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But I’m a Cheerleader | Recensione

But I’m a Cheerleader o Gonne al Bivio, come è stato tradotto in italiano, è una commedia del 1999 con Natasha Lyonne che porta sullo schermo temi molto importanti, come i ruoli di genere e l’identità sessuale. È un film molto importante e molto caro alla comunità queer, divenendo un vero e proprio classico LGBT+ nella storia del cinema.

La trama

La protagonista della storia è Megan, una ragazza di 17 anni che ama essere una cheerleader ed è fidanzata con il capitano della squadra di football, la classica storia adolescente americana. Non le piace molto però baciare il suo fidanzato e preferisce guardare le sue compagne cheerleader, le piace molto essere vegetariana e ascolta musiciste lesbiche. Questo porta i suoi genitori a pensare che non sia eterosessuale e la mandano in un campo di riabilitazione per persone omosessuali della durata di due mesi. È un programma di conversione che si basa sull’ammettere la propria omosessualità e tornare normali facendo lavori e hobby che appartengono allo stereotipo del proprio genere. Nel conoscere i suoi compagni e cercare di superare ogni attività Megan si innamora di una delle ragazze del programma, Graham, una ragazza apertamente lesbica che rifiuta la terapia.

I ruoli di genere

But I’m a Cheerleader enfatizza in modo ironico le caratteristiche tipiche dello stereotipo di ogni genere, il blu per gli uomini e il rosa per le donne, gli uomini aggiustano le auto e buttano giù alberi, e le donne puliscono e cuciono. Inoltre, fa un ottimo lavoro dal punto di vista visivo nel separare i due mondi, mostrando tutti i vestiti e gli oggetti delle ragazze di colore rosa e quelli dei ragazzi di blu. Un film di venticinque anni fa ma comunque estremamente moderno, denunciando l’ipocrisia della divisione così netta e la rigidità dei ruoli di genere, per cui la donna pulisce e l’uomo aggiusta, la donna rimane in casa e l’uomo va a lavoro. È altresì una critica alla convinzione che l’omosessualità derivi da una deviazione dal cammino prestabilito del proprio genere: una donna lesbica è una donna che non rientra nello stereotipo di casalinga e madre, un uomo gay non sa aggiustare una macchina o tagliare un tronco. Questi ragazzi vengono dunque costretti a rientrare nelle categorie prestabilite per tornare, per quanto riguarda la società, normali.

I campi di conversione

L’esistenza dei campi di conversione, o riabilitazione, non è una novità, da sempre sono esistiti movimenti antigay, convinti che l’omosessualità sia una scelta o una malattia, e che con la giusta cura si possa cambiare. Come curare questa terribile malattia? Con lobotomie, lavaggio del cervello, cambiando come nel film il comportamento delle persone per costringerle a rientrare in schemi già progettati di persone che non sono. Queste ovviamente sono le pratiche più leggere e tranquille, per così dire, perché una grossa fetta della terapia di conversione si basa su interventi al cervello, castrazioni, shock elettrici e tantissimi altri abusi che ci sono stati nel corso degli anni in queste strutture, che nel film non vengono però mostrati. Per fortuna negli ultimi anni l’omosessualità è stata ufficialmente dichiarata come un elemento naturale della sessualità, umana e non più una malattia, permettendo l’istituzione di sempre più leggi contro questi campi.

Il film fu ovviamente molto apprezzato dalla comunità queer, anche se con qualche critica dovuta alla rappresentazione di alcuni stereotipi omosessuali dei personaggi, ma estremamente osteggiato dalle comunità e i partiti conservatori. But I’m a Cheerleader racconta la storia di Megan ma anche di tantissimi altri ragazzi nella sua situazione, ed è una pellicola estremamente importante che manda un messaggio forte e chiaro, denunciando l’oppressione che la comunità queer ha da sempre dovuto sopportare.

Fonte immagine: Rotten Tomatoes

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