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Eroica Fenice

Voli Pindarici

Passo a perderti…La promessa ad amare completamente

«Passo a perderti. Non tarderò. Aspettami». Tre parole. Una frase semplice. Eppure atipica, inaspettata, mai udita. Una frase che raggela per un istante il cuore, le mani affaccendate, i pensieri confusi. “Passo a perderti” potrebbe suonare come un che di negativo, ascoltandola la prima volta e magari in un momento di distrazione. Ma è così densa di luce, di musica, di coraggio. È colma di bellezza, d’imperfezione, di quell’imperfezione che rende una monotona e triste giornata così perfetta, così nuova. È un’autentica dichiarazione d’amore. Ma non si tratta dell’amore protagonista delle favole o di qualche famoso film romantico. Non quello delle principesse, che attendono il principe azzurro per essere salvate. È l’amore che si sporca, che necessita di rotolare nel fango per riuscire a mirare alle stelle con sicurezza e determinazione. “Passo a perderti” si sostituisce al tradizionale “Passo a prenderti”, la promessa cioè che un ragazzo/uomo rende alla sua donna per trascorrere un’imminente magica serata insieme, colma di aspettative, tra una rosa donata e una romantica cenetta a lume di candela, con una calda musica jazz in sottofondo. Ma se ci si sofferma qualche istante sul verbo “prendere”, lo si potrà analizzare con la giusta obiettività. Il prendere qualcosa o qualcuno determina possesso e talvolta possessione. Certo, appare gratificante sentirsi il centro dell’universo per qualcuno, per quel qualcuno che si ama e che, con determinate attenzioni, dimostra di ricambiare questo sentimento così puro e così complesso. Eppure amare è ben lontano dal “prendere” e più vicino ad “afferrare”, “stringere”, “sfiorare”, in virtù di quella fiamma, quel fuoco che la passione sa bene alimentare. Perché il “prendere” qualcuno suggerisce l’idea egoista del “sei mio/a”, “sei roba mia”, “il tuo corpo e il tuo cuore sono miei e di nessun altro”. Beh sì, l’amore spesso si maschera anche di morbosa simbiosi, del desiderio assoluto di stare insieme ogni istante – quasi manca il respiro all’idea che oggi forse non lo/la vedremo! Ma questa sorta di amore prepara il terreno anche ad un altro sentimento, che spesso insidioso lo accompagna, vale a dire la gelosia. Sì, perché il possesso fa scattare l’irrazionale timore di perdere ciò che si ha tra le mani, nella propria casa, nella propria vita. E così la gelosia innesca il sospetto, poi il turbamento, l’ansia e la smania di oppressione. Ma cos’ha in comune l’amore con tutto ciò? Niente! L’amore richiede rispetto, comprensione, perdono, gentilezza e mai scortesia, arroganza o prepotenza. L’amore presuppone la libertà. Ne è il dogma fondamentale, il primo seme. E spesso si accompagna al sacrificio, all’annullamento del sé egoista, che non significa la sua morte, bensì la sua elevazione a qualcosa di più profondo e genuino, in grado di nutrirlo e dissetarlo, come nessun vizio riuscirebbe concretamente e divinamente. E non è certo un amore per così dire “puritano”: c’è in esso voglia, libido, istinto, desiderio ardente, fuoco, passione carnale e spirituale; ci sono gli abbracci, che sembrano stritolare anche l’anima, nutrendola di vita e bellezza; e poi ci sono quei baci, fusione di […]

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Voli Pindarici

Profumo di libertà, di rinnovata vitalità, di gioia e libido

Profumo di libertà… Ore 9.00. La sveglia stamattina non impone i suoi toni superbi e squillanti, perché oggi non si lavora. Resta ancora un po’ lì, sotto il caldo piumone, a guardare fuori, assorta tra pensieri e speranze. Il cielo limpido e il sole, che splendente filtra i suoi raggi nella stanza, sembrano annunciare una splendida giornata. Eppure il corpo avverte su di sé l’inerzia dell’abitudine e le labbra stentano ad inarcarsi, rinunciando a donare al volto il magnifico sorriso proveniente dal cuore. Le aspettative, i sogni, i progetti sono un po’ più irretiti, in bilico tra il desiderio di volare e la consapevolezza di precipitare nell’inferno della realtà. Quegli occhi un po’ tristi, eppure così estroversi, scrutano cemento e natura fuori dal balcone: c’è il palazzo di fronte, con quelle vite che compiono gesti e faccende come operai in una catena di montaggio, così fredde, così uguali, anonime e rassegnate; più a sinistra, quegli stessi occhi scorgono uno scorcio più poetico, meno abbrutito dalla routine, è un piccolo tratto della costiera sorrentina, è lì in lontananza, offrendo chiaramente il dipinto di un mare increspato dal vento gelido di questi giorni lenti e monotoni. Ed ecco che quegli occhi tristi ricevono una scarica di gioia incomprensibile, inaspettata per quell’umore spento e un po’ atrofizzato, come i muscoli di un corpo fuori allenamento, dopo anni di movimento, danza e adrenalina. Quello stesso cuore, un po’ intorpidito dal fiele di quel virus bisbetico e crudele, si nutre per un istante di nuova linfa, di nuova vita, sedotto da una bellezza ben impressa e tatuata nella mente e nell’anima. Quel paesaggio, quel cielo, quel mare riaccendono per un po’ il bagliore in quegli occhi spenti e assetati di libertà, di quella libertà sempre più limitata in un momento storico buio e incline a privazioni, un periodo in cui persino l’arcobaleno fatica a brillare dei suoi colori, dopo innumerevoli temporali, e il grigio diviene la tonalità dominante, accanto al nero ebano della paura e a un rosso freddo, non quello della passione, ma della stanchezza. Intanto, profumo di libertà… Lei resta ancora a letto, continuando a guardare fuori dal balcone. Scruta ancora quel panorama, che sembra alleviare un po’ quel tedio trascinato come una zavorra da giorni, da mesi. Ma nel farlo si palesano alla mente le magiche luci di Trastevere al tramonto, osservata da Ponte Sisto, poi prende forma tutta Roma, dall’incantevole Cupola di San Pietro all’Altare della Patria al Colosseo, fino all’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo, ammirati dalla vetta del Pincio, che sembra dominare l’eternità di una città senza tempo, senza polvere, senza oblio. E così un po’ per volta si materializzano inconsapevolmente i maestosi boulevard parigini, passando per la Senna e Notre Dame, ammirati come preziosi gioielli dalla brulicante ed artistica Montmartre. Sembra un sogno ad occhi aperti, eppure per lei quel sogno è così imbevuto di realtà! Le bellezze, i monumenti, che attraversano la mente come fotogrammi scattati, sono così vividi, come i profumi e i sapori di quei […]

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Voli Pindarici

Cos’è la Memoria?

Cos’è la memoria? È come il vento: qualcosa che si percepisce forte, pur non vedendola né toccandola. È come il fuoco divino, che alimenta e si autoalimenta senza bruciare mai il turbamento e la dolcezza del ricordo. È come il mare, che avvolgendosi per poco nelle alte onde, torna potente ad infrangersi contro gli scogli, deciso a lambire il bagnasciuga. Ebbene, essa è un dono prezioso. Aiuta ad esorcizzare la paura quando incalza, divenendo rifugio e infondendo gocce di gioia. La memoria è il monumento dell’esistenza. È la storia della vita, fatta di fotogrammi, che scorrono nella mente uno dietro l’altro, creati per risollevare umore e serenità, quando si accostano troppo all’orlo del baratro. Può rattristare il cuore, talvolta, e in alcuni momenti bagnare gli occhi e le guance, ma è anche un invito a risollevarsi, a ripartire e ridipingere un sorriso spento dalla routine e dagli eventi. Ma sopra ogni cosa, è testimonianza, storica ed emotiva, indispensabile a non lasciar sbiadire dolori, insegnamenti, errori ed ingiustizie. È un valido supporto, atto a non cancellare le azioni e i percorsi che hanno reso tale il mondo, che hanno reso noi ciò che oggi siamo. Battaglie, sconfitte, soprusi, abomini e ancora lotte da ricordare, per non dimenticare mai davvero. La memoria è casa, giustizia, desiderio di perpetrare vita dopo la morte e di far camminare voci e idee sulle gambe delle generazioni a venire. In che modo? Ebbene, sussistono due fondamentali tipologie di memoria. C’è quella fisica, quella della mente, quella cioè che aiuta a ricordare eventi quotidiani, impegni, avvenimenti, abitudini e azioni ricorrenti. È la memoria fisiologica, quella che collabora con l’intero organismo per contribuire al suo funzionamento nella maniera più corretta possibile. Poi però esiste una memoria più profonda, quella che si nutre di sensazioni ed emozioni, soprattutto quelle più intense, che lasciano il segno. È questa la memoria del cuore, quella che libera i ricordi nonostante difficoltà ed ostacoli, quella che insegna il perdono, i diritti, il rispetto e l’amore. È la memoria della vita stessa, quella che periodicamente subisce soprusi, guariti dalla comprensione, dall’intelligenza e dall’empatia, che essa solo può nutrire e cullare, per conoscere finalmente il trionfo della libertà e del sentimento di uguaglianza morale, intellettiva e politico-sociale. Cos’è la memoria? La memoria è ciò che consente oggi di ricordare la sofferenza atroce di ieri, di guardarla con mente, occhi e anima critici, al fine di sensibilizzare ad un’esistenza più giusta, pur ancora tra miriadi di incomprensioni e compromessi. Già la storia è di per sé docente ammonitrice e attenta, puntuale nel descrivere fatti ed eventi accaduti, da quelli di minor rilievo a quelli artefici di cambiamenti duraturi. Ma la memoria, in particolare quella del cuore appunto, fa di più. Dona maggiori opportunità di sviscerare quegli eventi, per comprenderli sotto ogni sfaccettatura e attribuire ad essi un significato sempre più consapevole. Questo perché la memoria si fonda sulle esperienze personali, messe a disposizione, donate nello spazio e nel tempo per consentire una comprensione giusta di ciò […]

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Culturalmente

Effetto farfalla: significato e benefici

«Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Una semplice frase, tratta dal film The Butterfly Effect, riassume un più complesso concetto, tanto incisivo quanto affascinante: l’effetto farfalla. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Più semplicemente piccole azioni, anche quelle più innocue e insignificanti, possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Partendo in fisica dalla teoria del caos, l’effetto farfalla spiega quanto importanti siano per il futuro le azioni compiute nel presente, in quanto tutto è interconnesso. Con piccole azioni è possibile, volontariamente o meno, cambiare il corso degli eventi e magari molte cose che nel presente non si apprezzano e per le quali si tende spesso ad autocolpevolizzarsi. Ma analizziamo nello specifico tale meravigliosa teoria. Effetto farfalla. Origini, significato e cinematografia Già nel 1950 il matematico e filosofo britannico Alan Turing così anticipava il concetto “effetto farfalla” in Macchine calcolatrici e intelligenza: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza». Nel 1952 molto probabilmente il celebre racconto fantascientifico di Ray Bradbury A Sound of Thunder – Rumore di tuono ispira l’espressione “effetto farfalla”: si immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati viaggi temporali per turisti e che in una remota epoca passata un escursionista del futuro calpesti una farfalla, provocando una serie di conseguenze per la storia umana. Un po’ come ripropone il celebre cult cinematografico Ritorno al futuro! Ma fu il matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz a coniare il neologismo “effetto farfalla” e ad analizzarlo nel 1962 in uno scritto: Lorenz osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, con dati di condizione iniziale arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero ottenuti i medesimi risultati con i dati di condizione iniziale non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni originarie creava un risultato diverso. Lorenz coniò poi l’espressione ispirato dal diagramma dato dai suoi attrattori, somiglianti proprio a tale insetto. Dunque, si immagina che un semplice movimento di molecole d’aria, generato appunto dal battito d’ali della farfalla, possa causare il concatenarsi di movimenti di altre molecole, fino a generare un uragano a chilometri di distanza. La conseguenza immediata è che sistemi complessi, come il clima o il mercato azionario, siano difficili da prevedere in tempo utile. Ogni scelta, metaforicamente simboleggiata dal battito d’ali, può condizionare la vita anche significativamente, generando appunto un “uragano”. Per fare un esempio, una persona resta gravemente ferita in un incidente stradale: se la stessa persona fosse uscita più tardi da casa, non avendo magari sentito la sveglia, forse non sarebbe stata investita dall’auto fuori la propria abitazione. O, se invece una ragazza con un’immensa passione per la danza non avesse anteposto rigorosamente gli impegni di studio a quelli delle sue amate lezioni, forse oggi sarebbe una […]

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Attualità

Cosa fare oggi: quotidianità al tempo del Covid

Cosa fare oggi, nel periodo in cui la depressione incalza, le restrizioni soffocano e la speranza perde vigore? Cosa fare al tempo del virus galoppante e di una quotidianità divorata dalla nefandezza pandemica? Cosa si può continuare a fare in uno dei momenti storici più bui che l’umanità torna a sperimentare? Cosa fare oggi, che il sorriso è stanco, quasi invisibile ormai? Cosa fare quando il tedio prende il sopravvento sull’entusiasmo, e la stanchezza minaccia l’energia? La libertà diviene un lontano miraggio. Perdita, amarezza e solitudine intorno al cuore, sulla pelle, nelle vite. Le passioni sembrano scalpitare meno, rinunciando a brillare ed esplodere. Ma cosa si può fare per impedire il collasso e l’oblio sociale ed emotivo, personale e familiare? Cosa è possibile fare oggi, per salvare il talento, la gioia, la vita? Cosa resta da fare oggi, nella quotidianità al tempo del Covid? Quante volte è stato pronunciato, o ha solo risuonato nella testa il monito «Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia»! Ma, come Paulo Coelho, altri artisti e scrittori hanno partorito dalle esperienze negative la consapevolezza che l’ombra è necessaria per riuscire davvero ad apprezzare il sole. Ebbene, la vita è tanto meravigliosa quanto imprevedibile. Talvolta sembra ingiusta, crudele, indifferente alle sofferenze umane. Eppure dagli eventi e dalle esperienze negative, non solo si può apprendere, bensì maturare e sviluppare nuova linfa, inedite capacità e persino talenti. Perché è nei momenti di tristezza acuta e solitudine che l’io ha la concreta possibilità di concentrarsi sulla propria interiorità, sul centro del proprio cuore, portando in superficie tutto quel che la vita e la routine per tanto tempo hanno tenuto dietro le quinte. La negatività non ha la sola facoltà di togliere, bensì anche donare e far scoprire. E in questo lungo e nefasto periodo, che continua a mettere tutti a dura prova, è possibile continuare a muoversi, ad agire, a sperare e sognare, pur tra restrizioni e duri ammonimenti. È possibile reinventare le proprie abitudini, scoprendo magari qualche capacità, prima inimmaginata. Ebbene, c’è chi si dedica all’arte culinaria, chi riesce a donare ora in misura maggiore il proprio tempo alla famiglia o alle amicizie, anche quelle lontane, approfittando degli strumenti digitali, che come mai prima possono unire e aiutare, piuttosto che danneggiare. C’è chi sperimenta la nascita di un nuovo amore o chi chiude i conti con un passato poco roseo. C’è chi decide di perdonare, chi fa outing e chi invece, assorto tra sogni e desideri non ancora sciupati dalle imprevedibili preoccupazioni, rispolvera qualità e talenti assopiti, levigandoli, nutrendoli e coccolandoli. Così, tra le quotidiane faccende, è possibile ad esempio riscoprire la passione per la musica e il canto. Quante volte si ripete a se stessi di non aver tempo, prefiggendosi magari un ipotetico periodo in cui ricominciare a dedicarsi a sé e al proprio talento, piccolo o grande che sia! Cosa fare dunque oggi, in questa avvilente quotidianità: basta poco, un pizzico d’impegno e dedizione, rispolverare la vecchia tastiera o chitarra, allenare le dita, […]

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Voli Pindarici

Un’eterna Belle Époque

È domenica pomeriggio. Isabelle scivola tra i romantici Champs-Élysées, boulevards e bistrot, con quel suo sorriso sornione e soddisfatto, felice di gustare appieno quella giornata parigina, fonte d’ispirazione per il prossimo romanzo. Corre l’anno 2018. Quella lieve pioggia, che ben s’intona all’amorevole atmosfera intorno, incantata e sensualmente naïf. L’odore dei croissants appena sfornati e l’alba di un tramonto annunciato lungo la purpurea Senna, infondono in Isabelle una sorta di nostalgia. Una bizzarra e frenetica nostalgia, non per qualcosa che ha vissuto e non può tornare. È nostalgia di un tempo impalpabile, di qualcosa che non ha mai vissuto e sperimentato, se non attraverso i romanzi dei suoi scrittori preferiti, e la genuina musica del passato. Ecco che Isabelle si ritrova a sognare ad occhi aperti una realtà, diversa dal presente caotico e talvolta arrogante e insensibile a un cuore d’altri tempi. Isabelle sogna la “Belle Époque”, ossia un’epoca d’oro, in cui serenità, entusiasmo e benessere trionfino sugli animi troppo inetti e pragmatici per elevarsi. Il suo animo, spesso ermetico e ostico alla comprensione altrui, timido e rivoluzionario insieme, uggioso e solare, romantico e sognatore, ora melodioso ora hard rock, rifugge la normalità, noiosa e sterile per la passione che sussulta dentro. Avvezza al viaggio e a nuove sensazionali scoperte, Isabelle immagina tra le pittoresche strade di Montmartre se stessa in una Parigi diversa, quella di fine anni ’60. Così, assorta nelle sue fantasie, viene attratta da una musica particolare, suonata dagli artisti di strada di una Parigi cristallizzata nel mondo bohémien. Prima di prenderne pienamente coscienza, quella sorta di pifferaio magico trasporta Isabelle realmente nel passato. Indietro di mezzo secolo, viene catapultata nel 1968, l’anno del fermento rivoluzionario giovanile, attivo ovunque, ma noto a Parigi come il “Maggio francese”. Isabelle stenta a credere a ciò che vede e ascolta intorno a sé, ripetendo a se stessa che forse è solo un sogno. Eppure quelle voci, quelle rivolte sociali, politiche, culturali e filosofiche, contro il tradizionalismo e il capitalismo imperanti, sono così vivide. Isabelle si sente come uno dei protagonisti di The Dreamers, allacciando particolari amicizie, che come lei han sete di libertà, respirando intorno arte, cultura ed erotismo. E non è peccato, bensì genuina trasgressione, quella che non rifugge la morte, se non quella dell’anima; quella che nutre e disseta corpi affamati di conoscenza. Tutto è bellezza e incanto, e Isabelle ne divora ogni istante, quasi non ha più voglia di tornare alla sua realtà. L’indomani Isabelle si risveglia nel 2018, decisa a portare nuova linfa al suo romanzo, grata dell’esperienza surreale vissuta la notte precedente. Riprende poi a passeggiare nel cuore di Parigi, sperando di rivivere quell’incredibile miracolo e lasciando quel presente spesso deludente e insoddisfacente. Si ritrova così pensierosa nelle caleidoscopiche vie di Montmartre, su quella collina così per lei simbolica, e reale testimonianza di una Parigi non sciupata da superficialità, marketing e presunzione, non ancora divorata dallo tsunami tecnologico. Poi, ancora quella musica, quella che la notte precedente l’ha letteralmente rubata al suo ingombrante presente. Con sua […]

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Cinema e Serie tv

Gli orologi del diavolo. La fiction ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi

Nuovo prodotto Rai, in onda dal 9 novembre 2020 in quattro puntate in prima serata, Gli orologi del diavolo è una fiction impegnativa ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi, primo infiltrato civile testimone di giustizia. Prodotta da Rai Fiction, in collaborazione con Mediaset España e Picomedia, la miniserie ha come protagonista il talentuoso Giuseppe Fiorello. È tratta dall’omonimo libro scritto a quattro mani da Franciosi e dall’inviato di Presa Diretta Federico Ruffo, pubblicato da Rizzoli nel 2015 e narrante la storia dell’eroe Franciosi, che, come infiltrato, contribuì nel 2008 all’operazione “Albatros”, il più grande sequestro di droga in Europa (oltre 9 tonnellate di cocaina) e al successivo arresto del boss galiziano Elías Piñeiro Fernandez, avvenuto nel 2011. Il titolo Gli orologi del diavolo deriva dai Rolex che il boss spagnolo regalava a Franciosi, uno per ogni affare avviato insieme, fino all’ultimo, ricevuto con tanto di minaccia annessa per il giorno in cui l’avrebbe ucciso vendicandosi. Girato tra la Liguria, la Puglia, Torino e il Lazio, la fiction si incentra sulla figura di Franciosi, qui Marco Merani (Beppe Fiorello), meccanico nautico dalle brillanti qualità, ritrovatosi invischiato suo malgrado in qualcosa più grande di lui: da un lato complice e testimone di uno dei maggiori traffici internazionali di droga, dall’altro infiltrato e testimone di giustizia. Gli orologi del diavolo. Trama Marco Merani è un meccanico specializzato nella costruzione di piccole imbarcazioni, lavorando nel suo cantiere a Bocca di Magra in provincia di La Spezia, nei pressi del fiume. Considerato il migliore nel suo campo, ciò desta l’attenzione di potenti narcotrafficanti spagnoli, capeggiati dal giovane boss galiziano Aurelio Vizcaino (Alvaro Cervantes). Questi richiede a Marco dei gommoni, atti a trasportare la merce e veloci al punto da poter seminare in mare le forze dell’ordine. Insospettito dalle richieste, Marco chiede aiuto e consiglio al suo amico poliziotto Mario (Fabrizio Ferracane), scoprendo che lo SCO di Genova segue da mesi i narcotrafficanti, senza sortire successo. A questo punto viene proposto a Marco di collaborare con la giustizia, per aiutarli nella cattura del boss. Merani si ritrova suo malgrado sotto copertura, infiltrato tra gli affiliati di Aurelio e divenendo per lui un punto di riferimento, quasi un fratello. Mecánico, così viene chiamato dal boss, si ritrova a condurre una doppia vita: costretto a mentire alla sua famiglia e agli operai ed entrando in qualcosa più grande di lui. «Un poliziotto senza distintivo e un delinquente senza soldi», così Marco/Franciosi si definisce, in bilico tra giustizia e illegalità. Perde la sua vita, se stesso, tra rinunce, arresti, viaggi tra Spagna e Sudamerica. E quegli orologi, le catene che lo vincolano ad Aurelio, senza possibilità di scampo. Deluso poi più volte dallo stesso Stato, attraversa un periodo di estrema confusione e demoralizzazione. Gli orologi del diavolo. Chi è Franciosi La storia di Gianfranco Franciosi, per gli amici Giannino, balza agli onori della cronaca nel 2014, grazie ai servizi dei programmi Presa Diretta e Le Iene, e nel 2015 con la pubblicazione del libro Gli orologi del diavolo, che […]

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Culturalmente

Onironauta: il navigatore dei sogni

Il termine onironauta definisce chi naviga (dal latino nauta) nei sogni (dal greco “òneiros”, sogno), un navigatore di sogni appunto. Ma andiamo ad approfondire il concetto. Sognare è un fenomeno comune ad ogni uomo, eppure avvolto da un alone di mistero, in quanto non sussistono ad oggi definizioni univoche su cosa effettivamente sia un sogno. Ciò che è certa è l’inconsapevolezza di star sognando durante il sonno, in quanto non siamo in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Ma esistono sogni particolari, definiti “sogni lucidi”, ossia sogni avuti in coscienza del fatto di star sognando, accompagnati alla capacità di esplorare e modificare l’esperienza onirica a proprio piacimento. Il sognatore lucido è appunto chiamato onironauta, e l’onironautica è lo studio delle tecniche e metodologie – tratte dalle discipline, quali yoga, psicologia analitica, alchimia -, messe a punto per allenare e sviluppare la consapevolezza dell’attività onirica. Entriamo nel dettaglio. Onironauta. Origini, caratteristiche e tipologie di sogno lucido Il termine “onironautica” viene coniato dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden nel 1913. La pratica viene poi approfondita nel 1987 dallo psicofisiologo americano Stephen LaBerge, definendo la straordinaria esperienza onirica come «sognare sapendo di stare sognando». In ogni caso si tratta di un fenomeno conosciuto sin dalle antiche culture, utilizzato ad esempio nello sciamanesimo per compiere viaggi extra-corporei e comunicare con gli spiriti. Diffuso ancora nel Taoismo, Induismo e tra i primi buddisti e tibetani. Nelle religioni semitiche molti profeti hanno ottenuto rivelazioni divine proprio attraverso il sogno. In età moderna fu il marchese d’Hervey de Saint-Denys a condurre studi ed esperimenti sui sogni lucidi nel 1867. Gli occidentali sono gli ultimi dunque ad interessarsi a tale argomento, eppure prezioso risulta il loro contributo: il padre della psicanalisi Freud vede il sogno come la porta per l’inconscio. E ancora il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer concepisce la vita come un lungo sogno, intervallato da sogni più brevi, e sostiene l’impossibilità di determinare con sicurezza la distinzione tra sogno e realtà, se non con l’esperienza empirica del risveglio. Come anticipato, il punto focale dell’esperienza di un sogno lucido consiste nel prendere coscienza del fatto di star sognando. È dunque necessario ricercare nel proprio sogno dei segni che suggeriscano anomalie e situazioni irrealizzabili nella vita reale. A tal proposito, un prerequisito fondamentale per sperimentare il sogno lucido consiste nel riuscire a ricordare i propri sogni, magari annotandoli prima possibile al risveglio su un diario. Va tenuto presente che nel sogno l’ambientazione varia spesso, venendosi a trovare in luoghi familiari, così come in tempi e luoghi diversi da quelli ordinari, assimilabili magari a un mondo parallelo. Detto ciò, subentra da parte del sognatore la necessità di un “test di realtà”: il dubbio stesso, se ciò che si vede o sente sia reale o meno, è già di per sé un test di realtà. In ogni caso sussiste la ricerca di alcuni dettagli che contraddistinguono la dimensione onirica. Analizziamone alcuni: il “saltare” corrisponde nei sogni il più delle volte a spiccare il volo, data la diversa azione della forza […]

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Voli Pindarici

7 minuti

«Cosa sono 7 minuti? Cosa rappresenta una piccola, insignificante manciata di minuti in un ampio intervallo temporale di otto ore lavorative?». Così esordisce un’operaia di un’azienda tessile francese, mentre sistema la stoffa nel telaio, pronta per essere lavorata! Tutto sembra perfettamente in ordine. Ogni ingranaggio è al proprio posto, pronto per essere azionato e consapevole del proprio piccolo contributo nell’ingente spazio della produzione. Tutto fila senza imprevisti, il movimento delle mani si fonde linearmente con i macchinari, insieme agli odori di fibre e polveri tutt’intorno. Così, ogni giorno uguale al precedente, ogni ora già auspica quella successiva, in una stanca ma sicura routine, che rende ogni azione, e persino ogni respiro, fine a se stessi. Non c’è spazio per riflessioni e interrogativi. E poi a che servirebbero? Non si vive mica di congetture! Ciò di cui si necessita è uno stipendio e la possibilità che nessuno possa sottrarlo, barattandolo persino con la dignità, con diritti che prepotentemente vengono calpestati, servendosi di paura e vulnerabilità. L’azienda rischia la chiusura e intanto la multinazionale che l’acquista è decisa a comprare anche la libertà di tante operaie disposte a scendere a compromessi, a ingoiare imposizioni che si vestono di altruismo e professionalità, disposte a calpestare persino la propria intelligenza, sottomettendola a una pigra ed urgente gratitudine. Qualunque decisione deve essere approvata, perché le cose non possono andare diversamente, non possono cambiare. La cosa più importante è non farsi licenziare! Ma in queste considerazioni non si celano volontà e consapevolezza ma solo paura. Paura di toccare il fondo, rinunciando a lottare e a scoprire magari che il fondo si trova un po’ più giù. Cosa sono dunque 7 minuti? Quei pochi e insignificanti minuti che troneggiano contemporaneamente su dignità e superficialità. I 7 minuti di un arrogante compromesso, di una maldestra decisione che lede libertà e personalità. E qui il consiglio di operaie è chiamato a votare, a dare valore a quei 7 minuti o a rinnegarli: 7 minuti da sottrarre alla pausa pranzo. «Tutto qui? Non ci cambiano la vita», qualcuna incalza, «ma perdere il lavoro, quello sì!». Lo scotto da pagare per non essere licenziate. «Ma quale scotto? Dobbiamo votare a favore e ringraziare anche, perché il lavoro non lo perderemo!». È subito scontro tra maternità, disabilità, ansia di mantenere una famiglia tra mille stenti e consapevolezza straniera di sapere ciò che si vuole difendere. In un periodo come quello attuale, così inedito e poco preparato alla reale paura di perdere tutto, nel periodo della confusione assoluta, della paura di precipitare irrimediabilmente, sconfitti dal virus dell’incoscienza, della superficialità e dell’egoismo. Qui ed oggi, il terrore dilaga e prende tutto, mette tentacoli ovunque, persino sul libero pensiero e sulla reale volontà di difendere ciò che è giusto. E quando in contesti come questo si inseriscono eventi come quello descritto, alcuni si rassegnano a un destino già scritto, uguale da sempre e dappertutto. Così i 7 minuti divengono esca di predatori per facili prede, quelle che rinunciano a perdere qualcosa di importante oggi, condannate […]

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Attualità

Jonathan Galindo: la nuova challenge mortale sul web

Dopo i noti fenomeni del “black web”, quali “Blue Whale” nel 2016 e “Momo Challenge” nel 2018, sembra che una nuova pericolosa challenge online si stia diffondendo sui social network: si tratta di “Jonathan Galindo”, il nuovo gioco della morte, che indurrebbe i giovanissimi utenti ad atti di autolesionismo. Dopo aver fatto la sua comparsa sulle testate giornalistiche italiane in estate, il pericolo “Galindo” torna a seminare ansia e timore tra i genitori, in seguito al suicidio di un ragazzino di 11 anni, avvenuto a Napoli lo scorso 30 settembre. Il messaggio raccapricciante lasciato dalla giovane vittima ai genitori prima di compiere il gesto estremo induce la Procura di Napoli ad avviare indagini per comprendere se effettivamente sussista un nesso tra il suicidio e la nuova challenge mortale, che stavolta vestirebbe il volto di Jonathan Galindo: «Mamma, papà vi amo, ma devo seguire l’uomo col cappuccio». Queste le inquietanti parole, che lasciano presagire il ritorno sul web di nuove impressionanti figure, che si servirebbero della vulnerabilità dei più giovani per attaccarli e spingerli ad atti inconsulti. Ma cosa o chi è Jonathan Galindo? Jonathan Galindo. Cos’è e come nasce la maschera L’ultima sinistra incarnazione delle “sfide mortali” sul web, diffuse particolarmente tra i giovani utenti dei social network, assume il nome di Jonathan Galindo. Del vecchio Blue Whale riprende il gioco autolesionista e di Momo Challenge la personificazione inquietante: in questo caso, una maschera rappresentante l’immagine di una specie di Pippo della Disney, dal sorriso sinistro e sul capo un cappuccio nero (come descritto dal ragazzino suicida di Napoli). Tale personaggio adescherebbe le sue giovani vittime (dai 10 ai 15 anni di età) richiedendone l’amicizia sui diversi profili social, da Facebook a Tik Tok. Una volta accettata la richiesta, l’arbitro della challenge esordirebbe con un messaggio privato in chat: «Vuoi fare un gioco?». Secondo alcune testimonianze, Galindo cercherebbe di approcciare alle vittime spaventandole, dimostrando di conoscerne il domicilio e anche l’indirizzo IP. Una volta adescate, entrerebbero in un circuito, dal quale sembrerebbe non sussistere possibilità di scampo: nel gioco proposto vengono lanciate sfide (le challenge appunto) e prove di coraggio, che sfociano in comportamenti autolesionisti, giungendo anche al suicidio. I ragazzini entrano pertanto in una spirale di paura e vero e proprio lavaggio del cervello, fino a un punto di non ritorno. Ma chi c’è dietro lo pseudo volto di Jonathan Galindo? Il suo nome esplode sul web nell’estate 2020, ma già nel 2017 comincia a farsene menzione, con epicentro di ricerche in America Latina. Il rinnovato interesse poi al suo nome si deve al suo successo su Tik Tok di un utente registrato nel 2019 come “jonathangalindo54”. Da quel momento, cominciano a proliferare account con nomi simili, così che Galindo, nell’estate 2020, si conferma come un fenomeno “creepypasta”, ossia una leggenda metropolitana online a sfondo macabro, con l’associazione alle challenge online che ricordano i già citati Blue Whale e Momo. Ma proprio come per Momo, il macabro travestimento nulla ha a che fare con la sfida della morte. Il […]

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Culturalmente

Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Cinema e Serie tv

The Social Dilemma: il docudrama di Netflix che denuncia il lato oscuro dei social media

The Social Dilemma. Il docudrama di Netflix, che denuncia il lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. The Social Dilemma. L’ultimo affascinante, chiacchierato, ragionato e sorprendente documentario diffuso su Netflix nelle ultime settimane, il cui obiettivo è la denuncia del lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il docudrama di Jeff Orlowski descrive gli effetti collaterali della massiccia diffusione dei social network nel XXI° secolo, soffermandosi sui danni che direttamente e indirettamente logorano la società. Già noto per aver diretto Chasing Coral – documentario sulla progressiva sparizione delle barriere coralline – e Chasing Ice – altro documentario che mostra i disastrosi effetti del riscaldamento globale -, il regista intende qui far luce sul marcio che si cela dietro ai social media: sfruttamento e commercio dei dati personali degli utenti, il consolidamento del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza”, la diffusione smodata di fake news e, non meno importanti, le gravi conseguenze sull’equilibrio mentale, in particolare sugli utenti più giovani. Ma andiamo ad analizzare la struttura del docudrama. The Social Dilemma. La struttura Il docudrama intreccia due filoni principali: da un lato l’insieme di interviste condotte ad alcune delle più note personalità del mondo della progettazione dei social, ben addentrate dunque nei subdoli meccanismi alla base della programmazione; dall’altro la narrazione cinematografica, che pone al centro la vita di una tipica famiglia americana, minata dai corrosivi effetti, che l’abuso nell’utilizzo dei social media produce. Potremmo pensare: cosa c’è di inedito? Intuiamo a sufficienza quanto l’ingombrante presenza della tecnologia nelle nostre vite le stia di fatto modificando, inducendo la società a profondi e radicali cambiamenti. Ma la novità risiede proprio nella struttura del documentario: il regista vuole sbatterci in faccia la verità, e lo fa servendosi del prezioso contributo offerto proprio dagli ex dipendenti e dirigenti delle più famose aziende della Silicon Valley quali Facebook, Google, Pinterest e Instagram. Personalità brillanti, ma progressivamente annientate dal peso del dilemma etico, che serpeggia sinuosamente sotto gli algoritmi di programmazione, dietro l’incanto della persuasione e la monetizzazione che ben si cela dietro like e cuoricini, sempre più confusi ormai per verità e autenticità, innescando ansia e depressione, fragilità e vulnerabilità crescenti, soprattutto tra gli adolescenti. È quel che accade infatti ai teenager protagonisti del filone narrativo: l’adolescente disadattato Ben (Skyler Gisondo), che vive la pesante dipendenza dai social, completamente sommerso dal cattivo utilizzo di Youtube e di Facebook, e assuefatto alle fake news. E così la sorella Isla (Sophia Hammons), vittima del costante confronto con le coetanee e del deleterio desiderio di consenso su Instagram, mostruosamente dipendente da like e commenti che possano rinforzare l’apparente autostima, che cela una “dismorfia da chat”. Ecco che i ragazzi divengono veri e propri avatar virtuali, modelli esagerati di se stessi, costruiti dagli algoritmi, impersonati da tre personaggi attaccati agli schermi e agli schemi, per monitorare costantemente gli interessi dell’utente e manipolarli, al fine di tenerlo “incollato” il maggior tempo possibile al display del proprio smartphone. Una sorta di esasperato Grande Fratello, […]

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Culturalmente

Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”. Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori. Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario? Napolitudine. Cos’è «E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…» (Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo). Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli. È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata. I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie. La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita! Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io […]

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Culturalmente

Lamia. La donna-demone tra mitologia e superstizione

Intorno alla Lamia ruotano mitologia, superstizione e spunti letterari colmi di fascino misto a timore. La Lamia è infatti il prototipo della figura femminile, oggetto di divinizzazione e demonizzazione, dalle sembianze umane e animali, con accezione tutt’altro che positiva. L’origine di tale personaggio va ricercata nella mitologia greca, che ritiene le Lamie rapitrici di bambini o fantasmi seduttori, con l’obiettivo di adescare giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Per tale motivo, la Lamia viene considerata nei secoli successivi una creatura demoniaca, una strega, un vampiro. Tali concezioni si connettono fortemente all’archetipo della dea della notte, momento in cui si fa spazio alle tenebre, alla magia, al soprannaturale, al mistero e alla morte. Ma vediamo dove affondano le radici del suo abominio estetico e comportamentale. Lamia. Origini mitologiche e superstizione C’è un’antica tradizione del Parnaso che descrive le Lamie quali eredi delle sirene: demoni che irretiscono giovani suonatori di flauto sulla spiaggia notturna, brutalmente uccisi se rifiutano di unirsi con loro in matrimonio. Analogamente alle sirene, seduttrici di marinai, che ammaliano con il loro canto fatale, fino a privarli della vita. In Bibliotheca Classica, lo studioso classico e teologo inglese J. Lemprière descrive la Lamia con volto e petto da donna, ma il resto del corpo come quello di serpente, allettando gli stranieri per poi divorarli. Ma il mito originale affonda le sue radici nell’antica Grecia, quando Zeus, il re degli dei, si innamora della mortale regina di Libia, la bellissima Lamia, figlia di Belo. Era, moglie di Zeus, sperimenta l’ennesima prova d’infedeltà del marito, accecata dalla gelosia, scatena la sua rabbia, vendicandosi e uccidendo il bene più prezioso di Lamia, i suoi figli concepiti con Zeus, salvo Scilla e Sibilla. Dilaniata dal dolore, Lamia si trasforma dentro e fuori, divenendo un mostro crudele e senza scrupoli nel divorare i bambini delle altre madri, proprio come Era fa con lei, fino a succhiarne il sangue. Questo comportamento innaturale corrompe la bellezza di Lamia, trasformandola in una creatura orribile, capace di mutare aspetto solo per attrarre a sé gli uomini allo scopo di berne il sangue. Tale motivo spiegherebbe l’accostamento della figura di Lamia a un vampiro, immagine perpetrata nei secoli successivi. Ma Era condanna Lamia non solo ad una vita privata dei figli, ma anche priva di sonno. Così Zeus, impietosito dalla sofferenza della sua amante, le concede il dono di togliersi gli occhi e rimetterli a piacimento per poter finalmente riposare. Per le sue connotazioni negative e tenebrose, la Lamia subisce nel corso del tempo un autentico processo di demonizzazione, ciò nella cultura romana, venendo associata ad una strega, fino al Medioevo e Rinascimento, considerata come vampiro. Ciò determina nella cultura popolare una serie di credenze e superstizioni: sussiste, ad esempio, quella secondo cui cospargendo le panche della chiesa di sale grosso, sarebbe stato possibile identificare le Lamie-streghe, le quali, sedendosi e fingendo di presenziare alla cerimonia religiosa, nascondendo la propria vera natura, rimarrebbero inevitabilmente attaccate alle panche. Come anticipato, la superstizione è spesso […]

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Cinema e Serie tv

Una sirena a Parigi. Trasposizione cinematografica del romanzo di Mathias Malzieu

Finalmente, dopo il lungo e buio lockdown, le sale cinematografiche riaprono le porte, donando la possibilità di riassaporare il gusto del buon cinema, nazionale e internazionale. E il 20 agosto 2020 l’occasione è ghiotta per gli amanti dell’amore, dell’incanto e della fantasia, con l’uscita nelle sale di Una sirena a Parigi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Mathias Malzieu, che si cala nei panni di regista, già scrittore e musicista. Malzieu è infatti la voce dei Dyonisos, gruppo rock originario di Valence, noto per il “fantastico” che alimenta i suoi brani. E la fantasia, unita all’incanto e alla sorpresa, anima l’incredibile storia d’amore protagonista della pellicola. Un amore capace di superare limiti e disillusione. Distribuito da Vision Distribution e Cloud 9, Una sirena a Parigi (Une sirène à Paris) si presenta come una sorta di favola romantica, ispirandosi però ad un grave evento che colpì Parigi nel 2016: la grande alluvione, che fece riversare i pesci sulle rive della Senna e disperse persone. Una sirena a Parigi. Trama La capitale francese fa da sfondo, con una forte tempesta che si abbatte sulla città, inondando le strade che divengono malinconiche e buie. In questa cornice romantica e uggiosa si inserisce la straordinaria vicenda d’amore tra il musicista Gaspard Snow (Nicolas Duvauchelle) e la dolce sirena Lula (Marilyn Lima). Gaspard è un cantante rock sentimentale che si esibisce nello strepitoso cabaret-cafè parigino sito su una chiatta, il Flowerburger. Simbolo di un mondo incantato, eccentrico e romantico, in cui il sogno, la sorpresa e la libertà d’espressione costituiscono il biglietto da visita e la molla ad una speranza che fuori di lì sembra ormai appassita. Nel cuore del giovane affascinante e tormentato alberga il gelo della disillusione, conseguenza di amori delusi e naufragati. Gaspard vive tra arte e abitudini, lottando per salvare l’amato locale dal fallimento e tenere vivo il ricordo della madre defunta, anima e ispiratrice di quella culla di musica, passione e libertà. In una notte come tante, uscendo dal locale, viene attratto da un incantevole canto, e seguendolo si imbatte in una sirena, Lula, arenatasi lungo la Senna, ferita e impaurita. Decide così di portarla a casa, sistemandola nella sua vasca da bagno, medicandola e prendendosene cura. Lula si sorprende del mancato effetto che ha su Gaspard, spiegandogli come gli uomini, udendo la sua voce, ne vengano travolti e trafitti, senza scampo, innamorandosi perdutamente. Ma Gaspard sembra essere immune all’amore, avendo chiuso il suo cuore, divenuto gelido come la neve che costituisce il suo cognome. Eppure l’amore riesce a porre limiti all’impossibile, abbattendo barriere e convinzioni fortificate, rendendo vulnerabili anche i cuori più duri.  Amore impossibile tra incanto e sorpresa «I sorprenditori sono quelli la cui immaginazione è così potente da renderli capaci di cambiare il mondo». È questa l’anima del Flowerburger, il locale in cui Gaspard si esibisce e trova possibilità d’esprimere in qualche modo un amore dilaniato, attraverso l’arte, la musica e la forza della speranza. E l’amore è il più grande, potente e stravagante dei sorprenditori. Giunge […]

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Voli Pindarici

Il sapore di un’estate che sbiadisce

Il sapore di un’estate che sbiadisce Settembre. La bella stagione annuncia la sua eclissi. Le calde sere d’estate cedono il posto al primo fresco, che si deposita sulla pelle sotto forma di brividi. Ma si tratta non di brividi d’eccitazione, bensì di silenziosa nostalgia, quale richiamo alla spensieratezza e alla “joie de vivre”. L’odore di pioggia e di pini umidi riempie i polmoni, mentre il profumo di iodio comincia a impallidire, insieme al mare increspato dalle prime tempeste. Persino la sabbia, prima così arroventata, diviene una sorta di freddo deserto, con piccole dune formate dal vento, che soffia ad annunciare il tiepido e incostante autunno. Cosa resta di una comitiva intorno al fuoco, che ride e intona a squarciagola Certe notti di Ligabue o Sapore di sale di Gino Paoli? Cosa resta di quei falò e di una chitarra che malinconica lascia risuonare Tears and Rain di James Blunt? Cosa resta delle notti bianche e giovani tra spiaggia e beach bar, a ballare come se non restasse altro da fare, come se fosse l’esperienza più intensa, come se non ci fosse un domani? Cosa resta delle passeggiate lungo il bagnasciuga, mentre il sole cocente dona alla pelle quella pigmentazione dorata, che pone in risalto il luccichio degli occhi che brillano speranzosi e felici sotto il firmamento di un cielo a ferragosto? Cosa resta di un bagno a mezzanotte e dell’inebriante desiderio di far l’amore sotto le stelle, avvolti dal chiaro di luna, che dipinge d’argento il mare melodico che culla cuori e corpi? Cosa resta degli acquazzoni improvvisi, che annunciano lo splendore di un arcobaleno? Cosa dei baci sotto la pioggia, che succhiano l’anima e alitano libido sulla pelle? Cosa resta dei piedi scalzi che improvvisano coreografie, delle ore piccole e dei drink ghiacciati? Cosa del beato ozio e della voglia di abbandonarsi alla musica che risuona negli auricolari? Traccia dopo traccia, vita dopo vita, sorriso dopo pianto, desiderio dopo apatia. Cosa resta dunque dell’estate e della sua allegria, delle giornate senza pensieri a dondolare su un’amaca e senza preoccupazioni, dell’audacia e della bellezza? Cosa resta della poesia dei tramonti, della magia di un amore appena sbocciato? Della carne, dei battiti sotto pelle, della fame di desiderio e sete di libertà? Resta il sogno imbevuto di realtà. Resta la vita da afferrare e tenere stretta. Resta il dovere di viverla questa vita, fino in fondo, perché la sopravvivenza è dei vili, perché vivere davvero richiede coraggio, qualche rischio in più, cambio pelle e battiti nella testa, più che pensieri nel cuore. L’estate che se ne va lascia addosso un senso di irrisolto, la sensazione di non aver concluso. Perché c’è ancora tanto da divorare, da mordere e addentare. C’è tanto da difendere e proteggere. C’è il tutto che si nasconde nelle pieghe del niente, quando la pigrizia inventa scuse, quando l’abitudine uccide la rivoluzione. Il sapore di un’estate che sbiadisce, ma che resta dentro di noi L’estate che si allontana lascia negli occhi la luce sbiadita di memorie e flashback, […]

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Culturalmente

Palafitte. Caratteristiche e diffusione

A cosa fa pensare il termine “palafitte”? Una vacanza all’insegna del relax in Polinesia, magari dopo un lungo e duro anno di eventi e lavoro. Così come la storia delle popolazioni preistoriche vissute in determinati siti geografici. Ma cosa sono le palafitte? Sono abitazioni utilizzate soprattutto nell’ antichità e tuttora in uso presso alcune popolazioni africane, asiatiche e sudamericane. Si tratta di capanne di paglia, legno, canne, costruite su una piattaforma di legno sostenuta da pali del medesimo materiale infissi verticalmente sul fondo o sulla riva di fiumi, laghi, lagune, paludi o talvolta su terreno asciutto. La necessità di costruzioni palafitticole, con pavimento sopraelevato in modo da essere asciutto, era dovuta a fattori topografici, così come climatici: ai tempi del Neolitico si sperimentò un periodo climatico asciutto e relativamente torrido, raggiungendo il picco durante l’Età del bronzo: di conseguenza si ebbe un graduale e notevole abbassamento del livello dell’acqua. Da qui l’esigenza di costruire villaggi palafitticoli. Le palafitte offrono un’immagine di vita delle prime comunità agricole europee, e non solo. Informano circa le pratiche di allevamento e le innovazioni tecnologiche via via sperimentate. Palafitte. Caratteristiche e funzionalità I materiali principalmente usati per la costruzione di tali particolari e suggestive abitazioni furono il legno, la paglia o le canne di bambù. I pali verticali di sostegno erano tronchi d’albero, con forma tondeggiante e l’estremità inferiore tagliata a punta per poter essere infissa sul fondale o nel terreno. Spesso insorgeva poi l’esigenza di rinforzare questi pali con cumuli di pietrame. Col passar del tempo si giunse all’utilizzo di pali più grossi e robusti e a nuove tecniche costruttive, sempre più efficaci, spostando le costruzioni progressivamente dall’acqua alle rive dei laghi. La necessità di un continuo ricambio dei pali di legno che sostenevano le piattaforme urgeva quando questi non reggevano più il peso o marcivano per l’acqua. Tra le tipologie più note di palafitte – diversificatesi in base al posizionamento delle strutture, alle tecniche costruttive e al clima – si menzionano la “palafitta su bonifica”, realizzata in sponda allo specchio d’acqua, e la “palafitta aerea”, eretta invece sul pelo dell’acqua. Le palafitte rispondono a precisi scopi funzionali, come l’esigenza di difesa dall’umidità. Nelle capanne costruite su pali molto alti si aggiunge poi lo scopo di difesa dagli animali e dalle aggressioni umane, molto frequenti pertanto nelle culture primitive. In questo caso la palafitta appare soprattutto un adattamento umano alla natura del luogo. Ma le palafitte sono anche protagoniste dell’architettura rurale moderna di molti paesi europei. Ai giorni nostri sono usate specialmente per la costruzione di fienili, magazzini o granai, tenuti distanti dal suolo quale sistema difensivo contro l’umidità e contro roditori. Inoltre tali costruzioni ancora in uso sono giustificate dalle inondazioni cui i terreni su cui sorgono sono soggetti. Funzionali ai villaggi palafitticoli fu il graduale progresso della tecnica costruttiva sfociante nella realizzazione di ponticelli di congiunzione alla terraferma, sostenuti da file di pali verticali sempre fissati al fondo, allo scopo di frangi-onde, costruiti propriamente entro gli specchi d’acqua più che su terreno […]

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