L’economia negli anni ’90: la New Economy negli USA, in Europa e in Giappone

L'economia negli anni '90: la New Economy negli USA, in Europa e in Giappone

L’economia negli anni ‘90 vede emergere nuovamente il primato statunitense, mentre i competitors europei e giapponesi vengono frenati da alcuni fattori, sia economici, che esogeni

L’economia negli anni ‘90 negli USA

Gli USA, in questi anni, diventano leader soprattutto nei settori più tecnologicamente avanzati e che presuppongono una maggiore ricerca, come per esempio l’aerospaziale, il farmaceutico o in generale quelli più tecnologici. Inoltre, il PIL statunitense è un terzo superiore a quello europeo e tra le 500 imprese mondiali più grandi per fatturato oltre 150 avevano base negli Stati Uniti.
Tutto ciò è spiegabile da alcuni fattori esogeni che cambiano rispetto ai venti anni precedenti. Infatti, gli shock petroliferi che avevano tanto inciso sulla crisi degli anni ‘70, iniziano a influire di meno, oltre anche dalla fine della Guerra Fredda, che permette agli Stati Uniti di spendere di meno in settori come la difesa nazionale. Inoltre, l’amministrazione Clinton aveva promosso la deregulation e quindi il libero scambio e un mercato internazionale sempre più ricco di interazioni con l’estero e si era verificato un calo dell’inflazione, grazie alla politica monetaria della Federal Reserve e alla globalizzazione.

economia negli anni 90
La Federal Reserve Bank di Chicago vista da LaSalle Street (Wikimedia Commons / Warren LeMay)

Così, l’economia negli anni ‘90 vede l’inizio di un nuovo capitolo della storia, la cosiddetta New Economy, in cui nascono tantissime nuove piccole imprese, in genere start-up nel settore dell’alta tecnologia e dell’informatica, che da sole riescono ad occupare milioni di dipendenti negli Stati Uniti.  Per attirare nuovi investitori e coinvolgerli nel progetto imprenditoriale, si introduce il metodo delle stock option. Lo stock option era la possibilità di acquistare un pacchetto di azioni ad un prezzo predeterminato, generalmente inferiore alla quotazione che si ha sul mercato e si può esercitare l’opzione riscattandolo in un tempo più lungo, ad esempio 5 anni: nel caso in cui, dopo questo periodo di tempo, l’azione vale meno di quanto è stato acquistata, ci si può astenere ad esercitare l’opzione, non pagando nulla; al contrario, se il valore del pacchetto aumenta, si riscuote il suo valore corrente, pagando sempre la quota fissa pattuita all’inizio.
Tutto questo mostra la finanziarizzazione dell’economia negli anni ‘90, che presenta anche alti rischi; tra il ‘95 e il 2001, le corporation non finanziarie americane hanno acquistato centinaia di miliardi di dollari in azioni e, così facendo, le imprese sono più spinte a lavorare sul breve periodo, ricercando profitti immediati, piuttosto che ampliarsi nel lungo periodo.
La New Economy, inoltre, andava a ristrutturare dei settori ormai consolidati, come per esempio la produzione dei computer, che, se per molte imprese restava standardizzata, e quindi destinato ad un mercato di massa, per alcune imprese più lungimiranti si inizia ad applicare la flessibilità e la produzione modulare anche a questo settore. Per esempio, la Dell decide di attuare un sistema di vendita di computer tarati sulle richieste di ogni cliente: così facendo, elimina anche i pesanti costi delle scorte dei magazzini e, inoltre, con l’ausilio di Internet e della produzione on demand, riesce a combinare la produzione su larga scala e la flessibilità tipica della produzione modulare.
Questi anni di ristrutturazione delle grandi imprese vedono anche un vero e proprio processo di re-engineering, in cui non solo si licenziavano in tronco grandi fette di lavoratori, ma si riduceva  drasticamente il ventaglio dei segmenti di attività dell’impresa. Questa era la diretta conseguenza del processo di de-conglomerazione avviato già negli anni ‘80.
L’economia negli anni ‘90 restituisce un ruolo chiave alla figura dell’imprenditore: questi nuovi imprenditori, come Bill Gates o Steve Jobs, sono spesso studenti di università informatiche ed elettroniche e, soprattutto, riescono ad essere lungimiranti nel posizionarsi in nicchie di mercato che hanno grandi potenzialità. Ciò che arriva in loro aiuto è la possibilità di finanziamenti peculiari per le start-up, come il venture capital, che permette loro di avere le somme a disposizione anche quando sono ai primi stadi e non potrebbero normalmente accedere al mercato borsistico.
Questi sono anni di fondamentale importanza per la finanza, anche perché aumentano a dismisura le quote in possesso di finanziatori e investitori non privati, come per esempio i fondi pensione e i fondi comuni. La finanza sarà anche la via attraverso la quale si cercherà di rivoluzionare il ruolo del manager e avvicinarlo maggiormente a quello dell’azionista, per evitare conflitti interni; infatti, molte imprese decidono di pagare i manager con quote azionarie provenienti dallo stock option, rendendoli in possesso di dividendi dell’impresa stessa. Molto spesso, questi processi portavano anche gli imprenditori a compiere atteggiamenti fraudolenti per aumentare i ricavi sul breve periodo e quindi avere il consenso degli investitori, come dimostra l’esempio della Enron, che nel 2001 si è macchiata di uno scandalo nel settore dell’energia e delle comunicazioni, a causa di una frode contabile, causando l’indignazione dell’opinione pubblica e costringendo il governo a prendere delle misure in merito alla legislazione sulla quotazione delle imprese in borsa.
Tutto questo comporta una rottura radicale e drammatica tra economia reale ed economia finanziaria negli anni della terza globalizzazione: infatti, ciò è stato alla base della crisi finanziaria del Dot.com, che vede la nascita di imprese che drenano risparmio e investimento del rischio, che fa registrare la caduta più vertiginosa del valore dei titoli, soprattutto nel settore informatico (Nasdaq).

Le difficoltà in Europa 

Se negli anni ‘80 i competitors europei e giapponesi erano riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, quegli stessi fattori di spinta diventano negli anni ‘90 degli ostacoli per il loro avanzamento, facendo riaffermare l’egemonia americana, soprattutto nei settori dell’high-tech. Inoltre, ci sono stati dei fattori esterni all’economia negli anni ‘90, che hanno portato alcuni Paesi a gravi difficoltà, per esempio la costosa politica di riunificazione in Germania o gli scandali legati alla corruzione tra il mondo imprenditoriale e quello politico in Italia

La caduta del Muro di Berlino, 1989 (Wikimedia Commons)

L’elemento che risultava più limitante per questi Paesi era il costo del welfare: infatti, se prima era proprio il fatto che lo Stato si occupasse della salvaguardia dei lavoratori un punto di forza per queste economie, adesso tutto ciò diventa insostenibile, con un eccessivo deficit della spesa pubblica e, di conseguenza, è proprio il pubblico a farne maggiormente le spese. 
Così, iniziano delle politiche di privatizzazione che rilegano il ruolo dello Stato soltanto a settori più importanti, come per esempio quello delle assicurazioni, delle banche, dell’energia e dei trasporti. Tuttavia, gli Stati riescono spesso a rimanere in contatto con le loro vecchie proprietà attraverso un controllo informale, per esempio quando a capo di queste strutture ci sono esponenti della politica o le loro famiglie. 
Ovviamente, questo processo di privatizzazione dà il via anche a forti politiche di liberalizzazione, con la regia di Ronald Reagan negli USA e Margaret Thatcher in Gran Bretagna; ma, ben presto, altri ostacoli entrano in scena, come per esempio i l’emergere di nuovi competitors tra i Paesi in via di sviluppo, che potevano godere, da un lato, di una grande quantità di forza lavoro e, dall’altro, di bassi costi per il welfare, soprattutto la Cina
Inoltre, se negli Stati Uniti spopolava il settore dell’high-tech, in Europa si era ancora strettamente legati al mid-tech o addirittura al low-tech in alcuni casi, come in Italia, che rappresentava la maggior parte dell’export italiano. In Italia, infatti, nonostante un periodo molto florido tra gli anni ‘70 e ‘80, in cui era emersa la produzione flessibile dei distretti industriali del made in Italy, l’economia negli anni ‘90 entra in difficoltà, soprattutto a causa dell’aspra competizione degli attori globali. Quindi, la globalizzazione selvaggia diventa un fattore di minaccia per i Paesi europei, le cui bilance commerciali mostrano spesso saldi negativi.

Il Giappone e la crisi economica negli anni ‘90

Per quanto concerne il Giappone, il decennio ‘90 rappresenta un punto critico, in quanto inizia un periodo di recessione e di stagnazione, dovuto ad una bolla speculativa, che ha portato alla rivalutazione dello yen rispetto al dollaro, con una speculazione incontrollata. Ciò aveva comportato una crescita della disoccupazione, anche se non esplosiva come in Europa. Questo periodo di crisi ha portato anche ad un indebolimento dei legami tra banche e imprese. Nel settore industriale, molte imprese, come quelle automobilistiche e elettroniche, hanno affrontato difficoltà a causa dell’eccesso di produzione e dei debiti. Per adattarsi, i dirigenti hanno iniziato a ristrutturare profondamente le aziende, rendendosi però più vulnerabili al controllo degli azionisti stranieri. 

Fonte immagine in evidenza: Freepik / kjpargeter

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