La crisi del 2007-2008: cause e conseguenze

La crisi del 2007-2008: cause e conseguenze

La crisi del 2007-2008 nasce nel settore immobiliare negli Stati Uniti d’America, a causa di una bolla speculativa che si propaga in tutta l’economia a livello internazionale, poiché le economie mondiali sono molto integrate.

Fattore chiave della crisi Descrizione sintetica
Mutui subprime Prestiti ad alto rischio concessi senza adeguate garanzie.
Cartolarizzazione Trasferimento del rischio bancario a soggetti terzi (società veicolo).
Stretta creditizia Riduzione drastica dei prestiti a famiglie e imprese.

Le origini della crisi del 2007-2008

La crisi del 2007-2008 è avvenuta a causa del dissesto economico dovuto all’erogazione di un particolare tipo di mutui, definiti mutui subprime, che non sono nati nel 2007, ma almeno nel 1994. Le banche e gli istituti di credito concedono questi mutui anche in assenza di garanzie, fino a quando, nel 2006, il valore dei mutui subprime è aumentato fino ad arrivare a quasi sei volte il volume dei mutui concessi nel 1994.

Il meccanismo dei mutui subprime

Questi mutui si sono diffusi così tanto perché c’era l’idea che, nel caso in cui il debitore avesse smesso di pagare la rata del mutuo e il tasso di interesse posto sopra il prestito concesso, allora la banca poteva pignorare l’immobile e venderlo, dato che ci si trovava in un periodo in cui il valore delle case aumentava tanto da poter guadagnare un alto sovrapprezzo alla vendita della casa.

La cartolarizzazione e il ruolo delle banche

Un altro motivo che ha spinto le banche ad erogare questo tipo di mutuo era il fatto che ci fossero delle aziende di credito che decidevano di mitigare il rischio di perdita delle banche, tramite il meccanismo della cartolarizzazione, trasferendolo agli investitori sul mercato finanziario. Per semplificare, si può affermare che le società veicolo (così si chiamano le aziende di credito) rendevano liquido un titolo che precedentemente non era esigibile; quindi, se prima il mutuo e il contratto pattuito per la concessione del mutuo era tra la banca e il debitore, con la cartolarizzazione il contratto e i rischi ad esso connessi si possono trasferire a un soggetto terzo (la società veicolo). Quindi, c’era un meccanismo tramite il quale le banche potevano rivendere i mutui subprime, trasferendo il rischio ad altri operatori. Le società veicolo si assumevano la responsabilità di questo rischio, anche sapendo che il debitore fosse insolvente o illiquido, perché essa poteva guadagnare il differenziale dei tassi di interesse tra quelli che paga il debitore (che non vengono trattenuti dalla banca, ma passano direttamente alla società veicolo) e quelli posti sui titoli di copertura da rischio che la società vende sul mercato.

Le conseguenze sull’economia globale

Quindi, le società veicolo emettono delle obbligazioni su quei mutui, rivolgendosi al mercato finanziario; in questo campo, ha una grande importanza la società di rating, che è colei che compie la valutazione sui titoli che vi sono sul mercato, ma essendoci dei conflitti di interesse, compiono delle valutazioni sbagliate di questi titoli, giudicandoli erroneamente remunerativi, quando erano altamente rischiosi e quindi gli investitori di tutto il mondo li hanno acquistati massicciamente. Si entra così in una forte crisi di liquidità, perché i mutuatari illiquidi e insolventi iniziano a non pagare più le rate e, con la riduzione del prezzo dell’immobile, il pignoramento da parte della banca non copre il valore del mutuo, bloccando anche il fenomeno della cartolarizzazione, visto che la società veicolo non può più dare il pagamento in tassi di interesse agli investitori per mancanza di liquidità, causando così il deprezzamento dei titoli emessi. Si scatena così una crisi di fiducia: le banche, temendo perdite e non fidandosi più l’una dell’altra, riducono i prestiti, generando una stretta creditizia. La minore disponibilità di credito colpisce famiglie e imprese, determinando una riduzione della produzione e del reddito. La conseguenza principale della crisi del 2007-2008 a livello globale è stata una stretta creditizia, dovuta al fatto che le banche smettono di prestare denaro alle famiglie e alle imprese, e quindi non c’è liquidità sul mercato. La poca moneta che circola, inoltre, circola a tassi d’interesse bassi. Questi tassi bassi vengono mantenuti tali dalle banche, in modo che le attività economiche possano proseguire, e che il denaro possa essere facilmente scambiato, ma così si finisce in quella che Keynes definisce trappola della liquidità (soprattutto dal 2009 in avanti). Ciò significa che, nonostante il basso costo del denaro, gli individui non consumano, perché si aspettano che in futuro le cose vadano peggio e detengono quel reddito come risparmio.

Il crollo dei colossi finanziari

Nel 2007, si produce una crisi economica dove i mutuatari non riescono più a pagare le rate, non arrivano soldi alle società veicolo, che non possono guadagnare dal differenziale in termini di tasso d’interesse e gli investitori che hanno acquistato titoli non hanno profitto, bloccando la catena della cartolarizzazione. La società veicolo, quindi, deve pagare degli interessi sui titoli che ha emesso agli investitori, ma visto che i mutuatari hanno smesso di pagare, questo tasso non può essere trasferito agli investitori. Tutto il processo perde di solidità finanziaria e si scarica sugli investitori che hanno comprato dei titoli che ora che non hanno più valore. Tutto ciò dà vita ad una crisi di fiducia: ormai, le banche che avevano emesso dei mutui ed hanno proseguito su questo percorso, non si fidano più l’una dell’altra e smettono di prestarsi denaro. Per questo motivo, la crisi iniziata nel settore immobiliare genera una crisi di fiducia nel sistema bancario, creando a sua volta una crisi di liquidità, non circolando abbastanza denaro rispetto a quello che viene domandato. In condizioni normali, le banche possono prendere soldi in prestito tra di loro, cioè nel mercato interbancario oppure sui mercati finanziari. Il problema della crisi della liquidità è dovuto al blocco del mercato sia bancario che finanziario, è una catena che forma la crisi bancaria del 2007-2008. Le banche, essendo in crisi e non potendo investire, devono necessariamente vendere dei titoli per ottenere la liquidità che manca. Gli unici titoli che in un contesto di crisi hanno ancora valore, sono i titoli più sicuri, ma questi titoli, all’interno di quel contesto di sfiducia, devono essere venduti ad un prezzo più basso di quello normale; di conseguenza, la banca perdeva un guadagno potenziale. Questi titoli erano le obbligazioni e le azioni che, a differenza dei subprime, sono percepiti come più sicuri (ad esempio titoli di Stato di Paesi solidi), ma in questo contesto perdono valore in maniera significativa, amplificando un contesto di crisi già grave. Questa crisi si riflette anche nell’economia reale, ovvero all’interno delle famiglie. Le banche, con il blocco del canale del credito, non riescono a prestare alle famiglie, di conseguenza c’è stata una stretta creditizia, che vedeva il rifiuto delle richieste di prestiti. Questo avviene sia per i singoli, che per le imprese che, non ricevendo finanziamenti dalle banche, sono costrette a chiudere. La crisi del 2007-2008 ha delle conseguenze sul mercato borsistico, con un crollo del valore dei titoli quotati in borsa e, di conseguenza, un relativo peggioramento dei bilanci delle banche. La crisi ha fatto crollare alcuni colossi finanziari ed economici, come Lehman Brothers. Prima della crisi del 2007-2008, la convinzione di alcuni esponenti della Federal Reserve era di essere too big to fail, che significa troppo grande per fallire. Molti economisti e dirigenti della banca centrale americana sostenevano teoricamente l’impossibilità di fallire: in realtà, si è svelata completamente falsa, data l’enorme crisi che si era scatenata. Oltre al fallimento di alcuni colossi, ci sono state anche fusioni tra grandi e piccoli colossi, ad esempio la Bank of America ha acquistato istituti di credito più piccoli.

Fonte immagine in evidenza: Freepik / starline

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