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Eroica Fenice

Culturalmente

Favole classiche. Patrimonio plurimillenario intriso di saggezza e modernità

Il termine “favola” rimanda la mente all’universo d’infanzia, pensata e prodotta per i bambini. In realtà la favola è un autentico genere letterario, caratterizzato da componimenti brevi, aventi per protagonisti spesso animali e oggetti inanimati, intrisi di morale e tipologie di comportamenti umani facilmente riscontrabili nella realtà. Pertanto le favole costituiscono ormai un valido ed orgoglioso patrimonio universale, e le favole classiche recano con sé un alone di fascino e carica pedagogica tutt’oggi, in questo mondo votato all’aridità delle relazioni e al timore deleterio della crescita emotiva e dell’impegno alla determinazione. Dunque risulta quanto mai urgente il bisogno di narrare e ascoltare fiabe, non solo per intrattenere e formare i fanciulli, bensì utile agli adulti per recuperare o ricercare la propria dimensione ed evadere con l’immaginazione da un mondo schivo e ormai troppo “adulto” per crescere davvero. Favole classiche. Pedagogia, crescita e maturità Vediamo quali sono le caratteristiche che rendono le favole classiche tanto amate nei secoli, non solo dai bambini ma anche dagli adulti. Le favole classiche, così come quelle più moderne, hanno molto da insegnare proprio agli adulti, in particolare all’adulto moderno. Le storie e i caratteri che popolano le fiabe emergono dalla stessa realtà, riproducendo le varie tappe di crescita dell’uomo, le decisioni ponderate ed effettuate, così come le sfumature negative che completano pur sempre il nostro essere. Pertanto i bambini, come gli adulti, sono portati a riconoscersi nell’uno o nell’altro personaggio di una fiaba, in una o un’altra particolare favola, che più delle altre rappresenta da vicino il nostro vissuto, le nostre perplessità, gli errori e i successi. Dal punto di vista prettamente pedagogico, la fiaba stimola ad un apprendimento completo a livello linguistico, cognitivo ed affettivo. E una delle acquisizioni più importanti, nell’era della superficialità e dell’interesse rivolto troppo spesso a questioni più pratiche che fondamentali, consiste nel valore da donare al tempo. Quel tempo che sembra sempre mancare o che non ci si sdegna di impiegare in maniera infruttuosa. Ebbene, leggere e ascoltare favole ridona tale imprescindibile capacità, quella di riuscire a dedicare tempo di lettura e di ascolto per sé e per il bambino a cui la si rivolge. Perché la narrazione delle favole implica attenzione e partecipazione, al fine di trasmettere e condividere pienamente il significato che ogni fiaba veicola. Un’altra importante caratteristica delle favole classiche concerne la tempistica, ossia quando cominciare a narrare le fiabe ai bambini. Beh, prima si inizia, prima il bambino si accosterà al percorso di crescita, senza tra l’altro edulcorare troppo gli aspetti delle storie più oscuri e tetri. Sempre più spesso si tende ad avere nei confronti dei piccini un atteggiamento eccessivamente protettivo, in generale nella vita, teso a tutelarli forzatamente dalle esperienze spiacevoli di insuccesso, frustrazione e sbagli. Ma le fiabe riescono con la loro dolcezza narrativa a iniziare i bambini a ciò che è la vita davvero a trecentosessanta gradi, fatta cioè di vittorie, così come di sconfitte. Gli stessi antagonisti nelle fiabe rappresentano simbolicamente le emozioni spiacevoli che il bambino può nutrire, e […]

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Culturalmente

Rutilismo. Biochimica, diffusione e cultura

Il termine “rutilismo” indica scientificamente la singolare caratteristica per le persone (ma anche per gli animali) di avere capelli e peluria corporea ramati. Si tratta della nota identificazione e combinazione di capelli rossi e lentiggini, che rendono l’aspetto tanto raro quanto particolare. Il colore rosso sviluppato naturalmente nei capelli è ricco di simbolismo ed implicazioni culturali, e imbevuto di superstizione ancestrale. Ma andiamo ad analizzare innanzitutto il rutilismo dal punto di vista scientifico, chiarendone la genesi biochimica. Rutilismo. Genesi e implicazioni mediche Il rutilismo, detto anche “eritrismo” o “isabellismo”, è dunque la caratteristica delle persone dotate di capelli rossi. Il famoso “pel di carota”, oggetto di fascino e superstizione, spesso relazionato con una pigmentazione chiara dell’incarnato e la presenza di lentiggini. Caratteristiche che suggeriscono alla mente immagini determinate, esempi e prototipi, tratti dal panorama storico, così come da quello letterario e cinematografico. Si pensi a Bianca come il latte, rossa come il sangue, la protagonista del romanzo di Alessandro D’Avenia, da cui il film di Giacomo Campiotti. Ma cos’è che dona naturalmente questa pigmentazione ai capelli? È una particolare varietà di melanina, detta “feomelanina”. La melanina è appunto un pigmento del corpo umano responsabile del colore della pelle e degli annessi cutanei, quali peluria e capelli. Essa è prodotta da cellule, dette “melanociti”, siti nell’epidermide. Due sono le varietà di melanina: l’“eumelanina”, quella scura tipica delle popolazioni con pelle o capelli neri e castani; la “feomelanina”, quella chiara che dona colori chiari ai capelli (rosso e biondo) e alla pelle. Il gene maggiormente responsabile della pigmentazione rossa dei capelli è l’MC1R, in particolare le varianti di tale gene nel cromosoma 16. L’MC1R codifica per il recettore di un ormone, detto “melanocortina”, una molecola secreta dall’ipofisi che stimola i melanociti a produrre melanina. Ma alcune varietà (alleli) di questo gene comportano una ridotta funzione del recettore, e conseguentemente un fenotipo caratterizzato da capelli rossi, pelle chiara e lentiggini. Dunque il rutilismo sarebbe dovuto a livelli molto alti di feomelanina (pigmentazione ramata) e a livelli molto bassi di eumelanina (pigmentazione scura). Il gene MC1R è recessivo, e il suo cambiamento può provenire da entrambi i cromosomi, ed è facile così che chi nasca da entrambi i genitori dai capelli rossi abbia l’alta probabilità di avere i capelli di tale colore. Tuttavia, anche se i due genitori non hanno i capelli rossi, possono essere portatori del gene e avere dunque prole dai capelli rossi (la percentuale è di 1 su 4). Se invece uno dei due genitori ha i capelli rossi e l’altro è solo portatore del gene, allora le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi salgono al 50%. Di conseguenza, sono comuni i salti generazionali. Se infine solo uno dei due genitori è portatore del gene mutato, le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi sono molto scarse. In ogni caso la colorazione del capello può variare nel corso della vita, complice anche l’esposizione al sole. Il fatto che il rutilismo sia associato ad una carnagione molto […]

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Attualità

Morte di George Floyd. L’ennesimo caso di brutalità razziale e abuso di potere

Negli ultimi giorni l’America è costretta ad accantonare il problema lockdown, mascherine e pandemia per catapultarsi nell’ultimo di una serie di casi di razzismo e abuso di potere che ancora insanguinano e atterriscono nel XXI secolo le comunità afroamericane: la morte di George Floyd. Il Covid-19 fa spazio alle macerie di un Paese che si sgretola tra odi e rivendicazioni, un Paese più diviso che mai e alimentato da un’insofferenza non più solo razziale, bensì collettiva. Ma cosa è accaduto la sera dello scorso 25 maggio a Minneapolis, città insieme a molte altre posta sotto i riflettori? Morte di George Floyd. Gli eventi Il quarantaseienne George Floyd, nato a Houston in Texas, da molti anni trasferitosi a Minneapolis, nel Minnesota, lavorava come buttafuori, ma era rimasto negli ultimi mesi senza lavoro, come milioni di americani e non, per le conseguenze della pandemia. Ebbene, la sera dello scorso 25 maggio Floyd si reca nel solito negozio di Minneapolis a comprare un pacco di sigarette, porgendo però all’impiegato, un ragazzo nuovo, una banconota da venti dollari falsa. Scatta così l’allarme al 911, che afferma che Floyd fosse ubriaco. Giunge la polizia, con la quale Floyd tenta di discolparsi resistendo blandamente alle manette, mentre la stessa tenta di portarlo via con la volante. La situazione comincia chiaramente a precipitare con l’intervento del poliziotto Derek Chauvin, che ferma l’uomo tenendolo bloccato per otto minuti circa, spingendo il ginocchio contro il petto di Floyd, che supplica in estrema difficoltà «Please, I can’t breathe» (Non riesco a respirare). In una manciata di minuti Floyd muore e l’intera scena viene ripresa con gli smartphone dei presenti, finendo sul web e innescando odi e proteste contro la polizia e Trump. L’America insorge e torna forte il grido “Black Lives Matter” (Le vite nere contano). L’ennesimo caso di brutalità e razzismo infanga i capisaldi di dignità, rispetto e uguaglianza etnico-sociale. Ancora una volta la Libertà, orgogliosamente e simbolicamente mostrata a Liberty Island, viene lesa e mortificata. Manifestazioni e rivolte stanno infiammando strade e piazze nella maggior parte degli Stati Uniti. Il coprifuoco è stato imposto in molte città, circa 1.400 persone sono state arrestate e per oltre un terzo a Los Angeles. Il Paese brucia con incendi appiccati ai commissariati e mezzi della polizia, saccheggi e distruzioni a negozi. Derek Chauvin è attualmente incriminato con accusa riqualificata dal Procuratore di Minneapolis: l’ipotesi di reato è di omicidio volontario non premeditato, e non più colposo. Ora l’ex agente rischia fino a un massimo di 40 anni di carcere. Inoltre il Procuratore ha ordinato l’arresto degli altri tre poliziotti coinvolti, con l’accusa di complicità in omicidio volontario. Tutti e quattro gli ex agenti sono ora agli arresti. Nelle ultime ore inoltre si apprende come il carnefice in divisa avesse già ucciso Wayne Reyes, latino-americano freddato con sedici proiettili nel 2006. Ma i manifestanti chiedono di più, accuse più severe e la parola “fine” ad una discriminazione razziale che nel XXI secolo non smette di dilagare, servendosi di abuso di potere e […]

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Culturalmente

Scultori famosi. Dal Rinascimento all’età contemporanea

Scultori famosi. Quali e quanti talenti e personalità poliedriche si sono succeduti nella storia fino ai nostri giorni? L’arte esiste sin dai tempi preistorici, in forme rudimentali, ma sempre atta ad esprimere ciò che l’artista nella fattispecie provasse o intendesse comunicare. Ma è dal periodo rinascimentale che l’arte assume forme sempre più compiute ed armoniche, espresse attraverso mani e cuori di geni, che hanno segnato un’epoca fondamentale della storia dell’arte, non solo italiana, ma mondiale. Si pensi a Firenze, patria artistica rinascimentale per eccellenza, così come Roma ed altre città che incarnano da sempre il gusto della raffinatezza, attraverso le splendide architetture religiose, i meravigliosi dipinti commissionati e le incredibili sculture dei più celebri artisti. Ebbene, dal Rinascimento fino all’età contemporanea, molti sono i nomi che hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama dell’arte. Analizziamo ora il lavoro e la passione di alcuni dei più famosi scultori, italiani e internazionali, proprio partendo dall’epoca rinascimentale, fino a giungere ai talenti figli della contemporaneità. Scultori famosi. Dal Rinascimento al Neoclassicismo Tra gli scultori famosi, cominciamo la rassegna con colui che vien considerato il padre della scultura rinascimentale, Donatello. Nato a Firenze nel 1386, battezzato come Donato di Niccolò di Betto Bardi, l’artista fiorentino era di famiglia modesta e dotato di un temperamento passionale, carattere che riuscì ad esprimere mirabilmente nelle sue opere, in cui era solito imprimere vigore, drammaticità e umanità quali forze trattenute in quelle forme armoniose da lui create e scolpite. Donatello fu allievo di Brunelleschi, cominciando i suoi lavori a Firenze agli inizi del ‘400. Tra i capolavori vanno menzionati San Giovanni Evangelista, oggi presente al Museo dell’Opera del Duomo, San Marco e San Giorgio, nella chiesa di Orsanmichele e i Profeti per il Campanile di Giotto a Santa Maria del Fiore. Gli anni della maturità vedono Donatello concentrarsi sui bassorilievi, mettendo a punto la nuova tecnica dello “stiacciato” (rilievo con variazioni minime rispetto al fondo), con la quale decorò battisteri e pulpiti in Toscana. Tra i suoi capolavori si ricorda sicuramente il David (1440) bronzeo, conservato al Museo Nazionale del Bargello a Firenze, e da cui ha tratto ispirazione la statuetta-premio cinematografico italiano assegnato ai vincitori durante l’annuale cerimonia di premiazione. Un altro David, ma marmoreo, fu prodotto invece da Donatello nella fase giovanile, nel 1408-1409. E parlando di scultori rinascimentali non si può evitare di analizzare il talento di Michelangelo Buonarroti, tra i più famosi scultori non solo italiani, ma di tutto il mondo. Nato nel 1475 da una famiglia fiorentina patrizia, era destinato ad una carriera ecclesiastica o militare. Eppure l’arte entrò a far parte della sua vita sin dalla più tenera età. Crescendo, fu notato da Lorenzo il Magnifico, che lo ospitò e avvicinò ai più importanti intellettuali dell’epoca. Dopo la sua morte, si spostò a Roma, assorbendo le influenze della cultura classica e delle varie forme rinascimentali, che gli permisero di maturare e sviluppare il suo talento. Il suo primo capolavoro fu La Pietà (1498-1499), scolpita inizialmente per la cappella di Santa Petronilla e oggi […]

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Culturalmente

Breve storia dell’automobile: dalle origini ai giorni nostri

La storia dell’automobile si veste di sviluppi e progressi, affondando le sue radici nella seconda metà del XVIII° secolo, pur non essendoci una determinata data esatta che ne indichi l’invenzione. Per molti secoli il trasporto su strada è stato assicurato dall’utilizzo di carri e carrozze a trazione animale. A un certo punto ci si rende conto di quanto potesse essere importante l’invenzione di veicoli in grado di muoversi autonomamente, grazie alla comparsa del motore, così da rendere più agili e veloci gli spostamenti. L’automobile, inizialmente inventata per sostituire la trazione animale, si è servita nel tempo di motori differenti a seconda dei sistemi di alimentazione: dal motore a vapore a quello a scoppio, alimentato dal combustibile più diffuso, la benzina, affiancandosi poi ad altri più innovativi. Ma veniamo ad analizzare il percorso che ha segnato la storia dell’automobile, portandola ad affermarsi su ampia scala, con strumenti sempre più all’avanguardia. Breve storia dell’automobile. Excursus «Un giorno si sarà in grado di costruire carri in grado di muoversi e di conservare il loro movimento senza essere spinti o tirati da alcun animale» (Roger Bacon XIII° secolo) Ebbene, circa cinquecento anni prima dell’invenzione dell’automobile, uno scienziato e filosofo inglese aveva previsto una rivoluzione nell’ambito del trasporto autonomo. Già in epoca rinascimentale, in realtà, vennero ideati modelli di carri che potessero muoversi da soli ma questi prototipi non vennero mai effettivamente costruiti. Bisognerà attendere la fine del XVIII° secolo per veder realizzati concretamente i primi modelli di veicolo a trasporto autonomo. Progettato nel 1769 dall’inglese Joseph Nicolas Cugnot, il “Carro di Cugnot” era azionato da un motore a vapore a due cilindri per una cilindrata totale di circa 64.000 cm3. Soprannominato “macchina azionata dal fuoco”, raggiungeva una velocità massima di 10 Km/h, riuscendo a procedere solo per una dozzina di minuti. Seppur molto breve, questo percorso viene considerato l’inizio della storia della motorizzazione, che, attraverso sviluppi successivi, giunse ad uno stadio sempre più completo. L’ostacolo principale da ricondurre al primo esemplare automotorizzato consisteva nella lentezza della sterzata e nella frenata, ancora assente, infatti il Carro di Cugnot si schiantò contro un muro. Nel 1771 ne venne costruito un altro esemplare, ottenendo i primi risultati sperati. Attualmente il primo prototipo di automobile è conservato al Conservatoire National des Arts et Métiers di Parigi, mentre una sua copia è esposta al Museo dell’Automobile di Torino. Bisognerà attendere un centinaio d’anni per sperimentare gli effettivi progressi che condussero ad un’autentica svolta in ambito automobilistico. In tal senso, lo spartiacque avvenne nel 1876, grazie all’ingegnere tedesco Nikolaus August Otto, che inventò la prima automobile con motore a scoppio a quattro tempi: tale sistema trae nome dalle piccole esplosioni provocate dal contatto delle scintille create dalle candele con la benzina (il nuovo carburante liquido altamente infiammabile, che dotava il motore a combustione interna del carburatore), che avvengono all’interno dei cilindri. I principali e determinanti avvenimenti della storia dell’automobile si susseguirono negli anni ’80 dell’Ottocento. Dieci anni più tardi l’invenzione di Otto, nel 1886, l’ingegnere tedesco Karl Benz perfezionò ciò […]

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Culturalmente

Horcrux. Il simbolo più oscuro e affascinante della magia nera nell’universo di Harry Potter

Com’è noto, quella di Harry Potter è tra le serie di romanzi fantasy (poi cinematograficamente trasposta) più famose e remunerative. Nata dalla penna di J. K. Rowling e pubblicata tra il 1997 e il 2007, la storia del giovane mago ha affascinato adulti e ragazzi, grazie al sapiente intreccio narrativo e al racconto delle vicende sullo schermo ricche di colpi di scena, via via più complesse ed enigmatiche ad ogni successivo capitolo. Se ne contano infatti sette, un numero ricorrente e fortemente simbolico. In ciascuno dei sette capitoli della saga più seguita si affrontano le rocambolesche storie del protagonista Harry Potter, ambientate nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, che, insieme agli amici Ron, Hermione, Hagrid, l’elfo domestico Dobby e il Preside della Scuola Albus Silente, affronterà il suo destino, scoprendo e affinando le sue capacità per combattere e sconfiggere l’acerrimo rivale Lord Voldemort, il più grande Mago Oscuro di tutti i tempi. E uno dei misteri più interessanti della saga di Harry Potter riguarda proprio le magie oscure che Voldemort ha realizzato con lo scopo di diventare il mago più potente e temuto del mondo. Tra queste la creazione degli Horcrux, da sempre oggetto di fascinazione e oscurità, che ha incantato i fan della saga. L’argomento Horcrux è da sempre bandito alla Scuola di Hogwarts: è proibito parlarne, in quanto considerata tra le più terribili ed immorali delle magie. Gli Horcrux si palesano nella trama degli ultimi due capitoli della saga: Il Principe Mezzosangue e I Doni della Morte. Scovarne i misteri è tutt’altro che semplice. Occorrerà pazienza, capacità, intelligenza, coraggio e tenacia per disseppellirne i segreti, ma attraverso numerose ricerche e avventure il valoroso protagonista, con l’aiuto degli amici, riuscirà a far trionfare il bene. Horcrux: origine, significato e poteri Horcrux, unico termine, grande leggenda. Un tale mistero delle Arti Oscure che la maggior parte dei maghi non ne ha mai sentito parlare, e, tra i pochi che ne sanno qualcosa, una minima parte ne sa davvero abbastanza. La stessa etimologia del nome è controversa. Considerando che la Rowling si sia ispirata per altri nomi alla lingua sassone, la saggista Marina Lenti ha ipotizzato che possa derivare dal sostantivo horh, tra i cui significati c’è quello di “umore” quale fluido, e cruce, piccolo contenitore destinato a contenere liquidi. Dunque, da tale etimologia potrebbe derivare il significato di “contenitore di essenza”, intesa come “anima”. Vediamo perché, cosa sia in realtà un Horcrux e quali poteri sia in grado di sprigionare. Un Horcrux è un oggetto (o anche un essere animato) in cui un Mago Oscuro ha nascosto un frammento della propria anima con lo scopo di raggiungere l’immortalità. La sua creazione è considerata la forma più orribile di magia, in quanto viola le leggi della natura e della moralità, richiedendo per la sua realizzazione l’orribile atto di omicidio. Il primo Horcrux fu creato da Herpo, un abile Mago Oscuro dell’antica Grecia. I suoi reiterati e perversi esperimenti sulla Magia Oscura, nonché il suo chiaro squilibrio mentale, gli valsero […]

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Culturalmente

La danza: meravigliosa forma d’espressione e bellezza

Cos’è la danza, se non una combinazione perfetta di aria e fuoco! È poesia, è la forma d’arte più intensa e appassionata, sublime, carismatica attraverso cui il corpo esprime le sensazioni più ermetiche e recondite. La danza è assoluta libertà, spogliando la mente da qualunque limite e inibizione. La musica si avvia, lo spazio e il tempo cominciano ad assumere una forma infinita e indefinita, l’anima sembra staccarsi per un istante dal corpo o forse richiama a sé il corpo in una dimensione inedita, altra dalla mediocre convenzionalità. I piedi cominciano a disegnare geometrie e traiettorie, rispondendo al solo comando del cuore, che pulsa più forte e comincia ad emanare luce propria, come una stella. Il corpo brucia di bellezza e passione. L’io timido e introverso cede il posto ad un io audace, sincero, invincibile e colmo di vita e adrenalina da far esplodere. L’essere, da tempo assopito, diviene più forte, scatenato, dolce, infrangibile, delicato, appassionato, inviolato, pudico ed erotico. Tutto questo la danza tira fuori rendendo quel corpo, fino a un istante prima pigro e riluttante, protagonista dell’armonia cosmica, spingendo fuori l’impossibile e vomitando tutto ciò che non è amore. Perché quel corpo danzando diviene piuma portata dal vento dei sentimenti e arde senza mai bruciare davvero, come fuoco divino che si autoalimenta senza distruggere. Tutto questo può la danza, e oltre. Cos’è la danza: origini ed espressione La danza è un’arte attraverso cui il corpo esprime anima, emozioni e pensieri, muovendosi con armonia e seguendo il ritmo della musica, eseguendo uno schema ben definito di passi, detto coreografia, o abbandonandosi semplicemente all’estro dell’improvvisazione. Tale particolare arte affonda le sue radici nell’era preistorica, quando le tribù eseguivano rituali e preghiere al ritmo di formule intonate e movimenti simbolici. La danza nasce dunque come momento sacro e di aggregazione, divenendo nel corso del tempo una forma d’intrattenimento e spettacolo sempre più compiuta. Nell’antica Grecia costituiva un prezioso elemento all’interno di tragedie e commedie, dove il coro si esprimeva principalmente danzando nello spazio antistante l’edificio scenico denominato orchestra, termine derivante etimologicamente dal verbo greco orchéomai (danzare). Ma emblematico anche il motivo per cui i termini che si riferiscono alla danza, come il già citato coreografia. rechino in sé l’etimo greco chóros. Il termine italiano danzare deriva invece dal francese antico danser, da cui il francese odierno danse e l’inglese dance. Ed è proprio in Francia che, a partire dal XVII° secolo, la danza comincerà ad assumere la forma compiuta e tecnica, così come è oggi nota e studiata. Infatti lo sviluppo della musica strumentale in quel periodo storico portò la danza nelle più facoltose corti europee, dove cominciava ad essere considerata un’arte raffinata ed esclusiva. Allora la danza occidentale conobbe il suo massimo splendore, con la composizione delle prime coreografie che per tutto l’Ottocento vennero rappresentate nei più prestigiosi teatri europei, come l’Opéra di Parigi, il Bolshoi di Mosca e il Teatro alla Scala di Milano. Durante la sua evoluzione, la danza ha conosciuto molteplici trasformazioni, definendosi nei più disparati generi, […]

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Culturalmente

Il suono delle cellule: la musica della vita

Il suono delle cellule. Cos’è esattamente? Quando si pensa al suono non si fa fatica ad immaginare la musica, la meravigliosa arte che permea ogni aspetto della vita. È nell’aria, nel cuore, nella mente e persino nel corpo, nelle viscere, ovunque a dare senso e armonia al creato. E il suono è la sua piccola immensa unità di misura. Il suono è energia, naturale o ricreato, che lega armonicamente l’uomo e tutte le creature viventi alla natura. I suoni hanno da sempre affascinato l’uomo, che sin da tempi remoti ha imparato a riprodurli prima con il corpo, poi utilizzando gli oggetti che trovava, fino a maturare la capacità di costruire appositi strumenti, nel tempo sempre più precisi e sofisticati, in grado di riprodurre quell’insieme di note, frequenze e armonie ascoltate in natura e in grado di quietare gli animi agitati, suscitare emozioni intense, infondere speranza e aiutare ad abbandonarsi a pensieri ed azioni catartici. Sì, perché i suoni, che siano sussurrati, cantati, suonati o ascoltati, hanno il magico potere di infondere benessere a mente e corpo, proprio e dei propri simili, di ristabilire equilibri alterati e curare dolori spirituali e fisici. La musica è ovunque, dentro e fuori, tutto suona in armonia con l’universo. Ma cos’è tecnicamente un suono? Il suono delle cellule. Cos’è il suono Il suono è essenzialmente energia vibrazionale, una vibrazione dunque, in quanto tutto ciò che vibra, gli oggetti e il nostro stesso corpo, emette un suono, percepibile o meno dall’orecchio umano. Tale energia si presenta in forma ondulatoria sinusoidale e le sue onde sono misurate in unità chiamate “hertz” (Hz). Tutto ciò che vibra ha una sua frequenza, ad esempio 100 Hz sono 100 onde al secondo. Ma la capacità uditiva dell’orecchio umano varia circa dai 16 ai 20.000 Hz, e tale range varia in base a diversi fattori, tra cui quello generazionale. Dunque le vibrazioni con frequenze al di sotto del range uditivo sono dette “infrasuoni”, mentre quelle al di sopra “ultrasuoni” (quelle udibili ad esempio da altre specie animali, come cani e pipistrelli). Tuttavia, il nostro range uditivo pur non coprendo l’intero range di frequenze, non implica il fatto che le stesse non abbiano incidenza sul nostro essere, in quanto fonte di calore e responsabili pertanto di variazioni e condizionamenti fisiologici. Ma esiste qualcosa di più sorprendente. Se i suoni che siamo abituati a percepire e riprodurre fossero insiti da sempre in noi? Ebbene, il meccanismo sonoro che sottende determinati fenomeni emotivi, naturali e fisici interessa non solo l’ambiente esterno e i suoi effetti su corpo e mente, bensì viene prodotto naturalmente e in maniera indotta anche all’interno delle particelle infinitesimali che costituiscono il nostro organismo. Vediamo come. Il suono delle cellule. Struttura e produzione Le nostre 37.200 miliardi di cellule si muovono e comunicano tra loro, e nel farlo vibrano, dunque emettono suoni. In più, le cellule non oscillano né suonano a caso, in quanto ciascuna vibrazione corrisponde a compiti precisi. È possibile per esempio distinguere le cellule che soffrono e muoiono. […]

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Culturalmente

Monumenti di Roma. Dieci tra gli irrinunciabili siti da visitare

Roma: la città eterna. Splendore artistico e culturale. Trionfo dell’antichità nella modernità. Famosa in tutto il mondo per l’intramontabile bellezza del suo centro storico, simbolo di una potenza di titaniche dimensioni e testimonianza di un glorioso passato imperiale. Roma pullula di meravigliosi monumenti architettonici, scultorei e pittorici, e qualunque visitatore o turista non può evitare di subirne l’intero fascino. I monumenti di Roma sono innumerevoli, ma è ovviamente impensabile visitarli tutti approfittando di un breve soggiorno o vacanza nella grandiosa città. Occorrerà effettuare una selezione di ciò che si preferisce ammirare la prima volta, ripromettendosi di tornare per donare giusto merito a una città di tale importanza per fascino, splendore e storia. Aiuta sicuramente sapere che molti dei più famosi siti visitabili sono vicini gli uni agli altri, concentrati abbastanza da non dovervi rinunciare. Ma vediamo nel dettaglio cosa offre l’“urbs magna” quale autentico museo a cielo aperto. Monumenti di Roma. Dieci meraviglie selezionate «Il Colosseo di giorno, al chiaro di luna, a lume di torcia e con ogni sorta di luce è quanto di più stupendo e terribile» (Charles Dickens) Ebbene, una prima irrinunciabile tappa del tour romano concerne senz’altro il monumentale simbolo della città stessa agli occhi dell’Italia e del mondo intero: il Colosseo. Le parole dello scrittore britannico esprimono l’immensa ammirazione provata di fronte alla colossale meraviglia, affascinante al crepuscolo, straordinaria di giorno. Battezzato con il nome “Anfiteatro Flavio”. La sua costruzione fu iniziata da Vespasiano nel 71-72 d.C. e inaugurato da Tito nell’80 d.C. L’altezza attuale raggiunge i 48,5 mt, ma originariamente arrivava a 52 mt. Solo successivamente, in età medievale, il termine “Colosseo” giunse a identificarlo così come oggi è conosciuto. Tale nome è sì legato alle mastodontiche dimensioni dell’opera architettonica, ma fa anche riferimento al Colosso di Nerone, una statua in bronzo raffigurante l’ex imperatore, posizionata proprio vicino al monumento, ora inesistente. Nel Colosseo i romani trovavano svago e diletto assistendo agli spettacoli dei gladiatori e a rappresentazioni di drammi mitologici. Nel 1980, insieme a tutto il centro storico, fu inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO, e nel 2007 inserito fra le Nuove sette meraviglie del mondo. La visita al Colosseo va senza dubbio completata con una ai Fori Imperiali e al Foro Romano. I primi costituivano nell’antichità una serie di cinque piazze monumentali cittadine, dove sorgevano gli edifici pubblici, si teneva il mercato e si sbrigavano affari. Furono costruiti in anni diversi nell’arco di un secolo e mezzo, dal 46 a.C. al 113 d.C. Di essi non fa parte invece il Foro Romano, la vecchia piazza repubblicana, per secoli centro politico, religioso ed economico della città. Caduto l’Impero, anche il Foro Romano cadde nell’oblio e poco a poco sotterrato. Solo nel XX° furono iniziati gli scavi per riportare in auge il suo nostalgico splendore antico. Affascinante passeggiarci ammirandone le rovine che ancora sussurrano bellezza e potenza. Colosseo e Fori Imperiali si connettono tramite la monumentale via a Piazza Venezia, da cui si dipana la famosa via del Corso, arrivando dritta a Piazza […]

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Attualità

Diario di una quarantena. Il rumore nel silenzio

Ciao Covid-19. È una ventinovenne che ti parla, una ventinovenne alle soglie dei trenta, restia e un po’ timorosa nell’immergersi. Lo sai che stai mettendo a dura prova cuori, umori e desideri di quanti rimpiangono la libertà di un contatto, di una passeggiata di fronte al mare, di un bacio che sa di universo? Tra queste migliaia di cuori stropicciati c’è anche quello di una ragazza, donna e fanciulla a seconda della Luna. Lei è una sognatrice. Ama volare senza freni, senza direzioni, senza inibizioni. Ama l’arte, in tutte le sue forme. La musica nutre la sua anima, insieme all’amore, con cui e per cui vive. La danza scandisce il tempo, che come un bradipo si trascina lento nel suo cuore, ma a ritmo deciso. La scrittura accompagna le sue giornate, tristi e gioiose, inducendola a vomitare catarticamente quell’oceano di segreti e pensieri, i più reconditi dell’essere. Lei avverte in sé quell’infinito, quell’immenso che trova spazio in un corpo piccolo, pronto ad esplodere e inondare tutt’intorno di magia e bellezza. Lei sente un’energia, che si propaga dentro e fuori, come in un flusso di onde gravitazionali, brillando come stelle e ardendo come il fuoco della passione. Ma sai bene, Covid-19, che in un periodo come questo, di ardue restrizioni e limitazioni alla libertà di movimento e contatto, tale incredibile iperuranio dell’anima non può che esprimersi in uno spazio infinitamente più piccolo di quanto possa essere quello del mondo intero o di una grande città. Ma l’anima di questa ventinovenne è determinata a cercare la luce, anche nell’apparente tunnel di disagio e crisi personale. L’anima di questa eterea sognatrice prende forma in passioni concrete, decidendo di porre la mente al servizio del cuore e il cuore al servizio della mente. Testarda e viva, solleva i cerotti dalle ferite della sfiducia, decidendo sicura di continuare a concedersi il nutrimento che merita. Qui interviene Lei, oasi nel deserto e cibo in periodo di carestia: la musica. Ecco che quell’anima bisognosa d’amore e assetata di emozioni che spezzano il fiato rispolvera passioni assopite. Si ritrova lì, davanti a quel vecchio pianoforte, quanto mai inedito ora nei suoi pensieri. Lo scruta, lo sfiora, passando delicatamente i polpastrelli dal nero al bianco dei tasti, producendo suoni delicati alternati a quelli più gravi o acuti. Sfiorando quel magico strumento comincia ad avvertire in sé la primavera del cuore. Nella mente immensi campi, alberi e sentieri si colorano di una caleidoscopica fioritura. Gli uccellini inscenano spettacoli canori, accompagnati dallo scroscio di un ruscello e dal vento che crea con le foglie soavi percussioni. Ecco che in quell’anima, spesso insicura, a volte un po’ claudicante, si insinua l’orchestra dell’armonia universale, qualcosa di immenso e vibrante pur nello spazio fisico di una stanza. Lancia una sfida con se stessa: riuscire a suonare e cantare I’ll Never Love Again di Lady Gaga e Bradley Cooper, con tutta la bellezza e la forza che ad ogni nota si rigenerano nel cuore. Le labbra cominciano ad emettere suoni incantevoli e le mani intraprendono […]

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Voli Pindarici

Il profumo di un mondo che ha vinto

Marzo 2050. Sono fuori, in veranda, sorseggio una tisana allo zenzero, in compagnia di Louis Armstrong che intona in sottofondo una soave What a Wonderful World. E così a seguire Etta James con At Last, Nina Simone con Feeling Good e Billie Holiday con I’ll Be Seeing You. Dolce poesia per quest’udito un po’ stanco dell’assordante rumore dell’abitudine, del traffico, del lavoro e di qualche parola vomitata di troppo. Sono qui in un momento tutto mio, ritagliato dall’insensibile routine. Qui nella mia comfort zone ad osservare l’orizzonte, riuscendo addirittura a sentirlo l’odore inebriante di quel mare che lambisce la costiera sorrentina, così come quello dei limoni e dei fiori di pesco che in questo periodo dell’anno compiono lo straordinario miracolo della fioritura. La primavera esplode meravigliosa, infondendo un senso di bellezza ed ottimismo. Il sole scalda la pelle e scava nella mente fino a raggiungere i ricordi più reconditi. Il profumo di arance appena spremute desta l’appetito e il desiderio di sapori genuini. Che pace, che serenità in questi istanti di pausa, in compagnia di se stessi! Ma una leggera fitta attraversa il petto. Una contorta e gelida sensazione di perdere una beatitudine conquistata con rinunce e sacrifici. Quella sensazione bruciante, che apre una finestra spazio-temporale socchiusa per tanto tempo, subito collegata ad un passato che bussa delicatamente. Un passato che di tanto in tanto torna a scuotere mente e membra, cuore e anima, lasciando addosso qualche brivido di timore, di pericolo, come se da un momento all’altro tutto dovesse ripetersi di nuovo, con la stessa forza, con la stessa dirompenza. Ma il suono del citofono giunge a distrarre e scompigliare pensieri e sensazioni. È mia nipote, la mia dolce nipotina che periodicamente viene a farmi visita, donandomi istanti di gioia con quel suo fare così curioso ed estroverso che la rendono irresistibile. Una forza della natura, un tenero e deciso contagio di buonumore e vitalità. «Ciao nonnina», mi viene incontro come uno tsunami d’amore. «Sai, oggi a scuola sul libro di storia ho letto di una pandemia che si è diffusa ai tuoi tempi, nel marzo 2020. Di cosa si tratta? Cosa è successo?» Esito per un attimo, poi comincio a risponderle avvertendo brividi che solcano la schiena. «Sai piccola, è una storia triste. La storia di un Paese e del mondo intero che hanno vissuto un periodo surreale, tra terrore e speranza. Ma è anche una storia di vittoria. La storia di una comunione globale animata dalla forza e dal coraggio di non mollare, mai, anche quando il male insiste nel prevalere, anche quando tutto sembra destinato a perdersi per sempre». «Racconta nonna, raccontami cos’è accaduto…». 20 marzo 2020. Sono già trascorsi più di dieci giorni ormai dall’inizio di questa innaturale quarantena, questa lacerante chiusura con qualunque tipo di contatto esterno. Questo maledetto virus sta decisamente mettendo a dura prova resistenza e lucidità. Lo hanno battezzato “Covid-19”, una variante del già esistente Coronavirus giunta maldestramente dalla Cina, che sottilmente comincia a falciare vite in patria, giungendo aggressivo in […]

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Culturalmente

Aforismi filosofici: 10 da conoscere

L’esistenza umana tende continuamente a nutrirsi di filosofia. Quanto spesso capita di interrogarsi sul senso del tempo, dell’amore, della vita! Persino nelle cose più semplici e quotidiane, la filosofia interviene saggia e sinuosa a risolvere interrogativi o porne di altri. E così ogni azione, pensiero, decisione trova riscontro nella miriade di aforismi filosofici, autentiche massime di vita per far luce sull’esistenza e infondere attenzione e serenità. Di seguito verranno descritte e analizzate dieci tra le massime più conosciute. Aforismi filosofici. Dieci tra i più saggi ed attuali « Per vivere con onore bisogna lottare, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima » (Lev Tolstoj) Il noto filosofo e scrittore russo del XIX° secolo esprime un concetto tanto saggio quanto attuale. Non abbiamo mistero della viltà dell’animo. Quanto poco coraggio si impiega per vivere, per vivere davvero! Si è così impegnati a gestire e sopravvivere. Impegnati a lottare per non soccombere, per non fallire. Ma è questa la vera lotta? È qui che fiorisce la vitalità che scaccia l’inerzia? Ebbene no. Si è così poco abituati a perdere, riscoprendosi più fragili di quel che si crede. Sì. Perché la vera forza non risiede nel camminare senza inciampare mai, bensì nella capacità inedita di rialzarsi ad ogni caduta, di riprendere il volo dopo essere scivolati nel precipizio. Non è affatto semplice “mutare pelle, cuore e mente ad ogni stagione” ma è parte essenziale dell’essere umani. Non è onorevole resistere di fronte all’errore e ai sentieri impervi. È onorevole perdersi per ritrovarsi migliori di prima, più completi e consapevoli. È saggio ricominciare a sorridere, soprattutto quando la vita non sembra offrire la possibilità di farlo con gusto e voluttà. Ma se ci si abbandona alla pigrizia dell’anima, la viltà prenderà il sopravvento sul coraggio. Pertanto, occorre non smettere mai di mettersi in gioco e alla prova. E ad ogni gradino scalato e ad ogni ruscello saltato, il cuore sarà più vicino alla maturità e un punto sempre più prossimo alla felicità.  « Non cercare di sapere, interrogando le stelle, che cosa Dio ha in mente di fare: quello che decide su di te, lo decide sempre senza di te » (Lucio Anneo Seneca) Lo stoico filosofo romano del I° secolo esprime in uno dei nostri aforismi filosofici il connubio tra filosofia e fede. Spesso la nostra quotidianità è pervasa da detti che ben sostengono il concetto di Seneca, come ad esempio “Lascia fare a Dio”, che richiamano il fatalismo o la divina provvidenza, secondo la morale manzoniana. Ma quanto saggia e rassicurante è questa fede! Certo, gli agnostici storcerebbero il naso, ma per chi ha fede e crede in un “macro progetto” – che molto probabilmente non combacerà con la miriade di “micro progetti” che l’uomo testardamente costruisce – sarà giusto abbandonarsi al volere superiore, a quell’Àgape che è l’amore assoluto e incondizionato. Un amore che ha a cuore il nostro vero bene, quello che […]

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Cinema e Serie tv

Storia del nuovo cognome, secondo capitolo de “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A più di un anno dallo straordinario successo televisivo partenopeo de L’amica geniale, ispirato al romanzo di Elena Ferrante, dal 10 febbraio 2020 è ritornato ad emozionare su Rai Uno la storia di grande amicizia tra Lila e Lenù, con il secondo capitolo della tetralogia Storia del nuovo cognome, ancora diretto da Saverio Costanzo. Un’autentica serie evento, trasmessa in anteprima mondiale, così attesa dopo il successo del primo capitolo che ha conquistato nel 2018 non solo Napoli, ma l’Italia e il mondo intero. Merito della trama, così come della talentuosa interpretazione delle protagoniste Gaia Girace (Lila) e Margherita Mazzucco (Lenù) insieme agli altri attori, dell’ambientazione e del linguaggio, che hanno reso la storia così vera e genuina. Le due attrici hanno sostenuto una prova più che convincente, grazie ad una recitazione intensa, vibrante e spontanea che, in maniera eccellente, ha descritto le storie di miseria, lotta, tradimenti, sfiducia e crescita di due bambine divenute poi donne tra difficoltà, audacia, rassegnazione e volontà di svolta. Storia del nuovo cognome. Trama Come anticipato, Storia del nuovo cognome è il secondo capitolo della storia di Lila e Lenù , la storia di questa straordinaria amicizia raccontata da Elena Ferrante nei suoi quattro romanzi e riadattata dalla Rai per la prima visione mondiale in TV, grazie all’egregia regia di Saverio Costanzo. La seconda serie de L’amica geniale riporta lo spettatore tra le strade del rione, tra i drammi socio-familiari, tra la voglia di emergere e strapparsi alla Napoli decadente di Elena e quella di rinnegare il “nuovo cognome” di Lila. Il periodo narrato pone al centro la fase adolescenziale e la prima età adulta delle protagoniste. Alla fine della prima stagione il pubblico ha lasciato Lila nel giorno del suo matrimonio, pronta a credere in una rimonta sociale e familiare e nell’amore, ma già affacciata alle prime amare consapevoli disillusioni. E la seconda stagione inizia da qui, dalla vita di Lila intrappolata a Napoli nel ruolo di moglie e in quel cognome che detesta giorno dopo giorno, quello del marito Stefano Carracci (Giovanni Amura), vittima tra l’altro di una violenza tipica della forma mentis maschilista fortemente in auge negli anni del dopoguerra e ancor più in certi ambienti infimi e piatti come quello che fa da sfondo alle vite di Lila e Lenù, il Rione Luzzatti di Gianturco. Dall’altra parte c’è Lenù, desiderosa di sfuggire al marcio della propria città e soprattutto all’ombra della sua “amica geniale”, che incombe sulla sua personalità, come un limite dal quale sembra non riuscire mai a liberarsi. Lila giunge a rassegnarsi alla sua condizione e a un destino già scritto, mentre Elena cerca consolazione e salvezza negli studi, decidendo dopo la maturità di proseguire con l’Università alla Normale di Pisa, imparando ad acquisire maggiore sicurezza di sé e farsi strada nel mondo, tra delusioni d’amore e voglia di emergere. Storia del nuovo cognome. La frustrazione di Lila tra lotta e consapevolezza Sin dalla prima stagione non sembrano esserci dubbi: Lila è l’amica geniale! Dotata di intelligenza fuori dal […]

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Cinema e Serie tv

Cats. Il musical prende vita con la trasposizione cinematografica di Tom Hooper

Il 20 febbraio 2020 si torna a sognare con lo straordinario capolavoro musicale Cats. Il fantastico musical di Andrew Lloyd Webber prende ora vita, attraverso l’agognata trasposizione cinematografica ad opera del regista Tom Hooper, già conosciuto per Il discorso del re (2010), Les Misérables (2012) e The Danish Girl (2015). Prodotto da Monumental Pictures, The Really Useful Group, Amblin Entertainment, Working Title Films e distribuito da Universal Studios, Cats è un film basato sull’omonimo musical e sulla raccolta di poesie Il libro dei gatti tuttofare di T. S. Eliot. Cats. Trama Indimenticabili le note iniziali dell’Overture, che introducono lo spettatore in questo fantastico e bizzarro mondo felino. I protagonisti sono i gatti del quartiere di Jellicle, che si riuniscono in una notte speciale per l’annuale ballo. In tale occasione il vecchio gatto Old Deuteronomy (Judi Dench), amato e saggio leader, sceglierà il gatto che sarà insignito dell’onore di ascendere al paradiso dei Jellicle Cats, l’Heaviside Layer, o come viene menzionato nella trasposizione cinematografica italiana “Strato Ionizzato”, iniziando una nuova vita. A tal proposito ciascun gatto si presenta, raccontando con un canzone la propria storia. Il clima di festa viene turbato però da due avvenimenti: la comparsa in scena di Grizabella (Jennifer Hudson), un tempo gatta affascinante che, dopo aver lasciato il gruppo, si ritrova sola, abbandonata e disperata. Il secondo e più grave avvenimento è costituito invece dalle improvvise apparizioni del malvagio Macavity (Idris Elba), che rapisce Old Deuteronomy gettando gli altri Jellicle Cats nello sconforto. Per ritrovare il loro amato leader, i gatti chiedono aiuto al magico Mister Mistoffelees (Laurie Davidson). Una volta riunito il gruppo e tornata la serenità, riappare Grizabella, che con la struggente Memory chiede ai compagni di un tempo d’essere perdonata e riammessa fra loro. Old Deuteronomy concederà proprio a lei il privilegio di ascendere all’Heaviside Layer. La storia del musical Per comprendere appieno tale splendore cinematografico, è bene analizzare l’excursus del musical da cui prende vita. Ma occorre innanzitutto precisare che lo stesso musical è a sua volta un adattamento, che ha trovato ispirazione nella raccolta di poesie pubblicata nel 1939 dal poeta Thomas Stearns Eliot con il titolo originale di Old Possum’s Book of Practical Cats (Il libro dei gatti tuttofare). Tali poesie si presentano inizialmente come lettere scritte dal poeta per i suoi nipotini e solo successivamente pubblicate, ponendo al centro la psicologia e la vita sociale dei gatti. Sul finire degli anni ’70 il compositore di musical Andrew Lloyd Webber, già noto all’epoca grazie ai musical di successo come Jesus Christ Superstar, comincia a musicare alcuni componimenti di Eliot, fino a giungere a creare una vera e propria storia, che prende appunto forma nel 1981 con il fantastico musical. Uno spettacolo di enorme successo diviso in due atti, intitolato Cats, che racconta come anticipato la storia del particolare gruppo felino che si riunisce in una magica notte per stabilire chi avrà il privilegio di rinascere a nuova vita. Sono i Jellicle Cats, dal nome dell’omonimo quartiere in cui vivono, dotati di […]

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Cinema e Serie tv

Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Il nuovo emozionante film

A due anni dal suo ultimo lavoro A casa tutti bene, il regista romano Gabriele Muccino torna nelle sale cinematografiche con uno dei suoi prodotti più coinvolgenti ed emozionanti, Gli anni più belli. Prodotto da Lotus Production, insieme a Rai Cinema e 3 Marys Entertainment, la pellicola viene distribuita da 01 Distribution il 13 febbraio. Nel film esordisce come attrice la talentuosa cantante Emma Marrone, accanto ad un cast d’eccezione costituito da Micaela Ramazzotti, Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria. Gli anni più belli di Gabriele Muccino: Trama Quattro microstorie all’interno della storia. Quarant’anni trascorsi inesorabili tra emozioni succhiate, speranze disattese, delusioni e rimpianti, dagli anni Ottanta ad oggi, sullo sfondo di una Roma e di un’Italia oggetto di metamorfosi ed evoluzioni socio-culturali. Quattro adolescenti inseparabili, quattro amici, Giulio (Francesco Centorame), Paolo (Andrea Pittorino), Riccardo (Matteo De Buono) e Gemma (Alma Noce), la cui unione attraversa l’adolescenza e la maturità, prendendo strade diverse per ritrovarsi in età adulta a ricordare i momenti di felicità e quelli che hanno messo a dura prova la loro amicizia, tra delusioni e nostalgici rimpianti. Le vite di Giulio (Pierfrancesco Favino), Paolo (Kim Rossi Stuart), Riccardo (Claudio Santamaria) e Gemma (Micaela Ramazzotti) si incontrano nell’età più complicata, prendendosi per mano e perdendosi, ma ritrovandosi poi a brindare a “le cose che fanno stare bene”. Storie di amore e amicizie tradite, aiutate e un po’ accantonate, ma sempre vive in ciascuno dei loro cuori. Microstorie che passano sullo sfondo di eventi politico-culturali, che vanno dalla caduta del Muro di Berlino all’ascesa di Berlusconi fino al crollo delle Torri Gemelle, per fare poi i conti con la contemporanea crisi economico-emotiva. Le vicende di questi quattro inseparabili amici sono ambientate in diverse epoche e momenti storici, divenendo un modo per ricordare da dove si viene, chi si diventa e verso quale futuro si vola. Un modo per continuare sempre a nutrire le pure amicizie e comprendere che certi amori “fanno giri immensi e poi ritornano”. Il progetto di  Gabriele Muccino Con il suo dodicesimo lavoro – dopo i convincenti successi, quali L’ultimo bacio, Ricordati di me, Baciamo ancora, L’estate addosso, A casa tutti bene, e le mirabili prove hollywoodiane, come La ricerca della felicità – Gabriele Muccino realizza un progetto tutto nuovo, un capolavoro di riflessione ed emozioni che scoppiano nel cuore dello spettatore. Forse il film più grande che abbia mai realizzato, che appare come un viaggio nostalgico in un tempo che attraversa epoche, gioie e dolori, quasi pessimista a tratti per i risvolti che si colgono, ma in realtà nutrito di una grande speranza, in quanto i protagonisti, pur tra difficoltà e sofferenze, riescono a perdonarsi e ricongiungersi con il proprio ciclo esistenziale, spinti dall’idea che domani sarà un giorno migliore. Una prova tutta personale, soprattutto in questa fase della sua carriera, in cui tocca con mano il passaggio del tempo. Ispirato al capolavoro di Ettore Scola C’eravamo tanto amati (1974), Gli anni più belli nasce dalla riflessione del regista cinquantaduenne sulle sue aspirazioni […]

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Culturalmente

Frasi sul rispetto: dieci tra i più splendidi aforismi

Quante frasi sul rispetto, tra aforismi e citazioni, vengono spesso pronunciate o riportate, delineando un concetto tanto remoto quanto attuale! In un’epoca contemporanea in cui il rispetto sembra divenire progressivamente un mero accessorio demodé, banalizzato dall’egoismo e vanificato dalla frustrazione. Nell’era in cui la gentilezza e la nobiltà d’animo divengono ormai reperti da museo, cedendo il posto all’arroganza e all’arrivismo di turno. Ecco, oggi più che mai, si rivela sempre più urgente il bisogno di rispetto. Una vera necessità per nutrire e dissetare cuori e menti che da troppo tempo sperimentano la carestia del buon senso e dell’empatia. Dunque, abbiamo selezionato dieci splendide frasi sul rispetto, tra le più autentiche. Frasi sul rispetto. Dieci splendidi aforismi «Segui sempre le tre “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni». (Dalai Lama) Quanta saggezza racchiusa in poche parole! Tutto il senso dell’autentico rispetto contenuto in tre semplici e brevi frasi. Viene spesso osannato il rispetto altrui, ma ciò che altrettanto spesso resta dietro le quinte è il rispetto per se stessi, l’amor proprio! E se manca questo risulta difficile proiettarsi sull’altro. Il rispetto di sé è fondamentale per riscoprire la dignità (che non va confusa con l’orgoglio!), tale da poterne elargire al prossimo e comprendere il peso di ogni personale azione, che, con effetto a catena, si ripercuote sul resto. «L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è “reciprocità”. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te». (Confucio) Così il filosofo cinese si esprime a proposito del rispetto tra VI e V a. C. Il rispetto è una forma d’amore e fiducia reciproci, qualcosa che va guadagnata e mai data per scontata. Non è possibile esigere rispetto altrui se prima non lo si dona, e ciò senza distinzioni generazionali e sociali. Il concetto di “reciprocità” è uno dei fondamenti del rispetto stesso, perché modella la forma del “dare-avere” con gioia e pienezza. E tale profondo senso della vita viene piacevolmente descritto, ad esempio, da Francesco Gabbani nel suo ultimo inedito sanremese Viceversa. Io aiuto te e viceversa. «Sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa». Io rispetto te e viceversa! «Mi piacciono le persone che chiedono permesso, che dicono grazie anche se non ce n’è bisogno, che sono attente a non ferire con le parole, che si accorgono se c’è un’ombra nei tuoi occhi. Profumano di rispetto e vita». (Fabrizio Caramagna) Il “ricercatore delle meraviglie” – così come si definisce lo scrittore di aforismi d’epoca contemporanea – si esprime elegantemente e con grazia a proposito dell’idea di rispetto. Oltre i concetti di amor proprio e reciprocità, poche azioni costruiscono il senso del rispetto. Prima tra tutte l’accostarsi ed entrare in punta di piedi nella vita altrui. Mai a fondo è possibile conoscere i travagli e i drammi vissuti dall’altro, e pertanto mai è giusto calpestarlo con passi indiscreti. […]

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Culturalmente

Musofobia: una paura diffusissima. Cos’è e come combatterla

È un sentore diffuso quello relativo alla repulsione dinanzi ad animali specifici, come i topi. Una repulsione che sfocia in autentica fobia, chiamata “musofobia”. Conosciuta anche come “murofobia” o “muridofobia” o “surifobia”, consiste nel terrore nei confronti di topi, pantegane, estendendosi in generale a tutti i roditori, come talpe, criceti e scoiattoli. In molti casi l’oggetto che scatena la fobia non è necessariamente l’animale in carne ed ossa, bensì addirittura una sua immagine vista in televisione, in foto, al di là del contatto diretto. La prima parte del termine “musofobia” deriva dal greco (mys), che significa appunto “topo”. Se si preferisce il termine “surifobia”, invece, la prima parte di esso deriva dal francese “souris”, con influssi linguistici su dialetti, quali il napoletano, che utilizzano per “topo” il termine “sorece”. La musofobia poi, a sua volta, fa capo alla “zoofobia”, ossia la paura degli animali in generale. E in definitiva è una delle fobie più diffuse, insieme a quella per i ragni (aracnofobia) e quella per gli insetti (entomofobia). Musofobia. Le cause Le cause legate all’insorgere della musofobia hanno diverse matrici, prima tra tutte quella concernente la credenza ancestrale diffusa nell’immaginario collettivo, secondo cui i topi sarebbero una minaccia per la sopravvivenza, ripensando alla diffusione nei secoli scorsi della peste nera e alle morti che ha causato. I topi infatti sono associati all’insorgere di gravi malattie, dovute al contatto diretto o indiretto dell’uomo con pulci parassite dei roditori (peste e tifo murino) e/o con feci di ratto (colera). Anche l’encefalite ed altre patologie, come la leptospirosi, derivano direttamente dal topo o dalle sue pulci e urine infette. A tal proposito si sottolinea la consuetudine diffusa di questo roditore di vivere in ambienti sporchi e malsani, quali fogne, discariche ed altri luoghi che per loro stessa natura associano i topi al putridume e alla morte. Ma la musofobia può essere generata anche da un meccanismo protettivo dell’inconscio, attivato durante una precedente esperienza traumatica (magari legata al morso di un topo) o semplicemente dall’acquisizione di informazioni negative relative alle malattie così trasmissibili. Sintomi e terapia In generale i sintomi correlati alla musofobia concernono ansia estrema e terrore associato a manifestazioni di panico (respiro affannoso, battito cardiaco irregolare, sudorazione eccessiva, nausea, incapacità nella corretta articolazione linguistico-comunicativa, tremori diffusi) sfociante in assenza momentanea di lucidità. L’esposizione allo stimolo temuto (il topo), provocando nell’uomo i sintomi descritti, fa riconoscere al soggetto l’eccessività e l’anomalia del proprio terrore, mettendo pertanto in atto strategie di evitamento. Ma tale non è sicuramente il modo più corretto di affrontare e superare il problema, in quanto lo stesso evitamento contribuisce a preservarlo, seppur poi in maniera latente, inibendone la risoluzione. Il meccanismo da adoperare per riuscire a vincere la musofobia è l’esatto opposto: è risaputo che più si ignora l’oggetto del terrore e più lo si teme. Pertanto ciò che occorre innanzitutto è la conoscenza di tale oggetto fobico per capirne l’effettivo grado di nocività. Risiede qui l’intervento della terapia comportamentale, con esposizione del soggetto diretta o virtuale all’oggetto di fobia, […]

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