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Il triangolo delle Bermuda: un mistero irrisolto

«Che cosa c’è in questo preciso spicchio di mondo che ha potuto distruggere centinaia di navi e aeroplani senza lasciare tracce?». Così scrive nel 1964 il giornalista americano Vincent Gaddis in un articolo in cui elenca, in modo suggestivo, una serie di sparizioni di navi ed aerei nella celebre e maledetta zona conosciuta come “triangolo delle Bermuda”. Quanto mistero aleggia intorno ad una leggenda, che nel tempo alimenta le fantasie di scrittori e studiosi, desiderosi di scavare a fondo o crogiolarsi nella suggestione del mito! Ma cos’è propriamente il triangolo delle Bermuda? È una zona dell’Oceano Atlantico settentrionale, recante la forma immaginaria di un triangolo, i cui vertici sono: il vertice Nord, ossia il punto più meridionale dell’isola principale dell’arcipelago delle Bermuda, da cui trae nome; il vertice Sud, ossia il punto più orientale dell’isola di Porto Rico; il vertice Ovest, ossia il punto più meridionale della penisola della Florida. Proprio in relazione a tale vasta zona marina, pari a 1.100.000 km2, il folklore alimenta il mistero legato a numerosi episodi di sparizioni di navi ed aerei, soprannominando pertanto l’area “Triangolo maledetto” o “Triangolo del Diavolo”. Ma fino a che punto tale leggenda viene considerata mistero nella cultura di massa? Quali le prove scientifiche atte ad avallarne o confutarne i presupposti? Il triangolo delle Bermuda: tra leggenda e filmografia Il mito del triangolo delle Bermuda, legato ad inusuali sparizioni, trae linfa da articoli e libri atti a divulgare ipotesi soprannaturali che spieghino le presunte sparizioni. Le prime notizie risalgono al 1950 ad opera del giornalista Edward Van Winkle Jones, in un articolo per Associated Press. Nel 1952 il Fate, magazine statunitense sui fenomeni paranormali, pubblica un breve articolo di George X. Sand, riportando la presunta sparizione di aerei e navi, come il Volo 19 e un gruppo di cinque navi della United States Navy. È qui che il mito trae origine, insieme alle prime ipotesi soprannaturali su un fenomeno che ancora fa parlare e fantasticare. Ma la leggenda assume reale spessore soprattutto a partire dalla pubblicazione del best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle), il suggestivo libro scritto nel 1974 dallo statunitense Charles Berlitz, in cui lo scrittore infittisce sapientemente il mistero, asserendo che nella zona circoscritta avverrebbero misteriosi fenomeni accostati al paranormale e a teorie aliene. La popolarità del capolavoro di Berlitz ispira successivamente la fantasia dei registi, autori di pellicole cinematografiche che hanno per oggetto civiltà scomparse, extraterrestri e avventure misteriose. A tal riguardo si menziona Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, in cui il mito delle sparizioni avvenute nel triangolo delle Bermuda sposa la tesi del rapimento alieno. La leggenda viene altresì menzionata nell’ultima puntata della prima stagione del telefilm Fringe, in cui Nina Sharp indica la zona come una delle prime sulla Terra dove alcune caratteristiche fisiche della materia inizierebbero ad indebolirsi, consentendo il passaggio tra ipotetici universi paralleli. In Italia il mito viene menzionato nel film Selvaggi (1995) di Carlo Vanzina, in cui il protagonista Ezio Greggio e i suoi […]

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Moda anni ’70: stile e rivoluzione

La moda, così come la storia, presenta corsi e ricorsi. Gli eventi rivoluzionari segnano svolte significative in ambito socio-politico, economico, ripercuotendosi sugli stili di vita e sulla moda. E puntualmente, col trascorrere dei decenni, certe tendenze ritornano, proprio come la moda anni ’70. Ebbene ritornano i mitici pantaloni e jeans a zampa d’elefante, così come le scarpe con la zeppa, le fascette sulla fronte, i capelli lunghi con la riga in mezzo. Gli anni ’70 sono figli della rivoluzione giovanile esplosa negli anni ’60 attraverso la cultura “hippie”: un’autentica controcultura che abbraccia la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti, al fine di esplorare ed allargare lo stato di coscienza. L’ideale di pace e libertà è ben espresso nello slogan contro la guerra in Vietnman: “Fate l’amore, non la guerra”. I “figli dei fiori” con il loro “Flower Power” diffondono la rivoluzione non solo sulle idee e sulla cultura: esprimono il trionfo dell’amore e della sperimentazione attraverso una moda, che oggi torna ad imporsi con determinazione, così come attraverso la musica e l’arte in generale. Ebbene queste idee e queste tendenze si diffondono negli anni ’70 anche attraverso le icone cinematografiche come Tony Manero (John Travolta), adolescente italo-americano protagonista di una tra le pellicole cult più famose La febbre del sabato sera – Saturday Night Fever (1977), di John Badham, che porta sullo schermo dinamiche e problematiche culturali di quegli anni: dal razzismo alla droga, dall’emigrazione alla violenza sessuale. E la moda urla identità, attraverso l’uso di camicie attillate e pantaloni a zampa perfettamente abbinati, giacche di pelle e capelli un po’ più corti e meno cotonati, adatti a scatenarsi sulle piste disco, negli anni in cui imperversa la disco music. Un excursus storico Gli anni del boom economico, della conquistata agiatezza e del benessere diffuso negli anni ’50, conoscono un progressivo declino nel decennio successivo, fino ad esaurirsi del tutto all’inizio ormai degli anni ’70. Un decennio complicato, in cui l’ombra della guerra fredda (1947-1991) incombe sulla politica mondiale e sul commercio, la cui conclusione coincide simbolicamente e convenzionalmente con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) –che incarnava la suddivisione tra democrazia capitalista e totalitarismo comunista– e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Il tutto è acuito dalla guerra del Vietnam (1955-1975), che innesca un senso di opposizione e ribellione, soprattutto nel cuore dei giovani, espresso nelle nuove tendenze ideologiche e stilistiche. Per la moda, gli anni ’70 costituiscono un decennio in continuo fervore, nel corso del quale si spazia in varie e variegate direzioni: dal glamour, all’hippie, al punk, al fenomeno della disco music, fino a tornare verso la fine del decennio ad uno stile più classico e androgino, rivisitando la linea a clessidra dei decenni precedenti, proponendo larghe imbottiture per le spalle – fino ad attribuire al busto una forma a triangolo – attraverso l’uso di spalline cucite sotto vestiti e giacche, anticipazione della moda degli anni ’80. Con gli anni ’70 nasce la concezione di gusto personale e libera scelta estetica, con i giovani che […]

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Proverbi famosi. I 10 più conosciuti

Cos’è un proverbio? Un detto popolare che veicola un insegnamento tratto dall’esperienza. Ebbene i proverbi sono intrisi di vita e di cultura, e nonostante le loro origini antiche, la saggezza che incarnano risulta sempre attuale e significativa. Ma analizziamo i proverbi famosi più conosciuti. Proverbi famosi. I 10 più conosciuti «Chi non risica non rosica». Sì, chi non rischia non ottiene. Spesso nella vita ci si crogiola nell’inerzia vestita di pigrizia e viltà, aspettando cambiamenti che non avverranno mai se a brillare non sono il rischio e il coraggio. Occorre pertanto lottare e anche sbagliare per tentare almeno di imboccare il sentiero più giusto ambendo alla serenità. «Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre». Uno dei proverbi più autentici e quanto mai attuali nell’era dell’indifferenza e dell’ingratitudine. Si sa, i genitori donano ai figli tutto il proprio io, se stessi, le proprie forze ed energie, e lo fanno incondizionatamente, perché guidati da immenso e totale amore. Ma spesso i figli, nonostante il bene e l’enorme affetto provato, non riescono a ricambiare nel modo giusto e con lo stesso ardore tutto quanto ricevono in dono. Eppure, agli occhi dei genitori, sono sempre meritevoli di comprensione e perdono. «Vivi e lascia vivere». Quante volte abbiamo pronunciato, ascoltato, trascritto, dedicato e urlato questo saggio proverbio! Un vero mantra intriso del bisogno di tolleranza e serenità. Perché spesso, per andare avanti, voltare pagina o vivere semplicemente nel modo più degno e corretto, occorre lasciar scivolare sulla pelle e sul cuore il fiele che il marcio intorno inietta con arroganza e crudeltà. A volte occorre semplicemente lasciarsi andare al flusso degli eventi senza opporre resistenza, e il raggio della speranza potrà tornare ad illuminare l’anima. «L’erba del vicino è sempre più verde». L’essere umano è da sempre considerato una creatura insaziabile e talvolta arrogante. Nonostante sia artefice di meraviglie e bramoso d’amore, il suo essere risulta perennemente inappagato: raggiunge un obiettivo e immediatamente tende ad uno nuovo e magari diverso e opposto al precedente. E spesso questa tensione è guidata non solo dalla natura, bensì dall’invidia, che spinge l’uomo ad ottenere ciò che detiene qualcun altro, considerandolo migliore. In questo modo rischia costantemente di perdere di vista l’essenza e la bellezza di quanto lui stesso possiede, dalle più piccole soddisfazioni ai più grandi orgogli. Pertanto i beni degli altri non per forza devono eccellere sui nostri, deviandoci e distraendoci. «Finché c’è vita c’è speranza». Quanta verità in poche parole! Quanto spesso si cade, ci si abbatte sprofondando nel più cupo sconforto, si perde la speranza e si smette di credere in ciò che di prezioso ed autentico la vita offre. Un’esperienza sconvolgente o un qualsiasi evento scatenante riesce a turbare così profondamente il proprio io da far vacillare certezze e sogni. Ma la vita non è una divinità crudele, pronta a punire e giudicare. La vita è la meraviglia più saggia e perfetta che sia stata concessa a noi creature fragili e vulnerabili. E la speranza ne è linfa vitale. […]

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Moda anni ’50: la rinascita dello stile

La moda anni ’50 non sembra eclissarsi in epoca contemporanea, l’era in cui lo stile diviene intreccio di innovazione, ricerca e nostalgia. Nostalgia dell’eleganza, della cura data ai particolari, accolta e soddisfatta attraverso outfit che ritornano ad imporsi con tanta determinazione, segnale di una moda destinata a rimanere attuale. Ritornano pantaloni e gonne a vita alta, con pattern a pois o a tinta unita, e tra le ragazze imperversa l’uso di fascette/foulard tra i capelli, così come diversi accessori firmati anni ’50. Ebbene, gli anni ’50 sono il decennio del rock & roll, dei blue jeans, delle camicie annodate e degli accessori “matchy matchy”. La moda di quegli anni conosce un’autentica rinascita, abbandonando il clima austero a favore del look “bon ton” e della femminilità ispirata alle “pin up” (le ragazze procaci, sorridenti e ammiccanti fotografate in abiti succinti, le cui immagini iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti, durante il primo conflitto mondiale). La donna osa di più, desiderosa di apparire elegante e raffinata dopo i duri anni bellici. Excursus storico Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si apre un decennio improntato all’ottimismo, allo sviluppo economico e ad un benessere diffuso, riflettendosi in una rivoluzione in campo culturale e stilistico. Gli Stati Uniti, già vincitori della guerra, divengono autentica potenza leader dell’Occidente, presentando una tale influenza evidente non solo in materia politico-economica, ma anche nello stile di vita. Gli Usa – anche in seguito all’elaborazione del Piano Marshall, consistente in un programma di aiuti economici atti a supportare la ricostruzione dei Paesi alleati e martoriati in Europa – divengono un modello a cui ispirarsi per tendere a maggior e nuovo dinamismo e benessere. Nascono in questo frangente gli stereotipi veicolati dalla pubblicità, quali il modello della famiglia felice (quello attualmente in Italia identificato come “famiglia Mulino Bianco”!) e quello della casalinga perfetta ed impeccabile nonostante la situazione informale. Anche la musica si allinea all’attitudine del decennio “felice”: basta menzionare Tu vuo’ fa’ l’americano (1956), uno degli straordinari successi del talentuoso ed intramontabile Renato Carosone, che attraverso la tradizione della musica partenopea e internazionale veicola messaggi in perfetta sintonia con i cambiamenti e i desideri del decennio. La televisione e il cinema americano giungono con semplicità e immediatezza a dettare moda e a influenzare usi e costumi. Si pensi alle fortunate e travolgenti pellicole cinematografiche, quali Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards, American graffiti (1973) di George Lucas, o ancora Grease – Brillantina (1978) di Randal Kleiser. Seppur dopo qualche decennio, quelle forti icone continuano ad influenzare stile, moda e costumi. Tuttavia, in fatto di moda, nei primi anni ’50 è ancora l’Europa a primeggiare. Nel febbraio del ’47 nasce la silhouette “a clessidra”, costituita da ampie gonne e vitini di vespa, che rimarrà in voga per l’intero decennio e oltre. Ad inventarla lo stilista francese Christian Dior, che, in una Parigi ancora segnata dalla guerra, attraverso una sola collezione spazza via l’austerità e il tedio del conflitto. Un’autentica rivoluzione conosciuta come “New Look”. In […]

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Come fare il fluffy slime? Istruzioni per grandi e piccini

Quando si pensa alla pasta modellabile, colorata, viscida e melmosa, la parola d’ordine è “fluffy slime”! Un gioco divertentissimo, che mette d’accordo grandi e piccini in un vortice di caleidoscopica allegria. Fluffy slime. Cos’è Lo slime era un giocattolo prodotto dalla Mattel a partire dalla metà degli anni ’70. Si trattava di una sostanza gelatinosa, costituita principalmente da gomma di guar, venduta in un barattolo di plastica. La sostanza era abbastanza liquida da poter colare e abbastanza viscosa da poter aderire alle superfici ed essere poi raccolta e riutilizzata. Il gioco ebbe un tale successo da essere commercializzato in diverse varianti, tra le quali la più gettonata è sicuramente il “fluffy slime”. Molto in voga negli anni ’90, può essere acquistato già pronto o realizzarlo in casa. Si tratta appunto di una pasta malleabile, molle e viscida, che, grazie all’elasticità che la caratterizza, può assumere tutti i tipi di forme ed attaccarsi ad ogni tipo di superficie. Può essere maneggiato infinite volte, stritolato, allungato, senza mai perdere la sua elasticità. Come fare un fluffy slime. Ingredienti e preparazione Da non confondere con la “plastilina” – la cui composizione si basa su olio, argilla e cera-, molto gettonata come gioco nelle scuole dell’infanzia, la base più utilizzata per la preparazione di un fluffy slime è la colla vinilica, non tossica. Occorre poi un attivatore, sostanza in grado di conferire alla pasta modellabile l’estrema elasticità e viscosità che le sono peculiari. Tra le più usate, il bicarbonato di sodio abbinato alla soluzione per lenti a contatto. In aggiunta facoltativa, affinché il fluffy slime assuma una consistenza più morbida, è possibile utilizzare della schiuma da barba, olio profumato e amido di mais (come addensante). Più elastico e liscio con l’aggiunta di sapone liquido. Per rendere poi il fluffy slime ancor più divertente basterà aggiungere del colorante alimentare, così da conferirgli la gamma di colori che si preferisce. Non resta che procedere alla composizione! Si comincia col mescolare la colla vinilica (circa 250 ml) al colorante alimentare (q.b.), finché non si raggiunge l’intensità desiderata, aggiungendo magari un po’ di olio profumato. Man mano si aggiungerà al composto in elaborazione un po’ di bicarbonato e qualche goccia di soluzione per lenti a contatto, sempre mescolando bene e continuando ad aggiungere queste due sostanze finché non si raggiunge la consistenza desiderata. Appena il composto diviene appiccicoso, la lavorazione continuerà con le mani (attività divertentissima per i bambini!) e man mano il fluffy slime sarà pronto. Come anticipato, se si desidera attribuire al fluffy una consistenza più soffice, si aggiungerà durante la lavorazione schiuma da barba, che lo renderà anche più viscoso, e ancora amido di mais (40 gr.) per addensarlo. Varianti La sua consistenza e il divertimento che innesca la sua preparazione, soprattutto nei più piccini, presta il fluffy slime a diverse varianti. Se le mamme vogliono solo ingredienti naturali e sicuri, ecco possibile un “fluffy slime senza colla”. Occorrerà munirsi di soli amido di mais, balsamo per capelli e il famoso colorante alimentare per sbizzarrirsi […]

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Pettinature anni ’70, fra trasgressione e creatività

I formidabili anni ’70. Gli anni delle svolte, del cambiamento e della creatività. Un vento nuovo solletica le mentalità, la vita e lo stile, quest’ultimo espresso attraverso mode inedite, come le tipiche pettinature anni ’70. Pettinature anni ’70. Un’era caleidoscopica Se gli anni ’80 incarnano i cosiddetti “anni da bere”, ovvero l’epoca in cui si respira la percezione di un benessere diffuso, pionieri ne furono in realtà gli anni ’70. Gli anni della libertà e della trasgressione, grazie anche all’eredità sessantottina, forte della carica di contestazione giovanile contro ogni pregiudizio sociale, culturale e politico. Negli anni ’70 si assapora un’aria di rinnovamento e forte creatività. Un decennio che si costruisce una propria identità in ogni settore di vita. Tale creatività esplode nell’arte con l’emergere di nuovi movimenti come la “Pop art”, riconosciuta nella figura predominante dell’artista Andy Warhol. Sono questi gli anni della sperimentazione musicale, dalla musica pop alla techno fino a quella rock, raccogliendo l’eredità di artisti come Jimi Hendrix, ed accogliendo nuovo ed intramontabile talento, come quello urlato e venerato dei Queen. Ma gli anni ’70 vedono anche spopolare la disco music, grazie a successi hollywoodiani come La febbre del sabato sera (1977), che innesca prima negli Stati Uniti e poi in Europa la mania della discoteca, esprimendo nel ballo libertà, trasgressione e sperimentazione. Come dimenticare i fantastici successi dei Bee Gees, degli Abba e di Donna Summer! È in questo decennio che spopolano i primi videogiochi elettronici, così come i computer e l’invenzione dei telefoni cellulari. Anche la fede religiosa sperimenta una svolta con l’ascesa al papato di Karol Wojtyla nel 1978, primo non italiano dopo secoli e giovanissimo eletto con il nome di Giovanni Paolo II. La politica piomba in anni bui, attraverso il sequestro di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, in piena ascesa all’epoca, nello stesso momento in cui la mafia si arma di nuove e più implacabili organizzazioni, ma ancora troppo sottovalutata ed ignorata. La comunicazione dei media giunge a vette altissime ed inedite, attraverso la nuova televisione a colori (che saluta il nostalgico “Carosello”) e le radio libere, che utilizzano linguaggi sempre più schietti e popolari. Tutto ciò innesca un consumismo che comincia a sortire risultati senza precedenti, dove la pubblicità imperversa, inducendo spettatori e popolazione al desiderio di soddisfacimento di bisogni secondari e all’imitazione di icone e celebrità dello spettacolo Proprio qui si fa strada il favoloso look anni ’70, caratterizzato da stampe, fiori e disegni geometrici, prodotti su camicie e vestiti. I pantaloni rigorosamente a vita alta e a zampa d’elefante, e le ragazze impazziscono per le moderne minigonne e shorts di jeans. Le calzature femminili sono stivali o clogs, ossia scarpe con tacco tamburato, molto diffuse anche sotto le ampie gonne lunghe. Lo stile e la moda in realtà non esternano grosse differenze tra uomini e donne, perché la parità dei sessi è ampiamente sentita su tutti i fronti. E i capelli? Quale l’hair style spopolato nel decennio più creativo e caleidoscopico del XX secolo? Pettinature anni ’70. I […]

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Gigantomachia: tra mito e arte

Quello della Gigantomachia è tra i miti leggendari più antichi ed attuali che siano stati tramandati, attraverso l’arte e la scrittura. La Gigantomachia (La battaglia dei Giganti) rappresenta l’ultima fase della Cosmogonia, ovvero il processo di costruzione di un cosmo armonico, affermatosi con gli scontri tra le intelligenze divine dell’Olimpo e la forza bruta dei Giganti, sconfitta quest’ultima per lasciar spazio all’universo ordinato a cui Zeus ambiva, intendendo affermare la giustizia attraverso l’equilibrio e l’armonia. Ma chi sono i Giganti? Il termine deriva dalla parola sanscrita g’ant-u, che significa “animale”, identificando un personaggio crudele, teso a distruggere ed uccidere. Da ciò l’idea, su cui si fondano i miti, per cui i Giganti sarebbero figure tese a sovvertire l’ordine dell’universo generando caos e distruzione. Gigantomachia: mito greco Il mito della Gigantomachia è narrato nella Teogonia del poeta greco Esiodo, in cui viene descritto il lungo processo attraverso cui il mondo, da luogo di caos, giunge alla realizzazione di un armonico equilibrio. Ma tale passaggio è tutt’altro che semplice e lineare: sono occorse infatti innumerevoli battaglie tra dèi e Titani prima e tra dèi e Giganti poi. Tutto comincia con la Titanomachia, ossia l’imponente battaglia tra i Titani, figli di Urano e Gea, e gli dèi dell’Olimpo guidati da Zeus. I Titani erano anch’essi dèi, dotati di forza prodigiosa e statura considerevole. Non tutti si rassegnano al dominio di Zeus, per cui molti si ribellano, generando una guerra. Il re degli dèi riesce a sconfiggere i Titani, punendoli duramente. Intanto l’ultimo di questi, Crono, evira il padre Urano che, appoggiato completamente su Gea, si unisce a lei continuamente, impedendo ai figli di vedere la luce. Urano dunque, straziato dal dolore e staccatosi da Gea, riversa il suo sangue nel mare, plasmando isole popolate da creature che incarnano l’odio, tra cui i Giganti. Tali erano simili ai Titani per forza e dimensioni, ma ibridi tra umano e divino, pertanto legati alla profezia per cui nessun immortale sarebbe stato in grado di sconfiggerli. La forza distruttiva dei Giganti era paragonabile a quella degli Ecatonchiri, i “centobraccia”. Questi però, a differenza dei primi, impiegavano la propria furia bellica al servizio dell’ordine divino, dunque alleati di Zeus, riconoscendone l’autorità. Dal canto loro, i Giganti intendevano dominare il mondo, potendo contare su una forza prodigiosa, in grado di piegare l’armonia voluta da Zeus. Tali esseri dall’altezza smisurata ed antropomorfi, in quanto dotati di code di serpente dalla cintola in giù, intendevano peraltro vendicare i fratelli Titani sconfitti. Viene preannunciata così la colossale Gigantomachia, la battaglia finale tra dèi e Giganti, che conosce un autentico protagonista nella figura di Eracle (o Ercole), il vero eroe che, essendo come i Giganti metà umano e metà divino, era il solo in grado di poterli definitivamente piegare. Nato dall’unione di Zeus e la mortale Alcmena, Eracle si scaglia con violenza sui Giganti, riuscendo a piegarli lì dove le divinità, seppur superiori per intelligenza, fallivano. La Gigantomachia avviene in Tracia, dove i Giganti, capitanati da Alcioneo, si scagliano ciascuno contro ogni divinità […]

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Cinema e Serie tv

Io, Leonardo. Il biopic introspettivo del genio del Rinascimento

A cinquecento anni dalla scomparsa del genio toscano del Rinascimento, Leonardo da Vinci (morto ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519), il 2 ottobre 2019 viene distribuito nelle sale cinematografiche Io, Leonardo. Prodotto da Sky con Progetto Immagine, il biopic fortemente introspettivo combina le moderne tecniche cinematografiche con una rigorosa ricerca documentale: lo sviluppo narrativo-cinematografico lascia un po’ il posto ad una narrazione meno movimentata, dando vita ad una sorta di documentario della vita emotiva, filosofica ed artistica di una personalità che, con le sue scoperte e i suoi studi, ha lasciato una profonda eredità nell’immaginario collettivo. Il film deve la sua mirabile riuscita al regista Jesus Garces Lambert, che aveva già diretto Caravaggio – L’anima e il sangue (2018). Lambert sceglie per il suo capolavoro Luca Argentero, l’affascinante ed ipnotico ex concorrente del Grande Fratello edizione 2003, che, da allora, passando attraverso ottime prove cinematografiche come quella in Saturno contro di Ferzan Özpetek (2007), giunge in questa pellicola a spogliarsi degli stereotipi per vestire il talento di un genio immortale, una delle menti più brillanti e fuori dagli schemi che l’umanità abbia conosciuto, Leonardo da Vinci. I dialoghi del protagonista sono tratti dal Trattato della pittura, vivificati dalla voce narrante di Francesco Pannofino, che si rivolge talvolta a Leonardo, quasi ad intrattenere un dialogo con se stesso, una sorta di “lettera a Leonardo”. Io, Leonardo. Trama «… e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa». Le parole di Leonardo racchiudono in sé l’emblema del suo pensiero e del suo genio: un’insaziabile curiosità e sete di conoscenza, mosse dalla passione per lo studio dell’uomo e della natura. Tutto questo viene indagato in Io, Leonardo, dove Lambert, partendo dai suoi scritti, disegni ed appunti – mostrati al pubblico attraverso ricostruzioni digitali -, minuziosamente raccontati nel loro sviluppo, racconta Leonardo da Vinci quale studioso, matematico, scienziato, artista in tutta la complessità che lo denota. Un uomo fuori dal suo tempo (pur dall’aspetto in tono con l’estetica dell’epoca), in tumulto per l’eterno conflitto tra la sua mente in perenne ricerca e le richieste dei committenti, spesso rimaste insoddisfatte. Per Leonardo l’occhio è finestra dell’anima: tutto è possibile conoscere e sperimentare se appassionata è l’osservazione di ogni minuscolo dettaglio. In virtù di tali considerazioni, Leonardo mai si ferma all’apparenza e alla semplicità superficiale. Indaga, sviscera, studia, osserva […]

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Culturalmente

Il Brucaliffo: saggio ed istrionico personaggio di Lewis Carroll

Nato dalla penna di Lewis Carroll, scrittore britannico del XIX°, il Brucaliffo (o semplicemente Bruco) è un personaggio apparso per la prima volta nel 1862 in Alice’s Adventures Underground e nel 1865 in Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il Bruco, il cui nome originale è The Caterpillar, viene sempre apostrofato nel romanzo come “Bruco Blu”. Tale è dunque la traduzione in italiano, anche se il nome che gli rende fama e particolarità è proprio “Brucaliffo”, così come promosso dagli adattatori Disney italiani nella versione cartone animato apparsa nel 1951. Un nome singolare per un personaggio altrettanto particolare ed istrionico. Se ci si sofferma sulla morfologia del termine è possibile notarne la composizione: Bruco e Califfo, quest’ultimo derivante dall’arabo khalīfah, recante il duplice significato di “successore” e “vicario, luogotenente”. Si tratta della massima carica religiosa islamica, come il Papa per il Cristianesimo. Pertanto la scelta non è probabilmente casuale, dal momento che una delle principali caratteristiche del Brucaliffo è la saggezza, e l’esotismo del termine ne completa forse l’identità morfologico-semantica. Il Brucaliffo: chi è «A large blue caterpillar, that was sitting on the top of a mushroom, with the arms folded, quietly smoking a long hookah» (Un grande bruco blu, seduto in cima ad un fungo, a braccia conserte, intento a fumare in silenzio un lungo narghilè). Così il Brucaliffo viene descritto da Carroll nel suo romanzo. Un Bruco blu, alto circa otto centimetri, che fuma un narghilè, seduto su un fungo. Di poche parole, schivo e suscettibile, ritenuto particolarmente fastidioso da Alice nel suo modo di esprimersi a “monosillabi”. L’intero romanzo si basa sul rapporto tra adulto e bambino. Ogni personaggio dunque incarna l’allegoria di una tipica caratteristica dell’adulto. Si pensi al Coniglio Bianco, rappresentante appunto l’adulto ossessionato dal tempo che trascorre inesorabile e dal ritardo. Che dire della Regina di Cuori, che impersonifica la rabbia insensata. Lo stesso Brucaliffo non è esente dal rappresentare una determinata allegoria dell’indole umana propria degli adulti: la saggezza, in quanto ha già imparato tutto dalla vita e pertanto anche insofferente alle domande di Alice/bambina, che invece ha ancora tanto da scoprire ed apprendere. Il Brucaliffo/adulto tuttavia non è l’individuo arrogante e indifferente che può sembrare: piuttosto che rispondere alle numerose domande di Alice, preferisce consegnarle gli strumenti per affrontare il mondo con le proprie forze, ma senza dirle come usarli, stando poi a lei trovare il modo giusto per crescere. Nella fattispecie del Paese delle Meraviglie, quello strumento è un “fungo magico”, che può consentire ad Alice di crescere o rimpicciolirsi in base alle situazioni da fronteggiare. Il modo in cui il Brucaliffo è descritto e dipinto lo rimanda alla sfera negativa delle droghe (fungo magico) e del fumo (narghilè). Ma è questa piuttosto una lettura scontata e semplicistica, che non tiene in dovuto conto la chiave interpretativa autentica e profonda: il Brucaliffo non è affatto un vecchio bruco fumatore di shisha e dispensatore di sostanze stupefacenti. Il Brucaliffo è piuttosto una specie di mentore, di guru, per la nostra […]

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Culturalmente

Feticismo, tutto ciò che c’è da sapere

Quanto spesso si sente parlare di feticismo e quanti uomini in particolare si definiscono feticisti! È in realtà un concetto complesso, che affonda le radici nella psicologia di età infantile, così come nella letteratura e nelle tradizioni multietniche. Andiamo ad analizzarne le caratteristiche. Feticismo: cos’è Il feticismo è una delle forme più comuni e conosciute di perversione sessuale, consistente nello spostamento del desiderio sessuale dalla persona fisica a un suo sostituto; tale può essere identificato con una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento, un’azione o qualsiasi altro oggetto inanimato. Sostanzialmente il feticista prova un’attrazione sessuale anomala, in quanto esula dai canoni della sessualità tradizionale, che presuppone i genitali come oggetti libidici fondamentali. Come tale, il feticismo rientra nell’ambito delle “parafilie”, quei disturbi caratterizzati da ricorrenti fantasie, impulsi e comportamenti sessuali, che creano disagio e/o implicano sofferenza o umiliazione. Altri esempi di parafilia sono infatti il sadismo e masochismo sessuale, la pedofilia e il voyeurismo (consistente nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale osservando persone nude, che si spogliano o compiono atti sessuali). Particolare l’etimologia del termine, derivante dal portoghese fetiço (artificiale, sortilegio). In pratica, i mercanti di schiavi usavano questo termine per riferirsi agli indigeni africani che adoravano “feticci”, ossia oggetti di culto venerati dalle popolazioni locali. Studi e ricerche condotti dallo psichiatra Robert Stoller dimostrano come il feticismo sia largamente prevalente negli uomini rispetto alle donne, in quanto molto più propensi ad associare una certa carica erotica a una determinata zona fisica femminile o a indumenti particolari, come l’intimo fatto di pizzo, cuoio e bustini. Feticismo: manifestazioni e categorie Lo psicologo e ipnotista francese Alfred Binet suggerì due forme in cui il feticismo può manifestarsi: come “amore spirituale” o “amore plastico”. La prima categoria concerne la devozione per specifici fenomeni mentali e comportamentali, tra cui il gioco dei ruoli. La seconda categoria concerne invece la devozione verso oggetti materiali, come appunto parti del corpo o oggetti inanimati. Tra i due concetti, quello dell’amore plastico è il più tipico: per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto d’attrazione genera libido ed eccitazione almeno quanto il coito ordinario. In relazione al modo in cui il feticismo si manifesta è possibile designare tre categorie di feticisti. I feticisti oggettivi, per i quali il feticcio inanimato (ad esempio un perizoma o calze) simboleggia una persona inaccessibile. I feticisti somatici, per i quali è una parte del corpo (ad esempio i piedi o le natiche) a simboleggiare una persona desiderata e irraggiungibile. Infine, i feticisti astratti, per i quali l’attrazione sessuale è innescata da una caratteristica fisica, implicante inferiorità o debolezza, atta a soddisfare le loro fantasie narcisiste di superiorità. Tutte le tipologie di feticisti possono inoltre agire secondo tre diverse modalità: quella attiva, in cui il feticcio viene attivamente usato dal feticista; quella passiva, in cui è un’altra persona ad usare il feticcio sul feticista; infine la modalità contemplativa, attraverso cui il feticista si limita a trarre piacere dalla pura contemplazione del feticcio. Un ruolo importante nelle dinamiche feticistiche gioca il canale […]

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Viaggi e Miraggi

Praiano, dolce incanto della Costiera Amalfitana

Praiano: un comune che conta soli 2011 abitanti, ma che trasuda incanto e bellezza da ogni sassolino, da ogni eco di costa, da ogni sentiero, da ognuna delle numerose scale che decorano una location tanto preziosa quanto suggestiva. Le graziose insenature e i panorami a strapiombo sul mare donano vanto a Praiano, il cui nome deriva dal termine praia, ossia “spiaggia”, dal greco plagion. «Di fronte a me il pelago riposante lambito dall’aureo raggio di luce poi tutt’intorno i bruni colli costieri e infine nel mezzo, seduto, vagheggio tra ramagli e cespugli l’idea del gaio placido vivere». (Lì su per Praiano di Domenico Stefano Galani) Metafore delicate, che profumano di magia, queste che descrivono il romantico gioiello incastonato tra le meraviglie della Costiera Amalfitana. Praiano, amena terra di magia Giunti nell’incantevole Marina di Praia è impossibile non subire il fascino delle due coste che si stagliano ai lati della dolce insenatura, quasi a cullarla, sulle note dettate dallo scroscio delle onde sul bagnasciuga e dalla lieve brezza che sussurra serena potenza. L’azzurro di quel mare che lambisce le rocce dona riflessi colmi di colore ed euforia, tali da assopire qualsiasi tedio che l’anima sperimenta in alcuni insani momenti dell’esistenza. Da lì le caratteristiche barche, così come piccoli battelli, trasportano turisti e visitatori in giro per lidi e spiagge, colmi di occhi, di corpi, di sogni e voglia di buono. Se di giorno si attende quell’aureo raggio di sole, che con la sua luce fa capolino dai sinuosi e maestosi colli frastagliati, l’incanto di Praiano si accende di pura magia nella notte marina di un paesaggio che si nutre di romanticismo. Su, dal centro del borgo, attraverso le particolari gradinate (che ricordano tra l’altro lo sfondo positanese), si giunge dinanzi ad un sentiero, dipinto del bruno della notte e del chiarore che le piccole luci incastonate sull’asfalto roccioso, insieme alla pallida Luna, riflettono sugli sguardi speranzosi e innamorati. Un’atmosfera a dir poco suggestiva e impregnata di dolcezza e desiderio. Un autentico “sentiero dell’amore”, da percorrere mano nella mano con la persona amata oppure da soli, con gli occhi rivolti alle stelle e la mente a un cuore lontano. Notte e luce, rocce e mare si prestano ad una scenografia inimitabile, sulla quale i corpi in movimento danzano coreografie di stupore e gratitudine. Praiano, arte e cucina Terra di bellezza genuina, esperta nel soddisfare gusti ed esigenze artistiche e culinarie. Piazze, locali e pavimenti decorati con le più particolari e pregiate ceramiche, figlie della Costiera Amalfitana, prodotte tra Vietri e Positano. I colori e le forme catturano l’occhio e imbrigliano il cuore, che non riesce a sfuggire a cotanta bellezza. Le terrazze panoramiche, i pavimenti della Chiesa di San Gennaro, così come la piazza antistante e la circolare panchina in muratura, e ancora tazzine, oggetti, piccole opere d’arte che si incontrano lungo i sentieri, si vestono di quest’arte caleidoscopica, al cospetto della quale è impossibile non sensibilizzarsi. E quando lo splendore naturalistico e scultoreo incontra la bontà culinaria, Praiano si trasforma in […]

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Viaggi e Miraggi

Viaggio a New York: le emozioni che ispira la caleidoscopica Grande Mela

Siete alla ricerca di esperienze inedite? Avete sete di emozioni mozzafiato? Desiderate percorrere e visitare una città e sentirvi come i protagonisti del vostro film o telefilm preferito? Amate la cultura, i colori, la bellezza e l’energia? Beh, sicuramente un viaggio a New York diventa una garanzia! The Big Apple! Conosciuta nel mondo infatti anche come la “Grande Mela”, che racchiude al suo interno un agglomerato metropolitano multietnico e di vasta portata, New York, situata nello Stato omonimo, sorge su un’area di circa 785 Km² alla foce del fiume Hudson, sull’Oceano Atlantico, mentre l’area metropolitana comprende anche località site nei due adiacenti Stati del New Jersey e del Connecticut. È senza dubbio la città più popolosa degli Stati Uniti, vantando 8,5 milioni di abitanti. Amministrativamente è divisa in cinque distretti: Manhattan (solo qui si contano di giorno più di 4.000.000 di persone, che si riversano nel cuore pulsante più famoso ed economicamente e culturalmente avanzato), The Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island. Viaggio a New York: non solo cemento e grattacieli! Se si pensa a New York come alla metropoli pullulante di grattacieli, cartelloni pubblicitari e smog rilasciato dai numerosi taxi gialli ed altri veicoli, si rischia di averne una visione ridotta. La Grande Mela abbonda di natura e parchi, che offrono a residenti e visitatori la tranquillità di lunghe e sane passeggiate e la serenità di una full immersion tra prati, laghi ed arte assaporata grazie al talento di jazzisti e vari artisti di strada. Tra i più conosciuti parchi newyorkesi si annovera Central Park, il più grande sito nel distretto di Manhattan. Ubicato nella Uptown, al centro tra i due quartieri residenziali, l’Upper West Side e l’Upper East Side, che traggono nome dalla loro posizione rispetto al parco; l’East, in particolare, spesso menzionato nel noto telefilm Gossip Girl. È conosciuto come il polmone verde di New York, ma in realtà è un parco creato e non naturale, come erroneamente si è portati a credere. Fu aperto nel 1856, grazie al progetto di Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux. Al suo interno si trovano attualmente diversi laghi artificiali, estesi sentieri, due piste di pattinaggio, parchi giochi e statue come la famosissima Alice in Wonderland, che si presta a divertenti scatti fotografici e comparsa in film come Remember Me (2010). La magia incontaminata di Central Park risiede proprio in questa verde meraviglia incastonata tra palazzi e grattacieli, la cui vista da qui diviene davvero suggestiva. Nell’immenso parco ci si imbatte poi nella sezione che Yoko Ono ha dedicato al grande John Lennon: ad attrarre maggiormente l’attenzione dei passanti è la scritta “Imagine”, tratta dall’omonima e celebre canzone, incisa all’interno di un cerchio stilizzato sul suolo. Un monito altamente significativo, che sprona alla riflessione e alla necessità di fermarsi a immaginare quale sia il giusto sentiero per la felicità o la serenità, quando la routine e la frenesia del quotidiano prendono il sopravvento. Se Central Park offre la sua bellezza genuina, pur essendo creazione umana, gli altri parchi che decorano la […]

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Cucina e Salute

Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

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Culturalmente

Pietrasanta. Capoluogo artistico della Versilia

Pietrasanta. Gioiello incastonato nel meraviglioso paesaggio toscano della Versilia. Terra di marmo, di artisti e di naturale bellezza. Terra di fascino ed arte che si respira in ogni angolo della città. Terra di contrasti e complementarietà di storia, cultura e tradizione. «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi di castagni e gli olivi fra il verde!» (Giosuè Carducci) Culla di artisti, primo tra tutti il poeta e scrittore Giosuè Carducci (1835-1907), del quale è terra natia. Ma tra i più famosi figli di Pietrasanta vanno annoverati Stagio Stagi (1479-1561), scultore e ornamentista, e lo scultore e storico Vincenzo Santini (1807-1876), primo direttore della scuola d’arte locale e autore di Commenti storici sulla Versilia centrale. Da sempre considerata come la piccola Atene, Pietrasanta possiede anche una rete di cunicoli sotterranei, oltre a opere difensive strategiche, come le mura di cinta, ben visibili dalla piazza – affascinanti quando illuminate di sera – e raggiungibili grazie a un sentiero che termina alla Rocca di Sala, dalla quale è possibile ammirare la piana versiliese da Viareggio a Forte dei Marmi e, nelle giornate più limpide, visibili anche alcune isole dell’Arcipelago Toscano. Da non dimenticare il Teatro La Versiliana con il Caffè di Romano Battaglia e tutte le mostre, botteghe e musei presenti sul territorio. Pietrasanta: alcuni cenni storici Le origini della città risalgono al 1255, quando un nobile milanese, Guiscardo da Pietrasanta, signore della provincia di Lucca, le diede il nome e lo stemma nobiliare, dando ai suoi cittadini i medesimi diritti e privilegi dei cittadini di Lucca. Segue il dominio di Castruccio Castracani, duca di Lucca, dopo il quale la città viene data in pegno ai genovesi. Conquistata dai francesi e restituita poi al Comune di Lucca, Pietrasanta conobbe un rapido sviluppo economico, diventando una delle principali mete artistiche e culturali a livello mondiale. Architettura e Scultura Ovunque a Pietrasanta si respira e ammira arte. Bellezze architettoniche e scultoree adornano la perla versiliese, dagli edifici religiosi a sculture d’arte moderna, che vivacizzano e colorano il borgo, rendendolo calamita culturale per turisti e visitatori. La splendida Piazza Duomo è senza dubbio il valore indiscusso della città. Qui si ergono la Cattedrale di San Martino, con il suo particolarissimo campanile in mattoni rossi, la Chiesa di Sant’Agostino e la Torre delle Ore. Tra gli altri importanti edifici del centro storico si annovera la Chiesa di Sant’Antonio Abate, che ospita due grandi affreschi dell’artista Fernando Botero. Ma ciò che rende davvero irresistibile Pietrasanta agli occhi degli osservatori catturandone il cuore è il pullulare di sculture marmoree e bronzee, che impreziosiscono la città e veicolano l’economia grazie alla loro lavorazione. Diventata punto di riferimento e luogo d’incontro sempre più importante per gli scultori provenienti da tutto il mondo, per apprendere l’arte della lavorazione artistica del marmo e del bronzo. Il fervore artistico investe anche l’animo più ritroso, perché […]

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Culturalmente

Cenosillicafobia e Nictofobia, reali patologie o suggestioni?

Cenosillicafobia e Nictofobia: reali patologie? Ebbene al mondo esistono svariate tipologie di fobie: si pensi alla più comune claustrofobia, ossia la paura degli spazi chiusi, o all’aracnofobia, la paura dei ragni. Esiste addirittura la filofobia, che si identifica con la paura di innamorarsi e/o instaurare una relazione importante e duratura, ciò per il timore dell’ignoto e di perdere il controllo di se stessi, esasperando così il bisogno di indipendenza. C’è ancora chi soffre di agorafobia, la paura degli spazi aperti, chi ha paura dei clown e chi rabbrividisce alla sola vista degli insetti. Ma cos’è propriamente una fobia? Cosa sono, infine, cenosillicafobia e nictofobia? Cenosillicafobia e Nictofobia: cos’è la fobia Il termine fobia (dal greco “phóbos”, panico, paura) indica la paura irrazionale ed eccessiva manifestantesi in determinate situazioni o in presenza di persone/oggetti senza che sussista un reale pericolo. La fobia, per le sue caratteristiche, costituisce una vera e propria limitazione del quotidiano, dal momento che comporta l’evitamento della situazione temuta o l’eccessiva reazione (ansia, attacchi di panico…) di paura nell’impossibilità dell’evitamento. Al di là delle più note fobie, ne esistono di inimmaginabili, poco conosciute eppure molto diffuse. Tra queste si annovera senza dubbio la cenosillicafobia. Cenosillicafobia: cos’è e come combatterla La cenosillicafobia è certamente una tra le fobie più strane ed insolite esistenti e si identifica con la paura di restare col bicchiere di birra vuoto. Sì, proprio così! La birra, una delle bevande più antiche, ha origine durante il V millennio in Mesopotamia, dove paradossalmente oggi c’è l’Iran che proibisce l’importazione, il consumo e il commercio di bevande alcoliche. In Occidente tuttavia la birra è la bevanda più bevuta ed amata e c’è appunto chi soffre di attacchi di panico rendendosi conto che il proprio boccale di birra si esaurisce fino a svuotarsi. La fobia insorge prendendo atto dello svuotamento di oltre la metà del bicchiere. A tal proposito diviene insostenibile per un cenosillicafobico la vista di un bicchiere di birra rimasto vuoto. Non bisogna confondere tali fobici con ubriaconi ed alcolisti, in quanto si tratta di una vera e propria fobia, e chi ne soffre va incontro ad autentici attacchi di panico, ma anche a comportamenti aggressivi. Secondo studi di ricercatori del Missouri, soffrirebbe tale fobia il 5% della popolazione negli USA, e tale insorge molto presto, già in età adolescenziale. Tuttavia un vero rimedio per combattere la cenosillicafobia non esiste. È possibile affrontare qualche seduta di psicoterapia se non si vuole che la situazione degeneri irrimediabilmente, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare alla salute e alla vita stessa. Esiste un’altra fobia, più comune della cenosillicafobia, diffusa particolarmente, ma non solo, in età infantile: la nictofobia. Nictofobia: cos’è e come esorcizzarla La nictofobia (o acluofobia) è la paura del buio, accompagnata da sensazioni di angoscia e disagio, percepite ritrovandosi in ambienti oscuri. È questo un disturbo fobico abbastanza diffuso tra i bambini, meno negli adulti. Di solito la nictofobia non risiede nella paura dell’oscurità fine a se stessa, bensì nel timore relativo a pericoli (reali […]

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Viaggi e Miraggi

Dove viaggio: un tour londinese

Dove viaggio, consigli per un tour nella capitale britannica Con l’estate ormai alle porte ed il torrido caldo della stagione incalza più forte il desiderio di partire, prendere una pausa dal lavoro e dalla monotona routine, in viaggio alla scoperta di luoghi ed emozioni nuove. Il clima afoso del periodo rende appetibili mete fresche e dinamiche. A tal proposito c’è chi predilige mare e relax, spostandosi in Spagna, Grecia o Africa. C’è poi chi, mosso dalla passione del viaggio come scoperta, visita ed avventura, sceglie ed organizza il proprio tour in qualche capitale europea, da Amsterdam a Parigi, da Barcellona a Londra. Dove viaggio? La decisione è alquanto ostica, in quanto ciascuna città incanta e rapisce per peculiarità uniche. Si pensi a Barcellona, la città catalana firmata Gaudí, terra di arte e bellezza senza tempo, ricca di colori ed architetture ispirate alla natura, come i famosi Park Güell e Casa Batlló. Cosa dire di Parigi, città calda per le emozioni che ispira e il romanticismo che si respira in ogni angolo, al cospetto della maestosa Cattedrale di Notre Dame o nel pullulare di artisti di strada che popolano Montmartre. Ancora Amsterdam, con i suoi particolarissimi edifici che presentano ai turisti l’idea di una “vita in vetrina”, in quanto tende ed infissi vengono lasciati aperti, quasi invitando l’osservatore a guardarvi. In questa sede verrà redatto una sorta di diario di viaggio di una tra le mete europee più ambite e visitate, Londra. Tour londinese Aria di dinamismo nella città cosmopolita per eccellenza. Meta oggetto non solo di turismo, ma anche di flussi migratori, soprattutto di giovani lavoratori e studenti in cerca di realizzazioni lavorative e di carriera. Ma soffermiamoci sulle bellezze artistiche, ricreative e culturali che la città offre. Il rosso è il colore che più di tutti cattura lo sguardo dei visitatori. Il colore dei grossi autobus londinesi, delle vecchie cassette per la posta e delle intramontabili cabine telefoniche, che rubano scatti fotografici in ogni angolo della città. I particolari moniti disegnati sull’asfalto “Look Left” e “Look Right”, atti ad orientare i turisti non abituati alla guida con volante a destra. Il colore verde invece è quello tipico della serenità e della tranquillità che infondono gli immensi e famosi Hyde Park e Kensington Gardens, luogo quest’ultimo dov’è situata la statua che impersonifica Peter Pan, the boy who would not grow up! (Il ragazzo che vorrebbe non crescere mai). In questi parchi è possibile ammirare la fioritura delle ninfee e gli eleganti cigni che sinuosi si spostano nei laghi. Irrinunciabile la spettacolare vista di Londra dall’alto dell’imponente Sky Garden, noto anche come Walkie – Talkie, presso il quale, tra cena e aperitivo, magari davanti a un buon calice di Ridgeview, è possibile godere del paesaggio mozzafiato londinese attraverso le ampie vetrate. Sensazioni del tutto simili possono essere provate prenotando un giro sulla London Eye, la spettacolare ruota panoramica, targata Coca Cola, che offre spunti artistici per scatti da immortalare e lo splendore di siti, quali la Westminster Abbey e il Big […]

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Culturalmente

Santuario di Pompei, storia e curiosità

Nel cuore di una delle città più amate e visitate sul suolo campano e partenopeo sorge il maestoso Santuario di Pompei, realizzato in onore della Beata Vergine del Rosario Maria. Fondato sul finire dell’Ottocento, si erge accanto agli Scavi archeologici dell’antica città romana – sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. -, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1997. La sua storia è legata a quella dell’avvocato Bartolo Longo, suo fondatore, fatto Beato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Dalla sua costruzione ad oggi, il Santuario è sopravvissuto a prove impegnative, come l’eruzione del Vesuvio del 1944 e l’arrivo delle truppe naziste, che giunsero a minacciarne la distruzione. Eppure è lì, splendente Tempio dello Spirito, luogo di preghiera e redenzione, di offerte, pace e ammirazione, calamita ogni anno per milioni di pellegrini e turisti, affascinati dalla sua bellezza architettonica e pittorica e devoti allo splendido quadro della Beata Vergine del Rosario. Cenni storici Bartolo Longo giunse a Pompei per amministrare le proprietà della Contessa De Fusco, che sposò nel 1885. Da allora i coniugi Longo si impegnarono nella divulgazione della fede ed istituirono nella chiesa del SS. Salvatore la Confraternita del Santo Rosario per la raccolta di fondi atti a costruire il Santuario dedicato alla Vergine. La sua costruzione iniziò l’8 maggio del 1876 e consacrato il 7 maggio del 1891. Il primo a seguirne i lavori, a titolo gratuito, fu l’architetto Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli. A lui subentrò nel 1901 Giovanni Rispoli, che diresse i lavori della facciata monumentale, culminante nella statua della Vergine del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte. Il Santuario fu elevato a Basilica Pontificia Maggiore da Papa Leone XIII il 4 maggio del 1901. Lo stesso si presenta a croce latina ed inizialmente con un’unica navata centrale, con abside, cupola e quattro cappelle laterali. Ai due lati vi erano altre due cappelle con ingressi distinti, ma intercomunicanti con la navata centrale: a sinistra la Cappella di Santa Caterina da Siena, dove inizialmente fu esposto il quadro della Madonna durante i lavori di costruzione, e a destra la Cappella del Santissimo Salvatore, che prese il posto dell’omonima parrocchia poi ricostruita a poca distanza dal sito originale. Con il passar del tempo e il sensibile aumento di fedeli e pellegrini si rese necessario l’ampliamento del Santuario, che fu eseguito dal 1934 al 1938. Si giunse così alla realizzazione delle attuali tre navate. Ogni anno milioni di fedeli, pellegrini e turisti si recano in visita a Pompei gremendo il Santuario, che risulta tra i più visitati d’Italia. In particolare poi l’8 maggio e la prima domenica di ottobre decine di migliaia di fedeli affollano la città in occasione della pratica devozionale della Supplica alla Madonna, scritta dal Beato Bartolo Longo, trasmessa in tutto il mondo via radio e televisione e recitata alle ore 12.00. Santuario di Pompei. Cenni architettonici La facciata esterna del Santuario di Pompei si sviluppa in due ordini sovrapposti: quello inferiore in stile ionico e quello superiore in stile corinzio. L’ordine inferiore presenta un corpo […]

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