri. Tra memoria e ricordo. Tra voce ed evocazione. Tra la finzione che sembra prendere il sopravvento sulla realtà, inspiegabilmente deforme. “L’unica notte che abbiamo”, è un libro coinvolgente, nel corso del quale, tra le pagine che lo compongono, si “confrontano” tre generazioni nell’arco di un secolo, da fine Ottocento a fine Novecento, narrando una storia reale che l’autore sembra però trasfigurare, attraverso la propria penna, e mediante ciò che è avvenuto, mescolando vicende di famiglie, bambini abbandonati, mutilati, matrimoni falliti e tutto ciò che ne consegue. I personaggi del libro (come l’anziana signora) sembra che desiderino esser ricordati a tutti i costi. Ciò nasce probabilmente da un bisogno intrinseco di voler raccontare per necessità. In realtà, man mano che si procede nella lettura si comprende il motivo per il quale l’anziana donna desideri […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il signor Peppe

Il Signor Peppe, storia di un uomo “strano” Un cappello di paglia con un nastro colorato (sembrerebbe blu), una sedia di quelle da spiaggia in tela verde, un sigaro e una salopette di jeans. Dal mio balcone vedo il “Signor Peppe”, così lo chiamano tutti, un uomo sulla settantina che ogni pomeriggio siede fuori al terrazzo di casa sua e fischietta, osservando chissà cosa. Qualcuno lo dà per matto, qualcun altro invece lo guarda di nascosto con curiosità in quella sua posa quasi scultorea, mentre i tiepidi raggi di sole di questa stagione strana e contaminata lo riscaldano. Il Signor Peppe è solito dare confidenza a nessuno. Non chiacchiera, non incrocia gli sguardi. Se ne sta lì, solo, a osservare e ad ascoltare sempre nella stessa posizione, in perfetta solitudine. L’altro giorno, per caso, i nostri sguardi si incrociarono e in un attimo mi parve di vedere il mare. Due grandi occhi chiari, color acqua, la carnagione scura, i capelli bianchi appoggiati delicatamente sulle spalle. Mi chiese una sigaretta, mostrandomi il suo pacchetto vuoto. Senza pensarci su mi avvicinai con discrezione e gliene porsi una. Lui accennò un timido sorriso, facendo cenno di sedermi su un muretto ricoperto di maioliche scolorite, accanto a lui. Trascorsero dei lunghi minuti in silenzio riempiti da sorrisi accennati, rapidissimi secondi durante i quali mi lasciai coinvolgere dai mille colori e suoni della natura primaverile, lasciandomi trasportare da tutto ciò che mi circondava. Minuti semplici e puri, che allontanarono dalla mia mente la paura del Coronavirus. Il virus c’è, esiste e purtroppo miete vittime: tante, troppe. Ma a volte, per stare bene, basterebbe accontentarsi di poco. Oltrepassare la soglia del proprio portone e catapultarsi altrove, dove solo l’immaginazione può arrivare. Il Signor Peppe mi ha concesso l’immensa possibilità di godere del proprio tempo, provando l’ebrezza di un nuovo sapore: quello della semplicità. Mi ha rassicurata senza parlare, con distacco, ma con lo sguardo di chi vorrebbe dire tante cose pur tacendo. Il Signor Peppe è sempre stato descritto come “n’omm stran”. Un uomo strano, seppur la maggior parte della gente sa poco di lui. Poiché casa mia è posizionata più su rispetto alla sua, l’ho sempre osservato dall’alto. Ho sempre aspettato che si girasse e non lo ha mai fatto, ma l’altro giorno improvvisamente ha scelto di dedicarmi il proprio tempo: un’occasione di crescita personale. In questi giorni ho ripensato più volte a quell’episodio, al motivo di quell’apertura nei miei confronti. Mi è capitato di leggere dei libri e improvvisamente riscoprire l’immagine del Signor Peppe, che si materializzava in quelle parole. Sembra quasi un personaggio di quelli che s’incontrano nei libri. Sarà per questo che, decisa a leggere Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, ho subito notato un uomo con cappello di paglia e salopette blu raffigurato sulla copertina. «Coincidenze», ho pensato. Proseguendo nella lettura dal mio balcone, quando il meteo lo permette e con il Signor Peppe, sempre nella propria posa statuaria, ho ritrovato un biglietto con un nome e una data: 1991, […]

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Culturalmente

Nomi napoletani, i dieci più famosi, da Gennaro a Carmela

I nomi napoletani sono numerosissimi, scelti in base alle diverse prospettive e punti di vista delle persone. In passato ad esempio, era tradizione, rinnovare il nome della madre della sposa, nel caso che nascesse una donna, e il nome del padre dello sposo, qualora il primogenito fosse un maschio. Tradizioni che col tempo sono andate perse, almeno in parte, perché a Napoli, è possibile stilare una lista, o meglio, una classifica con i dieci nomi più famosi e quindi di conseguenza quelli più diffusi. I 10 nomi napoletani più diffusi Al primo posto troviamo il nome Gennaro; esso deriva dal latino Ianuarius, che significa gennaio, mese che a sua volta prende il suo nome dal dio Giano. Il significato viene quindi interpretato come “nato a gennaio”, altre volte con “dedicato a Giano”. A Napoli, il nome Gennaro è collegato al Santo Patrono della città, appunto San Gennaro, veneratissimo e particolarmente amato e proprio questa impronta religiosa spiegherebbe perché in Campania, tale nome, al primo posto nella classifica dei dieci nomi più importanti, riveste il 65,4% delle presenze, ovvero delle persone così chiamate. Ma Napoli in fondo è anche questo, un susseguirsi di tradizioni, cultuali, artistiche, religiose, sociali, enogastronomiche, folkloristiche, musicali, e quindi una tale varietà di nomi, non sorprende, anzi, attira sempre più curiosi, studiosi e linguisti. Al secondo posto troviamo, Ciro; tale nome è legato alla devozione a San Ciro, patrono degli ammalati e della città di Portici. In Campania, circa il il 66,8% delle persone porta questo nome, anche se in questo caso, la regione partenopea è seguita dalla Puglia, dove si registra un’alta percentuale. Anche, in riferimento a questo nome, gran parte delle scelte relative ad esso, si ricollegano alla venerazione religiosa a San Ciro, un altro dei santi più venerati dal popolo napoletano, dopo San Gennaro. La sua etimologia è ignota ma sono stati ipotizzati diversi significati, fra i quali “lungimirante”, “giovane” o eroe. Al terzo posto troviamo finalmente un nome femminile, Anna; tale nome deriva dall’ebraico e vuol dire, grazia. Si tratta di nome biblico presente sia nell’Antico Testamento, dove Anna è la madre del profeta Samuele, e anche nel Nuovo Testamento. Una curiosità relativa a questo nome, riporta all’antico gioco della Tombola napoletana, dove il numero 26, richiama proprio “Nanninella”, ossia il diminutivo di Anna. Inoltre, il numero 26, risulta essere uno dei più giocati al lotto, per i diversi significati che vi si possono attribuire. Anna è un nome spesso utilizzato, associato ad altri nomi, come Anna Maria. Un’altra curiosità relativa a tale nome, è che si tratta di un palindromo, cioè se viene letto normalmente o al contrario, è identico. Il quarto nome più famoso ed usato ancora oggi, è Giuseppe; anch’esso è legato alla tradizione biblica. Ricordiamo però, che Giuseppe è stato il nome proprio maschile più diffuso in Italia nel ventesimo secolo, con una frequenza che man mano è andata calando, fino al 2017, quando in Italia è andato in disuso, mentre a Napoli continua ad avere una buona collocazione tra […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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Culturalmente

Liliana De Curtis: controfigura di suo padre, Totò

Liliana De Curtis, attrice e scrittrice italiana, è la figlia del grande Totó, “Principe della risata” e di Diana Rognani. All’anagrafe Liliana Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi, Liliana De Curtis nasce a Roma il 10 maggio del 1933. Il nome Liliana fu scelto dallo stesso Totó, in onore di Liliana Castagnola, ballerina e attrice italiana, con la quale aveva avuto una relazione amorosa prima di conoscere la mamma di sua figlia. La Castagnola, grande amore del “Principe della risata”, si tolse la vita per questioni amorose ed egli volle così onorarla. La carriera letteraria di Liliana De Curtis è caratterizzata dalla costante presenza del papà, da “Totó Malafemmena”, “Totó a prescindere”, “Ogni limite ha una pazienza”: tutti libri che rimandano al grande attore, all’interno dei quali, tra le righe si percepiscono le somiglianze e quell’ironia, colma di ammirazione, nei confronti del padre. Liliana attualmente vive tra Napoli e Roma, è sempre stata molto riservata, nel corso degli anni, concedendo poche interviste e prediligendo il silenzio, parlando attraverso il suo sguardo, con quegli occhi nei quali si riflette ancora l’immagine del padre, tanto amato e ancora oggi ricordato con immenso affetto, a Napoli e nel mondo. Tra le curiosità che ha rivelato di recente, un tatuaggio, che raffigura la firma del padre, con quel tipico accento svolazzante sulla lettera – o. Totó era un uomo straordinario, un fenomeno che andava oltre la sua arte, padre protettivo e severo, da quanto sua figlia racconta, centellinando ogni parola, con l’estremo garbo ed educazione che la caratterizza. Attraverso i suoi racconti, Liliana De Curtis sembra ricostruire i tasselli della vita di Totó, un’esistenza non facile, come lei stessa ha dichiarato, che però ancora oggi sorprende.  Liliana è l’unica figlia di Totò, profondamente legata al ricordo del padre; nella sua vita avrebbe avrebbe voluto fare l’attrice, ma il papà glielo impedì consentendole soltanto, quando era bambina, una breve apparizione in un suo film del 1940, San Giovanni decollato. La De Curtis assomiglia tantissimo a suo padre, e si definisce con orgoglio la sua “controfigura”. Ecco dunque che Liliana De Curtis, sempre presente alle celebrazioni, premi, in onore di suo padre, continua a custodire e cullare teneramente il ricordo del nostro Principe della Risata. Immagine in evidenza: https://www.youtube.com/watch?v=5Eejv31ieOM

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Notizie curiose

Cosa fare quando ci si annoia? Alcuni consigli per allontanare la noia

Cosa fare per combattere la noia? Scoprilo, leggendo qui! Nella quotidianità può capitare di annoiarsi: frequentemente capita di provare noia e di non sapere cosa fare; naturalmente esistono diversi rimedi, o meglio attività, da intraprendere, proprio quando ci si annoia. Le cose da fare, si differenziano in base alla categoria di attività con le quali si ha più affinità, strettamente collegate alla personalità di chi le sceglie o svolge. Una tra queste potrebbe essere la musica, oppure l’arte, o ancora il bricolage. Insomma, una serie di possibilità che consentono di impiegare il proprio tempo libero senza annoiarsi. Uno dei consigli più semplici e spesso considerati quasi banale, è quello di leggere un bel libro, magari una storia coinvolgente, un romanzo d’amore o un giallo, che sappia appassionare e coinvolgere al tempo stesso. Se si sceglie di leggere come attività “anti-noia”, è molto importante trovare un ambiente confortevole e accompagnare la lettura con una tisana calda o qualche pasticcino, che contribuiranno a rendere speciale quel momento. Dunque, un libro è un buon alleato quando ci si annoia, ma non a tutti piace leggere, e infatti, esistono altre attività, diverse tra loro, da svolgere, per impiegare il proprio tempo. Un’altra simpatica attività, potrebbe essere il giardinaggio, anche in questo caso, se la persona che decide di svolgerlo, ha una forte passione per il verde. Trascorrere del tempo all’aria aperta, a contatto con la natura, permetterà di rigenerare la mente e caricarsi di energia positiva. In tal senso, un’altra cosa da fare, potrebbe essere una passeggiata, magari ascoltando della buona musica, osservando e fotografando ciò che quotidianamente, a causa degli impegni che attanagliano, sfugge all’attenzione, nutrendosi di nuovi particolari e sfumature paesaggistiche, culturali, ambientali. Dal punto di vista psicologico, la noia è uno stato d’animo, che prova una persona che vorrebbe fare qualcosa, ma è bloccata in una sorta di stallo emotivo. Spesso ci si annoia a causa dei vari impegni di routine, che creano un circolo vizioso, ovviamente di natura passiva, che irrimediabilmente conduce ad uno stato di noia. Tra le varie attività, alcune molto semplici e simpatiche, si sconsiglia l’uso di internet, in quanto, esso è parte integrante della vita di tutti i giorni, e dunque, utilizzarlo per riempire anche i cosiddetti momenti “vuoti”, non rappresenta una vera e propria distrazione. Leggere, scrivere (magari un diario segreto o un romanzo) suonare, fotografare, cucinare, dipingere, riordinare, dedicarsi alla cura del corpo, telefonare, meditare, studiare, fare sport, sono tutte potenziali attività da scegliere qualora ci si annoiasse. Qualsiasi di essa si scelga (questa è solo una breve lista) bisogna sempre ricordare che annoiarsi è un modo per sviluppare l’immaginazione, ma è anche un motivo in più per capire cosa fare nella vita e come sfruttare il proprio tempo. Magari, tra le tantissime attività da fare quando ci si annoia, una di esse, potrebbe col tempo diventare una passione o anche una professione. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/pioggia-bambini-triste-annoiato-20242/

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Culturalmente

Filemone e Bauci. L’amore eterno nella poetica ovidiana

Filemone e Bauci è uno dei brani più famosi presenti nell’ottavo libro delle Metamorfosi di Ovidio. Una narrazione piena, che comprende la ricezione di una serie di motivi tradizionali. Tra questi, la theoxenia, una antica usanza risalente all’età dell’oro. A partire dalla poesia ellenistica, il tema subisce una specializzazione: l’ospitalità alla quale il personaggio fa menzione, in riferimento alla povertà,  si trasforma in generosità. In Ovidio la storia dei due vecchietti, innamorati fino all’ultimo dei loro giorni, è ricca di gesti squisiti e delicati. L’esistenza di uno è scopo dell’altro, e senza una o l’altra, nulla avrebbe più senso. Filemone e Bauci: breve sinossi Un giorno Zeus ed Ermes scesero in terra vestiti da mendicanti per appurare quanto gli uomini fossero egoisti, in base a quanto veniva generalmente detto. Al calar del sole bussarono a tutte le porte, alla ricerca di ospitalità. Dopo vari tentativi una sola porta si aprì, quella della casa di Filemone e Bauci: due anziani molto poveri che li accolsero e li aiutarono. Zeus, commosso dal gesto, decise di mostrarsi a loro e di esaudire un loro desiderio. I due anziani chiesero di morire assieme. Zeus li nominò sacerdoti del tempio che aveva eretto sopra la loro casa e, alla loro morte, si trasformarono rispettivamente in quercia e in tiglio. Un’unica essenza in una narrazione sinergica Nella narrazione i ruoli dei due personaggi sono perfettamente uguali, posti sullo stesso livello, evidenziando un affetto reciproco che è allo stesso tempo fortemente armonico. Insieme portano avanti un concetto fondamentale, che poi si rivela essere il fulcro della storia e degli dèi in genere: rendere immortali coloro che si amano. Quello raccontato da Ovidio con il tramite di una favola edificante è un amore toccante, che implica anche tematiche morali e religiose. «Mi chiamo Bauci e quello che vedete è Filemone, mio marito. Che volete, siamo assai vecchi e molto poveri. Ma non ci lamentiamo». È quanto si legge in uno dei passi della storia. Questo tratto della narrazione è intenso e struggente al tempo stesso: sottolinea un amore che riesce ad andare oltre tutto, con rispetto e condivisione, senza mai lasciarsi affliggere o scoraggiare. I due personaggi sono innamorati, seppur poveri di beni materiali, ricchi di sentimenti, e non si perdono mai d’animo, distribuendo felicità e buon senso. Conoscono stenti e sofferenze ma, nonostante questo, sono solidali verso gli altri senza cattiveria. Il vero motivo della loro bontà, nata grazie all’arte narrativa di Ovidio, è una metafora importante: chiunque, conoscendo cosa si prova in una condizione non favorevole dovrebbe fare in modo che nessun altro provi quella determinata sensazione, nonostante le tante crudeltà e avversità che si affrontano quotidianamente. Bauci fu trasformata in tiglio, allegoria della felicità, mentre Filemone in quercia, simbolo della potenza e della fermezza maschile. L’una e l’altro sono perfettamente complementari, metafora del corretto vivere del tempo e rappresentazione di un amore che va oltre tutto, anche oltre la morte, per rinascere ancora. Grazie alla leggenda di Filemone e Bauci, il poema ovidiano esprime l’essenza della corporeità, […]

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Libri

Tuff e la sua banda, il nuovo romanzo di Paul Beatty

Tuff e la sua banda è il nuovo romanzo di Paul Beatty, scrittore e professore universitario statunitense; il romanzo, edito da Fazi, racconta la storia di Tuff, personaggio abbastanza “complicato”, descritto però con un linguaggio ed uno stile semplice. Infatti la narrazione procede in modo originale, con sprazzi effervescenti, perfettamente collimanti con la tecnica propria dello scrittore. Protagonista di Tuff e la sua banda è un uomo di colore chiamato da tutti in modo confidenziale, Tuff, in realtà Winston Foshay. Si tratta di un personaggio che si distingue per lo stile di vita che conduce: sposatosi con la fidanzata incinta, ha trovato una losca occupazione nel mondo della droga. Comportamenti ed atteggiamenti propri di una persona senza ideali e senza scopi, che però cambiano dal momento in cui, sopravvissuto miracolosamente a quello che si denota come un vero e proprio regolamento di conti tra bande rivali, decide di cambiare vita, aderendo al Programma Fratello Maggiore; il programma dà assistenza psicologica e sociale a tutti i ragazzi che vivono in condizioni svantaggiate. In realtà, la spinta al cambiamento avviene grazie a colui che rappresenta una sorta di “guida” per Tuff, ossia Spencer Throckmorton, un rabbino. Da quel momento, una serie di vicissitudini coinvolgeranno il protagonista, una persona con la quale non è facile rapportarsi, ma anche gli altri personaggi che ruotano intorno a lui. Una vita all’insegna della malavita, che improvvisamente tenta di incrinarsi verso un’andatura lineare, una strada non facile, che segnerà e coinvolgerà, sin da subito e in modo piuttosto intenso, anche il lettore. Un romanzo graffiante, colmo di adrenalina e pieno di ritmo come le strade di Harlem che racconta, in cui si riconoscono l’umorismo e l’estro creativo, nonché verbale ,di Paul Beatty, vincitore del Man Booker Prize 2016 con l’indimenticabile Lo schiavista: analisi e descrizione brillante dell’America di oggi. Tuff e la sua banda rientra nel genere del romanzo cosiddetto picaresco, ossia, un genere letterario all’interno del quale la narrazione procede in prima persona e dove il protagonista racconta la propria storia, dall’inizio alla fine, non risparmiando i dettagli. L’originalità, che è al contempo anche il tratto distintivo di questa tipologia letteraria, è che il protagonista è un “picaro”, ossia una sorta di mascalzone, solitamente una persona di bassa estrazione sociale, problematica e con una vita difficile, che lotta per sopravvivere. L’autore di Tuff e la sua banda, Batty, sin dall’inizio del romanzo, unisce tutti i tasselli propri di questo genere, il quale, nonostante si pensi sia in decadenza, continua ad essere utilizzato, mescolato con altre tipologie, creando però un unicum narrativo che non smette di coinvolgere e sorprendere. Tuff e la sua banda è una storia di riscatto, nella quale però si percepisce un forte senso di sopravvivenza, misto a degrado sociale e culturale. Tutto fila liscio, come se fosse un discorso declamato a voce alta, senza troppi fronzoli, con il personaggio principale che si fa spazio e vive le proprie problematiche, circondato da altri personaggi, le cui storie ed identità s’intrecciano tra loro. Fondamentalmente è un viaggio […]

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Cinema e Serie tv

Storia del nuovo cognome: alla scoperta del set ischitano

Torna, dopo l’immenso successo della prima serie, L’amica geniale, il secondo capitolo della quadrilogia di Elena Ferrante, ossia Storia del nuovo cognome. La famosissima serie, ambientata a Napoli, è stata girata anche nella piccola ma suggestiva isola d’Ischia, con le due protagoniste Lila e Lenù, cresciute, oramai donne; proprio Lila sceglie di andare in vacanza al mare, ad Ischia, che diventa uno dei luoghi simbolo della fiction. Il romanzo di Elena Ferrante è inesorabilmente legato ad Ischia, sia grazie alla bellezza dei luoghi che fanno da sfondo alle parole, ai monologhi, alle scene, che si fondono con i colori dell’isola, sia in riferimento alla profondità dei legami che man mano si delineano, componendosi di tanti piccoli dettagli. Le scene de L’amica geniale e anche del secondo capitolo, Storia del nuovo cognome, sono state girate ad Ischia Ponte, all’ombra del maestoso Castello Aragonese. Il borgo di Ischia Ponte ha ospitato per il secondo anno consecutivo le riprese della famosa serie. Ricordiamo che Ischia Ponte rappresenta il punto nevralgico dell’isola d’Ischia, e il suo borgo, detto anche “Borgo di Celsa”, per la presenza di gelsi, è un antichissimo centro animato da pescatori e botteghe, la cui esistenza è già documentata nel XIII secolo. Con il passare degli anni, la struttura architettonica ed urbanistica, propria del borgo, con vicoli stretti, palazzi signorili alternati a caratteristiche casette basse, si è conservata inalterata, regalando suggestioni ed emozioni uniche a chi vi passeggia, sia d’inverno che d’estate. Proprio nei vicoletti del borgo di Ischia Ponte, hanno passeggiato le due protagoniste della celebre serie Storia del nuovo cognome, recitando e mescolando man mano tutti gli aspetti tipici del genere moderno e le identità autobiografiche strettamente connesse all’autrice, Elena Ferrante. Ischia Ponte è la prima location che appare nella fiction; proseguendo, i nuovi episodi – ambientati negli anni Sessanta – catapulteranno i telespettatori nel centro storico di Forio, uno dei sei comuni dell’isola d’Ischia. Nel centro storico di Forio, impreziosito da piccole botteghe, cimeli, prenderà forma la quotidianità delle due protagoniste. La vera anima del centro storico di Forio sono i vari vicoletti che si diramano verso la collina di San Vito e il quartiere del Cierco, le zone corrispondenti al nucleo originario del villaggio di Forio, risalente almeno al 1200. Proprio come Elena Ferrante, con il secondo volume della propria preziosissima opera, riesce tenacemente a raccontare, scavando nell’animo delle protagoniste principali, così le location dell’isola d’Ischia, scelte per le riprese, riusciranno ad oltrepassare la modernità che le caratterizza, catapultandosi in un’epoca storica forse non troppo lontana, che affonda le proprie radici nella tradizione che ancora oggi caratterizza alcune parti di Ischia. L’indole storico-sociale del romanzo di Elena Ferrante si riconosce nell’accurata selezione delle ambientazioni ischitane, che il regista Saverio Costanzo ha scelto. Il set, molto articolato, oltre ad Ischia Ponte e Forio, è stato allestito anche a Lacco Ameno, importante per la presenza storica del mecenate Angelo Rizzoli, che trasformò il comune ischitano in una rinomata località turistica, dandole visibilità e vivacità; ma non solo, Lacco Ameno è […]

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Cucina e Salute

Dolori premestruali: cosa sono e come alleviarli

Sono sempre più numerose le donne che soffrono di dolori premestruali, fastidiosi disturbi che condizionano fortemente il normale svolgimento delle attività quotidiane, arrecando malessere generale e forte irritabilità. In Italia, le diverse ricerche effettuate in questo ambito, dimostrano che esistono una serie di sintomi comuni alle diverse donne, e che caratterizzano la fase che precede il normale ciclo mestruale, variando in base a diversi fattori. Qual è la causa dei dolori premestruali? I dolori che caratterizzano la fase premestruale, sono legati ad una o più cause delle quali non si conosce con precisione l’identità, o il meccanismo che li provoca. Sicuramente, diversi fattori agiscono in sinergia, causando la comparsa dei sintomi, piuttosto fastidiosi. Uno dei fattori scatenanti più conosciuto è la carenza di magnesio, che genera mal di testa, crampi muscolari anche e dolori intensi all’inguine. Tale carenza è correlata ad un incremento di ormoni, come l’aldosterone, che regola i quantitativi dei sali minerali presenti nel nostro corpo. Sbalzi di umore, improvvisa voglia di cibo, che sia dolce o salato, stanchezza, forte irritabilità, tensione mammaria, gonfiore addominale, insonnia, modifiche dell’appetito, nervosismo, emicrania, acne diffuso, dolori muscolari, sono solo alcuni dei sintomi premestruali; naturalmente solo alcuni di essi, tendono a sparire una volta sopraggiunto il normale ciclo, per poi presentarsi nuovamente, il mese successivo. I dolori premestruali si presentano solitamente cinque o dieci giorni prima del ciclo, e in alcune donne, può succedere che i primi sintomi si manifestino durante il primo giorno di ovulazione, circa il quattordicesimo e che durino fino al ciclo vero e proprio. Come curare o alleviare i dolori premestruali Naturalmente, appartenendo ad una vero e proprio ambito scientifico, i dolori premestruali, si possono curare o quantomeno alleviare, qualora non fossero particolarmente intensi, con rimedi naturali o farmaci. Gli integratori e la vitamina B6, si sono dimostrati molto efficaci per regolare l’attività ormonale e per rinforzare il sistema immunitario e dare sollievo in caso di dolori molto forti. Per quanto concerne i metodi naturali, invece, si può far ricorso alla camomilla, a tisane calde a base di zenzero, tarassaco e verbena, ottimi alleati in particolar modo per quello sgradevole senso di gonfiore che lamentano le donne durante la fase che precede il ciclo mestruale e che coincide con la comparsa dei primi dolori. In questo caso, può essere utile anche una dieta, rigorosamente a base di cereali, frutta e fibre. Ricordiamo in ogni caso, che il dolore è uno dei sintomi cardine della sindrome premestruale, così come del ciclo stesso. Esso Si manifesta in forma “lieve”, con crampi localizzati nella zona del basso ventre, e in forma “intensa”, soprattutto durante i giorni che precedono il ciclo, con forte mal di testa, mal di schiena, dolore alle gambe e alla pancia, stanchezza. I disturbi, oltre ai dolori, riguardano anche la cosiddetta sfera emotiva. I dolori premestruali non vanno assolutamente sottovalutati, infatti a tal proposito, alcune donne, sono solite redigere un vero e proprio “diario”, sul quale annotano tutto ciò che caratterizza quei giorni. Difatti, sono i medici stessi, […]

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Fun e Tech

Come avere una PEC gratis, consigli ed indicazioni

La PEC (posta elettronica certificata) è un servizio utile e soprattutto sempre più diffuso in Italia, per poter comunicare con enti pubblici e pubblica amministrazione; a possederla, non sono esclusivamente professionisti del settore, per far fronte ad obblighi di legge, o prerogative di natura economica, ma sempre più persone comuni. Per le imprese, i liberi professionisti, e le Pubbliche amministrazioni, avere una PEC è obbligatorio per legge, in quanto ogni messaggio inviato con posta certificata, assume un vero e proprio valore legale; caratteristica che ovviamente perderebbe se si inviasse la mail ad una casella di posta normale. Naturalmente, la PEC ha un costo, seppur non esorbitante, che però assicura un servizio eccellente, grazie ad uno strumento che assume il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma esclusivamente se i messaggi vengono scambiati tra due indirizzi PEC e non tra un account email di tipo tradizionale e una PEC. Come ogni servizio, anche la PEC, si può ottenere in forma gratuita; creare un account di posta elettronica certificata gratuita, è possibile solo in alcuni casi e solo per un determinato periodo di tempo (esistono a tal proposito varie promozioni, semestrali o annuali, che permettono di “provare” il servizio). Si può ottenere una PEC gratuita, o attivando LegalMail, che offre una prova di sei mesi, e poi un abbonamento mensile che può variare in base alle proprie esigenze. In questo caso, il costo, qualora si decidesse di creare una casella a pagamento, è pertanto elevato, a causa dei diversi servizi connessi alla mail stessa. Altro sistema è Register.it anch’esso con durata semestrale e un vincolo per quanto riguarda la grandezza e lo spazio della casella, che è di 2 giga. Trascorso il periodo di prova, si potrà attivare la PEC, creandone una personale a pagamento, ad un costo contenuto, inferiore ai 3 euro ai quali bisognerà aggiungere l’IVA. Quelli citati sono i due siti web più sicuri e affidabili per ottenere una PEC che sia gratuita o quantomeno per provarne i benefici, in un tempo limitato, ma non troppo. Naturalmente, qualora si volesse creare una propria casella di posta certificata, o semplicemente provare, sarà necessario verificare che sul proprio dominio sia attivabile; è questa una procedura di verifica da effettuare direttamente sui siti di riferimento. Ricordiamo che la PEC, offre numerosi vantaggi e benefici a chi ne usufruisce, trasparenza e protezione sono le due qualità più apprezzate da chi la utilizza. Il servizio era gratuito fino al 2014, offerto dal Governo, ogni cittadino poteva attivarlo, mediante un apposito sito web istituzionale. Pur avendo un costo, (talvolta eccessivo) è pur vero che è possibile provare il servizio gratuitamente prima di abbonarsi. In realtà, il servizio è simile a quello di una casella di posta normale, anche se grazie ai sistemi e ai protocolli di sicurezza utilizzati, è in grado di garantire la sicurezza del messaggio, attribuendogli un’identità legale.   Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/illustrations/posta-elettronica-newsletter-3249062/

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Fun e Tech

Come avere WhatsApp nero: consigli e novità

Come avere WhatsApp nero o meglio la dark mode della rinomata chat di messaggistica istantanea, è piuttosto semplice, soprattutto se si possiede un sistema Android o iOS. Chiariamo subito che con la dicitura “WhatsApp nero” si intende la versione notturna dell’applicazione; secondo gli esperti infatti, tale versione alternativa, consentirebbe di utilizzare l’applicazione anche di notte, senza arrecare danni agli occhi e soprattutto evitando di consumare la carica del proprio smartphone. Le ultime novità dell’applicazione però, riguardano solo la versione beta, anche se presto sarà disponibile su tutti i dispositivi. WhatsApp nero, funziona sostanzialmente invertendo i colori, consentendo di utilizzare l’applicazione in bianco e nero e quindi senza colori. Per quanto riguarda il colore delle chat relative alle conversazioni presenti sul proprio cellulare, esse diventeranno grigio scuro, i font diventeranno invece bianchi, mentre i messaggi e gli spazi saranno verde scuro ed intenso, tendente al nero. Una soluzione che permetterà di utilizzare WhatsApp più a lungo, senza inficiare negativamente né sulla batteria del cellulare, né sulla propria vista, inoltre, le diverse ricerche effettuate, dimostrano che tale scelta potrebbe rivelarsi molto efficace, soprattutto perché notevolmente apprezzata dal punto di vista prettamente estetico. La modalità scura di WhatsApp è attualmente disponibile solo all’interno del programma beta, accessibile attraverso la versione 2.20.13. Può avere tale versione, sia chi ha un sistema Android, sia chi invece utilizza IOS; essa sarà accessibile a tutti (o quasi) gli iscritti, ma da quanto si apprende, il numero dei possessori sarà limitato, anche se ampliato periodicamente per consentire a quante più persone di provarla. Attivare WhatsApp nero è facile, sarà sufficiente aprire le impostazioni e selezionare la voce Tema per seleziona una delle opzioni presenti: scura, per attivare la Dark Mode, luminosa, per tornare alla versione standard, o di default per allineare i colori della chat alla Dark Mode attivata o meno sul sistema operativo. Naturalmente, anche per quanto riguarda la versione Web di WhatsApp, la conosciuta ed utilizzata versione desktop della famosa applicazione di messaggistica istantanea, sarà attivabile in modalità “nera”, grazie a pochi semplici passaggi. Sarà però necessario, avere l’ultima versione di Google Chrome o Mozilla Firefox, e un’estensione che funzioni e che permetta al tempo stesso di modificare l’aspetto di WhatsApp Web, in questo caso. Per quanto concerne le ultime indiscrezioni relative a WhatsApp nero, per ora è stato ribadito che il colore predominante potrebbe essere appunto il nero, anche se alcune fonti ufficiali fanno riferimento ad un blu molto scuro, che secondo gli esperti del settore, stancherebbe meno gli occhi, rendendo la lettura dello schermo più facile. Ricordiamo comunque che per ora la versione nera di WhatsApp è ancora provvisoria, tuttavia, la versione ufficiale dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, magari dopo aver sistemato alcuni problemi che degli utenti hanno segnalato nella versione beta. Immagine in evidenza: pixabay.com

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Notizie curiose

Pipernia forte: tanti usi e proprietà benefiche

La pipernia forte, conosciuta anche come piperna, è un’erba aromatica, coltivabile sia in vaso che in giardino, dotata di rinomati benefici fisioterapici e molto utilizzata in cucina, nella preparazione di piatti tipici della tradizione. L’erba aromatica è diffusa soprattutto in Campania, in particolar modo ad Ischia, piccola isola del Golfo di Napoli, dove da sempre è utilizzata in campo culinario. Dal punto di vista fitoterapico, essa ha diverse proprietà, è drenante, depurativa e astringente, inoltre risulta essere un ottimo aiuto per le difese immunitarie, ha potere antisettico e combatte i parassiti dell’intestino. Infine, non certo per importanza, è ipocalorica (si calcolano circa 70 calorie per 100 grammi). Sicuramente uno dei benefici più apprezzati è quello di riuscire a stimolare il metabolismo, contribuendo in questo modo a bruciare grassi e allo stesso tempo ad inibire l’assimilazione degli stessi, riducendone di conseguenza l’assorbimento. La pipernia forte è una pianta perenne, alta circa 80 cm, caratterizzata da steli piuttosto sottili, dai quali fuoriescono le foglie di colore verde e dal piacevole quanto intenso profumo. Proprio grazie alla profumazione, oltre che in ambito prettamente gastronomico, la pipernia, è utilizzata anche nella preparazione di tisane e decotti, e soprattutto in campo cosmetico, per la realizzazione di oli essenziali, creme e profumi. La coltivazione della pipernia predilige terreni ovviamente feritili, umidi e sempre ben drenati, ecco perché essa cresce rigogliosa sull’isola d’Ischia, dove il sottosuolo è ricco di sali minerali e soprattutto riesce a mantenere un tasso di umidità costante. La pipernia forte, come accennato in precedenza, è una pianta aromatica antica, utilizzata in passato dalle massaie dei piccoli borghi (soprattutto campani) per arricchire zuppe e piatti tipici della tradizione locale. Essa è una pianta piuttosto resistente, difficilmente attaccata da parassiti o agenti esterni, e facile da coltivare, soprattutto in giardino. Grazie alle proprietà fitoterapiche e balsamiche (infatti è molto utile in caso di tosse e raffreddore) la pipernia forte, il cui nome deriva dal greco e significa “Coraggio”, i soldati romani solevano bagnarsi con acqua di Timo, alla quale spesso è associata, per acquistare vigore fisico e coraggio, è molto conosciuta ed apprezzata per il retrogusto amarognolo che la identifica. Una pianta dal sapore unico, dal profumo avvolgente, che racchiude nel suo esile fusto, l’essenza di una spezia dalle mille proprietà. Un vero e proprio concentrato di benessere, sia per chi ama lo sport, sia per coloro che la gustano, utilizzandola semplicemente come spezia, o ancora, per quanti usufruiscono dell’efficacia in campo medico. – Immagine in evidenza: Verde In Fiore

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Notizie curiose

Plopping: come gestire i capelli ricci

Il plopping è una tecnica molto conosciuta ed è utilizzata per modellare e dominare i capelli ricci, spesso ribelli e ingestibili. Il termine deriva dall’inglese plop e significa letteramente “raccogliere i capelli in un panno”, che può essere un turbante in spugna o un asciugamani in microfibra. Il procedimento prevede che i capelli bagnati subito dopo lo shampoo vengano appunto arrotolati all’interno di un ‘panno’. Questa semplice e “banale” azione è utile in quanto consente di creare ricci morbidi o semplicemente delle onde voluminose, eliminando quel fastidioso effetto “paglia” che spesso affligge chi ha i capelli ricci. Anche se i prodotti per detergere e curare i capelli ricci (shampoo, maschere per capelli, spume, balsamo) sono sempre più numerosi, il problema della definizione del riccio interessa sempre più persone. Sembrerebbe infatti che la tecnica del plopping sia nata proprio per ovviare a questo problema, con un metodo semplice e soprattutto realizzabile da tutti. Plopping, il procedimento passo passo Una volta raccolti capelli tenendo la testa in giù, bisogna aver cura di sistemarli al centro del panno disposto su una superficie orizzontale. Il lembo anteriore del panno va appoggiato dietro la testa, dirigendolo verso la nuca; il lembo posteriore del panno va arrotolato in due estremità che devono essere attorcigliate tra loro dietro la testa per formare un turbante. Per quanto riguarda il cosiddetto“tempo di posa”, il mondo del web, dove sono numerosissimi i video tutorial a tal riguardo, si divide: c’è chi per l’appunto consiglia di tenerlo su tutta la notte; e chi invece sottolinea che il tempo di posa non debba superare i trenta minuti. Indipendentemente da questo, una volta rimosso il “panno”, strumento indispensabile per realizzare il plopping, basterà definire i capelli con le mani, senza aprire le varie ciocche, ma chiudendo ognuna di esse in una sorta di pugno chiuso, per dare una maggiore definizione al riccio; svolta questa semplice azione, si passa all’asciugatura, possibilmente con il diffusore, (applicando prima un buon termoprotettore, che permetterà di non bruciare i capelli con il calore sprigionato dall’asciugacapelli) senza toccare i capelli e asciugandoli  a testa in giù. I capelli ricci non sono facili da gestire, ma il plopping, con una serie di accorgimenti, può donare definizione e morbidezza ai propri capelli.   Immagine in evidenza:  Foto di Karen Arnold da Pixabay

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Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

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