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Eroica Fenice

Banat, il viaggio. La storia di una generazione

Banat – il Viaggio: un film sulla generazione attuale

Ivo e Clara si sono conosciuti per caso. Lui prepara i bagagli per partire, un agronomo costretto ad andare in Romania perché non può permettersi di fare ciò che ama in Italia. Lei arriva con le valigie già fatte aspettando di disfarle a casa di Ivo, diventando così la nuova affittuaria della signora Nitti (Piera Degli Esposti). Le loro vite si incrociano per caso, e basta una sola notte per dare input a tutto il film, quando Ivo parte e Clara rimane, entrambi però consapevoli che quell’incontro non sarà dimenticato. Banat (Il viaggio) è il primo lungometraggio di Adriano Valerio (nominato come Miglior regista esordiente ai prossimi David di Donatello), che dopo gli studi di legge sceglie di formarsi cinematograficamente alla scuola di Bellocchio, vivendo tra Parigi e il resto dell’Europa.

La pellicola è dall’inizio, anche per quanto riguarda il paesaggio, una storia di immigrazione al contrario: da Bari, città di mare esposta all’approdo straniero, a Banat, territorio rumeno pianeggiante e campestre, luoghi in cui il tempo sembra fermo, tra le onde che tempestose si infrangono e i campi grezzi e scomposti che aspettano di essere domati dall’arrivo di Ivo e dalla necessità di cambiamento, lo stesso che cerca l’uomo per dare una svolta coraggiosa al suo futuro. Banat prosegue la trama tra un posto e l’altro, e si innesta al cambiamento quando Clara sta per perdere il suo lavoro in un cantiere navale; è proprio il momento in cui i due riflettono i sentimenti di una scelta che un’intera generazione si ritrova molte volte a dover affrontare, in questo caso una scelta italiana, la giovane società che valica i confini europei alla ricerca di un posto migliore. Ivo e Clara, che nel film sono interpretati da Edoardo Gabbriellini ed Elena Radonicich, insieme alla scelta di cosa fare nella loro vita dovranno tenere i conti di un amore improvviso e dei problemi di una relazione.

Banat è un film di solitudine ed incontro con l’altro

L’atmosfera sociale è da una parte quella di una Romania disillusa, diffidente, nella conseguente povertà che s’immagina essere vissuta a causa degli strascichi della rivoluzione popolare che nell’89 pose fine alla dittatura politica. Dall’altra di un paese come il nostro che vive da anni e con lentezza, pedissequamente, una discesa che sconforta gli animi ed impone poi di compiere scelte di vita probabilmente non comprensibili da tutti. L’originalità dell’incontro tra i due mondi, visti questa volta al contrario, mostra allo spettatore quanto la normalità sociale, e di sopravvivenza d’altronde, sia quella dell’intreccio culturale.

Banat, che non è solo il nome di un luogo, spiega il regista, ma significa anche “donne” in arabo e “dolore” in ungherese, risulta essere quindi l’incontro tra due solitudini, uno scoprirsi vicendevolmente che si basa proprio su una realtà in comune, quella di avvicendarsi in età adulta in qualcosa che non si conosce pienamente in fondo, e che si scopre piano piano, esattamente come lo sviluppo della pellicola. Tutto attraverso un sentimento di spaesamento, del trovarsi in terra sconosciuta ma anche del vivere personalmente territori inesplorati; e per questo non si sa se i protagonisti, così come parte della società che rappresentano, sono veramente stati costretti allo sradicamento.

Ilaria Casertano