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Eroica Fenice

Culturalmente

Isole italiane: bellezza, cultura e scenari unici

Le isole italiane attirano ogni anno tantissimi visitatori, sia d’estate che durante il resto dell’anno. Ogni isola si colora delle sfumature proprie della natura morfologica che la contraddistingue, regalando scenari unici e rari: spiagge bianche, acque cristalline, rocce dalle forme più disparate, ciottoli colorati. Un insieme di fattori che contribuiscono a determinarne l’identità, rendendola una diversa dall’altra. Isole italiane: il grande potenziale italiano In Italia le isole sono circa 800. Alcune di queste sono abitate mentre altre sono molto amate durante il periodo estivo, grazie a una densità demografica piuttosto bassa. La più grande delle isole del Mediterraneo è la Sicilia, scelta sempre più frequentemente per il vasto patrimonio artistico, culturale e storico che la caratterizza; meravigliose sono le spiagge tra cui al primo posto spicca San Vito Lo Capo. Ogni spiaggia si tinge delle proprietà della macchia mediterranea, creando un vero e proprio paradiso naturale incontaminato. Naturalmente ogni isola differisce dalle altre non solo per la conformità del territorio, ma anche per la tipologia di turismo che la contraddistingue. Ricordiamo inoltre che nelle isole italiane considerate “maggiori” lo sviluppo economico e industriale ha contribuito, nel tempo, a determinare mutamenti e diversità non solo ambientali, ma anche di carattere sociale e culturale. Le due isole maggiori della Penisola italiana sono circondate da arcipelaghi minori; sono ventotto le isole che si raggruppano attorno alla Sardegna, di cui solo otto sono densamente abitate, mentre ventidue si trovano attorno alla Sicilia. In prevalenza si spargono dal Tirreno ai mari di Sardegna e Sicilia. Isole italiane: scenari diversi per esigenze varie Alcune tra le isole italiane, sono luoghi meravigliosi ma impervi; tra questi sicuramente rientra l’isola di Montecristo in Toscana, luogo ripido e remoto, noto anche grazie alle varie citazioni letterarie  alle varie apparizioni cinematografiche. Una terra quasi magica, incontaminata e nella quale il tempo sembra essersi fermato in uno spazio dai confini contornati dai colori del tramonto. Proprio in riferimento ai cosiddetti confini altra isola italiana importante è Lampedusa, tra le più belle e più scelte non solo d’estate, che rappresenta l’ultimo lembo di territorio italiano prima dell’Africa. Magnifica isola a sud della Sicilia forma, assieme all’isola di Linosa e allo scoglio di Lampione, l’arcipelago delle Pelagie (ovvero “isole d’alto mare” secondo l’etimologia greca). Terra di confine tra due mondi, Lampedusa racchiude caratteristiche ambientali di due continenti assai diversi: l’Africa e l’Europa. Basti pensare che dista 210 km dalle coste siciliane e solo 152 km da quelle africane. Oltre alla Sicilia e alla Sardegna, che sono le principali isole italiane, esistono moltissime altre realtà che meritano di essere conosciute per la loro bellezza. Alcune di queste isole sono grandi e conosciute mentre altre più piccole e quindi meno note, ma non per questo meno belle. Tra le isole italiane più belle è opportuno menzionare anche Ischia, isola del Golfo di Napoli assieme a Capri e Procida. La cosiddetta isola verde dista circa 33 km dalla città di Napoli e nel corso degli anni è divenuta una delle mete più gettonate da chi decide […]

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Libri

I cieli di Philadelphia, il nuovo romanzo di Liz Moore

I cieli di Philadelphia è un libro della scrittrice Liz Moore, che, con una narrazione quasi disarmante, ed estremamente coinvolgente, spiega che, al di là delle cosiddette “apparenze”, dovute, nel caso del suo romanzo, ad una serie di attività socialmente e legalmente errate, possa esserci in realtà, un forte umanità desiderosa di riscatto. I cieli di Philadelphia: trama La storia segue Mick Fitzpatrick sulle piste di un assassino seriale che sceglie le sue vittime tra prostitute disperate, alla ricerca di pochi spiccioli per acquistare una dose di droga. La trama del libro è una sorta di percorso investigativo che si perde tra le diramazioni delle storie, tra gli abitanti dei quartieri, e tra la drammaticità di alcuni eventi. Due storie parallele, quella di Kacey, sorella minore che vive per strada, prostituendosi, e la storia di Mickey, il cui unico scopo è quello di ritrovare la sorella, improvvisamente scomparsa dal quartiere. Il percorso che la giovane deve compiere per ritrovare la sorella, non è facile: Mickey si confronterà con verità scomode, relazioni pericolose, immagini distorte di una realtà pericolosa. I Cieli di Philadelphia è un romanzo nel quale, i due personaggi principali, riescono, grazie alla penna della scrittrice, a far sentire la propria voce; ciò riguarda soprattutto Mickey, sorella maggiore, che con affetto e dolore, protegge la sorella minore, nonostante i rancori di una vita. Si tratta di un romanzo nel quale si respira un forte senso di assenza, quella di un genitore che, lascia due figlie ancora piccole. Un romanzo poliziesco o una saga familiare? Il romanzo potrebbe essere considerato una saga familiare, ma al tempo stesso un poliziesco, anche se la versatilità del testo, lo rende particolarmente polivalente, donandogli un’identità quasi “mista”. Le parole poste dalla scrittrice l’una dopo l’altra, come tasselli, perfettamente incastrati, rappresentano un continuo susseguirsi tra passato e presente. La mancata affettività del passato, sembra essere ancora fervida, e soprattutto si tramuta in senso di responsabilità da parte della sorella maggiore. La ragazza è quasi ossessionata dal voler ritrovare la sorella, nonostante il rapporto spesso conflittuale, dettato da mancanze e traumi. I cieli di Philadelphia è un romanzo oggettivamente realistico, che mette in luce quanto quotidianamente può accadere in uno dei quartieri più malfamati, città simbolo della Rivoluzione americana, ossia Kensington. Fortunatamente quel degrado, non solo sociale, ma anche culturale, non sembra coinvolgere la protagonista-detective, chiave del romanzo, che senza sosta cerca la sorella, nonostante l’atteggiamento di sfiducia di qualcuno, e le tante persone che le dicono di non rincorrere chi non smette di correre. Immediatamente mettendo in chiaro l’oggetto principale della sua scrittura, Liz Moore apre il romanzo (e lo chiude) con la lista di tutte le persone della vita di Mick distrutte dall’eroina. I cieli di Philadelphia: linguaggio scorrevole e intrecci ben identificabili Il linguaggio utilizzato dalla scrittrice Liz Moore, è semplice e scorrevole, descrive uno scenario americano all’interno del quale si delineano aspetti tra loro contrastanti, rapporti divergenti e interazioni sconfinate. Il tessuto narrativo de I cieli di Philadelphia, permette di comprendere come, […]

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Culturalmente

Pittori italiani del Novecento: la pittura come espressione

L’arte, e soprattutto la pittura, hanno da sempre affascinato tantissime persone, di generazione in generazione, attraverso colori, forme, movimenti, dinamismo, “pennellate” di colore e d’identità. Con il trascorrere del tempo, la pittura si è colorata di nuovi aspetti e tendenze, e infatti non ha mai smesso di sorprendere. In particolare modo in Italia, a partire dal Novecento, sono diversi i pittori che attraverso le proprie opere, catturano e ammaliano l’attenzione di chi osserva estasiato. I pittori italiani di questo periodo sono numerosi e sperimentano un proprio linguaggio del tutto personale. Pittori italiani del Novecento: tendenze ed espressioni pittoriche Una delle icone della pittura del Novecento è Amedeo Modigliani; uomo dall’indomabile bellezza, dotato di un animo inquieto, e di una bravura che lo ha reso immortale. Soprannominato “Modì” o “Dedo” è uno dei più importanti artisti italiani del Novecento. Pittore e scultore, Modigliani incarna l’artista romantico per eccellenza, impulsivo e dal temperamento forte. La pittura di Modigliani non si riduce al semplice espressionismo, va ben oltre, calandosi in un’ottica ricca di sinuosità. L’artista dipinge se stesso, la propria quasi irrefrenabile inquietudine, con forme che si rivelano cristalline agli occhi di chi guarda. Ogni personaggio sopraffà l’immagine, e ogni immagine è una sintesi che spesso si rivela spietata, brutale. Modigliani era solito ritrarre donne, nelle quali, attraverso i volti spesso non riconoscibili, allungati, modificati, non perfetti, si riscontrava una forte disarmonia, che però, era al tempo stesso ricca di pathos. Per quanto concerne la pittura, è bene ricordare che la bellezza di un quadro dipende, non tanto dalla firma, quanto piuttosto dalle emozioni che da esso scaturiscono, anche a distanza di tempo. Un altro grande pittore italiano, non studiato sui manuali scolastici, ma degno di menzione, è Roberto Bompiani. L’artista muove i suoi primi passi durante gli studi presso l’Accademia di San Luca, presentando una serie di saggi allegorici, quali La Filosofia, La Giustizia e altri ancora. Durante gli anni ottiene diversi incarichi: inizialmente lavorò per la villa del principe Borghese ad Anzio, realizzando opere per la corona spagnola. Pittori del Novecento: il distacco dalla cultura Neoclassica Al di là del modo con il quale un pittore dipinge una propria opera, gli artisti del Novecento sono spinti dalla necessità di staccarsi dai canoni della cultura neoclassica; tutto ciò avviene per adattarsi ad un programma che sia composto di più sfumature e funzioni e quindi raggiungere un pubblico più vasto. Carlo Carrà è il primo pittore ad abbracciare questo nuovo linguaggio pittorico, con composizioni controllate e sempre sinuose. Il pittore riproduce prevalentemente ambientazioni naturali, paesaggi, ma anche tematiche che si rifanno ai primordi dell’umanità. Lui stesso affermò: «Era necessario uscire dalla formula futurista. E allora, la pittura metafisica mi è servita per ritornare a rivedere i problemi spaziali degli antichi». Carrà, celebre pittore italiano, apprezzato ancora oggi, realizza la sintesi perfetta tra realismo lirico e natura, con soggetti che spesso si naturalizzano. La pittura è anche creatività, e quando essa si allontana dalle forme proprie della natura, o non evoca forme umane, può essere […]

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Culturalmente

Filosofi famosi: da Socrate a Sartre, da Kant a Eco

I filosofi famosi sono tutti quelli che solitamente si menzionano nei manuali scolastici e che si studiano tra i banchi: da Kant ad Hegel, da Aristotele a Socrate, da Marx a Nietzsche, sono solo alcuni dei filosofi più famosi. Naturalmente la lista dei filosofi famosi, cresce anche in relazione all’area geografica di studio; ad esempio, se si prende in esame l’Italia, i filosofi più importanti non apparterranno all’epoca post rinascimentale, e saranno vari, tutti diversi tra loro. In riferimento al mondo, saranno altrettanto numerosi e soprattutto caratterizzati e conosciuti per le identità e i pensieri nettamente diversi rispetto a quelli italiani. Filosofi famosi: i pre-socratici Ricordiamo che la storia della filosofia occidentale ha inizio nell’antica Grecia, dove si avvertiva un forte bisogno di conoscenza e parecchie erano le cosiddette scienze, studiate. I filosofi del tempo, s’inserivano proprio in quel tipo di società, per provare a spiegare la realtà in modo scientifico, attraverso il pensiero e il ragionamento. Possiamo distinguere i cosiddetti filosofi pre-socratici, tra i quali, Talete, Pitagora, Eraclito, Empedocle, per citarne alcuni tra i più famosi. Nel pensiero dei pensatori citati, è evidente la necessità di una cooperazione tra retorica e dialettica, il cosiddetto “fare filosofico” che sarà poi ripreso successivamente da Leibniz. Il pensiero di Leibniz s’inserisce nel dibattito metafisico sulla sostanza, aperto da Cartesio. Talete, Pitagora, Eraclito, Empedocle, possono essere definiti filosofi famosi, poiché la loro ricerca dell’infinito ancora oggi si concentra su una serie di analisi e pensieri da parte di studiosi e scienziati. Particolarmente interessante la “dottrina dei contrari”: per Eraclito, infatti, la legge segreta del mondo risiede nel rapporto di interdipendenza di due concetti opposti, che, in quanto tali, lottano fra di loro ma, nello stesso tempo, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Dai filosofi razionalisti agli empiristi Uno dei filosofi empiristi più famosi, è sicuramente Immanuel Kant; il pensatore, conosciuto ed apprezzato ancora oggi, si colloca in un’epoca di transizione tra Illuminismo e Romanticismo. Nel 1788 Kant pubblica la Critica della ragion pratica, all’interno della quale il filosofo tedesco descrive una realtà che si allontana da ogni possibile esperienza. Seguirà poi la Critica della ragion pura, nella quale Kant distingue tra “bellezza libera” e “bellezza aderente” per quel che riguarda il sentimento del bello. Con Kant, la ragione rappresenta lo strumento per sconfiggere ogni forma di dogmatismo per giungere all’autonomia dell’uomo. Il suo pensiero è considerato uno dei fondamenti del pensiero moderno, un’espressione di realtà moderna che però si ri-collega ai filosofi di cui precedentemente abbiamo fatto menzione e a quel carattere scientifico che li contraddistingueva. Quindi, la ricostruzione della vita, dall’infanzia in poi, è mirata a mettere in luce una matrice comune ai cammini storici dei diversi popoli, prospettiva che collega i vari filosofi in epoche diverse ma con pensieri fortemente collimanti. Freud: un filosofo neuroculturale L’idea della rappresentazione della realtà, trova spazio anche in un altro filosofo, spesso definito saggista, ossia Sigmund Freud. A lui si deve la nascita della psicoanalisi e l’idea che la parte più importante della psiche sia sommersa e […]

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Culturalmente

Ischia letteraria: i versi dei letterati dedicati all’isola

Ischia è un’isola del Golfo di Napoli, conosciuta sin dall’epoca romana per le innumerevoli caratteristiche del territorio, il clima mite e la forte presenza termale e, soprattutto, per essere stata decantata nel corso del tempo da letterati e poeti che hanno creato l’immagine di Ischia letteraria. Giovanni Boccaccio: prima testimonianza letteraria di Ischia-Ponte La prima testimonianza letteraria su Ischia è di Giovanni Boccaccio; il poeta del Decameron, descrisse la bellezza dell’isola con parole semplici e toccanti al tempo stesso. “Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l’altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta, e figliuola d’un gentil uom dell’isola, che Marin Bòlgaro avea nome”. La magnificenza dell’isola è descritta da Boccaccio proprio nella sua opera più celebre, il Decameron, attraverso la storia di Pampinea, narrata nella quinta giornata dell’opera. La storia è tratta dalla leggenda di Fiorio e Biancifiore, leggenda che Boccaccio aveva già raccontato nel Filocolo. Il re Federigo d’Aragona chiuse la bella Restituta nel palazzo arabo-normanno che porta il nome di Cuba. Sulle tracce della donna amata, Gianni arrivò a Palermo e intravide Restituta dietro una finestra del palazzo. Durante la notte Federigo scoprì i due amanti addormentati e ordinò che fossero legati ed esposti nudi sulla pubblica piazza, prima di essere arsi vivi. Grazie alla testimonianza dell’ammiraglio Ruggeri di Lauria, i due giovani furono perdonati perché identificati come la figlia di Marin Bòlgaro e il nipote di Gian di Procida, sostenitore degli Aragonesi e uno dei capi della rivolta dei Vespri. A tal proposito, chiunque raggiunga Ischia recandosi poi ad Ischia Ponte, di cui è simbolo il celebre Castello Aragonese, potrà notare che una delle piazzette è dedicata proprio al Boccaccio. Ricordiamo che proprio il Castello Aragonese fu un centro culturale, artistico e storico, soprattutto a partire dal ‘500, con la ricca produzione letteraria di Vittoria Colonna; ella, come altri animi nobilmente letterari, scelse Ischia come fonte di ispirazione per le proprie opere. Vittoria Colonna è una figura emblematica per la storia di Ischia letteraria; trascorse quasi un trentennio nel Castello Aragonese, fonte di ispirazione per i propri sonetti che rappresentano un tassello del ciclo delle poesie d’amore. Si tratta di opere giovanili, semplici e spontanee, il cui corpus narrativo principale è costituito dalle rime in morte dello sposo Ferrante d’Avalos (sposato nel 1509). Ricordiamo che Le Rime di Vittoria Colonna hanno una storia editoriale un po’ complessa, poiché la poetessa non ne autorizzò mai la stampa e circolavano solo attraverso uno scambio privato di codici manoscritti inviati in dono a importanti personaggi dell’epoca. Ciò ha reso difficoltosa anche una sistemazione cronologica delle rime, generalmente distinte “amorose” e “spirituali”. I tanti volti letterari di Ischia Oltre alla forte impronta culturale e storica del Castello Aragonese, è importante menzionare anche tutti quegli scenari che possono essere definiti  veri e propri luoghi letterari su un’isola che si tinge di diverse sfumature. In ogni angolo, in ogni prospettiva, è possibile ascoltare l’eco di un passato che fa ancora rumore, […]

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Culturalmente

Laurearsi in Lettere: pro e contro di questa scelta

Lettere è una facoltà umanistica molto apprezzata, soprattutto dai tanti iscritti che ogni anno la scelgono; ovviamente, come ogni facoltà, anche laurearsi in Lettere espone a dei pro e a dei contro. Ricordiamo che in Italia il numero di laureati in Lettere è molto elevato. Tuttavia su questa facoltà si riversano ancora tante critiche e, spesso, pregiudizi. Facoltà di Lettere: una laurea non professionalizzante Uno dei pro relativi alla laurea in Lettere è, certamente, il forte spessore intellettuale e razionale che si crea nello studente iscritto a tale facoltà. Prevedendo esami di letteratura, storia, filosofia e pensiero linguistico, tra gli altri, lo studente, una volta laureato, sarà propenso al ragionamento. Saprà in che modo porsi dinanzi ad un certo argomento, esprimendo con cognizione il proprio punto di vista o opinione che sia. Tra gli studenti di Lettere, c’è chi erroneamente pensa di trovare subito una occupazione (ad esempio nel mondo della scuola): cosa sbagliata. Ricordiamo che le facoltà umanistiche non sono professionalizzanti e, dunque, laurearsi in Lettere abilita sì all’insegnamento ma occorrerà un lungo percorso post laurea per poter entrare, finalmente, nel mondo della scuola. Ovviamente è errato supporre che non ci sia, in assoluto, lavoro per i laureati in Lettere in quanto il problema, almeno in Italia, è dato dal numero di posti disponibili, nettamente inferiore rispetto a quello di coloro che terminano il percorso di studi. Ciò potrebbe configurarsi come un elemento a sfavore che però riguarda tutte le facoltà. Laurearsi in Lettere è una vocazione Studiare Lettere è una vocazione e non tutti possono comprenderne l’essenza, altri ancora si limitano a guardare dall’esterno, giudicando chi lo fa. Questo percorso universitario permette di interpretare, indagare, andando oltre ad una semplice lettura di libri che ogni studente appassionato possiede, avendo accesso ad una realtà che si colora di diverse sfaccettature, in un confronto continuo. Ovviamente la volontà e la passione sono due elementi importanti ma sempre rapportati alla realtà che ci circonda. Al di là della particolare inclinazione culturale che entusiasma gli studenti iscritti alla facoltà di Lettere, un elemento a sfavore può riguardare la confusione circa gli sbocchi lavorativi. Se si sceglie l’insegnamento, il percorso è lungo, se si sceglie l’editoria, si tratterebbe di una scelta di difficile realizzazione; uno degli ambiti può essere anche quello della ricerca o dei reperti antichi ma si barcollerebbe nel buio, con iter da seguire altrettanto prolungati. Ciò che motiva gli studenti e i laureandi in Lettere, oltre, naturalmente, alla volontà di studiare ed apprendere dai classici che hanno concorso, nel tempo, a determinare la cultura attuale, è anche il progresso tecnologico che, negli ultimi tempi, ha interessato e coinvolto anche le facoltà umanistiche. Infatti, i tanti contenuti presenti in rete impongono delle buone capacità critiche, da adottare in percorsi lavorativi specifici, per riuscire a selezionare le notizie utili e quindi veritiere dalle fake. Laurearsi in Lettere è un traguardo importante, soprattutto per quanti continuano, nonostante tutto, a scegliere tale facoltà, consapevoli dei pro e dei contro. Ecco perché diventa importante analizzare con […]

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Libri

Giuliana Sgrena e il suo Dio odia le donne: un saggio per riflettere

Giuliana Sgrena e il suo saggio “Dio odia le donne”, edito da ilSaggiatore | Recensione “Dio odia le donne” è un saggio profondo ed intenso che la giornalista Giuliana Sgrena propone in un momento storico e sociale particolarmente importante. Nella società attuale, infatti, i diritti delle donne continuano ad essere usurpati, messi da parte o completamente dimenticati, a favore di una realtà sempre più maschilista, esattamente come in passato. “Dio odia le donne”, pubblicato nel 2016 da ilSaggiatore, è un libro che spazia tra le convenzioni, frutto di un vero e proprio condizionamento sociale, dovuto ai dogmi della religione, e uno studio dei Credo monoteisti. Nel libro, infatti, Giuliana Sgrena si concentra sulle tre grandi religioni monoteiste, sia per l`importanza che esse rivestono nel mondo, sia per l`impossibilità di prendere in esame tutte le altre fedi, essendo svariate. Il volume si apre con un flashback sull’infanzia dell’autrice, costretta ogni mattina ad ascoltare i suoi compagni delle scuole elementari, gestite da suore, pregare per lei perché figlia di un comunista, mentre l’autrice rivela di non aver pregato neppure in Iraq, dove fu rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico, mentre si trovava nella capitale irachena per realizzare una serie di reportage per il suo giornale, il Manifesto. La trama del libro: tra discriminazioni e sottomissioni In termini di discriminazioni, soprattutto rivolte alle donne, le religioni monoteiste sono tutte solidali. Ogni donna è etichettata come figlia di Maria o figlia di Eva, come l’origine del peccato. In uno scenario all’interno del quale il ruolo della donna è fortemente condizionato e, in alcuni casi, sottomesso, i monoteismi diffondono una serie di regole, di tradizioni, intorno ad una divinità maschile, che hanno come scopo primario quello di aumentare il controllo sociale sulla donna, spesso grazie alla sua rassegnazione, alla sua complicità e, ancora più spesso, attraverso l’assuefazione a soprusi reiterati. Si delinea così, nel libro, grazie alle parole di Giuliana Sgrena, un velo che quasi copre quella lotta costante tra diritti, pari opportunità ed eguaglianza ma anche tra femminismo e religioni che giustificano forme di violenza ed assoggettamento. Leggendo le pagine di “Dio odia le donne”, splendido libro, realistico e con una nota di profonda tristezza, è possibile accorgersi di una denuncia rivolta ad una serie di fenomeni estremi, tra i quali l’infibulazione “faraonica“, il controllo sessuale femminile e lo stupro di guerra; il saggio spiega, in modo conciso e senza giri di parole, che la “sottomissione”, cui spesso le religioni sottopongono le donne, è perfettamente riscontrabile anche nelle tragedie che purtroppo attanagliano la realtà e che vedono protagoniste sempre le medesime. Giuliana Sgrena risale alla radice stessa dell’assoggettamento femminile, mostrando quanto ancora oggi la “legge della religione” riproduca il rapporto di subalternità che la donna ha rispetto all’uomo. Giuliana Sgrena: il punto di vista di una narratrice atea In “Dio odia le donne”, è come se il sistema patriarcale quasi implodesse, con una sorta di ruotare autistico su sé stesso; a ciò consegue l’esclusione di tutto ciò che sé stesso non è, di tutto ciò che è Altro. […]

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Culturalmente

Ritratti a matita: quando nascono e come si realizzano

Ritratti a matita: cosa sono e quando sono nati I ritratti a matita sono delle rappresentazioni solitamente, come suggerisce il nome stesso, di volti, di persone, particolarmente realistici. Il ritratto è definito come una rappresentazione di un modello reale, di un essere (una persona) da parte di un artista che si impegna a riprodurre i tratti o le espressioni caratteristiche. Ricordiamo che la matita, strumento fondamentale per la realizzazione dei ritratti, come è conosciuta attualmente, fu creata nella seconda metà del XVI secolo, in Inghilterra, dove venne scoperto un giacimento di grafite pura. L’attuale forma della matita si deve a due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti. Si tratta di una anima di grafite inserita in un profilo cilindrico o esagonale, solitamente di pioppo. Per quanto concerne le matite colorate, esse hanno fatto la loro comparsa solo all’inizio del XX secolo. Prima, si usavano dei pastelli di cera colorati. Le matite colorate sono state inventate da un altro produttore tedesco (la cui azienda è tuttora leader nel mercato), Johann-Sebastian Staedtler. Nell’arte, il ritratto a matita non è esclusivamente una mera riproduzione meccanica delle fattezze, ma un vero e proprio processo creativo, che mette in gioco anche la sensibilità artistica di chi lo realizza. Storicamente, il ritratto si è affermato in epoca medievale fino a raggiungere una completa dignità artistica nel Rinascimento, soprattutto grazie ai pittori italiani e dell’Europa settentrionale. Naturalmente nel corso del tempo si è evoluto, in base a tecniche e formule stilistiche differenti e sempre più avanzate. L’uso della “sanguigna”, la matita più utilizzata per i ritratti Una delle tecniche più utilizzate per realizzare dei ritratti a matita, è quella con la matita sanguigna. La tecnica nasce nel Rinascimento e l’esempio più conosciuto è l’autoritratto di Leonardo Da Vinci, famosissimo, e soprattutto molto importante poiché ha cambiato per sempre il significato di quel genere artistico. Proprio la matita, da molti artisti è stata definita una sorta di “bacchetta magica” che consente di realizzare e “toccare”, con caratteri pari alla realtà, perfettamente collimanti tra loro, oltre che lo sguardo (nel caso di un ritratto) anche l’anima nascosta dietro ad esso. Come si realizzano i ritratti a matita? Per disegnare dei ritratti a matita è necessario avere una buona concentrazione, sfruttare bene la luce a disposizione e provare e riprovare con tenacia, affinando man mano la propria tecnica. Non esistono delle regole ben precise: il disegno è un’abilità per la quale si è portati o meno, è questione di predisposizione o inclinazione alla materia, ma è possibile, tramite un buon corso, migliorare e realizzare progetti sempre più ambiziosi! Dopo aver cominciato a delineare un ritratto, bisogna captare attentamente i punti di luce attraverso le zone più luminose che permetteranno di risaltare i caratteri somatici della persona ritratta. Nei ritratti a matita, la luminosità ma anche le zone d’ombra sono molto importanti, poiché determinano il successo dell’opera, dandole un tocco di originalità. Quando si disegna un ritratto a matita bisogna utilizzare un tratto leggero che non sarà poi difficile da cancellare qualora ci […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Nabilah: una grande festa virtuale per il Primo maggio

Oggi, venerdì 1 maggio, dall’antica spiaggia romana del Nabilah, una consolle suonerà in diretta. Un lungo dj set, una festa virtuale per abbracciare amici e clienti, e non solo. Un modo per restare connessi, uniti, insieme seppur nella distanza. Eroica Fenice ha intervistato l’organizzatore di quest’evento, Luca Iannuzzi. Com’è nata l’idea di organizzare una grande festa “virtuale”? “L’idea nasce dalla voglia di regalare alle persone una giornata all’insegna del divertimento, della leggerezza, della condivisione e della musica, soprattutto in questo periodo senza precedenti e nello stesso tempo raccogliere fondi a sostegno della Croce Rossa Italiana per supportarla nell’emergenza sanitaria. Organizzare uno smart Party, lavorando in smarkworking da casa, coinvolgere nel progetto tutti i collaboratori, produttori e partner, è stato piuttosto complicato sia per quanto riguarda la tecnologia sia l’organizzazione”. Durante la diretta, anche una campagna di crowdfunding lanciata dal Nabilah attraverso la piattaforma GoFoundMe a favore di Croce Rossa Italiana, una decisione degna di nota. Com’è nata l’idea di abbinare la festa al crowdfunding? “E’ un’idea nata quasi in automatico, siamo in un momento storico particolare dove il Paese è in una situazione davvero difficile e ha bisogno di tanta solidarietà e di tante risorse economiche. L’obiettivo di questo smart party virtuale è anche di diffondere il valore e l’importanza della solidarietà e della generosità con un sistema di crowfounding originale: attraverso la piattaforma GoFoundMe diamo la possibilità di dare un contributo a favore della Croce Rossa Italiana e per ogni donazione di 10 euro riconosceremo un drink omaggio da consumare al Nabilah alla riapertura. E’ un modo diverso per fare anche noi la nostra parte anche in questo momento come è accaduto in passato per altri ospedali, enti e istituti; un modo per essere presenti e vicini a chi ha bisogno e di dare un aiuto costante e coerente anche stavolta”. Una consolle che suonerà in diretta, per una parvenza di normalità, di quotidianità che non si ferma, è vero che in questi casi la musica può allietare il cuore diffondendo messaggi di speranza? “La consolle è un simbolo di speranza e un buon auspico per la fase due. Due dj si alterneranno per diffondere la speranza di un ritorno alla normalità, connotandola di un valore diverso, meno scontato. Dunque possiamo dire che il Nabilah è uno spazio di condivisione, e cos’altro? “Il Nabilah è uno spazio di condivisione coerente con la sua missione cioè l’intrattenimento: far divertire le persone, rallegrarle, regalarle un momento spensierato. Non è una missione facile, i clienti sono i nostri giudici e sono molto competenti; è necessario essere ben organizzati ed è bandita ogni forma di superficialità. Io credo che le aziende che lavorano in questo settore, soprattutto dato il momento storico, devono impegnarsi a portare avanti la propria mission di entertainement, diffondendo musica, divertimento, per tirare su il morale delle persone ed essere coerenti con gli obiettivi aziendali. Fino ad oggi siamo stati gratificati dai nostri clienti che ci hanno onorato della loro presenza, permettendoci di far crescere le nostre aziende, oggi è […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena: Il silenzio come “arma” di riflessione

Il silenzio come arma di riflessione Il silenzio è un qualcosa di immateriale che spesso attrae e spesso spaventa, un po’ come questi giorni di quarantena. Sempre più spesso si sente parlare di “reclusione in casa”, termine con cui forzatamente si indica un qualcosa che in realtà tutti preferiscono quando si è in piena attività. C’è chi desidera stare comodamente seduto sul divano in tempi “normali” e non può perché deve lavorare, chi trascorrere più tempo con i propri cari e non può perché magari la professione svolta costringe a spostarsi frequentemente. Una serie di contraddizioni che ora, in tempi di Codiv-19, spaventano proprio come il silenzio che avvolge alcune aree dell’Italia. Ischia, ad esempio, piccola ed incontaminata isola del Golfo di Napoli caratterizzata da tante identità: culturale, artistica, storica, archeologica, folkloristica, enogastronomica, letteraria e tante altre ancora; è un’isola tranquilla, avvolta ultimamente da un forte silenzio, quasi assordante, che caratterizza la quotidianità delle persone che con semplicità la popolano. Ogni tanto il vicino di casa (perché sul territorio le abitazioni, talvolta rurali e dall’architettura antica, di tufo, sono tutte disposte una accanto all’altra) si affaccia e sussurra: «che silenzio, che pace, non si sente un’anima viva». Qualche altro invece, turbato da un silenzio che sembra rompere gli schemi, quasi prepotentemente, afferma: «C’è troppo silenzio, impazziremo tutti». Così come nella vita reale, nella quotidianità differente di ogni località, anche in una piccola realtà, semplice e ricca di tradizione, il silenzio, nella propria immaterialità, spaventa. Inteso come presenza nefasta per alcuni e come tempo di riflessione per altri. Nonostante ciò, il silenzio, ad Ischia, non è mai del tutto tale e si colora di mille sfumature. Talvolta capita, durante una passeggiata in montagna, lontani dal caos, di scorgere lo sguardo di un vecchietto che aggrappato al proprio bastone osserva e sorride con gli occhi, in silenzio. Quel silenzio che probabilmente vorrebbe gridare tante cose, ma si limita a rivelarsi come un dono d’amore. Ripensando alla quarantena da covid-19 spesso sembra di risentire l’eco del mare, pur abitando in una zona collinare. In realtà il silenzio potrebbe rappresentare un ottimo alleato, in un mondo in cui ogni cosa tende a prevalere sull’altra. La quarantena, la reclusione, il distanziamento sociale, sono dei modi per evitare il peggio. Talvolta bisognerebbe semplicemente fermarsi a pensare e magari osservare ciò che ci circonda, accontentandosi. C’è una nota affermazione che dice “Il silenzio a volte parla più di mille parole”: ora più che mai è così. Ora più che mai occorre ritrovare una propria dimensione, distanziarsi, osservare e riflettere. In fondo il silenzio non è mai del tutto tale. Lo sanno bene ad Ischia, dove anche una pianta che “danza” col soffio di un tiepido vento primaverile fa battere il cuore, riempendo quell’assenza di suono; lo sanno bene i pescatori, abituati a “comunicare con il mare”, ad ascoltare il modo in cui le onde accarezzano il bagnasciuga. Ne sono consapevoli coloro che osservano un tramonto, mentre gli uccelli cinguettano svolazzando in cielo. Con la stessa pacatezza con […]

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Food

Cuzzetiello napoletano: guai a chiamarlo panino!

Il cuzzetiello napoletano, pronunciato come “cuzztiell“, è uno dei “piatti” più conosciuti e apprezzati della cucina tradizionale napoletana; immancabile a pranzo o a cena, pronto da essere farcito. Il cuzzetiello può essere farcito, o meglio, riempito con qualsiasi cosa, dal ragù di carne alle verdure sott’olio, dai salumi al formaggio, qualsiasi alimento può donargli una peculiarità difficilmente immaginabile se non lo si assaggia. Uno dei simboli della cucina napoletana Il cuzzetiello a Napoli è il simbolo di una vera e propria usanza culinaria tradizionale delle case napoletane da numerosi decenni. Con questo nome viene infatti indicata una delle due fette alle estremità del filone di pane cafone. Ottenere il classico cuzzetiello è semplicissimo, basterà eliminare la mollica al suo interno e aggiungere qualsiasi cosa si preferisca. Dal punto di vista tradizionale e sociale è conosciuto anche come “marenna del fravecatore”, ossia merenda del muratore, che può esser solito mangiare panini colmi di salumi, generalmente, o pietanze del giorno prima. Oggi questo street food lo troviamo servito anche in alcuni pub, negozi di alimentari, paninoteche, bistrò. Oltre al classico ripieno di polpette al sugo, nel corso del tempo, sono nate diverse varianti, volte a soddisfare tutti, dai vegetariani ai vegani. Ognuno, a Napoli, nei diversi locali, soprattutto del centro storico, potrà gustare un saporito cuzzetiello, farcito a proprio piacimento. Il cuzzetiello, un piatto adatto a tutti… o quasi Sicuramente, chiunque deciderà di mangiare questo “caposaldo” della tradizione culinaria napoletana, non dovrà avere timore di sporcarsi, addentandolo. Esso, infatti, si mangia rigorosamente con le mani, essendo un cosiddetto “cibo da strada” e potrebbe succedere che uno degli ingredienti della farcitura scivoli via, cadendo da quello che si configura come un vero e proprio recipiente (a base di pane cafone). Il cuzzetiello è un’esperienza di vita, che potrebbe dire molto anche sulla personalità di chi lo addenta. Molti napoletani, soprattutto ristoratori, affermano che esso non sia adatto a tutti, soprattutto se si temono i sapori forti, i gusti densi di sapidità, e la consistenza del pane, spesso intriso dell’olio di cottura della pietanza con cui si farcisce il cuzzetiello. Nel caso del ragù ad esempio, il cuzzetiello sarà intriso di sugo al pomodoro, quindi risulterà ancora più gustoso e sapido, dal sapore forte ed inconfondibile. Di certo non è una vivanda leggera, ma rappresenta una tradizione viva di Napoli, che ne dimostra i suoi mille volti e sfumature. Il cuzzetiello non è un semplice “panino” Sarebbe quasi scontato sottolineare che il cuzzetiello non è un semplice “panino”, esso è piuttosto una pietanza completa, con più elementi culinari tipici napoletani. Il cuzzetiello è uno dei simboli di Napoli, e ad ogni morso sembrerà quasi di assaporare l’essenza stessa della città, magari passeggiando per le strade principali, ammirando il centro storico, i monumenti, le caratteristiche bancarelle. Sicuramente facile da preparare, è il simulacro della grandezza propria delle massaie napoletane, è la storia del settore gastronomico della Campania, tramandato di generazione in generazione.  [Immagine in evidenza: https://itineraridellacampania.it/luoghi/o-cuzzetiello-ovvero-la-tipica-merenda-napoletana]

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Riflessioni culturali

Cartaceo vs Ebook: pro e contro in una sfida continua

Cartaceo o ebook? Questo è un interrogativo sul quale quotidianamente tantissimi appassionati lettori si contrappongono, talvolta discutendo o creando dei veri e propri forum di confronto. I lettori sono tantissimi e i dispositivi elettronici per leggere in modo digitale, gli ebook reader per leggere gli ebook, si sono molto diffusi e questi ultimi si contrappongono ai libri cartacei. Ovviamente, tra gli appassionati lettori c’è chi ama particolarmente i libri, l’odore della carta, le copertine sempre più accattivanti, e chi invece, preferisce gli ebooks. Entrambe le soluzioni hanno dei pro e dei contro, che però non sembrano scoraggiare i lettori, in un acceso “dibattito” tra chi elenca le qualità dell’uno e chi, invece, quelle dell’altro. Ebook o libri cartacei? Un dilemma dalle molteplici risposte Tra i pro degli ebook reader, c’è sicuramente quello di leggere regolando luminosità, ma anche la dimensione del testo, oppure, applicare modalità di lettura che non danneggino la vista; inoltre, essendo molto compatti, risultano estremamente comodi da trasportare. Basti pensare che un solo gigabyte di memoria è in grado di contenere oltre cinquecento libri. Tuttavia, nonostante ciò, sempre più persone ammettono di prediligere i libri cartacei. Per gli appassionati lettori, gli ebook reader rappresentano delle ‘librerie senza libri’, nonostante diano la possibilità di scegliere in quella che si può definire una vera e propria biblioteca virtuale, tra milioni di titoli diversi, si tratta  però di supporti molto delicati, che facilmente potrebbero rompersi. Un dato particolare, venuto alla luce recentemente, è che tra le lettrici più accanite c’è chi possiede sia un ebook reader che dei libri cartacei e ammette di utilizzarli entrambi. I libri cartacei, passione e storia infinita La bellezza dei libri cartacei è tra le altre cose, racchiusa nella possibilità di essere letti con tutti e cinque i sensi. Una qualità non da poco, che si ricollega anche al gusto dell’attesa, oppure alla possibilità di tenerlo accanto a sé sul proprio comodino, con la voglia incessante di terminarlo e assaporarlo, pagina dopo pagina, gustandone ogni parola, ogni particolare e dettaglio. Sicuramente un’altra caratteristica importante dei libri cartacei è quella di avere una vera e propria identità storica; magari un determinato volume racchiude tra le pagine che lo compongono, una storia antica. Inoltre, proprio da questo punto di vista, aumentano sempre più le edizioni a tiratura limitata, sempre più bramate dai collezionisti oltre che dagli appassionati lettori. Possiamo dire che non esistano delle vere e proprie caratteristiche che creino dei pro e dei contro dell’uno rispetto all’altro, si tratta semplicemente di preferenze da parte dei lettori. La lettura è indubbiamente cultura, va coltivata, indipendentemente dalle modalità con la quale si sceglie di leggere. Sicuramente gli ebook reader sono un supporto tecnologico di rapida fruizione, ma i pro e i contro esistono in ogni ambito. Inoltre, sia gli ebook reader che i libri in versione cartacea permettono di creare una propria libreria personale. Solo che nel caso degli ebook, essi sono raccolti in una libreria virtuale, digitale appunto, mentre nel caso dei libri cartacei, si tratta di scegliere il modo in cui posizionare […]

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Attualità

Didattica a distanza: strumenti e riflessioni

Le scuole sono chiuse a causa del Covid-19 e di conseguenza la didattica in queste ultime settimane ha inevitabilmente subito, anch’essa, un importante cambiamento, dovuto alla situazione d’emergenza che il mondo vive. Il Governo, e in particolar modo il Ministero dell’Istruzione, in una situazione inevitabilmente cruciale, ha optato per la cosiddetta didattica a distanza, volta a mantenere attivi i ragazzi, e soprattutto pensata per non fermare l’attività interdisciplinare degli studenti. Didattica a distanza, che cos’è e come funziona In uno scenario radicalmente mutato, i docenti, di qualsivoglia scuola di ordine e grado, sono impegnati con i propri studenti ad inviare compiti, fare videolezioni quotidiane, utilizzare le piattaforme didattiche, spiegare e aiutare i ragazzi senza interrompere il piano di studi previsto. In alcuni casi si usano strumenti tecnologici avanzati, attraverso cui seguire le lezioni in modo agevole e continuativo. In molti casi si realizzano videoconferenze, lezioni vere e proprie su Skype o altri supporti. Naturalmente, lo svolgimento della didattica a distanza prevede l’uso di strumenti digitali, quali tablet o computer (alcune scuole stanno provvedendo a fornire supporto alle famiglie meno agiate, in questo senso) di cui i ragazzi hanno perfetta conoscenza, e sembrano ben interagire tramite questi validi “alleati”. La soluzione metodologica adottata in Italia è già propria di alcune comunità, che basano le proprie lezioni su strumenti digitali, anche se possono apparire attualmente inusuali, in un momento di emergenza e pur prevedendo qualche limitazione o disagio; bisogna precisare però che proprio tale soluzione o metodologia, può diventare il punto di inizio per una scuola, e quindi una didattica o una pratica scolastica, sempre più digitale. L’insegnante che ruolo riveste nell’ambito della DAD? In quest’ottica, l’insegnante, chiamato ad usare gli strumenti tecnologici propri della didattica a distanza, diventa una sorta di tutor, che accompagna, con materiale già pronto e facilmente fruibile, lo studente in una dimensione di autonomia. Inoltre, proprio gli spazi ampi della cosiddetta didattica online, permettono di creare soluzioni nuove, e attività consapevoli da parte degli studenti, chiamati a scegliere come organizzare il proprio tempo, in che modo studiare o se magari chiedere il supporto di un docente. Nuove prospettive di crescita, non più tra le mura scolastiche, dove spesso i ragazzi ammettono di sentirsi “intrappolati”, ma raccolte in uno spazio personale, di cui si ha conoscenza, dove è possibile sentirsi al sicuro. Una grande possibilità di emergere, soprattutto per quegli studenti che spesso in classe tacciono, per timore, o per vergogna, e soprattutto, strumenti con cui i ragazzi hanno dimestichezza, quasi degli alleati, in un momento purtroppo difficile. Stimolare i ragazzi a dare il meglio di sé, a distanza, può rappresentare una grande sfida per ogni insegnante. Riuscire ad arrivare, attraverso gli strumenti propri della didattica a distanza, alla mente di ogni giovane studente, o anche nel cuore dei più piccoli (nel caso della scuola primaria) incentivando la riflessione, è sicuramente un grande traguardo. Le piattaforme e i materiali multimediali, gli strumenti digitali, aiuteranno gli insegnanti in questo periodo cruciale, con un nuovo “modo di fare scuola”. Si […]

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Libri

L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi | Recensione

“L’unica notte che abbiamo” è un romanzo di Paolo Miorandi, edito da EXòrma, un libro che sin dal principio, catapulta in una lettura impegnativa, che richiede un’intensa concentrazione, ricca di spunti di riflessione. Infatti, si sentono voci che il lettore non può capire, voci incomprensibili ma in realtà perfettamente delineate nell’immaginazione dell’autore. Il racconto nasce da un incontro causale, non programmato, un errore nella consegna della posta, tra due ignari vicini di casa, nello stesso palazzo ma a qualche km di distanza. Trama È notte, un uomo si trova alla finestra e ascolta voci che sembrano riecheggiare nel buio. Le voci sono quelle di un’anziana signora, poco prima di tramutarsi anche lei in pulviscolo di parole, ha consegnato all’uomo che ne diventa il custode. Una serie di voci, di persone, realtà, situazioni e vicende diverse, racchiuse in quello che potrebbe essere un ricordo. L’anziana signora rivive le vicende della sua famiglia che nessuno ha mai voluto né raccontare né ascoltare. Cerca tra i confini immaginari (presumibilmente mentali) di un paese senza vita la ragazza che ha abbandonato il figlio, suo padre, poco dopo averlo messo al mondo. Ripercorre le fasi della propria infanzia, unico ricordo di una labile felicità. Rivive rapporti conflittuali, vicende intimamente segrete, la propria famiglia, la propria dimora, il proprio Pese, alla ricerca di un possibile perdono dei protagonisti, irrimediabilmente colpevoli. La scrittura del libro di Paolo Miorandi è quasi ossessiva, ma non nell’accezione negativa del termine, è un’ossessione che va oltre la realtà, con una serie di dettagli che man mano si legano l’uno all’altro. L’autore non si serve di giri di parole, va dritto al fulcro della questione, raccontando, in modo coinciso ma diretto, concetti e vicende diverse, soprattutto per delineare un punto di vista, che si discosti da una prospettiva tradizionale. In questo spazio ben definito, dato da una cornice narrativa dunque ‘ossessiva’, si delineano i personaggi, i cui destini e le cui attività si incrociano. Come se fossero tutti sulla stessa strada. Miorandi è infatti uno psicoterapeuta che dedica gran parte del proprio tempo alla scrittura. “L’unica notte che abbiamo”, è il suo nuovo romanzo, all’interno del quale l’autore di Rovereto, riesce a concentrare tutta l’adrenalina che oscilla tra casualità e incontri. Tra memoria e ricordo. Tra voce ed evocazione. Tra la finzione che sembra prendere il sopravvento sulla realtà, inspiegabilmente deforme. “L’unica notte che abbiamo”, è un libro coinvolgente, nel corso del quale, tra le pagine che lo compongono, si “confrontano” tre generazioni nell’arco di un secolo, da fine Ottocento a fine Novecento, narrando una storia reale che l’autore sembra però trasfigurare, attraverso la propria penna, e mediante ciò che è avvenuto, mescolando vicende di famiglie, bambini abbandonati, mutilati, matrimoni falliti e tutto ciò che ne consegue. I personaggi del libro (come l’anziana signora) sembra che desiderino esser ricordati a tutti i costi. Ciò nasce probabilmente da un bisogno intrinseco di voler raccontare per necessità. In realtà, man mano che si procede nella lettura si comprende il motivo per il quale l’anziana donna desideri […]

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Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Il signor Peppe

Il Signor Peppe, storia di un uomo “strano” Un cappello di paglia con un nastro colorato (sembrerebbe blu), una sedia di quelle da spiaggia in tela verde, un sigaro e una salopette di jeans. Dal mio balcone vedo il “Signor Peppe”, così lo chiamano tutti, un uomo sulla settantina che ogni pomeriggio siede fuori al terrazzo di casa sua e fischietta, osservando chissà cosa. Qualcuno lo dà per matto, qualcun altro invece lo guarda di nascosto con curiosità in quella sua posa quasi scultorea, mentre i tiepidi raggi di sole di questa stagione strana e contaminata lo riscaldano. Il Signor Peppe è solito dare confidenza a nessuno. Non chiacchiera, non incrocia gli sguardi. Se ne sta lì, solo, a osservare e ad ascoltare sempre nella stessa posizione, in perfetta solitudine. L’altro giorno, per caso, i nostri sguardi si incrociarono e in un attimo mi parve di vedere il mare. Due grandi occhi chiari, color acqua, la carnagione scura, i capelli bianchi appoggiati delicatamente sulle spalle. Mi chiese una sigaretta, mostrandomi il suo pacchetto vuoto. Senza pensarci su mi avvicinai con discrezione e gliene porsi una. Lui accennò un timido sorriso, facendo cenno di sedermi su un muretto ricoperto di maioliche scolorite, accanto a lui. Trascorsero dei lunghi minuti in silenzio riempiti da sorrisi accennati, rapidissimi secondi durante i quali mi lasciai coinvolgere dai mille colori e suoni della natura primaverile, lasciandomi trasportare da tutto ciò che mi circondava. Minuti semplici e puri, che allontanarono dalla mia mente la paura del Coronavirus. Il virus c’è, esiste e purtroppo miete vittime: tante, troppe. Ma a volte, per stare bene, basterebbe accontentarsi di poco. Oltrepassare la soglia del proprio portone e catapultarsi altrove, dove solo l’immaginazione può arrivare. Il Signor Peppe mi ha concesso l’immensa possibilità di godere del proprio tempo, provando l’ebrezza di un nuovo sapore: quello della semplicità. Mi ha rassicurata senza parlare, con distacco, ma con lo sguardo di chi vorrebbe dire tante cose pur tacendo. Il Signor Peppe è sempre stato descritto come “n’omm stran”. Un uomo strano, seppur la maggior parte della gente sa poco di lui. Poiché casa mia è posizionata più su rispetto alla sua, l’ho sempre osservato dall’alto. Ho sempre aspettato che si girasse e non lo ha mai fatto, ma l’altro giorno improvvisamente ha scelto di dedicarmi il proprio tempo: un’occasione di crescita personale. In questi giorni ho ripensato più volte a quell’episodio, al motivo di quell’apertura nei miei confronti. Mi è capitato di leggere dei libri e improvvisamente riscoprire l’immagine del Signor Peppe, che si materializzava in quelle parole. Sembra quasi un personaggio di quelli che s’incontrano nei libri. Sarà per questo che, decisa a leggere Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, ho subito notato un uomo con cappello di paglia e salopette blu raffigurato sulla copertina. «Coincidenze», ho pensato. Proseguendo nella lettura dal mio balcone, quando il meteo lo permette e con il Signor Peppe, sempre nella propria posa statuaria, ho ritrovato un biglietto con un nome e una data: 1991, […]

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Culturalmente

Nomi napoletani, i dieci più famosi, da Gennaro a Carmela

I nomi napoletani sono numerosissimi, scelti in base alle diverse prospettive e punti di vista delle persone. In passato ad esempio, era tradizione, rinnovare il nome della madre della sposa, nel caso che nascesse una donna, e il nome del padre dello sposo, qualora il primogenito fosse un maschio. Tradizioni che col tempo sono andate perse, almeno in parte, perché a Napoli, è possibile stilare una lista, o meglio, una classifica con i dieci nomi più famosi e quindi di conseguenza quelli più diffusi. I 10 nomi napoletani più diffusi Al primo posto troviamo il nome Gennaro; esso deriva dal latino Ianuarius, che significa gennaio, mese che a sua volta prende il suo nome dal dio Giano. Il significato viene quindi interpretato come “nato a gennaio”, altre volte con “dedicato a Giano”. A Napoli, il nome Gennaro è collegato al Santo Patrono della città, appunto San Gennaro, veneratissimo e particolarmente amato e proprio questa impronta religiosa spiegherebbe perché in Campania, tale nome, al primo posto nella classifica dei dieci nomi più importanti, riveste il 65,4% delle presenze, ovvero delle persone così chiamate. Ma Napoli in fondo è anche questo, un susseguirsi di tradizioni, cultuali, artistiche, religiose, sociali, enogastronomiche, folkloristiche, musicali, e quindi una tale varietà di nomi, non sorprende, anzi, attira sempre più curiosi, studiosi e linguisti. Al secondo posto troviamo, Ciro; tale nome è legato alla devozione a San Ciro, patrono degli ammalati e della città di Portici. In Campania, circa il il 66,8% delle persone porta questo nome, anche se in questo caso, la regione partenopea è seguita dalla Puglia, dove si registra un’alta percentuale. Anche, in riferimento a questo nome, gran parte delle scelte relative ad esso, si ricollegano alla venerazione religiosa a San Ciro, un altro dei santi più venerati dal popolo napoletano, dopo San Gennaro. La sua etimologia è ignota ma sono stati ipotizzati diversi significati, fra i quali “lungimirante”, “giovane” o eroe. Al terzo posto troviamo finalmente un nome femminile, Anna; tale nome deriva dall’ebraico e vuol dire, grazia. Si tratta di nome biblico presente sia nell’Antico Testamento, dove Anna è la madre del profeta Samuele, e anche nel Nuovo Testamento. Una curiosità relativa a questo nome, riporta all’antico gioco della Tombola napoletana, dove il numero 26, richiama proprio “Nanninella”, ossia il diminutivo di Anna. Inoltre, il numero 26, risulta essere uno dei più giocati al lotto, per i diversi significati che vi si possono attribuire. Anna è un nome spesso utilizzato, associato ad altri nomi, come Anna Maria. Un’altra curiosità relativa a tale nome, è che si tratta di un palindromo, cioè se viene letto normalmente o al contrario, è identico. Il quarto nome più famoso ed usato ancora oggi, è Giuseppe; anch’esso è legato alla tradizione biblica. Ricordiamo però, che Giuseppe è stato il nome proprio maschile più diffuso in Italia nel ventesimo secolo, con una frequenza che man mano è andata calando, fino al 2017, quando in Italia è andato in disuso, mentre a Napoli continua ad avere una buona collocazione tra […]

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Riflessioni culturali

Lingua napoletana: 6 imperdibili curiosità

La lingua napoletana, riconosciuta idioma dall’UNESCO, affascina da sempre filologi e studiosi, per la perfetta commistione tra suono e significato. La lingua napoletana è l’identità di Napoli e degli abitanti della città. Ma al contempo, rappresenta un incommensurabile patrimonio che si arricchisce di sfumature e soprattutto di curiosità differenti e al contempo utili. La lingua napoletana: curiosità Tra le prime curiosità, ricordiamo che il napoletano, così come l’italiano, deriva dal latino e dal greco. Le parole che compongono la lingua napoletana, hanno un legame profondo con il latino medievale. Proprio questa identità storica così importante, rimanda alla seconda curiosità sulla lingua napoletana, ossia, una notizia che rende orgogliosi: l’Università di Buenos Aires ha inserito nel proprio corso di studi, uno che si basa proprio sulla conoscenza del napoletano come lingua. Tutto ciò inteso come possibilità per gli studenti argentini di conoscere un idioma il cui lessico è molto simile allo spagnolo. La lingua napoletana, ha subito molteplici influenze, mantenendo però la propria forma originaria, la propria identità. Col trascorrere degli anni, la lingua napoletana è diventata principale componente, protagonista di opere artistiche, come le più famose canzoni di Murolo, Pavarotti, Ranieri, Villa. Canzoni, ancora oggi cantate in tutto il mondo e che insegnano quanto una lingua possa in realtà oltrepassare i confini, con semplicità, arrivando dritta al cuore. Sempre dal punto di vista prettamente linguistico, un’altra curiosità riguarda l’aspetto fonetico della lingua napoletana. Infatti, sembrerebbe esserci un accostamento con la fonetica tedesca. Il fenomeno potrebbe risalire all’influsso della breve denominazione austriaca dal 1707 al 1733. Si tratta della consonante – S che posizionata prima di determinate consonanti assume la pronuncia di sch. La quarta curiosità riguardante la lingua napoletana è l’esistenza di alcune parole intraducibili, ossia delle locuzioni ideologiche, dei proverbi o modi di dire di uso comune, appartenenti alla tradizione profondamente radicate nell’identità storica di una comunità. Tra queste, “intalliarsi”, che non ha una vera e propria definizione, ma significa perdere tempo, non fare ciò che si dovrebbe. Un’altra simpatica curiosità, che però fa riflettere molto, è quanto affermato in un’intervista dell’agosto del 2019, a Napoli, dalla diplomatica Mary Ellen Countryman, console degli Stati Uniti: «Il napoletano mi piace perché sembra che ti dia la possibilità di esprimere intere situazioni in pochissime parole. È molto sintetica. Ma l’elemento che mi attrae di più è la musicalità, resa famosa in tutto il mondo dalle canzoni».  Ricordiamo come ultima curiosità che l’Accademia della Crusca, dopo aver attentamente selezionato i termini chiave della lingua napoletana, ha preso in esame la redazione di un vocabolario, attualmente in commercio, e consultabile da tutti. Ciò a dimostrazione che la lingua dei napoletani, il dialetto, è qualcosa che non smette di affascinare ed incuriosire, e soprattutto è in costante aggiornamento. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/vectors/uomo-cerca-parole-libro-black-29749/

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