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Eroica Fenice

Culturalmente

Era de maggio. Inno struggente all’amore intramontabile

Una struggente poesia d’amore. Una delle canzoni più belle che il repertorio classico napoletano possa vantare, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale: Era de maggio. Era de maggio. Origini del capolavoro partenopeo La nota e meravigliosa canzone partenopea nasce come poesia, attraverso i versi del grande poeta napoletano Salvatore Di Giacomo, e musicata dal compositore Mario Pasquale Costa. Inimmaginabile inizialmente il successo che tale brano avrebbe riscosso, divenendo intramontabile, un’autentica dichiarazione d’amore che, ad oltre un secolo di distanza, ancora fa sognare ed emozionare cuori innamorati e non. Di Giacomo scrive Era de maggio nel 1885, appena venticinquenne, inviando la poesia al grande musicista Costa, aggiungendo in calce al manoscritto: “Mario, ma quant’è bella!” Dopo un paio di giorni a Di Giacomo viene consegnato un rotolo di musica con la firma di Costa, recante questa postilla: “Salvato’, e chesta manch’è scema!” (Ovvero: “Nemmeno questa è da buttar via!”). Nel medesimo anno la canzone viene poi presentata al Festival di Piedigrotta, che aveva consentito qualche anno prima, nel 1835, il trionfo di Te voglio bene assaje. Si trattava della più grande manifestazione canora napoletana, che portava la canzone della tradizione partenopea a un punto di svolta, rendendola per certi aspetti “rivoluzionaria”, in quanto molti autori desideravano che le proprie composizioni si rivolgessero alla gente comune e non d’élite. Le stesse poesie di Di Giacomo musicate sono in napoletano verace. Da allora Era de maggio non è mai stata dimenticata, divenendo anzi un prezioso germoglio nel panorama culturale e musicale partenopeo. Una tra le versioni più notevoli e toccanti è senza dubbio quella eseguita da Roberto Murolo. Tuttavia sono numerosi gli artisti italiani e anche internazionali cimentatisi mirabilmente nell’impresa. A tal riguardo vanno menzionati Franco Battiato, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Lucio Dalla, Luciano Pavarotti, Massimo Ranieri, Claudio Villa, fino a José Carreras e Mika. E ancora le straordinarie, calde e passionali voci femminili, che ne hanno notevolmente impreziosito l’esecuzione, quali Teresa De Sio, Mina, Mísia con la Piccola Orchestra Avion Travel, Maria Nazionale, Lina Sastri, fino alla commovente ed elegante versione presentata da Serena Rossi. Era de maggio. Genere e significato Era de maggio è una canzone d’amore, collocantesi in un genere specifico e particolare: la “mattinata”. Contrariamente alla “serenata” (ben nota alla tradizione), in cui si inscrive Voce ‘e notte, ossia il tipo di canzone appassionata intonata da un innamorato a sera inoltrata sotto il balcone della sua amata, la mattinata è un genere meno noto, la versione diurna della serenata, così definita nel vocabolario dell’Accademia della Crusca: “Il cantare e ‘l sonare che fanno gli amanti, in sul mattino, davanti alla casa della innamorata, come serenata quel della sera”. Era de maggio è inoltre una poesia, trasformata in canzone dal maestro Costa, riuscendo ad esaltare tutta la drammaticità dei versi di Di Giacomo, rendendoli sublimi e indimenticabili. Era de maggio è comunque un inno alla gioia, alla speranza, una dichiarazione d’amore, di un amore pronto a superare il tempo e lo spazio. Un inno che sceglie come […]

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Riflessioni culturali

La storia si ripete. Corsi e ricorsi

“La storia si ripete”. Quanto spesso viene pronunciato questo mantra, riferendosi ad un evento storico che ritorna quanto mai contemporaneo, ad avvenimenti eclatanti, ad errori puntualmente ricommessi o a incontri ed esperienze che sorprendentemente si ripresentano, come esami ulteriori da superare! Il filosofo, storico e giurista Giambattista Vico del XVII secolo sviluppa a tal riguardo la teoria dei corsi e ricorsi storici, secondo cui appunto determinati eventi e avvenimenti vengono ciclicamente riproposti da madre storia, anche se ciascun ricorso comprende sempre il corso precedente, inglobandolo e superandolo, fino a completarlo, e magari peggiorarlo o migliorarlo. A tal proposito la storia diviene una sorta di madrina per l’uomo, dal momento che il suo studio e la sua conoscenza approfondita possono aiutarlo a comprendere meglio il proprio tempo e a fronteggiare con maggiore consapevolezza e audacia le problematiche che ritornano da epoche lontane, ripresentandosi con nuovo vigore e talvolta nuova ferocia. «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre!» (da I sommersi e i salvati di Primo Levi) Quali parole più vere e consapevoli! Perché a ritornare non sono soltanto le cose belle, le sorprese gioiose, gli amori e le speranze. A ritornare spesso sono proprio quegli eventi storici che il passato ha combattuto strenuamente, senza però riuscire a debellarli davvero. Ma l’età moderna ha qualcosa in più, qualcosa su cui il passato non poteva contare: la conoscenza, appunto! Quella che può dare dignità a chi in passato è stato travolto da quegli eventi repentini e devastanti, a chi non ha avuto il privilegio di poter guardare dietro sé e trovare gli esempi edificanti sui quali oggi si può contare. Ecco perché la memoria è così preziosa. Ed è tale solo se impregnata di impegno, e libera dall’apparenza e dalla superficialità. È tale solo se si capisce fino in fondo il ricordo ereditato. La conoscenza induce alla consapevolezza di ciò che accade o potrebbe accadere o ancora ripresentarsi come uno tsunami. Ma per quanto uno tsunami possa essere imprevedibile, conoscerne l’esistenza e comprendere le probabilità con cui possa presentarsi a scompigliare e distruggere, aiuta notevolmente a cercare soluzioni concrete per arginare quanto più possibile il disastro. Conoscere la storia può dunque aiutare a capire che può talvolta ritornare con un sorriso o con un violento ceffone! La storia si ripete. Eventi bellici e schiavitù Sono diversi gli eventi che ciclicamente ritornano. La storia si ripete attraverso le mode, gli stili, i gusti, così come drasticamente attraverso le guerre, le condizioni climatiche, le forme di schiavitù, carestie ed epidemie. Gli eventi bellici sono tra quelli più diffusi e ricorrenti nella storia. L’uomo, come afferma Thomas Hobbes, è “un lupo per un altro uomo” (Homo homini lupus), disposto a perdere se stesso, la propria coscienza e la propria dignità in nome di interessi economici, politici e in nome della religione. Quanto sangue è stato versato in nome di Dio! Dalle Crociate combattute tra l’XI e il XIII […]

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Culturalmente

Margaret Keane e i suoi “Big Eyes”

Margaret Keane, la madre degli “orfanelli dagli occhi enormi”. Grande icona dell’arte contemporanea del XX secolo, protagonista di uno dei più clamorosi scandali che il mondo dell’arte ricordi. Margaret Keane, all’anagrafe Peggy Doris Hawkins, nasce a Nashville in Tennessee nel 1927, cominciando a creare e dipingere sin dai 10 anni di età, e dedicando tutta la sua vita all’arte, continuando ancora oggi, alla veneranda età di 93 anni, a dipingere. La sua arte è nota in tutto il mondo per la straordinaria peculiarità dei soggetti dei suoi dipinti: donne, bambini o animali dagli enormi occhi, sproporzionati rispetto al volto, usando oli e tecniche miste. Tra arte e arte dell’inganno Icona americana indiscussa dell’arte contemporanea, Margaret Keane è tra le artiste più influenti e prolifiche di tutto il mondo, grazie al prezioso talento espresso nei suoi “Big Eyes”, attraverso cui riesce ad inserirsi a pieno titolo nell’ambito della Pop Art. A tal proposito, così si esprime Andy Warhol riferendosi alla Keane: “I think that what Keane has done is just terrific. It has to be good. If it were bad, so many people wouldn’t like it”. (“Penso che ciò che Keane ha fatto sia semplicemente incredibile. Deve essere un buon lavoro, altrimenti se non lo fosse non ci sarebbero così tante persone a desiderare le sue opere”). Ebbene, l’arte di Margaret ha dell’incredibile, imbevuta di forza e fragilità, la fusione perfetta dialettica che ha fatto letteralmente innamorare il pubblico, incantato da quei grandi occhioni così tristi e persi. A soli 10 anni Margaret dipinge la sua prima tela ad olio, raffigurante due bambine, una che piange e una sorridente, regalandola a sua nonna. Da adulta studia alla Watkins College of Art at Belmont University di Nashville e alla Traphagen School of Fashion di New York City. Le sue opere d’arte sono esposte nei musei di tutto il mondo, dal Memphis Brooks Museum of Art del Tennessee al National Museum of Western Art di Tokyo in Giappone, dall’Honolulu Museum of Art delle Hawaii al Triton Museum of Art di San Josè in California e al Keane Eyes Gallery di San Francisco. Inoltre la sua pittura “Our Children” è alle Nazioni Unite nella collezione permanente d’arte. Attori e personaggi influenti hanno commissionato a Margaret Keane i loro ritratti, così come negli anni Novanta l’originale regista statunitense Tim Burton, entusiasta collezionista delle sue opere, che porta finalmente sullo schermo grazie al film Big Eyes a lei dedicato nel 2014, insieme alla difficile vita dell’artista nella società statunitense negli anni Sessanta, costretta a lottare, essere messa in discussione e dimostrare costantemente il proprio valore, in quanto donna. Negli anni Sessanta, periodo di grande creazione e fruizione da parte del pubblico, Margaret diviene famosa come vittima di uno dei più eclatanti furti artistici del XX secolo: le sue straordinarie opere non conoscono per circa un decennio la maternità dell’autrice, in quanto il suo secondo marito e artista Walter Keane si appropria del suo lavoro e del suo talento, rubando l’identità di quei meravigliosi dipinti e rivendicandone […]

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Attualità

Il “caso Aurora Leone” all’evento Partita del Cuore

L’ennesimo caso di maschilismo e misoginia imperversa alla vigilia della Partita del Cuore, programmata per il 25 maggio 2021 con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro. Ma la solidarietà, potenziale elemento trainante del progetto, viene spodestata, ancora nel XXI secolo, da arroganza e sessismo. Vittima la giovanissima Aurora Leone, attrice del gruppo comico campano The Jackal, cacciata dal tavolo della Nazionale Cantanti in quanto donna. Inammissibili e intollerabili eventi di tale calibro, dopo anni di lotte per la conquista della parità dei diritti femminili e maschili, del rispetto e la condanna di comportamenti sessisti e misogini. Eppure nel 2021 le donne si ritrovano ancora costrette a difendere il proprio sesso, a giustificarsi dinanzi ad atteggiamenti prepotenti e fallocrati e a vivere purtroppo ancora sulla propria pelle e sui propri sentimenti un forte dualismo dialettico uomo-donna. Il “caso Aurora Leone” all’evento Partita del Cuore Con animo profondamente deluso e colpito, la ventiduenne Aurora Leone denuncia su Instagram l’accaduto, riportando discorso e parole precise del responsabile del torto arrecatole, il direttore generale della Nazionale Cantanti Gianluca Pecchini: “Sei donna, non puoi stare qui”. Bella prova di rispetto e solidarietà! In un contesto poi in cui il cuore dovrebbe essere protagonista assoluto. Ma in certi casi il problema non è il cuore, bensì il cervello! Aurora, la sera del 24 maggio, doveva partecipare insieme al suo collega Ciro Priello a una cena con i membri della Nazionale Cantanti, contro cui avrebbero giocato l’indomani la Partita del Cuore all’Allianz Stadium di Torino insieme ai Campioni per la ricerca. Ecco che Pecchini si rivolge alla giovane attrice ammonendole a lasciare il tavolo, in quanto donna, e invitando invece Ciro a restare. Convinta in un primo momento di dover abbandonare il tavolo in quanto membro della squadra avversaria o forse perché ritenuta mera accompagnatrice di Priello, la situazione diviene sempre più chiara e sgradevole ad Aurora nel momento in cui Pecchini incalza, obiettando con il fatto che Aurora fosse stata invitata e convocata per la Partita, essendo state richieste anche le misure per il completino, in questo modo: “Tu il completino te lo puoi mettere pure in tribuna, che c’entra. Le donne non giocano. Queste sono le nostre regole e se non le volete rispettare dovete uscire da qua”. E ancora una raggelante pseudo-motivazione: “Non farmi spiegare perché non puoi stare seduta qui, tu non puoi e basta”. Comportamento indegno e riprovevole per un uomo. Del tutto disdicevole! Ne consegue una discussione, sfociata in toni alquanto accesi fino all’estromissione dei due attori campani dalla partita e persino dall’hotel, dove avevano già preso possesso delle loro stanze. Ma i torti per Aurora Leone non terminano così, trovandosi a subire danno e beffa, quando viene conseguentemente accusata dalla Nazionale Cantanti di appellarsi a false insinuazioni ed attacchi solo per cercare pubblicità, creando così volutamente una polemica. Storie pubblicate nel comunicato ufficiale su Instagram, ma poi cancellate: “Non accettiamo arroganza, minacce e violenza verbale. Alessandra Amoroso, Madame, Jessica Notaro, Gianna Nannini, Loredana Bertè, Rita Levi-Montalcini, […]

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Attualità

Carla Fracci, addio alla grande stella nel firmamento della danza

Cala il sipario su un’altra lucente stella del panorama artistico italiano e internazionale. Lascia definitivamente il palcoscenico l’immensa ballerina Carla Fracci, e lo fa ancora una volta in punta di piedi, elegantemente e con strettissimo riserbo sul male che ha spento la sua vita, ma non la sua essenza. Carla Fracci esala l’ultimo respiro nella sua casa di Milano la mattina del 27 maggio 2021 a 84 anni, dopo una coraggiosa e lunga battaglia contro un tumore che non ha lasciato scampo. Danza e spettacolo in lutto, perché a lasciarci è la regina della danza, soave e leggera come una libellula, ma tenace e forte come una roccia. Carla Fracci. Una vita per la danza Cade il suo corpo in questa vita, ma la sua danza vivrà in eterno, insieme alla sua grazia e a tutto quanto ha coltivato con dedizione e insegnato con amore. «Eterna fanciulla danzante», così la definisce il poeta Eugenio Montale. E chiunque l’abbia incontrata e conosciuta, chiunque abbia lavorato e collaborato con il suo prestigio, riconosce in lei una meravigliosa creatura, destinata a sopravvivere alla stessa morte. Una vita in volo quella di Carla Fracci, beniamina della danza classica e grazia fatta persona. Una vita in volo sì, eppure ribadendo lei stessa la concretezza di un’infanzia e crescita tra le necessità che il duro periodo della guerra imponeva, mai dimenticando la genuinità contadina delle campagne mantovane in cui è vissuta per un periodo, l’umiltà delle sue radici che mai sono state annebbiate dalla fama. La tenacia, l’impegno, la professionalità hanno vinto sulle difficoltà. Ciò Carla Fracci ha saputo egregiamente dimostrarlo: la concretezza di una vita dedita al lavoro, la durezza del periodo bellico e di una società piegata dalle difficoltà evidenti, non hanno mai vinto la sua eleganza, la sua impeccabilità, pur nel rigore di una tecnica puntuale che lo studio della danza classica impone. Un’artista davvero unica, la cui anima in principio doveva destreggiarsi tra poesia e talento da un lato, e dall’altro una sorta di insofferenza ai rigidi schemi del balletto e della disciplina. Col tempo, e grazie al provvidenziale incontro con la magnifica prima ballerina della Royal Ballet Margot Fonteyn, la Fracci comprende il senso del duro lavoro e del necessario spirito di sacrificio che un’arte come la danza richiede per raggiungere l’eccellenza, passando ovviamente per il cuore e il talento, al fine di produrre poesia. La sua bellezza, la sua dolcezza, il rigore e l’unicità giungono anche all’estero, dopo essersi guadagnata il titolo di “Prima ballerina” a soli 22 anni presso il Teatro alla Scala di Milano, sua patria. Giunge infatti alla Royal Ballet di Londra e presso altri prestigiosi teatri, e dalla fine degli anni Sessanta ballerina ospite dell’American Ballet Theatre. Lavora al fianco dei migliori ballerini internazionali, tra cui l’immortale Rudolf Nureyev, creando un sodalizio artistico che incanta mezzo mondo per oltre un ventennio. Ha interpretato magistralmente diversi ruoli di repertorio, da La bella addormentata a Sylphide, da Cenerentola a Romeo e Giulietta, passando per i celebri Lago dei […]

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Voli Pindarici

La sopravvivenza dal futuro: Survival

New Orleans 5021. La squadra arruolata dal DOD (Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America), per combattere i disastrosi effetti collaterali degli errori e dei consapevoli danni commessi dalle grandi potenze politiche tremila anni prima, è impegnata nella delicata e coraggiosa “Operazione Resistenza”. Un’iniziativa ideata e sovvenzionata da un ristretto gruppo di civili, determinato a non soccombere e illuminato da una flebile ma viva speranza nella sopravvivenza di ciò che resta della specie umana. Trasferitasi da New York per allontanarsi dal peso delle indiscrezioni, la squadra, guidata dall’ agente Emily Cobb, studia un piano per porre fine alla struggente agonia di un’umanità ormai prossima all’estinzione. New York 2021. L’agente Emily Cobb vive dentro e intorno a sé il dramma del morbo incalzante, della morte, della paura di una fine irreversibile per sua figlia e per milioni di persone che soccombono alla medesima sorte. Il Covid-19 continua a fortificarsi e diffondersi senza tregua, grazie alle mutazioni del virus, che sembrano renderlo sempre più invincibile. La piccola Jo, figlia di Emily, ne attraversa tutte le fasi da ormai due anni: c’è il contagio, la terapia, poi una pseudo guarigione che sembra risvegliare le speranze, purtroppo presto disilluse. Jo viene pesantemente contagiata a soli tre anni. E da allora, seppur apparentemente fuori pericolo, non tornerà più la stessa vivace e solare bambina di sempre. Il suo corpo gracile è sempre più preda dell’affaticamento, pur avendo appena cinque anni. In più subentrano l’asma ed altre complicazioni respiratorie, che colpiscono tutti coloro che hanno contratto il Covid-19 in maniera grave. Le campagne vaccinali non risultano all’altezza, tra errori, rallentamenti e colpe indotte. Così, in preda alla disperazione per sua figlia e per la popolazione mondiale, Emily insieme ai suoi colleghi del DOD organizzano una missione, l’”Operazione Resistenza”. Emily si convince che l’unica speranza di salvezza per Jo e per tutti sia nel futuro: l’idea è quella di riuscire ad arrivare in un futuro in cui sussistano le capacità e gli strumenti tecnologico-scientifici finalmente utili a combattere il virus letale, non affrontandolo faccia a faccia, bensì prevenendone la diffusione! Forte di questa speranza ma con il cuore a pezzi, Emily saluta straziata la sua piccola Jo, promettendole un pronto ritorno e un futuro finalmente roseo. La Cobb e la sua squadra si lasciano ambrare, così da giungere vivi nel futuro e mettere in atto il piano per la sopravvivenza. New York 5021. Un meccanismo di autodistruzione consente all’agente Cobb e alla sua squadra di liberarsi da quella sorta di mummificazione, che ha concesso il ritorno alla vita dopo tremila anni. Fuoriusciti dall’ambra, gli agenti si ritrovano catapultati in un futuro non proprio prossimo, ma parecchio avanti nel progresso, tale da consentire l’attuazione e la risoluzione dell’Operazione Resistenza per la sopravvivenza del genere umano. Lo scenario intorno è a dir poco apocalittico: la popolazione è fortemente decimata, gas e fumi dipingono il cielo di un rossore tenebroso, misto al nero delle polveri tossiche rilasciate dalle poche grandi aziende multinazionali che governano e manipolano uomini e donne improntati […]

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Culturalmente

Diamanti di Gould: gli uccelli dai colori dell’arcobaleno

I diamanti di Gould sono piccoli uccelli passeriformi, apprezzatissimi per la vivace livrea dai colori dell’arcobaleno. Appartenente alla famiglia degli Estrildidae, il nome autentico, proprio della sua tassonomia, è Erythrura gouldiae. Tale esemplare viene scoperto infatti dall’ornitologo e naturalista britannico John Gould, nel corso dei suoi viaggi in Australia insieme a sua moglie Elizabeth dal 1838 al 1840. Proprio a lei dedica il nome, onorandola dopo la sua morte, battezzando così l’uccellino caleidoscopico più bello che avesse mai visto. Il diamante di Gould è l’uccello esotico per antonomasia, considerato dalla maggior parte degli appassionati e degli ornicoltori il più bell’uccello esotico del mondo, il più elegante e il più colorato. Diamanti di Gould. Caratteristiche, habitat e riproduzione Le piccole e affascinanti creature australiane misurano all’incirca 15 cm di lunghezza, compresa la coda, e pesano circa 15 grammi. Le femmine della specie generalmente si presentano più piccole e snelle rispetto ai maschi. L’aspetto è vistoso, con becco conico e tozzo. Ma è sicuramente la colorazione della livrea a destare maggiore interesse e stupore per i diamanti di Gould: nella forma ancestrale il dorso, le ali e la nuca sono tinti di verde brillante, il petto è viola, il ventre è giallo, il sottocoda è bianco, la faccia presenta una sorta di mascherina di colore rosso con orlo nero a formare una bavetta sotto il becco, e un ulteriore bordo di colore azzurro che sfuma nel verde del dorso. La coda è nera, il becco è color perla negli esemplari maschi e grigio nelle femmine, spesso con punta nera o gialla. Le zampe di color carnicino e gli occhi bruno scuro. Generalmente il sesso di tali esemplari si riconosce proprio per i caratteristici colori: nei maschi risultano molto brillanti, con petto ampio e mascherina estesa; nelle femmine il viola del petto si presenta invece tenue e sfocato, e gli stacchi da un colore all’altro sono meno evidenti e marcati rispetto ai maschi. Inoltre le femmine sono prive delle due timoniere filiformi allungate alla coda, tipiche invece del maschio. Tutti gli altri colori caratterizzanti i diamanti di Gould e le loro combinazioni, che esulano da quelli descritti, sono frutto di selezione umana in cattività. Il canto dei diamanti di Gould è molto raffinato, leggero e godibile. Proprio come i colori del piumaggio gli donano importanza e particolarità, ciò vale anche per il carattere, talvolta stravagante e lunatico, specie nel periodo dell’accoppiamento. Ciononostante, il diamante di Gould ha generalmente un carattere abbastanza tranquillo, risultando inoltre di indole socievole. Tende infatti a vivere in gruppi numerosi, talvolta anche in comunità con altre specie. Gli stormi si muovono tra le foreste e il suolo, se alla ricerca di nutrimento. Comunque sono generalmente stanziali, dal momento che i loro spostamenti avvengono in aree circoscritte (circa 40 Km quadrati) e lasciandole solo se c’è penuria di acqua e nutrimento. Il diamante di Gould è un uccello prevalentemente granivoro, nutrendosi di tutti i piccoli semi che il forte becco è in grado di tagliuzzare. Durante la stagione delle piogge […]

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Culturalmente

Satanismo razionalista. Caratteristiche e fondamenti

Si è parlato spesso di satanismo e delle pratiche occulte e liturgiche ad esso connesse. Meno forse di “satanismo razionalista”. Ma procediamo per grado. Col termine “satanismo” si intende un atteggiamento di ribellione a Dio, alla Chiesa e ai suoi dogmi, tradotto nell’adorazione della figura dell’Anticristo per eccellenza: Satana. Tale venerazione viene praticata da piccoli gruppi organizzati in forma di movimenti (conosciuti spesso come “sette”), attraverso pratiche culturali e cerimoniali, in netta opposizione all’osservanza dei precetti cattolici, che pertanto non vengono seguiti, commettendo i peccati che Dio maledice. Ma esistono diverse tipologie di satanismo, tutte accomunate dal medesimo rifiuto del controllo della propria vita da parte di terzi, abbracciando invece la concezione di una vita vissuta in maniera responsabile e autonoma, mirando alla realizzazione e alla libertà. Ciò che invece differenzia sostanzialmente le tipologie di satanismo è il diverso modo di concepire la figura di Satana. Per il “Satanismo occultista” è un’entità spirituale preternaturale, protagonista della corrente più “nera” del satanismo. La tendenza comune è quella di venerare Satana compiendo rituali magici finalizzati ad ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Viene considerato invece come una divinità a tutti gli effetti nel “Satanismo spirituale”, che simpatizza per le religioni pagane, in particolare quelle sumero-babilonesi, rifiutando quelle ebraica e cristiana. Viene qui esaltata la meditazione, la cartomanzia, la numerologia, l’utilizzo dell’ouija e la pratica voodoo, propedeutiche per l’unificazione a Satana. Ancora, questi viene considerato come archetipo di uno stato di coscienza superiore dell’uomo nel “Satanismo gnostico”. Qui Satana è concepito come una divinità che ha dato all’uomo la capacità di evolversi, tornando al suo stato divino originario. E l’ignoranza, dunque, intesa come assenza di conoscenza, è concepita come peccato, condizione da cui l’uomo ha il dovere di riscattarsi, mediante lo studio approfondito e facendo tesoro delle esperienze di vita. E alcuni di tali princìpi risultano molto simili a quelli predicati e propugnati dal “Satanismo razionalista”, secondo la cui visione Satana non rappresenta una reale divinità da adorare e servire, ma il simbolo di autodeterminazione personale. Andiamo ad approfondire il concetto. Satanismo razionalista. Definizione e caratteristiche Il satanismo razionalista, meglio noto come “Satanismo di LaVey” o “Satanismo laveyano”, è una particolare visione del mondo e della vita, ufficialmente praticata dalla Chiesa di Satana, fondata dal teorizzatore esoterista, scrittore e musicista statunitense Anton Szandor Artur LaVey, vero nome Howard Stanton Levey, da cui il movimento trae nome. A capo dell’organizzazione c’è un “sommo sacerdote”, assistito dalla “gran sacerdotessa” legatagli sentimentalmente, e il sacerdote fu ovviamente LaVey dal 1966 al 1997. Attualmente è Peter Howard Gilmore, insieme alla moglie Peggy Nadramia. Tale Chiesa di Satana non fa affatto mistero della propria esistenza, tanto che il 6 giugno 2006 ha tenuto il suo primo rituale pubblico a Los Angeles. Il satanismo razionalista è ateo e concepito in chiave materialista, edonista, anticristiana e umanista. Si concentra sulla conoscenza, sull’esperienza diretta, sulla fiducia e sul sostegno delle scienze empiriche, sul libero pensiero, sulla creatività e la libertà personale, insieme alla crescita autonoma dell’individuo. Ma la differenza […]

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Cinema e Serie tv

Leonardo. La fiction Rai sul grande genio del Rinascimento italiano

Dopo il glorioso successo della fiction I Medici, la Rai pone i riflettori su un altro grande personaggio, protagonista del panorama artistico rinascimentale italiano: Leonardo da Vinci. Nasce così la nuova fiction Leonardo, ideata da Frank Spotnitz e Stephen Thompson. Diretta da Daniel Percival e Alexis Sweet, la nuova serie debuttante il 23 marzo 2021 su Rai1 è una co-produzione internazionale, scegliendo come protagonista l’affascinante Aidan Turner, a cui si affianca un cast brillante, tra cui la venticinquenne Matilda De Angelis (nel ruolo di Caterina da Cremona, personaggio semi-creato) e Freddie Highmore (nel ruolo costruito dell’ambizioso ufficiale del Ducato di Milano Stefano Giraldi). Annunciata nel 2018, la fiction pone al centro la vita del genio intramontabile Leonardo da Vinci, focalizzando l’attenzione sulla creazione delle sue opere, sui tormenti e i dissidi interiori che ne accompagnano la creazione, e soprattutto sul carattere ermetico e tenacemente ambizioso dell’artista toscano. Come suggerisce la stessa terminologia del genere televisivo, la serie trae ispirazione da fonti, personaggi e fatti storici, ma sugli schermi viene comunque proposta una storia originale e soprattutto romanzata, tra l’altro girata non sul suolo toscano, bensì tra gli Studi di Formello (dov’è stata accuratamente ricostruita la Firenze del Rinascimento), Tivoli e la Lombardia, e accompagnata dalle piacevoli note di John Paesano. Progetto ambizioso e coraggioso la fiction Rai Leonardo, dovendo competere con i precedenti mirabilmente realizzati e riusciti, tra cui La vita di Leonardo da Vinci (1971) di Renato Castellani, e Io, Leonardo (2019) di Jesus Garcés Lambert. Ancora ampiamente presente ne Il codice da Vinci (2006) diretto da Ron Howard sul soggetto di Dan Brown. Insomma il poliedrico artista nativo di Vinci ha interessato nel tempo scrittori, registi e produttori, affascinando contemporanei e posteri con la sua vita colma di genio e successo, pur tra ombre, dissidi e incomprensioni, a causa della sua personalità eterea, ambiziosa e precocemente brillante. Ecco perché l’obiettivo di Spotnitz e Thompson diviene quasi una sfida, attirando non poche critiche per alcune scelte effettuate e per vari elementi che si discostano dalla realtà storica. Tutto comincia proprio dalla trama… Leonardo. Trama Una trama originale nella cornice e in alcuni riferimenti storico-biografici. Milano 1506. Leonardo da Vinci viene accusato dell’omicidio di Caterina da Cremona. Così comincia quest’inedita storia ideata da Spotnitz e Thompson. Il famoso artista viene dunque interrogato da Stefano Giraldi, l’ufficiale del Ducato di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, proprio a partire dal suo primo incontro con Caterina nella bottega di Andrea del Verrocchio. Giraldi, affascinato dall’incredibile personalità dell’artista, sospetta la sua possibile innocenza, e determinato indaga per scoprire l’assoluta verità sull’omicidio. Ma analizziamo le controversie… Leonardo. Le deformazioni storico-biografiche della fiction e la realtà storica La fiction in onda su Rai1 ha riscosso un notevole successo, se si contano i quasi sette milioni di telespettatori incollati allo schermo, curiosi di seguire le vicende del più grande maestro di tutti i tempi. Ma la stessa ha attirato, come anticipato, non poche polemiche, concernenti l’attinenza ai fatti storico-biografici dell’artista, la spettacolarizzazione della […]

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Voli Pindarici

La libertà di essere: anticonformismo e nudità

La libertà di essere Così sovente ci si proclama tolleranti, aperti e disposti ad accogliere la verità. Ma tolleranti per chi? Per cosa? Aperti a chi? A cosa? Probabilmente si finge o si crede d’essere “giusti”, “superpartes”, addirittura empatici. Ma davvero si è in grado di comprendere ciò che c’è lì fuori, di fronte a sé o dentro sé? Ecco, piuttosto che ergersi a giudici o filosofi di chissà poi quale astrusa ed ermetica verità, non sarebbe più opportuno scendere dal piedistallo dell’onniscienza, per provare, guardare e sentire davvero, sulla propria pelle, con gli occhi e il cuore, ciò che si crede di sentire e conoscere? Piuttosto che proclamarsi tolleranti, non sarebbe forse più opportuno diffondere il desiderio di libertà d’essere, urlando a gran voce lo slogan: “anticonformismo e nudità”? Sì, perché c’è sete di libertà, lungi da pregiudizi e giudizi. Ma cos’è questa tanto osannata libertà, così tanto vagheggiata e bramata? Ebbene, la libertà è nudità. Significa spogliarsi del perbenismo, dell’eccessiva prudenza, dell’inibizione. La libertà è un volto, quel volto che con orgoglio e coraggio si strappa via la maschera, quella spesso indossata per condurre un’esistenza appartata, nascosta dietro paure e fragilità, falsamente mostrate come sicurezza e forza. La libertà è donna, uomo, bambino, bambina, essere umano, persona. Non è attore sul palcoscenico della vita. Perché la vita è essa stessa teatralità e disinibizione, ma solo per vomitare fuori tutta l’arte e il talento raggomitolati quotidianamente nell’anima. E il trucco deve fungere da accessorio, vanto anche, ma mai seconda pelle, così da consentire ad una timida lacrima di poterlo anche sciogliere, quando dentro il cuore è spezzato ma un sorriso urla ancora desiderio di rinascita. Dunque cos’è la libertà, se non la capacità e la bellezza di saper essere due lati della stessa medaglia o tutte le sfumature, non solo dell’arcobaleno, ma di quanti pigmenti siano possibili in natura? Peccato e assoluzione. Oscurità e luce. Esagerazione e morigeratezza. Caos e logica. Logica del caos! Mente e cuore. Hulk e Heidi. Strega Salamandra e Fata Lina. Morgana e San Francesco. Demone e angelo. Rock e lirica. Passione e amore. Sesso e amore. Forza e fragilità. La libertà sta nella possibilità di poter decidere e scegliere chi e cosa essere anche ogni giorno, non rinunciando mai a capire prima chi si è, chi c’è dietro quei sacrifici e quella noiosa routine. La libertà è l’incarnazione degli opposti in grado di convivere e coesistere, attraverso la scintilla del possibile, dell’incredibile e del genio. La libertà risiede nella voglia di mostrare la propria psiche, gli angoli più reconditi dell’universo interiore, senza vergognarsene e solo a coloro che sanno scorgerli e comprenderli davvero, amarli, cullarli e accarezzarli. Ma la libertà o nudità sta anche nella voglia di rompere gli schemi, di infrangere le regole, di lanciarsi da una scogliera mirando non a precipitare, bensì a spiccare il volo. La nudità si sposa con la trasgressione, che impugna la bandiera di un erotismo e di una sessualità che esigono sempre nuova sperimentazione, il desiderio di […]

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Voli Pindarici

Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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Voli Pindarici

Ciò che siamo

Ciò che siamo veramente. La sveglia suona. Apri gli occhi un po’ riluttante. I muscoli ancora addormentati invocano Morfeo, come te, come la tua mente, come le voglie e i desideri assopiti. Tiri un sospiro deciso, un sospiro che decreta la fine di quell’intorpidimento notturno, come se l’anima si fosse staccata dal corpo in quelle ore, per volare e sognare chissà dove, per inseguire ciò che le membra di giorno dimenticano e accantonano, persino il cuore, per poi ricongiungervisi, ritornare e tentare di instillare nuova ispirazione. Per qualche istante resti seduto in mezzo al letto, quasi ancora incosciente di ciò che accada, di ciò che vada fatto, anche oggi. Ti alzi e osservi la tua immagine riflessa allo specchio. Quasi fatichi a riconoscerti. Le prime rughe solcano alcuni tratti del volto. Ti guardi con più attenzione e più introspezione, chiedendoti chi sei. Chi sei veramente? Già. Chi siamo veramente? Siamo proprio noi o qualcosa che vive in funzione dei doveri che ci impongono, che noi stessi ci imponiamo? Siamo medici, insegnanti, scrittori, artisti. Siamo infermieri, avvocati, camerieri, imprenditori. Siamo agenti, giudici, netturbini, cassieri, pensatori e filosofi. Ma chi e cosa siamo in realtà? Cosa ci tiene realmente in vita? Cosa fa pulsare il caldo sangue nelle nostre vene? Cosa celiamo ormai sempre più sovente nel cuore e nell’anima? Cosa seppelliamo ogni giorno in nome di un’identità imposta ed autoimposta, che dà progressivamente forma a individui, più che a persone, uomini e donne degni di tale essenza e sostanza? Ebbene, non viviamo forse noi tutti (o almeno in gran parte!) come burattini, come se qualcuno o qualcosa scrivesse un copione che siamo impeccabilmente chiamati a recitare, e muovesse costantemente i fili delle nostre azioni, delle nostre decisioni, persino dei nostri pensieri? Conduciamo la nostra esistenza come spettatori di un film, di un’opera lirica, di un repertorio di balletto, di un musical, rinunciando ad essere noi i protagonisti, dimenticando cosa si prova a calcare il palcoscenico della vera vita, quella scaldata da emozioni irripetibili, da azioni guidate dal cuore e dalle passioni. Noi possediamo il dono più prezioso che potesse esserci concesso. Noi abbiamo la vita, ma dimentichiamo di viverla! Ci svegliamo, facciamo colazione, ci prepariamo ad affrontare ogni giorno nuove sfide, facciamo programmi e ci chiediamo cosa possiamo fare oggi per il mondo, dimenticando di chiederci cosa oggi il mondo può fare per noi, cosa noi possiamo fare per noi. Andiamo a lavoro, a scuola, studiamo, ci impegniamo nelle faccende domestiche e ci immergiamo a capofitto in compiti e doveri quotidiani. Ma dov’è la scintilla divina? Dove la soffochiamo ogni giorno? Molte donne dedicano corpo e anima alla casa, ai propri figli, ai partner, alla carriera. Ma cosa fanno per loro? Dove finisce il tempo da dedicarsi? Siamo genitori, siamo figli. Ma cosa siamo prima di questo? Siamo studenti e professori. Ma quale il nostro compito più prezioso? Siamo impiegati immersi in una miriade di scartoffie fredde ed insensibili, tra protocolli, burocrazia e planning. Ma è questa la nostra missione di […]

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Culturalmente

Numeri sfortunati. Tra storia, leggende e sacralità

La simbologia, e con essa le leggende e le tradizioni, da sempre affascinano e intimoriscono l’uomo, influenzato spesso da credenze e superstizioni, le quali possono sì celare preziose piccole verità, ma anche essere pericolose e limitanti se ci si crogiola acriticamente. Tra i vari temi, legati al misticismo e alle credenze popolari, risalta senza dubbio quello relativo ai numeri sfortunati, tra gli argomenti in assoluto più carichi di simbologia, come suggeriscono le diverse tradizioni storico-culturali e religiose. Va ricordato però che di per sé i numeri sono categorie neutre, prive intrinsecamente di valori positivi o negativi. Come mai dunque esistono alcuni numeri associati ad eventi infausti, legati all’occulto e caricati di significato metafisico, al di là di ciò che il numero stesso rappresenta? Quali i più noti numeri sfortunati in Italia e nel mondo? Analizziamone la storia. Numeri sfortunati: il 13 e il 17 Senza dubbio, i numeri che più di tutti incutono timore e fanno storcere il naso, in Italia come altrove, sono il 13 e il 17. A tal riguardo gli psicologi hanno coniato due appositi termini per definire tali irrazionali paure: triscaidecafobia (fobia del numero 13) e eptacaidecafobia (fobia del numero 17). Per quel che concerne il 13, la sua associazione alla sfortuna avrebbe diverse matrici. Per cominciare, il 13 segue il numero 12, un numero pari e completante dei cicli: basti pensare ai 12 segni dello Zodiaco o ai 12 mesi che compongono un anno. Dunque, il 13 scombussolerebbe questo equilibrio, venendo a definirsi come l’elemento di disturbo e disordine che interviene ad interrompere la ciclicità perfetta, costringendo a inevitabili cambiamenti e trasformazioni. Dal punto di vista religioso, ricorda innanzitutto la morte di Gesù, se associato al venerdì: il famoso “venerdì 13”, che ancora oggi desta ansie e superstizioni, oggetto anche di numerose pellicole cinematografiche, che lo bollano come il giorno del terrore e dell’occulto. Ma in ambito cristiano, la sfortuna del 13 sarebbe anche ribadita dall’Ultima Cena, durante la quale Gesù siede a tavola con i 12 apostoli. Giuda, il traditore, viene chiamato il tredicesimo apostolo da Gesù, pertanto un numero sventurato. Ecco perché per i superstiziosi è doveroso evitare di essere a tavola in 13. La situazione si ribalta però completamente nella religione ebraica, dove il 13, più che simboleggiare il tradimento, indica la generosità incompresa dagli apostoli circa il ruolo di sacrificio incarnato da Giuda, che avrebbe eseguito la volontà di Gesù ai fini del compimento di un piano superiore. Dal punto di vista culturale, il 13 è ancora una volta portatore di sfortuna, specie se associato ancora al venerdì. Si ricorda infatti il venerdì 13 ottobre 1307 (si noti che nella data il 13 compare ben due volte), macchiato di sangue per l’arresto, la tortura e lo sterminio dei Cavalieri Templari, per ordine del re di Francia Filippo IV il Bello, con le accuse di cospirazione, sacrilegio e pratiche sataniche e sodomitiche. E le maledizioni pronunciate durante le torture avrebbero reso questo giorno l’emblema della sfortuna. Ad acuire la superstizione e i […]

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Culturalmente

Lipogramma. Significato ed esercizi

Cos’è un lipogramma? Scopriamolo insieme. Il lipogramma è una sorta di vincolo, posto da un autore di prosa o poesia, che per artificio retorico decide di non far comparire in un componimento una determinata lettera dell’alfabeto. In pratica, un normale testo viene riscritto, o composto ex novo, sostituendo ogni parola contenente la lettera “proibita” con un suo sinonimo che non la contenga. Come suggerisce la stessa etimologia del lemma, un lipogramma, che deriva dal greco leipo, “che manca di, e gramma, “lettera”, è dunque un testo nel quale viene intenzionalmente omessa una lettera. Ad esempio: “Il pelago all’orizzonte dondola l’animo che si crogiola nell’infinito”. Se si prova ad omettere in questo breve testo un’unica lettera, come la vocale “o”, il lipogramma potrà essere il seguente: “Il mare laggiù culla l’immensità dell’anima”. Un nuovo breve testo, in cui i sinonimi delle parole contenenti la lettera omessa, creano una frase morfologicamente un po’ diversa, ma identica dal punto di vista semantico. Spesso dunque le “catene” sono solo simboliche. Gli ostacoli possono sempre in qualche modo essere aggirati, rappresentando anzi uno stimolo atto a sollecitare la sfera creativa. È così nella vita, ed è così nell’arte, nella musica, nella letteratura e in qualsiasi ambito in cui superare dei limiti equivale a crescere davvero, mirare a nuovi orizzonti, a creare e a volare. Lipogramma. Cenni storici Uno dei primi autori ad usare tale accorgimento retorico è stato probabilmente Laso di Ermione, poeta greco del VI secolo a.C., che scrisse odi asigmatiche, ovvero senza il “sigma”, come in Inno a Demetra, in quanto il suono di tale lettera risultava alquanto sgradevole. Nei secoli successivi fu la volta di Nestore di Laranda, poeta greco del III secolo d.C., che rielaborò i ventiquattro libri dell’Iliade omettendo una lettera dell’alfabeto greco per ognuno di essi, creando appunto lipogrammi. Nella letteratura moderna lo scrittore francese del XX secolo Georges Perec scrive un lipogramma di trecento pagine, il romanzo La scomparsa (La Disparition), omettendo totalmente l’utilizzo della vocale “e”. A questo fa seguire un ulteriore romanzo, una sorta di specchio del primo, Le ripetizioni (Les Revenentes), facendo uso della variante di lipogramma, il “monogramma”, un componimento monovocalico che prevede appunto l’utilizzo nel testo di un’unica vocale, in questo proprio la “e” che non compariva mai nell’altro romanzo. Anche lo scrittore statunitense contemporaneo Mark Dunn ha pubblicato un romanzo in lipogrammi progressivi, Ella Minnow Pea: una favola epistolare progressivamente lipogrammatica. In pratica l’autore smette di utilizzare una ad una le lettere dell’alfabeto man mano che il racconto procede, fino a giungere ad interi capitoli scritti utilizzandone una manciata. Anche in musica è stato sperimentato il lipogramma in Canzone senza R, scritta dal compositore, paroliere e attore italiano Stefano Calabrese. Nel testo in maniera originale non viene mai pronunciata la “r”, salvo nell’intenzionale Urrà! finale. Una chiara dedica al rotacismo. Lipogramma. Un po’ di esercizio… Ebbene, dedicare qualche minuto a tale tipo di esercizio aiuta a favorire l’elasticità mentale, la creatività appunto, stuzzicando, perché no, anche la sfera ludica. Dunque basta prendere […]

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Voli Pindarici

Se le città fossero donne…

Se le città fossero donne? Così tante cose recano il marchio della femminilità. La passione, la gentilezza, l’eleganza, la fragilità, la forza e la stessa vita sono ben incarnate dal gentil sesso. E se le città fossero donne anch’esse? Quale sarebbe il loro volto, il loro carattere? Quale il profumo, il sapore, la pelle? Quante mete esotiche, romantiche, dinamiche, artistiche, caotiche e disinibite si raggiungono, si godono, si assaporano e si vivono! Ciascuna con la propria indole, i propri vizi, il proprio temperamento e la propria personalità. Immaginiamo Barcellona. Mora e caliente. Le sue curve costituiscono l’opera più riuscita di Gaudì. La Rambla ne indica il sensuale pendio, che dolce giunge fino al suo caldo sud, lambito dal placido Mar Baleárico, che ne bagna le coste come un’impudica onda di piacere, soffermandosi prima sul voluttuoso promontorio di Montjuïc. Di giorno si depositano sulla sua pelle abbronzata i colori dell’arte e della vitalità catalana. Ma di sera Barcellona diviene una passionale tentatrice, esibendo la sua arte ammaliatrice in un rosso flamenco e davanti ad un ottimo calice di Cariñena. Barcellona è pura sensualità, imbevuta di genio caliente, trasudando voluttà attraverso il suo luminoso sorriso e il suo sguardo bruno e viscerale. Se Barcellona esibisce un erotismo più sfrontato, Parigi lo palesa in una forma più sublime. Parigi è una fanciulla curiosa e ribelle. Poi adolescente dolce e sognatrice. Infine Parigi è donna meravigliosa, appassionata fino al limite della sconsideratezza, nonostante e grazie alle cicatrici, che donano alle sue distese urbane e bucoliche quella bellezza perfetta, resa tale proprio dalle imperfezioni che la dipingono. Parigi è tutte le età, tutte le epoche, dall’infanzia alla maturità, dal fascino intramontabile della Belle Époque al romanticismo moderno. Parigi è perfetto intreccio di passato e futuro, di tradizione e attualità. Il suo corpo assomiglia fortemente a uno dei quadri impressionisti di Monet, quando eterea e indefinita esprime la sua verità. Diviene poi più misurata, ma comunque affascinante, quando dolcemente prorompe come una delle ballerine di Degas, o più sfrontata come una ballerina di can can al Moulin Rouge dipinta da Henri de Toulouse-Lautrec. Immergersi in Parigi è come fare l’amore per la prima volta, si muore per un istante, ma senza avere realmente paura di morire, è come sperimentare il nirvana, per poi rinascere con nuova bellezza e rinvigorita voluttà. Castana e con il volto puntellato di leggere lentiggini, Parigi mostra ai visitatori la sua delicata sensualità, la sua ammiccante libidine, attraverso una miriade di sfaccettature, pur rimanendo fedele a se stessa. Attraverso la propria Senna e i romantici Champs-Élysées, il suo volto esprime un fascino senza tempo. La torreggiante collina di Montmartre delizia sogni incontaminati ed esalta piaceri lussuriosi, come il fondoschiena incauto e bramoso di una donna un po’ bisbetica, a tratti ermetica, come un rosso complesso e strutturato, che al primo sorso si fa fatica a mandar giù, ma il secondo scalda la bocca, così come il cuore e la mente. Esistono poi paesaggi esotici e terre brade, che suggeriscono l’idea di donna […]

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Passo a perderti…La promessa ad amare completamente

«Passo a perderti. Non tarderò. Aspettami». Tre parole. Una frase semplice. Eppure atipica, inaspettata, mai udita. Una frase che raggela per un istante il cuore, le mani affaccendate, i pensieri confusi. “Passo a perderti” potrebbe suonare come un che di negativo, ascoltandola la prima volta e magari in un momento di distrazione. Ma è così densa di luce, di musica, di coraggio. È colma di bellezza, d’imperfezione, di quell’imperfezione che rende una monotona e triste giornata così perfetta, così nuova. È un’autentica dichiarazione d’amore. Ma non si tratta dell’amore protagonista delle favole o di qualche famoso film romantico. Non quello delle principesse, che attendono il principe azzurro per essere salvate. È l’amore che si sporca, che necessita di rotolare nel fango per riuscire a mirare alle stelle con sicurezza e determinazione. “Passo a perderti” si sostituisce al tradizionale “Passo a prenderti”, la promessa cioè che un ragazzo/uomo rende alla sua donna per trascorrere un’imminente magica serata insieme, colma di aspettative, tra una rosa donata e una romantica cenetta a lume di candela, con una calda musica jazz in sottofondo. Ma se ci si sofferma qualche istante sul verbo “prendere”, lo si potrà analizzare con la giusta obiettività. Il prendere qualcosa o qualcuno determina possesso e talvolta possessione. Certo, appare gratificante sentirsi il centro dell’universo per qualcuno, per quel qualcuno che si ama e che, con determinate attenzioni, dimostra di ricambiare questo sentimento così puro e così complesso. Eppure amare è ben lontano dal “prendere” e più vicino ad “afferrare”, “stringere”, “sfiorare”, in virtù di quella fiamma, quel fuoco che la passione sa bene alimentare. Perché il “prendere” qualcuno suggerisce l’idea egoista del “sei mio/a”, “sei roba mia”, “il tuo corpo e il tuo cuore sono miei e di nessun altro”. Beh sì, l’amore spesso si maschera anche di morbosa simbiosi, del desiderio assoluto di stare insieme ogni istante – quasi manca il respiro all’idea che oggi forse non lo/la vedremo! Ma questa sorta di amore prepara il terreno anche ad un altro sentimento, che spesso insidioso lo accompagna, vale a dire la gelosia. Sì, perché il possesso fa scattare l’irrazionale timore di perdere ciò che si ha tra le mani, nella propria casa, nella propria vita. E così la gelosia innesca il sospetto, poi il turbamento, l’ansia e la smania di oppressione. Ma cos’ha in comune l’amore con tutto ciò? Niente! L’amore richiede rispetto, comprensione, perdono, gentilezza e mai scortesia, arroganza o prepotenza. L’amore presuppone la libertà. Ne è il dogma fondamentale, il primo seme. E spesso si accompagna al sacrificio, all’annullamento del sé egoista, che non significa la sua morte, bensì la sua elevazione a qualcosa di più profondo e genuino, in grado di nutrirlo e dissetarlo, come nessun vizio riuscirebbe concretamente e divinamente. E non è certo un amore per così dire “puritano”: c’è in esso voglia, libido, istinto, desiderio ardente, fuoco, passione carnale e spirituale; ci sono gli abbracci, che sembrano stritolare anche l’anima, nutrendola di vita e bellezza; e poi ci sono quei baci, fusione di […]

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Voli Pindarici

Profumo di libertà, di rinnovata vitalità, di gioia e libido

Profumo di libertà… Ore 9.00. La sveglia stamattina non impone i suoi toni superbi e squillanti, perché oggi non si lavora. Resta ancora un po’ lì, sotto il caldo piumone, a guardare fuori, assorta tra pensieri e speranze. Il cielo limpido e il sole, che splendente filtra i suoi raggi nella stanza, sembrano annunciare una splendida giornata. Eppure il corpo avverte su di sé l’inerzia dell’abitudine e le labbra stentano ad inarcarsi, rinunciando a donare al volto il magnifico sorriso proveniente dal cuore. Le aspettative, i sogni, i progetti sono un po’ più irretiti, in bilico tra il desiderio di volare e la consapevolezza di precipitare nell’inferno della realtà. Quegli occhi un po’ tristi, eppure così estroversi, scrutano cemento e natura fuori dal balcone: c’è il palazzo di fronte, con quelle vite che compiono gesti e faccende come operai in una catena di montaggio, così fredde, così uguali, anonime e rassegnate; più a sinistra, quegli stessi occhi scorgono uno scorcio più poetico, meno abbrutito dalla routine, è un piccolo tratto della costiera sorrentina, è lì in lontananza, offrendo chiaramente il dipinto di un mare increspato dal vento gelido di questi giorni lenti e monotoni. Ed ecco che quegli occhi tristi ricevono una scarica di gioia incomprensibile, inaspettata per quell’umore spento e un po’ atrofizzato, come i muscoli di un corpo fuori allenamento, dopo anni di movimento, danza e adrenalina. Quello stesso cuore, un po’ intorpidito dal fiele di quel virus bisbetico e crudele, si nutre per un istante di nuova linfa, di nuova vita, sedotto da una bellezza ben impressa e tatuata nella mente e nell’anima. Quel paesaggio, quel cielo, quel mare riaccendono per un po’ il bagliore in quegli occhi spenti e assetati di libertà, di quella libertà sempre più limitata in un momento storico buio e incline a privazioni, un periodo in cui persino l’arcobaleno fatica a brillare dei suoi colori, dopo innumerevoli temporali, e il grigio diviene la tonalità dominante, accanto al nero ebano della paura e a un rosso freddo, non quello della passione, ma della stanchezza. Intanto, profumo di libertà… Lei resta ancora a letto, continuando a guardare fuori dal balcone. Scruta ancora quel panorama, che sembra alleviare un po’ quel tedio trascinato come una zavorra da giorni, da mesi. Ma nel farlo si palesano alla mente le magiche luci di Trastevere al tramonto, osservata da Ponte Sisto, poi prende forma tutta Roma, dall’incantevole Cupola di San Pietro all’Altare della Patria al Colosseo, fino all’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo, ammirati dalla vetta del Pincio, che sembra dominare l’eternità di una città senza tempo, senza polvere, senza oblio. E così un po’ per volta si materializzano inconsapevolmente i maestosi boulevard parigini, passando per la Senna e Notre Dame, ammirati come preziosi gioielli dalla brulicante ed artistica Montmartre. Sembra un sogno ad occhi aperti, eppure per lei quel sogno è così imbevuto di realtà! Le bellezze, i monumenti, che attraversano la mente come fotogrammi scattati, sono così vividi, come i profumi e i sapori di quei […]

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