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Eroica Fenice

Cucina e Salute

Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

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Culturalmente

Pietrasanta. Capoluogo artistico della Versilia

Pietrasanta. Gioiello incastonato nel meraviglioso paesaggio toscano della Versilia. Terra di marmo, di artisti e di naturale bellezza. Terra di fascino ed arte che si respira in ogni angolo della città. Terra di contrasti e complementarietà di storia, cultura e tradizione. «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi di castagni e gli olivi fra il verde!» (Giosuè Carducci) Culla di artisti, primo tra tutti il poeta e scrittore Giosuè Carducci (1835-1907), del quale è terra natia. Ma tra i più famosi figli di Pietrasanta vanno annoverati Stagio Stagi (1479-1561), scultore e ornamentista, e lo scultore e storico Vincenzo Santini (1807-1876), primo direttore della scuola d’arte locale e autore di Commenti storici sulla Versilia centrale. Da sempre considerata come la piccola Atene, Pietrasanta possiede anche una rete di cunicoli sotterranei, oltre a opere difensive strategiche, come le mura di cinta, ben visibili dalla piazza – affascinanti quando illuminate di sera – e raggiungibili grazie a un sentiero che termina alla Rocca di Sala, dalla quale è possibile ammirare la piana versiliese da Viareggio a Forte dei Marmi e, nelle giornate più limpide, visibili anche alcune isole dell’Arcipelago Toscano. Da non dimenticare il Teatro La Versiliana con il Caffè di Romano Battaglia e tutte le mostre, botteghe e musei presenti sul territorio. Pietrasanta: alcuni cenni storici Le origini della città risalgono al 1255, quando un nobile milanese, Guiscardo da Pietrasanta, signore della provincia di Lucca, le diede il nome e lo stemma nobiliare, dando ai suoi cittadini i medesimi diritti e privilegi dei cittadini di Lucca. Segue il dominio di Castruccio Castracani, duca di Lucca, dopo il quale la città viene data in pegno ai genovesi. Conquistata dai francesi e restituita poi al Comune di Lucca, Pietrasanta conobbe un rapido sviluppo economico, diventando una delle principali mete artistiche e culturali a livello mondiale. Architettura e Scultura Ovunque a Pietrasanta si respira e ammira arte. Bellezze architettoniche e scultoree adornano la perla versiliese, dagli edifici religiosi a sculture d’arte moderna, che vivacizzano e colorano il borgo, rendendolo calamita culturale per turisti e visitatori. La splendida Piazza Duomo è senza dubbio il valore indiscusso della città. Qui si ergono la Cattedrale di San Martino, con il suo particolarissimo campanile in mattoni rossi, la Chiesa di Sant’Agostino e la Torre delle Ore. Tra gli altri importanti edifici del centro storico si annovera la Chiesa di Sant’Antonio Abate, che ospita due grandi affreschi dell’artista Fernando Botero. Ma ciò che rende davvero irresistibile Pietrasanta agli occhi degli osservatori catturandone il cuore è il pullulare di sculture marmoree e bronzee, che impreziosiscono la città e veicolano l’economia grazie alla loro lavorazione. Diventata punto di riferimento e luogo d’incontro sempre più importante per gli scultori provenienti da tutto il mondo, per apprendere l’arte della lavorazione artistica del marmo e del bronzo. Il fervore artistico investe anche l’animo più ritroso, perché […]

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Culturalmente

Cenosillicafobia e Nictofobia, reali patologie o suggestioni?

Cenosillicafobia e Nictofobia: reali patologie? Ebbene al mondo esistono svariate tipologie di fobie: si pensi alla più comune claustrofobia, ossia la paura degli spazi chiusi, o all’aracnofobia, la paura dei ragni. Esiste addirittura la filofobia, che si identifica con la paura di innamorarsi e/o instaurare una relazione importante e duratura, ciò per il timore dell’ignoto e di perdere il controllo di se stessi, esasperando così il bisogno di indipendenza. C’è ancora chi soffre di agorafobia, la paura degli spazi aperti, chi ha paura dei clown e chi rabbrividisce alla sola vista degli insetti. Ma cos’è propriamente una fobia? Cosa sono, infine, cenosillicafobia e nictofobia? Cenosillicafobia e Nictofobia: cos’è la fobia Il termine fobia (dal greco “phóbos”, panico, paura) indica la paura irrazionale ed eccessiva manifestantesi in determinate situazioni o in presenza di persone/oggetti senza che sussista un reale pericolo. La fobia, per le sue caratteristiche, costituisce una vera e propria limitazione del quotidiano, dal momento che comporta l’evitamento della situazione temuta o l’eccessiva reazione (ansia, attacchi di panico…) di paura nell’impossibilità dell’evitamento. Al di là delle più note fobie, ne esistono di inimmaginabili, poco conosciute eppure molto diffuse. Tra queste si annovera senza dubbio la cenosillicafobia. Cenosillicafobia: cos’è e come combatterla La cenosillicafobia è certamente una tra le fobie più strane ed insolite esistenti e si identifica con la paura di restare col bicchiere di birra vuoto. Sì, proprio così! La birra, una delle bevande più antiche, ha origine durante il V millennio in Mesopotamia, dove paradossalmente oggi c’è l’Iran che proibisce l’importazione, il consumo e il commercio di bevande alcoliche. In Occidente tuttavia la birra è la bevanda più bevuta ed amata e c’è appunto chi soffre di attacchi di panico rendendosi conto che il proprio boccale di birra si esaurisce fino a svuotarsi. La fobia insorge prendendo atto dello svuotamento di oltre la metà del bicchiere. A tal proposito diviene insostenibile per un cenosillicafobico la vista di un bicchiere di birra rimasto vuoto. Non bisogna confondere tali fobici con ubriaconi ed alcolisti, in quanto si tratta di una vera e propria fobia, e chi ne soffre va incontro ad autentici attacchi di panico, ma anche a comportamenti aggressivi. Secondo studi di ricercatori del Missouri, soffrirebbe tale fobia il 5% della popolazione negli USA, e tale insorge molto presto, già in età adolescenziale. Tuttavia un vero rimedio per combattere la cenosillicafobia non esiste. È possibile affrontare qualche seduta di psicoterapia se non si vuole che la situazione degeneri irrimediabilmente, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare alla salute e alla vita stessa. Esiste un’altra fobia, più comune della cenosillicafobia, diffusa particolarmente, ma non solo, in età infantile: la nictofobia. Nictofobia: cos’è e come esorcizzarla La nictofobia (o acluofobia) è la paura del buio, accompagnata da sensazioni di angoscia e disagio, percepite ritrovandosi in ambienti oscuri. È questo un disturbo fobico abbastanza diffuso tra i bambini, meno negli adulti. Di solito la nictofobia non risiede nella paura dell’oscurità fine a se stessa, bensì nel timore relativo a pericoli (reali […]

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Viaggi e Miraggi

Dove viaggio: un tour londinese

Dove viaggio, consigli per un tour nella capitale britannica Con l’estate ormai alle porte ed il torrido caldo della stagione incalza più forte il desiderio di partire, prendere una pausa dal lavoro e dalla monotona routine, in viaggio alla scoperta di luoghi ed emozioni nuove. Il clima afoso del periodo rende appetibili mete fresche e dinamiche. A tal proposito c’è chi predilige mare e relax, spostandosi in Spagna, Grecia o Africa. C’è poi chi, mosso dalla passione del viaggio come scoperta, visita ed avventura, sceglie ed organizza il proprio tour in qualche capitale europea, da Amsterdam a Parigi, da Barcellona a Londra. Dove viaggio? La decisione è alquanto ostica, in quanto ciascuna città incanta e rapisce per peculiarità uniche. Si pensi a Barcellona, la città catalana firmata Gaudí, terra di arte e bellezza senza tempo, ricca di colori ed architetture ispirate alla natura, come i famosi Park Güell e Casa Batlló. Cosa dire di Parigi, città calda per le emozioni che ispira e il romanticismo che si respira in ogni angolo, al cospetto della maestosa Cattedrale di Notre Dame o nel pullulare di artisti di strada che popolano Montmartre. Ancora Amsterdam, con i suoi particolarissimi edifici che presentano ai turisti l’idea di una “vita in vetrina”, in quanto tende ed infissi vengono lasciati aperti, quasi invitando l’osservatore a guardarvi. In questa sede verrà redatto una sorta di diario di viaggio di una tra le mete europee più ambite e visitate, Londra. Tour londinese Aria di dinamismo nella città cosmopolita per eccellenza. Meta oggetto non solo di turismo, ma anche di flussi migratori, soprattutto di giovani lavoratori e studenti in cerca di realizzazioni lavorative e di carriera. Ma soffermiamoci sulle bellezze artistiche, ricreative e culturali che la città offre. Il rosso è il colore che più di tutti cattura lo sguardo dei visitatori. Il colore dei grossi autobus londinesi, delle vecchie cassette per la posta e delle intramontabili cabine telefoniche, che rubano scatti fotografici in ogni angolo della città. I particolari moniti disegnati sull’asfalto “Look Left” e “Look Right”, atti ad orientare i turisti non abituati alla guida con volante a destra. Il colore verde invece è quello tipico della serenità e della tranquillità che infondono gli immensi e famosi Hyde Park e Kensington Gardens, luogo quest’ultimo dov’è situata la statua che impersonifica Peter Pan, the boy who would not grow up! (Il ragazzo che vorrebbe non crescere mai). In questi parchi è possibile ammirare la fioritura delle ninfee e gli eleganti cigni che sinuosi si spostano nei laghi. Irrinunciabile la spettacolare vista di Londra dall’alto dell’imponente Sky Garden, noto anche come Walkie – Talkie, presso il quale, tra cena e aperitivo, magari davanti a un buon calice di Ridgeview, è possibile godere del paesaggio mozzafiato londinese attraverso le ampie vetrate. Sensazioni del tutto simili possono essere provate prenotando un giro sulla London Eye, la spettacolare ruota panoramica, targata Coca Cola, che offre spunti artistici per scatti da immortalare e lo splendore di siti, quali la Westminster Abbey e il Big […]

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Culturalmente

Santuario di Pompei, storia e curiosità

Nel cuore di una delle città più amate e visitate sul suolo campano e partenopeo sorge il maestoso Santuario di Pompei, realizzato in onore della Beata Vergine del Rosario Maria. Fondato sul finire dell’Ottocento, si erge accanto agli Scavi archeologici dell’antica città romana – sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. -, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1997. La sua storia è legata a quella dell’avvocato Bartolo Longo, suo fondatore, fatto Beato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Dalla sua costruzione ad oggi, il Santuario è sopravvissuto a prove impegnative, come l’eruzione del Vesuvio del 1944 e l’arrivo delle truppe naziste, che giunsero a minacciarne la distruzione. Eppure è lì, splendente Tempio dello Spirito, luogo di preghiera e redenzione, di offerte, pace e ammirazione, calamita ogni anno per milioni di pellegrini e turisti, affascinati dalla sua bellezza architettonica e pittorica e devoti allo splendido quadro della Beata Vergine del Rosario. Cenni storici Bartolo Longo giunse a Pompei per amministrare le proprietà della Contessa De Fusco, che sposò nel 1885. Da allora i coniugi Longo si impegnarono nella divulgazione della fede ed istituirono nella chiesa del SS. Salvatore la Confraternita del Santo Rosario per la raccolta di fondi atti a costruire il Santuario dedicato alla Vergine. La sua costruzione iniziò l’8 maggio del 1876 e consacrato il 7 maggio del 1891. Il primo a seguirne i lavori, a titolo gratuito, fu l’architetto Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli. A lui subentrò nel 1901 Giovanni Rispoli, che diresse i lavori della facciata monumentale, culminante nella statua della Vergine del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte. Il Santuario fu elevato a Basilica Pontificia Maggiore da Papa Leone XIII il 4 maggio del 1901. Lo stesso si presenta a croce latina ed inizialmente con un’unica navata centrale, con abside, cupola e quattro cappelle laterali. Ai due lati vi erano altre due cappelle con ingressi distinti, ma intercomunicanti con la navata centrale: a sinistra la Cappella di Santa Caterina da Siena, dove inizialmente fu esposto il quadro della Madonna durante i lavori di costruzione, e a destra la Cappella del Santissimo Salvatore, che prese il posto dell’omonima parrocchia poi ricostruita a poca distanza dal sito originale. Con il passar del tempo e il sensibile aumento di fedeli e pellegrini si rese necessario l’ampliamento del Santuario, che fu eseguito dal 1934 al 1938. Si giunse così alla realizzazione delle attuali tre navate. Ogni anno milioni di fedeli, pellegrini e turisti si recano in visita a Pompei gremendo il Santuario, che risulta tra i più visitati d’Italia. In particolare poi l’8 maggio e la prima domenica di ottobre decine di migliaia di fedeli affollano la città in occasione della pratica devozionale della Supplica alla Madonna, scritta dal Beato Bartolo Longo, trasmessa in tutto il mondo via radio e televisione e recitata alle ore 12.00. Santuario di Pompei. Cenni architettonici La facciata esterna del Santuario di Pompei si sviluppa in due ordini sovrapposti: quello inferiore in stile ionico e quello superiore in stile corinzio. L’ordine inferiore presenta un corpo […]

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Culturalmente

‘O surdato ‘nnammurato, storia della canzone napoletana

Una delle più famose canzoni del patrimonio musicale tradizionale napoletano, ‘O surdato ‘nnammurato riesce ancora a bagnare gli occhi ed emozionare i cuori dopo oltre un secolo. Scritta da Aniello Califano e musicata da Enrico Cannio nel 1915, la canzone descrive originariamente la sofferenza di un soldato, combattente al fronte durante la prima guerra mondiale, per la distanza che lo separa dalla donna amata. ‘O surdato ‘nnammurato. Origine e significato della canzone Sono gli anni della tragica “guerra di trincea”, a cui prese parte un milione e mezzo di uomini in Italia. Si trattava di giovani poco più che ventenni, strappati alle proprie terre, alle proprie famiglie, ai grandi amori. Tra le dure condizioni climatiche ed umane che la guerra impose, si fecero strada sconforto, malinconia, amarezza. E qui, nel cupo clima, tra morti, feriti, prigionieri e dispersi, nasce spontaneamente la madre delle canzoni d’amore e tacitamente antibelliche, ‘O surdato ‘nnammurato, ispirata ai tristi sentimenti di un soldato costretto al fronte, esposti in una lettera scritta alla sua amata. L’autore del testo, Aniello Califano, era un rampollo di agiata famiglia di Sorrento, sensibile al divertimento, alle belle donne e alla poesia. Lasciata Sorrento, si dirige a Napoli, dove comincia a scrivere versi per canzoni e poesie da dedicare alle sciantose. Allo scoppio della guerra si trova in città, dove imperversa la propaganda bellica e gli spettacoli nei café chantant sono colmi di retorica patriottica, tra lustrini, divise, bandiere tricolori e ballerine con cappelli da bersagliere. Di morti e dispersi non si parla, eppure migliaia i telegrammi giunti alle famiglie ad annunciare le drammatiche perdite. E Califano, nonostante fosse socialmente e politicamente disimpegnato, pur amante delle feste e delle donne, era anche un poeta per niente insensibile a quanto accadeva intorno. Così, captando le notizie “non filtrate” di quanto in realtà accadeva al fronte, Califano scrisse d’impulso in una sera i meravigliosi versi che ancor oggi fanno sognare ed emozionare. Il testo giunse all’editore Gennarelli (successivamente convergente nella famosa casa editrice Bideri), il quale, commuovendosi nella lettura dei versi, intese musicarli trasformandoli in una canzone. A tal proposito la scelta cadde su Enrico Cannio, che compose una sorta di marcia insistente e malinconica insieme. Ne emerse un successo, che purtroppo venne osteggiato dalla propaganda militarista, perché ritenuta per quel periodo una “canzone disfattista” e antibellica. Oggi è ritenuta una tra le canzoni più romantiche del vasto patrimonio della canzone napoletana di tradizione, oltre ad essere cantata a squarciagola dalla tifoseria calcistica partenopea. Ma a quel tempo costituiva pericolo per chi soltanto la intonasse. La verità è che i vertici dello stato maggiore ne intuirono la forza e la misero al bando. Furono addirittura centinaia i soldati sorpresi a cantarla sul fronte, finendo poi di fronte alla corte marziale. Eppure il testo è di una semplicità e dolcezza disarmanti, in quanto racconta di un innamorato che brama la donna amata per la distanza che li divide. Nel testo però non c’è alcun riferimento al fatto che l’uomo fosse un soldato (se non […]

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Culturalmente

Malinconia: cos’è e come combatterla

«Un desiderio di desideri: la malinconia». (Lev Tolstoj) Una sensazione bruciante, straziante, che si staglia come un macigno nel torace e nella mente. Un nodo alla gola e il respiro affaticato. Voglia di amare lasciata a metà, pensieri proiettati ad una stasi irrequieta. Senso di impotenza e di non credersi abbastanza, all’altezza. Insicurezza cronica e desiderio incessante di ciò che non si ha, che non si può avere, o che si è provato ma poi perso forse per sempre. Questa è la malinconia. Una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta a vivere passivamente, incapaci di prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione di non poter osare, provare, lottare. La malinconia è quel desiderio, collocato in fondo all’anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si avverte incessantemente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all’altezza. La persona colta da stato malinconico tende spesso ad escludersi dalla vita sociale e a negare il trascorrer del tempo, volgendosi verso un passato o un futuro idilliaco. Che cos’è la malinconia Il termine malinconia deriva dal greco “melancholìa”, composto di “mélas, mélanos” (nero) e “cholé” (bile), dunque “bile nera”, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca ippocratica, il carattere e gli stati d’animo delle persone. I caratteri umani e i loro comportamenti deriverebbero dunque dalla varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Questi umori, ossia “liquidi” dal greco, significano appunto “stati d’animo”, e da essi etimologicamente derivano il carattere melanconico, il collerico, quello flemmatico e quello sanguigno. Lo scrittore francese Victor Hugo scriveva che «la malinconia è la gioia di essere tristi». Questo perché si tende a crogiolarsi in essa, nonostante il sentimento di tristezza immane che reca con sé. Come provare un sottile piacere stagnandosi nei meandri di ricordi e desideri languidi. La malinconia di fatto non sussisterebbe priva di memoria e desiderio, perché un’anima malinconica è colei che soffre per qualcosa che le ha donato estasi e felicità in passato e che purtroppo sa di aver perso. Ma il malinconico soffre altresì nel desiderio di un qualcosa che manca, qualcosa di imprescindibile, di non ben definito, ma importante, verso cui inconsapevolmente tende, spesso un amore irrealizzabile o semplicemente bramato. La malinconia tuttavia può essere anche un modo per non accettare il presente, manifestando il dolore per ciò che manca e la scontentezza rispetto a ciò che si ha. Dunque, proprio tale insoddisfazione può rendere la malinconia un sentimento fertile e non fine a se stesso, spingendo il cuore e la mente ad agire per tentare di cambiare una situazione scomoda. Malinconia. Genio e rimedi Quel sentimento di dolorosa mancanza può innescare parallelamente la voglia di agire. Si intraprende così un percorso interiore che amplia i confini della conoscenza di sé e del mondo, spingendo verso la curiosità e l’approfondimento. Dunque, tentare di […]

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Culturalmente

Significato delle carte napoletane, tra simbologia e mistero

Significato delle carte napoletane. Quale la lettura e la simbologia L’utilizzo delle carte per predire il futuro e lo sviluppo degli eventi è una pratica antica, che affonda le sue radici nella cartomanzia. Una tra le più conosciute concerne le carte napoletane, dirette discendenti dei tarocchi, precisamente derivanti dagli “arcani minori”, perdendo, rispetto a questi, carte come Otto, Nove e Dieci, che vengono sostituite rispettivamente da Fante, Cavaliere e Re. Nella cartomanzia napoletana si utilizzano le quaranta carte che compongono il mazzo. Diversamente dai tarocchi, il mazzo partenopeo è privo degli “arcani maggiori” (le carte più dense di significato esoterico), ed è costituito dalle carte numerali che vanno dall’Asso al Sette (ciascuno suddiviso nei quattro semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni), completato dalle già citate tre figure di corte: Fante, Cavaliere e Re. L’utilizzo delle carte napoletane non è identico a quello dei tarocchi: alcune carte infatti incarnano significati in tutto o in parte differenti. È dunque doveroso rispettare i valori che la tradizione attribuisce a questo mazzo, evitando di confondere le regole. Significato delle carte napoletane. Dritto e Rovescio Durante la lettura delle carte è importante ed indispensabile tener conto non solo del singolo significato attribuito a ciascuno dei quattro semi e ad ogni numero e figura, ma anche del modo in cui si presentano. A tal proposito, le carte napoletane possiedono una dignità, ossia possono uscire dritte oppure rovesciate. A tal riguardo, il significato da considerare sarà differente a seconda di come compariranno nella stesura: in genere positivo per le carte dritte e negativo per quelle rovesciate. Tale caratteristica non è comune a tutti i mazzi di carte regionali: in molti di questi infatti le figure vengono rappresentate tagliate a metà, dunque perfettamente simmetriche. Tuttavia nel mazzo napoletano alcune carte sono perfettamente simmetriche, caratteristica che rende impossibile definire se siano dritte o meno. In tal caso il significato della carta non sarà veicolato dalla dignità, bensì saranno le carte limitrofe a determinarne il senso positivo o negativo. Significato delle carte napoletane. La simbologia dei quattro semi I quattro semi delle carte napoletane rappresentavano i quattro ceti sociali: le coppe erano legate ai sacerdoti, le spade alla nobiltà, i denari alla borghesia e ai commercianti, i bastoni ai lavoratori. La simbologia a questi attribuita è così spiegata: Le Coppe simboleggiano sentimenti, innamoramento, amicizie, allegria, famiglia, rapporti sociali. Le Spade simboleggiano aspetti connessi alla giustizia, ai tradimenti, inganni, giochi di potere, sofferenze ed aspetti negativi e limitanti in generale. I Denari simboleggiano il commercio, i beni materiali, gli aspetti economici e gli affari. I Bastoni, infine, simboleggiano il lavoro, la forza di volontà, il vigore fisico, la sensualità. Figure di corte e carte numeriche Le figure di corte, che compongono parte del mazzo napoletano, sono dodici, tre per ognuno dei quattro semi. Fanti e Re rappresentano persone, mentre i Cavalieri situazioni in divenire. Le figure possono fornire informazioni sulle caratteristiche fisiche, ma principalmente esprimono ruoli e specifiche caratteristiche psicologiche. L’interpretazione delle figure delle carte napoletane consente di comprendere chi […]

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Combattere l’ansia e controllarla? Ecco tutti i rimedi

Com’è possibile combattere l’ansia e controllarla? Chiunque ogni giorno sperimenta quella particolare sensazione di disagio e malessere, che è l’ansia. Nessuno ne è esente: dai bambini alle prese con i bulli a scuola, all’adulto stressato dalle condizioni di lavoro o dal pensiero lacerante di non riuscire ad arrivare a fine mese per l’aumento dei costi di vita. Fino agli anziani, ansiosi di rimanere soli e spesso soggiogati dal pensiero della morte incombente. Oggi, nell’era moderna e digitale, sono soprattutto i ritmi tecnologico-sociali a destare negli individui stati d’ansia più o meno gravi e perenni. Seppur ormai abituati a ritmi frenetici e caotici, non si può fare a meno di notare come le generazioni precedenti vivessero in un clima di gran lunga più pacato, in un’atmosfera del tutto diversa. Le generazioni precedenti non subivano la vita, ma la vivevano profondamente e consapevolmente. Oggi invece, con l’idea del tutto e subito e con il deleterio sopravvento della tecnologia, sembra quasi impossibile fermarsi, respirare e ritagliare tempo prezioso per sé e per le persone che si amano. Viviamo costantemente seppelliti da una coltre di stress, che ostacola la possibilità di vivere al meglio e intensamente ogni istante che la vita offre. E lo stress è la fonte primaria d’ansia, che è una vera patologia che logora mente e corpo. Si pensi a quella forte sensazione di oppressione che si prova all’interno della cassa toracica, come se ci fosse qualcosa che stringe forte, senza possibilità di scampo e quasi fino a far mancare il respiro. Ma cos’è esattamente l’ansia? Cos’è l’ansia? È la particolare emozione provata di fronte ad una sensazione di minaccia reale o figurata, che ha l’obiettivo di prepararci ad affrontare il pericolo percepito. Spesso confusa con la paura, dalla quale in realtà si differenzia. La paura infatti è una reazione fisiologica agli stimoli esterni di reale pericolo, ad esempio la comparsa di un serpente nel bosco mentre lo si perlustra. L’ansia ha a che fare con la percezione di un pericolo, un pericolo che potrebbe anche non sussistere affatto. Si distinguono essenzialmente due tipologie di ansia: l’ansia fisiologica, che ci prepara ad affrontare in maniera adattiva una possibile situazione difficile, e l’ansia patologica, che è disfunzionale, perché, essendo persistente ed intensa, interferisce con la nostra prestazione, e può essere associata ad eventi neutri che non sono realmente pericolosi. L’ansia patologica è ovviamente considerata come forma più grave d’ansia, innescando attacchi di panico e sintomi fisici allarmanti. I sintomi dell’ansia possono essere suddivisi in tre categorie: I sintomi psicologici dell’ansia, quali forte apprensione non commisurata alla portata dell’evento reale, nervosismo, alterazione della memoria e della concentrazione, rimuginio continuo e preoccupazione, insicurezza e timore. I sintomi fisici dell’ansia, dovuti ad un’iperattivazione neurovegetativa, costituiti da palpitazioni, tachicardia, ipersudorazione, dispnea, vertigini, sintomi gastroenterici, insonnia con difficoltà ad addormentarsi e risvegli frequenti. Tensione motoria, con l’insorgere di tremori, irrequietezza, agitazione, contratture muscolari, cefalea. Spesso, a parte i ritmi eccessivamente frenetici che la routine oggi impone, l’ansia può essere generata da repentini cambiamenti di vita, quali una […]

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Culturalmente

La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?

In cosa consiste la teoria del piacere formulata da Giacomo Leopardi? Leggilo qui! Cos’è il piacere? Una sensazione intensa, viscerale, appassionata, che fa levitare l’anima, nutrendo il cuore di gioia e felicità. Ma davvero il piacere genera felicità? E soprattutto, la felicità è davvero una condizione duratura ed eterna? Per comprendere almeno uno spiraglio di cotanta complessità è necessario analizzare la teoria del piacere approntata dal poeta del XIX Giacomo Leopardi, famoso per la sua concezione pessimistica dell’esistenza umana. Leopardi però non è certamente l’unico ad aver elaborato una teoria su un argomento così complesso ed affascinante come quello del piacere. Come lui, infatti, già il filosofo greco Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) aveva estasiato i lettori e gli ascoltatori con le sue massime sul piacere e sulla necessità di coltivarlo e viverlo grazie alla calma interiore e all’accettazione delle cose presenti e quotidiane. Teoria questa simile a quella enunciata nel Carpe diem di Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 27 a.C.). Ma analizziamo la teoria del piacere propugnata dal poeta Leopardi. Teoria del piacere. La concezione leopardiana Leopardi identifica il piacere con la felicità, elaborandone una teoria in una delle sue opere più famose ed affascinanti, Zibaldone, una raccolta di pensieri stesa tra il 12 e il 23 luglio 1820. In queste pagine Leopardi spiega la costante infelicità umana generata dal desiderio incessante ed infinito di un piacere, anzi del piacere assoluto, che produce felicità. Tale desiderio è infinito perché congenito alla vita. Dunque l’unico limite al desiderio è la fine stessa della vita, ossia la morte. L’essere umano necessita di trovare appagamento a tale ansioso desiderio. Tuttavia, se tale risulta infinito, lo stesso piacere che riuscirà a raggiungere è finito e limitato nel tempo e per estensione, in quanto l’oggetto del desiderio è materiale ed effimero. Una volta conseguito l’obiettivo, l’animo umano sperimenta la noia per un qualcosa che perde repentinamente fascino e piacere. Alla noia subentra il turbamento, dunque il dolore di non sentirsi mai completamente appagati. Si desidera ardentemente la realizzazione di una carriera, il concretizzarsi di un rapporto, l’acquisto di una casa. Ma nel momento del raggiungimento dell’oggetto o della situazione tanto bramati, ci si ritrova a desiderare altro, ed altro ancora, ritrovandosi con anima e cuore erranti, come naufraghi, nell’immensa isola chiamata Terra. L’uomo desidera un piacere illimitato senza poter raggiungerlo mai. «E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato». Tale teoria trova riscontro nel pensiero elaborato dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), in cui tale desiderio ansioso ed incessante corrisponde alla “voluntas”, ossia la perpetua volontà di volere, desiderare, che impedisce all’uomo di raggiungere la serenità e la pace interiore. C’è una soluzione alla ricerca infinita e inappagata del piacere? La teoria del piacere approda all’immaginazione e ai ricordi Tuttavia sembra esistere una soluzione atta ad arginare l’infelicità umana. […]

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Ciuccio, simbolo del Napoli calcio

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Qual’è il suo significato? | Curiosità In molti, tifosi e non, ancora si chiedono quale sia il profondo ed autentico motivo per cui il simbolo del Napoli calcio sia l’asino, un animale così poco fiero ed indolente. Come mai una squadra, che da tempo è riconosciuta come una delle migliori nella serie A in Italia e che si è distinta spesso in Europa, grazie al gioco spettacolare offerto, viene rappresentata da un animale così poco nobile come “’o ciuccio”? Ricordiamo che, proprio in riferimento al tipo di gioco, è stato anche coniato il termine “sarrismo”, inteso come concezione del gioco propugnata dall’ex allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, e, per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri è diventata espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo. Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Storia e simbologia  La storia che ha portato la Napoli calcistica a riconoscersi in un somaro, ‘o ciuccio appunto, affonda le sue radici nell’orgoglio  partenopeo. Tutto ha origine nel 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese), cambia nome, abbandonando l’inglesismo sgradito al regime e preferendo “Associazione Calcio Napoli”, antesignana della “Società Sportiva Calcio Napoli” (l’attuale SSC). Ma qui l’asino, ‘o ciuccio, non fa ancora la sua comparsa. Il simbolo della squadra nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927) era di tutto rispetto: un ovale azzurro (colore ufficiale borbonico) dai contorni dorati, con all’interno un cavallo bianco rampante, posizionato su un pallone e circondato dalle lettere A, C, N (Associazione Calcio Napoli). Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà. “Il Corsiero del Sole”, così chiamato in epoca borbonica, simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Ciò fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dai Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto del nuovo governo, invidioso dell’eccellenza altrui. Intanto il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. Ora l’asino comincia a fare la sua comparsa. Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo Raffaele […]

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Culturalmente

Come si bacia nel mondo, alcune incredibili curiosità

Come si bacia nel mondo? «Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto poco più da presso, un più preciso patto, una confessione che sigillar si vuole, un apostrofo rosa messo tra le parole “T’amo”; un segreto detto sulla bocca, un istante d’infinito che ha il fruscio d’un’ape tra le piante, una comunione che ha gusto di fiore, un mezzo di potersi respirare un po’ il cuore e assaporarsi l’anima a fior di labbra». (Dal Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand) Sublime e poetica descrizione di una tra le forme di contatto fisico più meravigliose ed intense che ogni giorno milioni di anime sperimentano. Oggetto di opere d’arte, composizioni musicali ed opere letterarie, il bacio è la più pura e viscerale dichiarazione d’amore che si possa esternare. Perché un bacio incarna il desiderio e la voglia di spogliarsi da inibizioni e maschere, di abbandonarsi alla bellezza dell’incanto dell’eterno, racchiuso in un istante. Un bacio parla di promessa e reca con sé il sapore autentico dell’amore. Ma il bacio non è mero sinonimo di libido e piacere. Esso assume diverse caratteristiche e significati a seconda del contesto socio-culturale, esprimendo una delle più comuni forme d’affetto, passione, ma anche amicizia, rispetto, costume e tradizione. La filematologia è la scienza che appunto ne studia i vari aspetti. Vediamo quindi come si bacia nel mondo. Tipi di bacio Come si bacia nel mondo? Tra le forme universalmente condivise di bacio si annovera il saluto. In Italia, così come in Europa, nei Paesi arabi e dell’America latina, il bacio è diffuso come forma di saluto soprattutto tra parenti ed amici, in particolare tra coloro che non si frequentano spesso. Generalmente ci si scambia due baci sulle guance, senza però poggiarci effettivamente le labbra, partendo dalla guancia destra per poi passare alla sinistra. In Spagna si porge invece prima la guancia sinistra e poi la destra. Ma esiste anche il bacio su unica guancia: è quello praticato quotidianamente a livello maggiormente informale, magari salutando una sorella, una madre o un padre un po’ frettolosamente prima di uscire o recarsi a lavoro. Il triplo bacio è invece tipico delle culture ortodosse, diffuso in Ucraina, Serbia, ma anche in Belgio, Svizzera e Polonia. Qui in particolare è ancora praticato il “baciamano”, consistente nello sfiorare appena con le labbra (di un uomo) il dorso della mano di una donna. Simbolo di galanteria negli ambienti nobili e raffinati. Quando si instaura un rapporto d’amicizia e di forte affetto, il bacio sulla guancia si dona porgendo le labbra, in modo da baciare pienamente il viso dell’altra persona. Questo tipo di bacio è tra le forme scambievoli d’affetto più diffuse, perché sottolinea e dimostra il bene che si prova e spesso è accompagnato da teneri ed interminabili abbracci, di quelli da cui non ci si staccherebbe mai, desiderando ambrare quell’istante nel tempo. Esiste poi il bacio stampato sulle labbra come segno di fratellanza. Anticamente infatti il bacio sulla bocca non aveva connotazione erotica, ma era piuttosto simbolo di comunione fraterna, anche […]

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Musica

Canzoni sensuali: la nostra top 10!

Canzoni sensuali: la nostra top 10! | Opinioni La musica. Quel vasto e caleidoscopico universo, in cui genio ed emozione si fondono per dar vita al più miracoloso spettacolo che esista. Terreno fertile di composizioni, arrangiamenti, parole che divengono poesia, esprimendosi nei generi più diversi. Canzoni popolari, melodiche, rock, jazz, metal, romantiche, soul, leggere, impegnate. Poi loro, le canzoni sensuali, così calde e feline da surriscaldare i sensi e l’anima a suon di note. Come un plettro che sfiora le corde di una chitarra e le dita che scivolano sui tasti di un pianoforte. Talvolta è la musica con la melodia allo stato puro a trasportare cuore e mente in un universo divino. Si pensi a I put a spell on you di Annie Lennox del 2014, il cui sound ammicca più di uno sguardo ammaliante. Le note fanno vibrare ogni fibra dell’essere, così avvolgenti ed erotiche, che sembra quasi possibile farci l’amore. Ma quando alla musica sensuale si uniscono le parole, una trama e un significato, allora si assiste davvero ad un’esplosione languida e coinvolgente. Quelle note cantate abbandonano la mente a fantasie, storie e percezioni, soprattutto se gli stessi testi descrivono nel dettaglio le emozioni più recondite poggiate tra pelle e labbra. Segue una rassegna di dieci canzoni sensuali, selezionate dal panorama della musica rock, pop e leggera. Canzoni sensuali. Top dieci 1. I Touch Myself dei Divinyls «I love myself, I want you to love me. When I feel down, I want you above me. I search myself, I want you to find me. I forget myself, I want you to remind me. I don’t want anybody else. When I think about you, I touch myself». Autentico inno al piacere e all’erotismo, questo sensuale testo del 1990 dei Divinyls porta la mente ad abbandonarsi alle più calde fantasie. Il corpo è musa ispiratrice dell’erotismo e in questo brano il senso si palesa senza veli. 2. Closer dei Nine Inch Nails «You let me violate you, you let me desecrate you. You let me penetrate you, you let me complicate you… I want to fuck you like an animal. I want to feel you from the inside… Help me tear down my reason, help me it’s your sex I can smell… I drink the honey inside your hive…». Puro erotismo, fuoco e piacere. Questo testo del 1994 dei Nine Inch Nails, dal ritmo ipnotico ed incalzante, esprime sesso al massimo livello. Forte e spregiudicato, più che semplicemente ammiccante, viola qualsiasi candore e induce a pensieri rudi e lontani dal mero romanticismo. Tutto ciò si percepisce particolarmente in alcune strofe riportate, in cui non c’è spazio per delicatezza, pudicizia e lenzuola di seta. L’istinto feroce predomina, seppur infine attutito dalla metafora del “miele dentro l’alveare”. Immagine pazzesca e delicata insieme di una pratica tra le più simboliche nel panorama dell’erotismo. 3. Whole Lotta Love dei Led Zeppelin «A-way down inside. A-way honey you need it… Shake for me girl. I wanna be your backdoor man. Oh. Cool, my baby. […]

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Culturalmente

Frasi sull’eleganza, le 15 imprescindibili

Frasi sull’eleganza, le nostre 10 preferite  L’eleganza è un po’ come l’amore. Molti ne parlano, cercando definizioni ed elargendo parole. Ma sono pochi coloro in grado di indossarla e comprenderne l’essenza. Cos’è in effetti l’eleganza? Il sostantivo deriva dal verbo latino eligere, cioè “scegliere”. È dunque una qualità umana che lascia supporre una “distinzione”, una diversità, il meglio nel senso del comune. Tuttavia l’eleganza non impone macchinazioni, in quanto arte innata di vivere, pensare ed agire, spesso associata al modo impeccabile di vestire, ma che in realtà va oltre l’abbigliamento. L’eleganza è un connubio di portamento, gesti, modo di parlare e di porsi con gli altri. L’educazione la forgia, la natura e la personalità ne costituiscono l’essenza. Scrittori, stilisti, attori hanno offerto un personale contributo provando a costruire definizioni adeguate a descrivere questa qualità così discreta e misteriosa, eppure così seduttiva. Seguono quindici frasi sull’eleganza, selezionate per chiarire un concetto tanto semplice quanto complesso. Frasi sull’eleganza. Quindici definizioni proposte Cominciamo la nostra selezioni di frasi sull’eleganza con: «L’eleganza è un atteggiamento, non è legata ad un capo di vestiario! Si può imparare ad essere vestiti bene, ma non necessariamente si impara ad essere eleganti. Ci si muove in un certo modo, ci si siede in un certo modo. Le mani, il viso hanno un atteggiamento elegante nelle movenze». (Franca Sozzani) Così la giornalista mantovana del XX° si esprime a proposito dell’eleganza, sottolineandone il valore tutto naturale. In questo senso l’eleganza è un atteggiamento, un modo di fare, un’indole insita nei gesti, nel modo di sedersi e camminare, nel modo di parlare e guardare le cose. E l’abbigliamento, così come lo stile ne è una proiezione, una caratteristica, l’espressione appunto di quel cuore e quella mente nati per incantare e sedurre senza il minimo sforzo. «Ricchi si diventa, eleganti si nasce». (Honoré de Balzac) Così lo scrittore francese del XIX° riassume in poche parole la sua idea di eleganza. Ritorna il concetto di dote innata, perché non potrebbe essere diversamente. Si possono acquisire nella vita educazione, ricchezza, esperienze, ma l’eleganza, quell’armonia perfetta tra pensieri e azioni, tra gusto e atteggiamenti, tra parole e movenze, quella non si apprende, né si eredita. Semplicemente la si possiede, perché insita nell’anima. «L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare». (Giorgio Armani) Così il noto stilista italiano del XX° apostrofa l’eleganza, sottolineandone l’immortalità. Perché l’eleganza risiede anche nella capacità di lasciare il segno, di lasciare una traccia di sé indelebile ed eterna, perché unica e distinta. Proprio come artisti e grandi uomini, le persone eleganti lasciano una scia, dalla quale difficilmente ci si allontana. «L’eleganza è la sola bellezza che non sfiorisce mai». (Audrey Hepburn) Così la regina dell’eleganza, l’attrice britannica del XX°, offre perle di saggezza su un argomento così affascinante. Se l’eleganza è una dote innata, un’indole armonica ed eterna, è al contempo sentore di bellezza, quella autentica e genuina. Audrey Hepburn non fa certo riferimento al bell’aspetto, bensì al bel modo, al bel cuore, alla bella mente e attitudine alla vita. Perché […]

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Stile anni ’80: tra nostalgia e attualità

Lo stile anni ’80 è inconfondibile: scopriamo insieme i suoi aspetti più rivoluzionari | Riflessione «Anni come giorni son volati via. Brevi fotogrammi o treni in galleria. É un effetto serra che scioglie la felicità. Delle nostre voglie e dei nostri jeans che cosa resterà… Cosa resterà di questi anni Ottanta afferrati già scivolati via…». (Cosa resterà degli anni ’80 di Raf). Così cantava il cantautore italiano Raf alle soglie degli anni Novanta, che avrebbero chiuso un decennio straordinario, favoloso, colmo di fascino, musica spettacolare, modi e stili che oggi si cerca di imitare e recuperare. Gli anni dei giochi d’infanzia, quelli autentici, quelli che si toccavano con mano, come bambole e palloni, corde e gessetti. Gli anni dei genuini batticuore, quando lettere e bigliettini tingevano le guance di un porpora delicato. Gli anni delle uscite adolescenziali in gruppo, quando non c’era molto spazio per gli aspetti anfibologici delle relazioni. Gli anni delle ricerche effettuate in biblioteca e dei viaggi on the road seguendo intuito, mappe e cartine, quando la voce pseudo-sensuale dei navigatori era relegata al limbo delle moderne tecnologie. Gli anni degli sguardi scambiati e delle parole sussurrate all’orecchio, sotto la luna e le stelle, in riva al mare o sotto il pergolato di casa. Gli anni delle cabine telefoniche e dei rullini delle fotocamere. Gli anni dei pomeriggi pane e nutella e delle notti d’estate intorno ad un falò, con chitarra, musica ed amore. Gli anni ’80 recano fascino intramontabile per coloro che li hanno vissuti sulla pelle e per gli eredi che non li hanno attraversati di persona. E lo dimostra il successo di film, canzoni, serie TV e varie forme di intrattenimento che ne esaltano modi e stile. Gli anni della rivoluzione, dove la parola d’ordine “trasgressione” infondeva stimoli e arginava pregiudizi. Trasgressione nelle note, nelle parole, nel particolare stile d’abbigliamento, divenuto iconico, questo grazie anche e soprattutto agli esempi del cinema e alle star che hanno osato con sicurezza e dirompenza. E proprio lo stile, legato ad abbigliamento, accessori e taglio di capelli, risulta uno dei mood più appariscenti di un decennio all’insegna dello sgargiante. Stile anni ’80. Outfit Tra scaldamuscoli e t-shirt, sulla scia di Fame – Saranno Famosi, giubbotti di pelle e jeansati, capelli vaporosi e cotonati, lo stile anni ’80 ha lasciato impronte decisive, tanto da riproporne la tendenza con outfit più attuali che mai. Lo stile anni ’80 ha destato tanto fascino ed interesse grazie alle icone straniere ed italiane che ne hanno esaltato la particolarità. Si pensi a Madonna, la popstar americana che non fu soltanto una delle artiste più ascoltate ed osannate in quegli anni, bensì anche un autentico punto di riferimento per la moda. Pantaloni e top neri, cintura vistosa con borchia e numerose collane. Il punto chiave erano spesso gli accessori, infatti, ed inoltre collane, cinture ed orecchini, anche giacche con risvolti e guanti bianchi, così da creare i giusti contrasti di colore. Look questo sfoderato nel film Cercasi Susan disperatamente (1985). In alternativa, la talentuosa […]

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Frasi meravigliose (su Napoli), la nostra top 10

Frasi meravigliose (su Napoli). Città d’incanto, della dialettica passionale. Città dove nel momento in cui trovi un difetto, l’istante successivo l’hai già dimenticato. Città di segreti e superstizione, di cibo e colori, di odio e amore, di lacrime e baci. Favola e storia, mente e cuore. Figlia della Sirena Partenope, madre di tramonti tinti di rosa e di un mare azzurro lucente. Tutto a Napoli è vita e sogno, è intelligenza e speranza, è bellezza immensa ed eterna, come eterna è la sua filosofia del cuore. Poeti, scrittori, cantautori hanno speso parole meravigliose per esaltare la magia di una terra unica, incastonata tra natura e canzoni, tra maschere e genuinità, tra gioia e sofferenza, tra pizza e spettacolo. Terra fertile di ingegno e talento, di sentimento ed abbondanza. E di fronte al detto «Vedi Napoli e poi muori», si potrebbe a rigore affermare «Vedi Napoli e vivi». Sì. Perché il sapore del sale si depone tra gusto e pelle, l’odore dello iodio inebria i sensi assopiti, la vista di Castel dell’Ovo dona linfa vitale all’animo sognatore. Ebbene, in questa sede sono state selezionate dieci frasi meravigliose (su Napoli) da leggere, assaporare e rileggere, pensate e scritte per esaltare e mostrare tutta la speciale essenza di una città che è mondo. Frasi meravigliose (su Napoli). Le dieci selezionate «Tutto è azzurro a Napoli. Anche la malinconia è azzurra». Così il poeta e giornalista italiano del XIX° Libero Bovio si esprime descrivendo Napoli attraverso uno dei particolari che da sempre la identifica e caratterizza: il colore azzurro. L’azzurro vivo del mare e del cielo che incorniciano la splendida città. L’azzurro del cuore goliardico di quanti si dicono tifosi, ma in realtà innamorati. L’azzurro di occhi sinceri e genuini, assetati di passione e speranza. L’azzurro di mani sporche di vita ma, uanema, pulite d’amore! L’azzurro dell’anima, delle vene, di ogni più piccola fibra dell’essere. A Napoli è azzurra anche la malinconia, la tristezza e la sofferenza. Perché azzurro non è un colore, ma condizione e identità. «Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo». Così lo scrittore francese del XVIII° offre il suo contributo nel descrivere sensazioni inedite provate alla vista della città più bella dell’universo. Non la più bella d’Italia o dell’Europa o del mondo, ma dell’universo. Perché una bellezza genuina e incantevole come quella della città partenopea è semplicemente inimitabile e irrintracciabile altrove. Perché quella bellezza è cucita sulla pelle imbevuta di spine e di rose. Perché è una bellezza che si nutre di semplicità e regala immensità. Perché una bellezza così vera è anche assolutamente rara. «Questo ricco sangue napoletano si arroventa nell’odio, brucia nell’amore e si consuma nel sogno». Così la scrittrice e giornalista italiana del XIX° Matilde Serao esprime considerazione e stima per la multiemozionale Napoli. Il mare costituisce il sangue che scorre nelle vene dell’essenza partenopea. Quel sangue che si accende di toni diversi anche in istanti connessi e […]

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Globalizzazione tra ieri e oggi: storia, caratteri e criticità

Cos’è la globalizzazione? Derivante dalla parola inglese globalize (globalizzare), è un fenomeno tanto diffuso quanto attuale, concernente l’intensificazione degli scambi e degli investimenti internazionali. Una rete di interconnessioni su scala mondiale che si infittisce in particolare tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. La matrice è senz’altro economica, con l’avvento e l’incremento dell’interdipendenza delle economie locali, spostando il baricentro del potere e del controllo dalle sovranità nazionali a quelle multinazionali. Le cause sono rintracciabili in alcuni aspetti e manovre economico-politiche, che ne hanno favorito l’ascesa. Tali sono: l’abolizione delle barriere doganali, che favorisce il libero scambio e l’unificazione del mercato mondiale; lo sviluppo dei trasporti su scala mondiale, che ha consentito la contrazione delle distanze favorendo la commercializzazione di prodotti da una parte all’altra del globo; lo sviluppo delle nuove tecnologie, che crea una spinta propulsiva alle comunicazioni internazionali. La globalizzazione tuttavia è un fenomeno così capillare da investire non solo la sfera economica, bensì ogni aspetto della vita, da quello sociale a quello culturale, da quello spaziale a quello tecnologico. È sempre più diffusa ormai l’abitudine ad acquistare capi d’abbigliamento prodotti in Cina, guardare film e telefilm americani, mangiare cibo giapponese e/o indiano, parlare adoperando sempre più spesso espressioni della lingua inglese. Viviamo ormai un’esistenza globalizzata all’interno di un “villaggio globale”, in cui ogni cosa è connessa, le barriere crollano, le distanze divengono irrisorie, culture e tradizioni lontane vengono toccate con mano. Cos’è la globalizzazione? Excursus storico La fase stabile e completa di globalizzazione si insinua a partire dalla fine degli anni Settanta del XX secolo. Fino a quel momento infatti l’economia mondiale aveva sì acquisito carattere internazionale, ma non ancora transnazionale, in quanto le singole aziende, pur commercializzando i propri prodotti in tutto il mondo, svolgevano la maggior parte della produzione ancora all’interno dei propri confini nazionali. L’economia prese poi una direzione completamente globalizzata, promuovendo la divisione internazionale del lavoro attraverso la creazione di ingenti società multinazionali. Così la progettazione dei prodotti si concentra nei Paesi tecnologicamente all’avanguardia; la produzione nei Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati, sfruttando la manodopera a basso costo; infine la sede legale in alcuni Stati che garantiscono una tassazione particolarmente vantaggiosa, i cosiddetti “paradisi fiscali”. Ma andando per gradi, bisogna identificare tre fasi attraverso cui il fenomeno della globalizzazione si è attuato e sviluppato. Si comincia con la globalizzazione arcaica, che include eventi e sviluppi dai tempi delle prime civiltà fino all’incirca il XVII secolo. In tale fase si assiste ad una ancora acerba interconnessione tra Stati a livello economico, almeno che non fossero in vicina prossimità. Ma è anche la fase storica dell’acquisizione da parte dell’Occidente dei princìpi dell’Oriente, senza i quali la globalizzazione non avrebbe assunto le forme poi consolidate. Si assiste poi alla seconda fase della proto-globalizzazione, concentrata nel periodo storico contenuto tra i secoli XVII e XIX. Qui i crescenti collegamenti commerciali e scambi culturali precedono l’avvento della compiuta “globalizzazione moderna”. Durante la proto-globalizzazione si assiste all’ascesa degli imperi marittimi europei, tra XVI e XVII, […]

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