Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Greta Gerwig e il nuovo adattamento cinematografico di Piccole donne

Piccole donne torna ad incantare con la nuova e potente versione cinematografica della regista statunitense Greta Gerwig. Prodotta dalla Columbia Pictures e distribuita da Sony Pictures (per la pellicola originale) e Warner Bros. Entertainment Italia, la storia che ha sedotto adulti e piccini, ragazze e ragazzi torna nelle sale cinematografiche dal 9 gennaio 2020. Tratto dall’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, il film di Greta Gerwig ha già ottenuto vari riconoscimenti, tra cui due candidature ai Golden Globe e cinque ai BAFTA. Piccole donne. Trama Piccole donne è la versione cinematografica del capolavoro Little Women scritto da Louisa May Alcott e pubblicato in due volumi, il primo nel 1868 e il secondo nel 1869 con il titolo Little Women, or Meg, Jo, Beth and Amy. La storia, ampiamente conosciuta ed apprezzata, è quella delle sorelle March, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh). Quattro giovani donne, unite da un legame indissolubile e dalla determinazione a inseguire i propri sogni, pur tra le mille difficoltà e i problemi generazionali, economici e sociali, sullo sfondo della Guerra di secessione americana (1861-1865). Tra le quattro, la personalità più irriverente e carismatica è senza dubbio quella di Jo, che si distingue dalle altre per la sua indole indipendente e tomboy, alla perenne ricerca della libertà, che difende a spada tratta contro i dogmi sociali e l’invadente tradizione che considerano il matrimonio l’unica possibilità di scalata sociale e personale per la donna. Femminista convinta e ambiziosa scrittrice, Jo sprona continuamente le sorelle a credere in se stesse e nelle proprie potenzialità, ribellandosi a quel rigido sistema sociale che inibisce sogni e desideri. Un cast d’eccezione giunge ad interpretare le tenaci giovani donne, tra cui Emma Watson – amatissima nella saga di Harry Potter, vestendo i panni di Hermione Granger, e nel fantastico adattamento cinematografico La bella e la bestia (2017), in cui è la dolcissima e tenace Belle. Ma la protagonista indiscussa è Saoirse Ronan – già collaboratrice della Gerwig in Lady Bird (2017), esordiente in Espiazione (2007) e acclamata dalla critica in Brooklyn (2015). Come non notare il talentuoso Timothée Chalamet, che veste i panni di Laurie, galante amico innamorato di Jo, indimenticabile nello straordinario Call me by your name – Chiamami col tuo nome (2017). Piccole donne. L’inaspettato successo letterario Come accennato, Piccole donne è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo di Louisa May Alcott, che giunge in Italia diviso in Piccole donne e Piccole donne crescono, il secondo caratterizzato da un arco temporale più vasto del primo. Il successo di Little Women (questo il titolo originale) fu incredibile, sorprendendo la stessa autrice, non credendo fino in fondo inizialmente nella qualità e bellezza del suo lavoro. Il libro si inscriveva nella tradizione della letteratura per ragazzi, prendendo contemporaneamente in prestito elementi dai romanzi d’amore ed esaltando il femminismo insito nell’indole della Alcott. L’autrice fece poi seguire due sequel Little Men (1871) e Jo’s Boys (1886). L’interesse suscitato dal capolavoro di Louisa rese l’opera trasversale, coinvolgendo non solo i ragazzi […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

18 regali. La commovente storia di un amore che travalica la morte

La storia che ha commosso Spresiano (TV), e non solo, prende forma attraverso il film 18 regali, in uscita nelle sale cinematografiche il 2 gennaio 2020. Il film di Francesco Amato è ispirato alla vera storia di Elisa Girotto, una donna trevigiana morta nell’agosto 2017 a soli 40 anni per un carcinoma al seno, che, consapevole di essere alle soglie della morte, decide di lasciare alla figlia, nata nel 2016, un regalo per ogni suo compleanno fino al diciottesimo anno, cercando in questo modo di accompagnarla nella crescita e donandole tutto il suo immenso amore, seppur a distanza. Prodotto e distribuito da Lucky Red, insieme a 3 Marys Entertainment, Rai Cinema, Vision Distribution e Sky Italia, il film viene realizzato grazie all’aiuto del marito di Elisa, Alessio Vicenzotto (collaboratore anche della sceneggiatura), che svela al regista il mondo interiore della moglie, insieme al coraggio e alla forza che l’hanno accompagnata fino alla fine. 18 regali si inserisce nel filone cinematografico che racconta una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta scandita nel tempo, si pensi a P.S. I Love You (2007). 18 regali: la trama Impossibile trattenere le lacrime di fronte alla storia di Elisa (interpretata da una saggia ed emozionante Vittoria Puccini), che, consapevole di una sicura e straziante dipartita, pensa al futuro della sua figlioletta, che lascia all’età di appena un anno, cercando un modo per restare al suo fianco anche dopo la sua morte. Decide così di preparare un regalo per ogni compleanno di Anna (interpretata da un’intensa e straordinaria Benedetta Porcaroli), consegnatole dal padre Alessio (Edoardo Leo) per suo conto, fino al compimento del diciottesimo anno. Attraverso questi diciotto regali Elisa dimostra tutto l’incommensurabile amore per sua figlia,  che nemmeno la morte può arginare. Mamma Elisa ci sarà sempre per la figlia Anna, nonostante il fato avverso, cercando di trasmetterle coraggio, forza e determinazione, insieme a tutte le migliori qualità. Ma Anna ha sempre avuto un atteggiamento ribelle e scontroso, soprattutto nei confronti del padre e di quei regali che vede come un’ingombrante eredità, arrabbiata con la vita che le nega la possibilità di stringere e sentire davvero vicina sua madre. Così, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, Anna decide di disertare la festa organizzatale con premura dal padre Alessio e dai familiari, preferendo girovagare per le strade, straziandosi davanti a un boccale di birra, persa nel suo dolore. Totalmente presa da se stessa, Anna non percepisce l’arrivo di un’auto dritta verso lei, venendo pertanto investita. Accade qui qualcosa di straordinario; al suo risveglio, Anna si ritrova in una sorta di crasi spazio-temporale, torna improvvisamente indietro nel tempo ricevendo il suo più bel regalo di sempre: trovarsi faccia a faccia con sua madre Elisa, con la felice e rivelatrice occasione di conoscersi e confrontarsi, seppur in un rapporto un po’ dialettico, ma di amorevole conflittualità. Inizialmente due sconosciute che, col tempo, prendono consapevolezza dell’amore e del dolore che le lega. 18 regali. La storia di Elisa Girotto 18 regali si ispira alla vera e […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

La Dea Fortuna. Il nuovo e personalissimo capolavoro di Ferzan Özpetek

A due anni da Napoli velata (2017), Ferzan Özpetek torna ad emozionare il pubblico raccontando i misteri e i tormenti dell’animo umano nel nuovo lavoro La Dea Fortuna. L’attesa di ogni nuovo film del regista turco – naturalizzato italiano – genera sempre patos e gioia, grazie agli enigmi, i turbamenti e i momenti magici che costellano le sue storie. Il suo modo “dolce-amaro” di declinare l’amore e la bellezza in ogni singolo aspetto e momento di vita rende i suoi lavori unici e peculiari. Dalle particolari colonne sonore all’originalità dei personaggi e delle trame, Özpetek è un’autentica garanzia: mirando dritto ai cuori, seducendoli attraverso il coraggio e la passione. La Dea Fortuna è il tredicesimo  lavoro di Ferzan, prodotto da Warner Bros Entertainment Italia, R&C Produzioni e Faros Film ed è nelle sale cinematografiche dal 19 dicembre 2019.  Il film vede ancora protagonista Stefano Accorsi, già collaboratore del regista italo-turco in Fate ignoranti e Saturno contro. L’eccellente cast viene completato da Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Filippo Nigro (anche lui in Le fate ignoranti e La finestra di fronte) e l’immancabile portafortuna di Ferzan, Serra Ylmaz, voluta in ben sette film. La Dea Fortuna. Trama La storia pone ancora una volta al centro l’amore. Si tratta di un amore consolidato in quindici anni, quello di Arturo (Stefano Accorsi) – uno scrittore insoddisfatto, un tempo aspirante docente, ora costretto a ripiegare come traduttore – e Alessandro (Edoardo Leo) – idraulico gioviale ed empatico -, ma sempre più stancamente trascinato. La fiamma della passione, al principio divampata, sembra abbandonarsi progressivamente ad una deriva senza speranza, facendo precipitare la coppia in una crisi senza spiragli di risalita. Giunge a dare una sferzata a questo rapporto Annamaria (Jasmine Trinca), migliore amica di Alessandro, che lascia in custodia alla coppia per qualche giorno i suoi due figli di nove e dodici anni Sandro (Edoardo Brandi) e Martina (Sara Ciocca), a causa di personali problemi di salute. L’ingresso delle due giovani vite in quelle di Arturo e Alessandro smorzerà la spenta routine, portando un pizzico di magia e inducendo i due ad una scelta folle, un po’ irrazionale se vogliamo, ma autentico motore d’amore. La Dea Fortuna. I luoghi del set e le colonne sonore La vicenda del film si svolge nella città adottiva di Ferzan, Roma, in particolare a Palestrina, dov’è sito il Santuario della Fortuna Primigenia (luogo di lavoro per Annamaria), da cui il film trae titolo. Un bel ritorno nella città eterna, dopo Rosso Istanbul – ambientato nella sua patria natale – e Napoli velata – il cui intreccio si snodava fra i luoghi e le vie più famosi di Napoli. E Napoli fa ancora una volta capolino, grazie al bellissimo scorcio del Golfo con il Vesuvio in una scena della pellicola durante un viaggio da Roma in Sicilia dei protagonisti. E la Sicilia stessa diviene luogo del set, con le riprese girate tra Villa Valguarnera a Bagheria e la zona Vergine Maria di Palermo. Location suggestive, che incantano gli sguardi e incatenano i […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Pinocchio. Il nuovo capolavoro di Matteo Garrone

Ad oltre un anno dalla riuscitissima prova di Dogman (2018) – che valse a Matteo Garrone vari riconoscimenti, tra cui il Nastro d’argento e il David di Donatello come Miglior Film -, il regista romano torna ad emozionare il pubblico con una tra le favole italiane più note ed intramontabili al mondo, Pinocchio. Prodotta dalla casa Archimede insieme a Rai Cinema, Le Pacte, in associazione con Recorded Picture Company, e distribuita nelle sale cinematografiche da 01 Distribution il 19 dicembre 2019, la pellicola si basa sul romanzo di Carlo Collodi – pseudonimo del giornalista toscano Carlo Lorenzini – Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, pubblicato prima a puntate sul Giornale per bambini tra il 1881 e il 1882, successivamente come vero romanzo pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi. Pinocchio. Excursus cinematografico della storia Colma di pathos, allegria, caleidoscopio di personaggi, la storia di Pinocchio seduce nel tempo diversi registi. A cominciare da Giulio Antamoro con il suo Pinocchio uscito nel 1911, muto e con protagonista l’attore francese adulto Ferdinand Guillaume. Si giunge poi nel 1940 al colossal d’animazione Disney, che ha fatto sognare grandi e piccini. Nel 1972 la televisione ripropone la fantastica storia di Pinocchio attraverso uno sceneggiato in sei puntate Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini, con protagonista il piccolo Andrea Balestri nei panni di Pinocchio e uno straordinario Nino Manfredi in quelli di Geppetto. Nel 2002 ci prova Roberto Benigni, raggiungendo un grandioso risultato, con un forte coinvolgimento emotivo grazie alla sua magnifica interpretazione nei panni del burattino più famoso al mondo, e grazie alle meravigliose e melanconiche musiche di Nicola Piovani. Pinocchio. Trama E proprio Benigni è stato scelto da Garrone per il nuovo adattamento cinematografico, vestendo stavolta i panni di Geppetto, il povero falegname toscano che decide di fabbricare per sé un burattino senza fili, che possa fargli compagnia e dargli vanto. In corso d’opera, Geppetto si accorge che il pezzo di legno che modella a mo’ di burattino si anima, dotato di parola, movimento ed espressione. Decide così di battezzarlo Pinocchio, interpretato dal giovane Federico Ielapi, un burattino che si rivela subito disobbediente, spirito libero, insofferente al rispetto delle regole e allo studio. Pinocchio, lungo il suo percorso, vivrà una miriade di avventure, dall’esperienza al Teatro dei Burattini a quella nel Paese dei Balocchi, e conoscerà volti amici – come la dolce Fata Turchina, interpretata da Alida Baldari Calabria (da bambina), e Marine Vacth (da adulta). Ancora i famosi truffatori Gatto e Volpe, interpretati rispettivamente da Rocco Papaleo e da Massimo Ceccherini. Come dimenticare la voce della coscienza, il Grillo Parlante (Davide Marotta) e il giovane ed indomito Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio), suo compagno di giochi e cialtronerie? Ognuno dei personaggi che costella le avventure di Pinocchio sarà edificante nel forgiare il suo carattere e assumere consapevolezza del fatto che alla felicità e alla serenità si giunge attraverso rispetto, dedizione e sacrificio, mirando a divenire un bambino vero (metafora del raggiungimento di tale condizione), grazie ai consigli della Fata. […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il triangolo delle Bermuda: un mistero irrisolto

«Che cosa c’è in questo preciso spicchio di mondo che ha potuto distruggere centinaia di navi e aeroplani senza lasciare tracce?». Così scrive nel 1964 il giornalista americano Vincent Gaddis in un articolo in cui elenca, in modo suggestivo, una serie di sparizioni di navi ed aerei nella celebre e maledetta zona conosciuta come “triangolo delle Bermuda”. Quanto mistero aleggia intorno ad una leggenda, che nel tempo alimenta le fantasie di scrittori e studiosi, desiderosi di scavare a fondo o crogiolarsi nella suggestione del mito! Ma cos’è propriamente il triangolo delle Bermuda? È una zona dell’Oceano Atlantico settentrionale, recante la forma immaginaria di un triangolo, i cui vertici sono: il vertice Nord, ossia il punto più meridionale dell’isola principale dell’arcipelago delle Bermuda, da cui trae nome; il vertice Sud, ossia il punto più orientale dell’isola di Porto Rico; il vertice Ovest, ossia il punto più meridionale della penisola della Florida. Proprio in relazione a tale vasta zona marina, pari a 1.100.000 km2, il folklore alimenta il mistero legato a numerosi episodi di sparizioni di navi ed aerei, soprannominando pertanto l’area “Triangolo maledetto” o “Triangolo del Diavolo”. Ma fino a che punto tale leggenda viene considerata mistero nella cultura di massa? Quali le prove scientifiche atte ad avallarne o confutarne i presupposti? Il triangolo delle Bermuda: tra leggenda e filmografia Il mito del triangolo delle Bermuda, legato ad inusuali sparizioni, trae linfa da articoli e libri atti a divulgare ipotesi soprannaturali che spieghino le presunte sparizioni. Le prime notizie risalgono al 1950 ad opera del giornalista Edward Van Winkle Jones, in un articolo per Associated Press. Nel 1952 il Fate, magazine statunitense sui fenomeni paranormali, pubblica un breve articolo di George X. Sand, riportando la presunta sparizione di aerei e navi, come il Volo 19 e un gruppo di cinque navi della United States Navy. È qui che il mito trae origine, insieme alle prime ipotesi soprannaturali su un fenomeno che ancora fa parlare e fantasticare. Ma la leggenda assume reale spessore soprattutto a partire dalla pubblicazione del best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle), il suggestivo libro scritto nel 1974 dallo statunitense Charles Berlitz, in cui lo scrittore infittisce sapientemente il mistero, asserendo che nella zona circoscritta avverrebbero misteriosi fenomeni accostati al paranormale e a teorie aliene. La popolarità del capolavoro di Berlitz ispira successivamente la fantasia dei registi, autori di pellicole cinematografiche che hanno per oggetto civiltà scomparse, extraterrestri e avventure misteriose. A tal riguardo si menziona Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, in cui il mito delle sparizioni avvenute nel triangolo delle Bermuda sposa la tesi del rapimento alieno. La leggenda viene altresì menzionata nell’ultima puntata della prima stagione del telefilm Fringe, in cui Nina Sharp indica la zona come una delle prime sulla Terra dove alcune caratteristiche fisiche della materia inizierebbero ad indebolirsi, consentendo il passaggio tra ipotetici universi paralleli. In Italia il mito viene menzionato nel film Selvaggi (1995) di Carlo Vanzina, in cui il protagonista Ezio Greggio e i suoi […]

... continua la lettura
Culturalmente

Moda anni ’70: stile e rivoluzione

La moda, così come la storia, presenta corsi e ricorsi. Gli eventi rivoluzionari segnano svolte significative in ambito socio-politico, economico, ripercuotendosi sugli stili di vita e sulla moda. E puntualmente, col trascorrere dei decenni, certe tendenze ritornano, proprio come la moda anni ’70. Ebbene ritornano i mitici pantaloni e jeans a zampa d’elefante, così come le scarpe con la zeppa, le fascette sulla fronte, i capelli lunghi con la riga in mezzo. Gli anni ’70 sono figli della rivoluzione giovanile esplosa negli anni ’60 attraverso la cultura “hippie”: un’autentica controcultura che abbraccia la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti, al fine di esplorare ed allargare lo stato di coscienza. L’ideale di pace e libertà è ben espresso nello slogan contro la guerra in Vietnman: “Fate l’amore, non la guerra”. I “figli dei fiori” con il loro “Flower Power” diffondono la rivoluzione non solo sulle idee e sulla cultura: esprimono il trionfo dell’amore e della sperimentazione attraverso una moda, che oggi torna ad imporsi con determinazione, così come attraverso la musica e l’arte in generale. Ebbene queste idee e queste tendenze si diffondono negli anni ’70 anche attraverso le icone cinematografiche come Tony Manero (John Travolta), adolescente italo-americano protagonista di una tra le pellicole cult più famose La febbre del sabato sera – Saturday Night Fever (1977), di John Badham, che porta sullo schermo dinamiche e problematiche culturali di quegli anni: dal razzismo alla droga, dall’emigrazione alla violenza sessuale. E la moda urla identità, attraverso l’uso di camicie attillate e pantaloni a zampa perfettamente abbinati, giacche di pelle e capelli un po’ più corti e meno cotonati, adatti a scatenarsi sulle piste disco, negli anni in cui imperversa la disco music. Un excursus storico Gli anni del boom economico, della conquistata agiatezza e del benessere diffuso negli anni ’50, conoscono un progressivo declino nel decennio successivo, fino ad esaurirsi del tutto all’inizio ormai degli anni ’70. Un decennio complicato, in cui l’ombra della guerra fredda (1947-1991) incombe sulla politica mondiale e sul commercio, la cui conclusione coincide simbolicamente e convenzionalmente con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) –che incarnava la suddivisione tra democrazia capitalista e totalitarismo comunista– e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Il tutto è acuito dalla guerra del Vietnam (1955-1975), che innesca un senso di opposizione e ribellione, soprattutto nel cuore dei giovani, espresso nelle nuove tendenze ideologiche e stilistiche. Per la moda, gli anni ’70 costituiscono un decennio in continuo fervore, nel corso del quale si spazia in varie e variegate direzioni: dal glamour, all’hippie, al punk, al fenomeno della disco music, fino a tornare verso la fine del decennio ad uno stile più classico e androgino, rivisitando la linea a clessidra dei decenni precedenti, proponendo larghe imbottiture per le spalle – fino ad attribuire al busto una forma a triangolo – attraverso l’uso di spalline cucite sotto vestiti e giacche, anticipazione della moda degli anni ’80. Con gli anni ’70 nasce la concezione di gusto personale e libera scelta estetica, con i giovani che […]

... continua la lettura
Culturalmente

Proverbi famosi. I 10 più conosciuti

Cos’è un proverbio? Un detto popolare che veicola un insegnamento tratto dall’esperienza. Ebbene i proverbi sono intrisi di vita e di cultura, e nonostante le loro origini antiche, la saggezza che incarnano risulta sempre attuale e significativa. Ma analizziamo i proverbi famosi più conosciuti. Proverbi famosi. I 10 più conosciuti «Chi non risica non rosica». Sì, chi non rischia non ottiene. Spesso nella vita ci si crogiola nell’inerzia vestita di pigrizia e viltà, aspettando cambiamenti che non avverranno mai se a brillare non sono il rischio e il coraggio. Occorre pertanto lottare e anche sbagliare per tentare almeno di imboccare il sentiero più giusto ambendo alla serenità. «Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre». Uno dei proverbi più autentici e quanto mai attuali nell’era dell’indifferenza e dell’ingratitudine. Si sa, i genitori donano ai figli tutto il proprio io, se stessi, le proprie forze ed energie, e lo fanno incondizionatamente, perché guidati da immenso e totale amore. Ma spesso i figli, nonostante il bene e l’enorme affetto provato, non riescono a ricambiare nel modo giusto e con lo stesso ardore tutto quanto ricevono in dono. Eppure, agli occhi dei genitori, sono sempre meritevoli di comprensione e perdono. «Vivi e lascia vivere». Quante volte abbiamo pronunciato, ascoltato, trascritto, dedicato e urlato questo saggio proverbio! Un vero mantra intriso del bisogno di tolleranza e serenità. Perché spesso, per andare avanti, voltare pagina o vivere semplicemente nel modo più degno e corretto, occorre lasciar scivolare sulla pelle e sul cuore il fiele che il marcio intorno inietta con arroganza e crudeltà. A volte occorre semplicemente lasciarsi andare al flusso degli eventi senza opporre resistenza, e il raggio della speranza potrà tornare ad illuminare l’anima. «L’erba del vicino è sempre più verde». L’essere umano è da sempre considerato una creatura insaziabile e talvolta arrogante. Nonostante sia artefice di meraviglie e bramoso d’amore, il suo essere risulta perennemente inappagato: raggiunge un obiettivo e immediatamente tende ad uno nuovo e magari diverso e opposto al precedente. E spesso questa tensione è guidata non solo dalla natura, bensì dall’invidia, che spinge l’uomo ad ottenere ciò che detiene qualcun altro, considerandolo migliore. In questo modo rischia costantemente di perdere di vista l’essenza e la bellezza di quanto lui stesso possiede, dalle più piccole soddisfazioni ai più grandi orgogli. Pertanto i beni degli altri non per forza devono eccellere sui nostri, deviandoci e distraendoci. «Finché c’è vita c’è speranza». Quanta verità in poche parole! Quanto spesso si cade, ci si abbatte sprofondando nel più cupo sconforto, si perde la speranza e si smette di credere in ciò che di prezioso ed autentico la vita offre. Un’esperienza sconvolgente o un qualsiasi evento scatenante riesce a turbare così profondamente il proprio io da far vacillare certezze e sogni. Ma la vita non è una divinità crudele, pronta a punire e giudicare. La vita è la meraviglia più saggia e perfetta che sia stata concessa a noi creature fragili e vulnerabili. E la speranza ne è linfa vitale. […]

... continua la lettura
Culturalmente

Moda anni ’50: la rinascita dello stile

La moda anni ’50 non sembra eclissarsi in epoca contemporanea, l’era in cui lo stile diviene intreccio di innovazione, ricerca e nostalgia. Nostalgia dell’eleganza, della cura data ai particolari, accolta e soddisfatta attraverso outfit che ritornano ad imporsi con tanta determinazione, segnale di una moda destinata a rimanere attuale. Ritornano pantaloni e gonne a vita alta, con pattern a pois o a tinta unita, e tra le ragazze imperversa l’uso di fascette/foulard tra i capelli, così come diversi accessori firmati anni ’50. Ebbene, gli anni ’50 sono il decennio del rock & roll, dei blue jeans, delle camicie annodate e degli accessori “matchy matchy”. La moda di quegli anni conosce un’autentica rinascita, abbandonando il clima austero a favore del look “bon ton” e della femminilità ispirata alle “pin up” (le ragazze procaci, sorridenti e ammiccanti fotografate in abiti succinti, le cui immagini iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti, durante il primo conflitto mondiale). La donna osa di più, desiderosa di apparire elegante e raffinata dopo i duri anni bellici. Excursus storico Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si apre un decennio improntato all’ottimismo, allo sviluppo economico e ad un benessere diffuso, riflettendosi in una rivoluzione in campo culturale e stilistico. Gli Stati Uniti, già vincitori della guerra, divengono autentica potenza leader dell’Occidente, presentando una tale influenza evidente non solo in materia politico-economica, ma anche nello stile di vita. Gli Usa – anche in seguito all’elaborazione del Piano Marshall, consistente in un programma di aiuti economici atti a supportare la ricostruzione dei Paesi alleati e martoriati in Europa – divengono un modello a cui ispirarsi per tendere a maggior e nuovo dinamismo e benessere. Nascono in questo frangente gli stereotipi veicolati dalla pubblicità, quali il modello della famiglia felice (quello attualmente in Italia identificato come “famiglia Mulino Bianco”!) e quello della casalinga perfetta ed impeccabile nonostante la situazione informale. Anche la musica si allinea all’attitudine del decennio “felice”: basta menzionare Tu vuo’ fa’ l’americano (1956), uno degli straordinari successi del talentuoso ed intramontabile Renato Carosone, che attraverso la tradizione della musica partenopea e internazionale veicola messaggi in perfetta sintonia con i cambiamenti e i desideri del decennio. La televisione e il cinema americano giungono con semplicità e immediatezza a dettare moda e a influenzare usi e costumi. Si pensi alle fortunate e travolgenti pellicole cinematografiche, quali Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards, American graffiti (1973) di George Lucas, o ancora Grease – Brillantina (1978) di Randal Kleiser. Seppur dopo qualche decennio, quelle forti icone continuano ad influenzare stile, moda e costumi. Tuttavia, in fatto di moda, nei primi anni ’50 è ancora l’Europa a primeggiare. Nel febbraio del ’47 nasce la silhouette “a clessidra”, costituita da ampie gonne e vitini di vespa, che rimarrà in voga per l’intero decennio e oltre. Ad inventarla lo stilista francese Christian Dior, che, in una Parigi ancora segnata dalla guerra, attraverso una sola collezione spazza via l’austerità e il tedio del conflitto. Un’autentica rivoluzione conosciuta come “New Look”. In […]

... continua la lettura
Culturalmente

Come fare il fluffy slime? Istruzioni per grandi e piccini

Quando si pensa alla pasta modellabile, colorata, viscida e melmosa, la parola d’ordine è “fluffy slime” o “slime fluffy”! Un gioco divertentissimo, che mette d’accordo grandi e piccini in un vortice di caleidoscopica allegria. Come fare lo slime fluffy? Proviamoci insieme! Fluffy slime. Cos’è Lo slime era un giocattolo prodotto dalla Mattel a partire dalla metà degli anni ’70. Si trattava di una sostanza gelatinosa, costituita principalmente da gomma di guar, venduta in un barattolo di plastica. La sostanza era abbastanza liquida da poter colare e abbastanza viscosa da poter aderire alle superfici ed essere poi raccolta e riutilizzata. Il gioco ebbe un tale successo da essere commercializzato in diverse varianti, tra le quali la più gettonata è sicuramente il “fluffy slime”. Molto in voga negli anni ’90, può essere acquistato già pronto o realizzarlo in casa. Si tratta appunto di una pasta malleabile, molle e viscida, che, grazie all’elasticità che la caratterizza, può assumere tutti i tipi di forme ed attaccarsi ad ogni tipo di superficie. Può essere maneggiato infinite volte, stritolato, allungato, senza mai perdere la sua elasticità. Come fare un fluffy slime. Ingredienti e preparazione Da non confondere con la “plastilina” – la cui composizione si basa su olio, argilla e cera-, molto gettonata come gioco nelle scuole dell’infanzia, la base più utilizzata per la preparazione di un fluffy slime o slime fluffy è la colla vinilica, non tossica. Occorre poi un attivatore, sostanza in grado di conferire alla pasta modellabile l’estrema elasticità e viscosità che le sono peculiari. Tra le più usate, il bicarbonato di sodio abbinato alla soluzione per lenti a contatto. In aggiunta facoltativa, affinché il fluffy slime assuma una consistenza più morbida, è possibile utilizzare della schiuma da barba, olio profumato e amido di mais (come addensante). Più elastico e liscio con l’aggiunta di sapone liquido. Per rendere poi il fluffy slime ancor più divertente basterà aggiungere del colorante alimentare, così da conferirgli la gamma di colori che si preferisce. Non resta che procedere alla composizione! Si comincia col mescolare la colla vinilica (circa 250 ml) al colorante alimentare (q.b.), finché non si raggiunge l’intensità desiderata, aggiungendo magari un po’ di olio profumato. Man mano si aggiungerà al composto in elaborazione un po’ di bicarbonato e qualche goccia di soluzione per lenti a contatto, sempre mescolando bene e continuando ad aggiungere queste due sostanze finché non si raggiunge la consistenza desiderata. Appena il composto diviene appiccicoso, la lavorazione continuerà con le mani (attività divertentissima per i bambini!) e man mano il fluffy slime sarà pronto. Come anticipato, se si desidera attribuire al fluffy una consistenza più soffice, si aggiungerà durante la lavorazione schiuma da barba, che lo renderà anche più viscoso, e ancora amido di mais (40 gr.) per addensarlo. Varianti La sua consistenza e il divertimento che innesca la sua preparazione, soprattutto nei più piccini, presta il fluffy slime a diverse varianti. Se le mamme vogliono solo ingredienti naturali e sicuri, ecco possibile un “fluffy slime senza colla”. Occorrerà munirsi di soli […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pettinature anni ’70, fra trasgressione e creatività

I formidabili anni ’70. Gli anni delle svolte, del cambiamento e della creatività. Un vento nuovo solletica le mentalità, la vita e lo stile, quest’ultimo espresso attraverso mode inedite, come le tipiche pettinature anni ’70. Pettinature anni ’70. Un’era caleidoscopica Se gli anni ’80 incarnano i cosiddetti “anni da bere”, ovvero l’epoca in cui si respira la percezione di un benessere diffuso, pionieri ne furono in realtà gli anni ’70. Gli anni della libertà e della trasgressione, grazie anche all’eredità sessantottina, forte della carica di contestazione giovanile contro ogni pregiudizio sociale, culturale e politico. Negli anni ’70 si assapora un’aria di rinnovamento e forte creatività. Un decennio che si costruisce una propria identità in ogni settore di vita. Tale creatività esplode nell’arte con l’emergere di nuovi movimenti come la “Pop art”, riconosciuta nella figura predominante dell’artista Andy Warhol. Sono questi gli anni della sperimentazione musicale, dalla musica pop alla techno fino a quella rock, raccogliendo l’eredità di artisti come Jimi Hendrix, ed accogliendo nuovo ed intramontabile talento, come quello urlato e venerato dei Queen. Ma gli anni ’70 vedono anche spopolare la disco music, grazie a successi hollywoodiani come La febbre del sabato sera (1977), che innesca prima negli Stati Uniti e poi in Europa la mania della discoteca, esprimendo nel ballo libertà, trasgressione e sperimentazione. Come dimenticare i fantastici successi dei Bee Gees, degli Abba e di Donna Summer! È in questo decennio che spopolano i primi videogiochi elettronici, così come i computer e l’invenzione dei telefoni cellulari. Anche la fede religiosa sperimenta una svolta con l’ascesa al papato di Karol Wojtyla nel 1978, primo non italiano dopo secoli e giovanissimo eletto con il nome di Giovanni Paolo II. La politica piomba in anni bui, attraverso il sequestro di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, in piena ascesa all’epoca, nello stesso momento in cui la mafia si arma di nuove e più implacabili organizzazioni, ma ancora troppo sottovalutata ed ignorata. La comunicazione dei media giunge a vette altissime ed inedite, attraverso la nuova televisione a colori (che saluta il nostalgico “Carosello”) e le radio libere, che utilizzano linguaggi sempre più schietti e popolari. Tutto ciò innesca un consumismo che comincia a sortire risultati senza precedenti, dove la pubblicità imperversa, inducendo spettatori e popolazione al desiderio di soddisfacimento di bisogni secondari e all’imitazione di icone e celebrità dello spettacolo Proprio qui si fa strada il favoloso look anni ’70, caratterizzato da stampe, fiori e disegni geometrici, prodotti su camicie e vestiti. I pantaloni rigorosamente a vita alta e a zampa d’elefante, e le ragazze impazziscono per le moderne minigonne e shorts di jeans. Le calzature femminili sono stivali o clogs, ossia scarpe con tacco tamburato, molto diffuse anche sotto le ampie gonne lunghe. Lo stile e la moda in realtà non esternano grosse differenze tra uomini e donne, perché la parità dei sessi è ampiamente sentita su tutti i fronti. E i capelli? Quale l’hair style spopolato nel decennio più creativo e caleidoscopico del XX secolo? Pettinature anni ’70. I […]

... continua la lettura
Culturalmente

Gigantomachia: tra mito e arte

Quello della Gigantomachia è tra i miti leggendari più antichi ed attuali che siano stati tramandati, attraverso l’arte e la scrittura. La Gigantomachia (La battaglia dei Giganti) rappresenta l’ultima fase della Cosmogonia, ovvero il processo di costruzione di un cosmo armonico, affermatosi con gli scontri tra le intelligenze divine dell’Olimpo e la forza bruta dei Giganti, sconfitta quest’ultima per lasciar spazio all’universo ordinato a cui Zeus ambiva, intendendo affermare la giustizia attraverso l’equilibrio e l’armonia. Ma chi sono i Giganti? Il termine deriva dalla parola sanscrita g’ant-u, che significa “animale”, identificando un personaggio crudele, teso a distruggere ed uccidere. Da ciò l’idea, su cui si fondano i miti, per cui i Giganti sarebbero figure tese a sovvertire l’ordine dell’universo generando caos e distruzione. Gigantomachia: mito greco Il mito della Gigantomachia è narrato nella Teogonia del poeta greco Esiodo, in cui viene descritto il lungo processo attraverso cui il mondo, da luogo di caos, giunge alla realizzazione di un armonico equilibrio. Ma tale passaggio è tutt’altro che semplice e lineare: sono occorse infatti innumerevoli battaglie tra dèi e Titani prima e tra dèi e Giganti poi. Tutto comincia con la Titanomachia, ossia l’imponente battaglia tra i Titani, figli di Urano e Gea, e gli dèi dell’Olimpo guidati da Zeus. I Titani erano anch’essi dèi, dotati di forza prodigiosa e statura considerevole. Non tutti si rassegnano al dominio di Zeus, per cui molti si ribellano, generando una guerra. Il re degli dèi riesce a sconfiggere i Titani, punendoli duramente. Intanto l’ultimo di questi, Crono, evira il padre Urano che, appoggiato completamente su Gea, si unisce a lei continuamente, impedendo ai figli di vedere la luce. Urano dunque, straziato dal dolore e staccatosi da Gea, riversa il suo sangue nel mare, plasmando isole popolate da creature che incarnano l’odio, tra cui i Giganti. Tali erano simili ai Titani per forza e dimensioni, ma ibridi tra umano e divino, pertanto legati alla profezia per cui nessun immortale sarebbe stato in grado di sconfiggerli. La forza distruttiva dei Giganti era paragonabile a quella degli Ecatonchiri, i “centobraccia”. Questi però, a differenza dei primi, impiegavano la propria furia bellica al servizio dell’ordine divino, dunque alleati di Zeus, riconoscendone l’autorità. Dal canto loro, i Giganti intendevano dominare il mondo, potendo contare su una forza prodigiosa, in grado di piegare l’armonia voluta da Zeus. Tali esseri dall’altezza smisurata ed antropomorfi, in quanto dotati di code di serpente dalla cintola in giù, intendevano peraltro vendicare i fratelli Titani sconfitti. Viene preannunciata così la colossale Gigantomachia, la battaglia finale tra dèi e Giganti, che conosce un autentico protagonista nella figura di Eracle (o Ercole), il vero eroe che, essendo come i Giganti metà umano e metà divino, era il solo in grado di poterli definitivamente piegare. Nato dall’unione di Zeus e la mortale Alcmena, Eracle si scaglia con violenza sui Giganti, riuscendo a piegarli lì dove le divinità, seppur superiori per intelligenza, fallivano. La Gigantomachia avviene in Tracia, dove i Giganti, capitanati da Alcioneo, si scagliano ciascuno contro ogni divinità […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Io, Leonardo. Il biopic introspettivo del genio del Rinascimento

A cinquecento anni dalla scomparsa del genio toscano del Rinascimento, Leonardo da Vinci (morto ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519), il 2 ottobre 2019 viene distribuito nelle sale cinematografiche Io, Leonardo. Prodotto da Sky con Progetto Immagine, il biopic fortemente introspettivo combina le moderne tecniche cinematografiche con una rigorosa ricerca documentale: lo sviluppo narrativo-cinematografico lascia un po’ il posto ad una narrazione meno movimentata, dando vita ad una sorta di documentario della vita emotiva, filosofica ed artistica di una personalità che, con le sue scoperte e i suoi studi, ha lasciato una profonda eredità nell’immaginario collettivo. Il film deve la sua mirabile riuscita al regista Jesus Garces Lambert, che aveva già diretto Caravaggio – L’anima e il sangue (2018). Lambert sceglie per il suo capolavoro Luca Argentero, l’affascinante ed ipnotico ex concorrente del Grande Fratello edizione 2003, che, da allora, passando attraverso ottime prove cinematografiche come quella in Saturno contro di Ferzan Özpetek (2007), giunge in questa pellicola a spogliarsi degli stereotipi per vestire il talento di un genio immortale, una delle menti più brillanti e fuori dagli schemi che l’umanità abbia conosciuto, Leonardo da Vinci. I dialoghi del protagonista sono tratti dal Trattato della pittura, vivificati dalla voce narrante di Francesco Pannofino, che si rivolge talvolta a Leonardo, quasi ad intrattenere un dialogo con se stesso, una sorta di “lettera a Leonardo”. Io, Leonardo. Trama «… e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa». Le parole di Leonardo racchiudono in sé l’emblema del suo pensiero e del suo genio: un’insaziabile curiosità e sete di conoscenza, mosse dalla passione per lo studio dell’uomo e della natura. Tutto questo viene indagato in Io, Leonardo, dove Lambert, partendo dai suoi scritti, disegni ed appunti – mostrati al pubblico attraverso ricostruzioni digitali -, minuziosamente raccontati nel loro sviluppo, racconta Leonardo da Vinci quale studioso, matematico, scienziato, artista in tutta la complessità che lo denota. Un uomo fuori dal suo tempo (pur dall’aspetto in tono con l’estetica dell’epoca), in tumulto per l’eterno conflitto tra la sua mente in perenne ricerca e le richieste dei committenti, spesso rimaste insoddisfatte. Per Leonardo l’occhio è finestra dell’anima: tutto è possibile conoscere e sperimentare se appassionata è l’osservazione di ogni minuscolo dettaglio. In virtù di tali considerazioni, Leonardo mai si ferma all’apparenza e alla semplicità superficiale. Indaga, sviscera, studia, osserva […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il Brucaliffo: saggio ed istrionico personaggio di Lewis Carroll

Nato dalla penna di Lewis Carroll, scrittore britannico del XIX°, il Brucaliffo (o semplicemente Bruco) è un personaggio apparso per la prima volta nel 1862 in Alice’s Adventures Underground e nel 1865 in Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il Bruco, il cui nome originale è The Caterpillar, viene sempre apostrofato nel romanzo come “Bruco Blu”. Tale è dunque la traduzione in italiano, anche se il nome che gli rende fama e particolarità è proprio “Brucaliffo”, così come promosso dagli adattatori Disney italiani nella versione cartone animato apparsa nel 1951. Un nome singolare per un personaggio altrettanto particolare ed istrionico. Se ci si sofferma sulla morfologia del termine è possibile notarne la composizione: Bruco e Califfo, quest’ultimo derivante dall’arabo khalīfah, recante il duplice significato di “successore” e “vicario, luogotenente”. Si tratta della massima carica religiosa islamica, come il Papa per il Cristianesimo. Pertanto la scelta non è probabilmente casuale, dal momento che una delle principali caratteristiche del Brucaliffo è la saggezza, e l’esotismo del termine ne completa forse l’identità morfologico-semantica. Il Brucaliffo: chi è «A large blue caterpillar, that was sitting on the top of a mushroom, with the arms folded, quietly smoking a long hookah» (Un grande bruco blu, seduto in cima ad un fungo, a braccia conserte, intento a fumare in silenzio un lungo narghilè). Così il Brucaliffo viene descritto da Carroll nel suo romanzo. Un Bruco blu, alto circa otto centimetri, che fuma un narghilè, seduto su un fungo. Di poche parole, schivo e suscettibile, ritenuto particolarmente fastidioso da Alice nel suo modo di esprimersi a “monosillabi”. L’intero romanzo si basa sul rapporto tra adulto e bambino. Ogni personaggio dunque incarna l’allegoria di una tipica caratteristica dell’adulto. Si pensi al Coniglio Bianco, rappresentante appunto l’adulto ossessionato dal tempo che trascorre inesorabile e dal ritardo. Che dire della Regina di Cuori, che impersonifica la rabbia insensata. Lo stesso Brucaliffo non è esente dal rappresentare una determinata allegoria dell’indole umana propria degli adulti: la saggezza, in quanto ha già imparato tutto dalla vita e pertanto anche insofferente alle domande di Alice/bambina, che invece ha ancora tanto da scoprire ed apprendere. Il Brucaliffo/adulto tuttavia non è l’individuo arrogante e indifferente che può sembrare: piuttosto che rispondere alle numerose domande di Alice, preferisce consegnarle gli strumenti per affrontare il mondo con le proprie forze, ma senza dirle come usarli, stando poi a lei trovare il modo giusto per crescere. Nella fattispecie del Paese delle Meraviglie, quello strumento è un “fungo magico”, che può consentire ad Alice di crescere o rimpicciolirsi in base alle situazioni da fronteggiare. Il modo in cui il Brucaliffo è descritto e dipinto lo rimanda alla sfera negativa delle droghe (fungo magico) e del fumo (narghilè). Ma è questa piuttosto una lettura scontata e semplicistica, che non tiene in dovuto conto la chiave interpretativa autentica e profonda: il Brucaliffo non è affatto un vecchio bruco fumatore di shisha e dispensatore di sostanze stupefacenti. Il Brucaliffo è piuttosto una specie di mentore, di guru, per la nostra […]

... continua la lettura
Culturalmente

Feticismo, tutto ciò che c’è da sapere

Quanto spesso si sente parlare di feticismo e quanti uomini in particolare si definiscono feticisti! È in realtà un concetto complesso, che affonda le radici nella psicologia di età infantile, così come nella letteratura e nelle tradizioni multietniche. Andiamo ad analizzarne le caratteristiche. Feticismo: cos’è Il feticismo è una delle forme più comuni e conosciute di perversione sessuale, consistente nello spostamento del desiderio sessuale dalla persona fisica a un suo sostituto; tale può essere identificato con una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento, un’azione o qualsiasi altro oggetto inanimato. Sostanzialmente il feticista prova un’attrazione sessuale anomala, in quanto esula dai canoni della sessualità tradizionale, che presuppone i genitali come oggetti libidici fondamentali. Come tale, il feticismo rientra nell’ambito delle “parafilie”, quei disturbi caratterizzati da ricorrenti fantasie, impulsi e comportamenti sessuali, che creano disagio e/o implicano sofferenza o umiliazione. Altri esempi di parafilia sono infatti il sadismo e masochismo sessuale, la pedofilia e il voyeurismo (consistente nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale osservando persone nude, che si spogliano o compiono atti sessuali). Particolare l’etimologia del termine, derivante dal portoghese fetiço (artificiale, sortilegio). In pratica, i mercanti di schiavi usavano questo termine per riferirsi agli indigeni africani che adoravano “feticci”, ossia oggetti di culto venerati dalle popolazioni locali. Studi e ricerche condotti dallo psichiatra Robert Stoller dimostrano come il feticismo sia largamente prevalente negli uomini rispetto alle donne, in quanto molto più propensi ad associare una certa carica erotica a una determinata zona fisica femminile o a indumenti particolari, come l’intimo fatto di pizzo, cuoio e bustini. Feticismo: manifestazioni e categorie Lo psicologo e ipnotista francese Alfred Binet suggerì due forme in cui il feticismo può manifestarsi: come “amore spirituale” o “amore plastico”. La prima categoria concerne la devozione per specifici fenomeni mentali e comportamentali, tra cui il gioco dei ruoli. La seconda categoria concerne invece la devozione verso oggetti materiali, come appunto parti del corpo o oggetti inanimati. Tra i due concetti, quello dell’amore plastico è il più tipico: per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto d’attrazione genera libido ed eccitazione almeno quanto il coito ordinario. In relazione al modo in cui il feticismo si manifesta è possibile designare tre categorie di feticisti. I feticisti oggettivi, per i quali il feticcio inanimato (ad esempio un perizoma o calze) simboleggia una persona inaccessibile. I feticisti somatici, per i quali è una parte del corpo (ad esempio i piedi o le natiche) a simboleggiare una persona desiderata e irraggiungibile. Infine, i feticisti astratti, per i quali l’attrazione sessuale è innescata da una caratteristica fisica, implicante inferiorità o debolezza, atta a soddisfare le loro fantasie narcisiste di superiorità. Tutte le tipologie di feticisti possono inoltre agire secondo tre diverse modalità: quella attiva, in cui il feticcio viene attivamente usato dal feticista; quella passiva, in cui è un’altra persona ad usare il feticcio sul feticista; infine la modalità contemplativa, attraverso cui il feticista si limita a trarre piacere dalla pura contemplazione del feticcio. Un ruolo importante nelle dinamiche feticistiche gioca il canale […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Praiano, dolce incanto della Costiera Amalfitana

Praiano: un comune che conta soli 2011 abitanti, ma che trasuda incanto e bellezza da ogni sassolino, da ogni eco di costa, da ogni sentiero, da ognuna delle numerose scale che decorano una location tanto preziosa quanto suggestiva. Le graziose insenature e i panorami a strapiombo sul mare donano vanto a Praiano, il cui nome deriva dal termine praia, ossia “spiaggia”, dal greco plagion. «Di fronte a me il pelago riposante lambito dall’aureo raggio di luce poi tutt’intorno i bruni colli costieri e infine nel mezzo, seduto, vagheggio tra ramagli e cespugli l’idea del gaio placido vivere». (Lì su per Praiano di Domenico Stefano Galani) Metafore delicate, che profumano di magia, queste che descrivono il romantico gioiello incastonato tra le meraviglie della Costiera Amalfitana. Praiano, amena terra di magia Giunti nell’incantevole Marina di Praia è impossibile non subire il fascino delle due coste che si stagliano ai lati della dolce insenatura, quasi a cullarla, sulle note dettate dallo scroscio delle onde sul bagnasciuga e dalla lieve brezza che sussurra serena potenza. L’azzurro di quel mare che lambisce le rocce dona riflessi colmi di colore ed euforia, tali da assopire qualsiasi tedio che l’anima sperimenta in alcuni insani momenti dell’esistenza. Da lì le caratteristiche barche, così come piccoli battelli, trasportano turisti e visitatori in giro per lidi e spiagge, colmi di occhi, di corpi, di sogni e voglia di buono. Se di giorno si attende quell’aureo raggio di sole, che con la sua luce fa capolino dai sinuosi e maestosi colli frastagliati, l’incanto di Praiano si accende di pura magia nella notte marina di un paesaggio che si nutre di romanticismo. Su, dal centro del borgo, attraverso le particolari gradinate (che ricordano tra l’altro lo sfondo positanese), si giunge dinanzi ad un sentiero, dipinto del bruno della notte e del chiarore che le piccole luci incastonate sull’asfalto roccioso, insieme alla pallida Luna, riflettono sugli sguardi speranzosi e innamorati. Un’atmosfera a dir poco suggestiva e impregnata di dolcezza e desiderio. Un autentico “sentiero dell’amore”, da percorrere mano nella mano con la persona amata oppure da soli, con gli occhi rivolti alle stelle e la mente a un cuore lontano. Notte e luce, rocce e mare si prestano ad una scenografia inimitabile, sulla quale i corpi in movimento danzano coreografie di stupore e gratitudine. Praiano, arte e cucina Terra di bellezza genuina, esperta nel soddisfare gusti ed esigenze artistiche e culinarie. Piazze, locali e pavimenti decorati con le più particolari e pregiate ceramiche, figlie della Costiera Amalfitana, prodotte tra Vietri e Positano. I colori e le forme catturano l’occhio e imbrigliano il cuore, che non riesce a sfuggire a cotanta bellezza. Le terrazze panoramiche, i pavimenti della Chiesa di San Gennaro, così come la piazza antistante e la circolare panchina in muratura, e ancora tazzine, oggetti, piccole opere d’arte che si incontrano lungo i sentieri, si vestono di quest’arte caleidoscopica, al cospetto della quale è impossibile non sensibilizzarsi. E quando lo splendore naturalistico e scultoreo incontra la bontà culinaria, Praiano si trasforma in […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Viaggio a New York: le emozioni che ispira la caleidoscopica Grande Mela

Siete alla ricerca di esperienze inedite? Avete sete di emozioni mozzafiato? Desiderate percorrere e visitare una città e sentirvi come i protagonisti del vostro film o telefilm preferito? Amate la cultura, i colori, la bellezza e l’energia? Beh, sicuramente un viaggio a New York diventa una garanzia! The Big Apple! Conosciuta nel mondo infatti anche come la “Grande Mela”, che racchiude al suo interno un agglomerato metropolitano multietnico e di vasta portata, New York, situata nello Stato omonimo, sorge su un’area di circa 785 Km² alla foce del fiume Hudson, sull’Oceano Atlantico, mentre l’area metropolitana comprende anche località site nei due adiacenti Stati del New Jersey e del Connecticut. È senza dubbio la città più popolosa degli Stati Uniti, vantando 8,5 milioni di abitanti. Amministrativamente è divisa in cinque distretti: Manhattan (solo qui si contano di giorno più di 4.000.000 di persone, che si riversano nel cuore pulsante più famoso ed economicamente e culturalmente avanzato), The Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island. Viaggio a New York: non solo cemento e grattacieli! Se si pensa a New York come alla metropoli pullulante di grattacieli, cartelloni pubblicitari e smog rilasciato dai numerosi taxi gialli ed altri veicoli, si rischia di averne una visione ridotta. La Grande Mela abbonda di natura e parchi, che offrono a residenti e visitatori la tranquillità di lunghe e sane passeggiate e la serenità di una full immersion tra prati, laghi ed arte assaporata grazie al talento di jazzisti e vari artisti di strada. Tra i più conosciuti parchi newyorkesi si annovera Central Park, il più grande sito nel distretto di Manhattan. Ubicato nella Uptown, al centro tra i due quartieri residenziali, l’Upper West Side e l’Upper East Side, che traggono nome dalla loro posizione rispetto al parco; l’East, in particolare, spesso menzionato nel noto telefilm Gossip Girl. È conosciuto come il polmone verde di New York, ma in realtà è un parco creato e non naturale, come erroneamente si è portati a credere. Fu aperto nel 1856, grazie al progetto di Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux. Al suo interno si trovano attualmente diversi laghi artificiali, estesi sentieri, due piste di pattinaggio, parchi giochi e statue come la famosissima Alice in Wonderland, che si presta a divertenti scatti fotografici e comparsa in film come Remember Me (2010). La magia incontaminata di Central Park risiede proprio in questa verde meraviglia incastonata tra palazzi e grattacieli, la cui vista da qui diviene davvero suggestiva. Nell’immenso parco ci si imbatte poi nella sezione che Yoko Ono ha dedicato al grande John Lennon: ad attrarre maggiormente l’attenzione dei passanti è la scritta “Imagine”, tratta dall’omonima e celebre canzone, incisa all’interno di un cerchio stilizzato sul suolo. Un monito altamente significativo, che sprona alla riflessione e alla necessità di fermarsi a immaginare quale sia il giusto sentiero per la felicità o la serenità, quando la routine e la frenesia del quotidiano prendono il sopravvento. Se Central Park offre la sua bellezza genuina, pur essendo creazione umana, gli altri parchi che decorano la […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

... continua la lettura