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Eroica Fenice

Attualità

Diario di una quarantena. Il rumore nel silenzio

Ciao Covid-19. È una ventinovenne che ti parla, una ventinovenne alle soglie dei trenta, restia e un po’ timorosa nell’immergersi. Lo sai che stai mettendo a dura prova cuori, umori e desideri di quanti rimpiangono la libertà di un contatto, di una passeggiata di fronte al mare, di un bacio che sa di universo? Tra queste migliaia di cuori stropicciati c’è anche quello di una ragazza, donna e fanciulla a seconda della Luna. Lei è una sognatrice. Ama volare senza freni, senza direzioni, senza inibizioni. Ama l’arte, in tutte le sue forme. La musica nutre la sua anima, insieme all’amore, con cui e per cui vive. La danza scandisce il tempo, che come un bradipo si trascina lento nel suo cuore, ma a ritmo deciso. La scrittura accompagna le sue giornate, tristi e gioiose, inducendola a vomitare catarticamente quell’oceano di segreti e pensieri, i più reconditi dell’essere. Lei avverte in sé quell’infinito, quell’immenso che trova spazio in un corpo piccolo, pronto ad esplodere e inondare tutt’intorno di magia e bellezza. Lei sente un’energia, che si propaga dentro e fuori, come in un flusso di onde gravitazionali, brillando come stelle e ardendo come il fuoco della passione. Ma sai bene, Covid-19, che in un periodo come questo, di ardue restrizioni e limitazioni alla libertà di movimento e contatto, tale incredibile iperuranio dell’anima non può che esprimersi in uno spazio infinitamente più piccolo di quanto possa essere quello del mondo intero o di una grande città. Ma l’anima di questa ventinovenne è determinata a cercare la luce, anche nell’apparente tunnel di disagio e crisi personale. L’anima di questa eterea sognatrice prende forma in passioni concrete, decidendo di porre la mente al servizio del cuore e il cuore al servizio della mente. Testarda e viva, solleva i cerotti dalle ferite della sfiducia, decidendo sicura di continuare a concedersi il nutrimento che merita. Qui interviene Lei, oasi nel deserto e cibo in periodo di carestia: la musica. Ecco che quell’anima bisognosa d’amore e assetata di emozioni che spezzano il fiato rispolvera passioni assopite. Si ritrova lì, davanti a quel vecchio pianoforte, quanto mai inedito ora nei suoi pensieri. Lo scruta, lo sfiora, passando delicatamente i polpastrelli dal nero al bianco dei tasti, producendo suoni delicati alternati a quelli più gravi o acuti. Sfiorando quel magico strumento comincia ad avvertire in sé la primavera del cuore. Nella mente immensi campi, alberi e sentieri si colorano di una caleidoscopica fioritura. Gli uccellini inscenano spettacoli canori, accompagnati dallo scroscio di un ruscello e dal vento che crea con le foglie soavi percussioni. Ecco che in quell’anima, spesso insicura, a volte un po’ claudicante, si insinua l’orchestra dell’armonia universale, qualcosa di immenso e vibrante pur nello spazio fisico di una stanza. Lancia una sfida con se stessa: riuscire a suonare e cantare I’ll Never Love Again di Lady Gaga e Bradley Cooper, con tutta la bellezza e la forza che ad ogni nota si rigenerano nel cuore. Le labbra cominciano ad emettere suoni incantevoli e le mani intraprendono […]

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Voli Pindarici

Il profumo di un mondo che ha vinto

Marzo 2050. Sono fuori, in veranda, sorseggio una tisana allo zenzero, in compagnia di Louis Armstrong che intona in sottofondo una soave What a Wonderful World. E così a seguire Etta James con At Last, Nina Simone con Feeling Good e Billie Holiday con I’ll Be Seeing You. Dolce poesia per quest’udito un po’ stanco dell’assordante rumore dell’abitudine, del traffico, del lavoro e di qualche parola vomitata di troppo. Sono qui in un momento tutto mio, ritagliato dall’insensibile routine. Qui nella mia comfort zone ad osservare l’orizzonte, riuscendo addirittura a sentirlo l’odore inebriante di quel mare che lambisce la costiera sorrentina, così come quello dei limoni e dei fiori di pesco che in questo periodo dell’anno compiono lo straordinario miracolo della fioritura. La primavera esplode meravigliosa, infondendo un senso di bellezza ed ottimismo. Il sole scalda la pelle e scava nella mente fino a raggiungere i ricordi più reconditi. Il profumo di arance appena spremute desta l’appetito e il desiderio di sapori genuini. Che pace, che serenità in questi istanti di pausa, in compagnia di se stessi! Ma una leggera fitta attraversa il petto. Una contorta e gelida sensazione di perdere una beatitudine conquistata con rinunce e sacrifici. Quella sensazione bruciante, che apre una finestra spazio-temporale socchiusa per tanto tempo, subito collegata ad un passato che bussa delicatamente. Un passato che di tanto in tanto torna a scuotere mente e membra, cuore e anima, lasciando addosso qualche brivido di timore, di pericolo, come se da un momento all’altro tutto dovesse ripetersi di nuovo, con la stessa forza, con la stessa dirompenza. Ma il suono del citofono giunge a distrarre e scompigliare pensieri e sensazioni. È mia nipote, la mia dolce nipotina che periodicamente viene a farmi visita, donandomi istanti di gioia con quel suo fare così curioso ed estroverso che la rendono irresistibile. Una forza della natura, un tenero e deciso contagio di buonumore e vitalità. «Ciao nonnina», mi viene incontro come uno tsunami d’amore. «Sai, oggi a scuola sul libro di storia ho letto di una pandemia che si è diffusa ai tuoi tempi, nel marzo 2020. Di cosa si tratta? Cosa è successo?» Esito per un attimo, poi comincio a risponderle avvertendo brividi che solcano la schiena. «Sai piccola, è una storia triste. La storia di un Paese e del mondo intero che hanno vissuto un periodo surreale, tra terrore e speranza. Ma è anche una storia di vittoria. La storia di una comunione globale animata dalla forza e dal coraggio di non mollare, mai, anche quando il male insiste nel prevalere, anche quando tutto sembra destinato a perdersi per sempre». «Racconta nonna, raccontami cos’è accaduto…». 20 marzo 2020. Sono già trascorsi più di dieci giorni ormai dall’inizio di questa innaturale quarantena, questa lacerante chiusura con qualunque tipo di contatto esterno. Questo maledetto virus sta decisamente mettendo a dura prova resistenza e lucidità. Lo hanno battezzato “Covid-19”, una variante del già esistente Coronavirus giunta maldestramente dalla Cina, che sottilmente comincia a falciare vite in patria, giungendo aggressivo in […]

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Culturalmente

Aforismi filosofici: 10 da conoscere

L’esistenza umana tende continuamente a nutrirsi di filosofia. Quanto spesso capita di interrogarsi sul senso del tempo, dell’amore, della vita! Persino nelle cose più semplici e quotidiane, la filosofia interviene saggia e sinuosa a risolvere interrogativi o porne di altri. E così ogni azione, pensiero, decisione trova riscontro nella miriade di aforismi filosofici, autentiche massime di vita per far luce sull’esistenza e infondere attenzione e serenità. Di seguito verranno descritte e analizzate dieci tra le massime più conosciute. Aforismi filosofici. Dieci tra i più saggi ed attuali « Per vivere con onore bisogna lottare, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima » (Lev Tolstoj) Il noto filosofo e scrittore russo del XIX° secolo esprime un concetto tanto saggio quanto attuale. Non abbiamo mistero della viltà dell’animo. Quanto poco coraggio si impiega per vivere, per vivere davvero! Si è così impegnati a gestire e sopravvivere. Impegnati a lottare per non soccombere, per non fallire. Ma è questa la vera lotta? È qui che fiorisce la vitalità che scaccia l’inerzia? Ebbene no. Si è così poco abituati a perdere, riscoprendosi più fragili di quel che si crede. Sì. Perché la vera forza non risiede nel camminare senza inciampare mai, bensì nella capacità inedita di rialzarsi ad ogni caduta, di riprendere il volo dopo essere scivolati nel precipizio. Non è affatto semplice “mutare pelle, cuore e mente ad ogni stagione” ma è parte essenziale dell’essere umani. Non è onorevole resistere di fronte all’errore e ai sentieri impervi. È onorevole perdersi per ritrovarsi migliori di prima, più completi e consapevoli. È saggio ricominciare a sorridere, soprattutto quando la vita non sembra offrire la possibilità di farlo con gusto e voluttà. Ma se ci si abbandona alla pigrizia dell’anima, la viltà prenderà il sopravvento sul coraggio. Pertanto, occorre non smettere mai di mettersi in gioco e alla prova. E ad ogni gradino scalato e ad ogni ruscello saltato, il cuore sarà più vicino alla maturità e un punto sempre più prossimo alla felicità.  « Non cercare di sapere, interrogando le stelle, che cosa Dio ha in mente di fare: quello che decide su di te, lo decide sempre senza di te » (Lucio Anneo Seneca) Lo stoico filosofo romano del I° secolo esprime in uno dei nostri aforismi filosofici il connubio tra filosofia e fede. Spesso la nostra quotidianità è pervasa da detti che ben sostengono il concetto di Seneca, come ad esempio “Lascia fare a Dio”, che richiamano il fatalismo o la divina provvidenza, secondo la morale manzoniana. Ma quanto saggia e rassicurante è questa fede! Certo, gli agnostici storcerebbero il naso, ma per chi ha fede e crede in un “macro progetto” – che molto probabilmente non combacerà con la miriade di “micro progetti” che l’uomo testardamente costruisce – sarà giusto abbandonarsi al volere superiore, a quell’Àgape che è l’amore assoluto e incondizionato. Un amore che ha a cuore il nostro vero bene, quello che […]

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Cinema e Serie tv

Storia del nuovo cognome, secondo capitolo de “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A più di un anno dallo straordinario successo televisivo partenopeo de L’amica geniale, ispirato al romanzo di Elena Ferrante, dal 10 febbraio 2020 è ritornato ad emozionare su Rai Uno la storia di grande amicizia tra Lila e Lenù, con il secondo capitolo della tetralogia Storia del nuovo cognome, ancora diretto da Saverio Costanzo. Un’autentica serie evento, trasmessa in anteprima mondiale, così attesa dopo il successo del primo capitolo che ha conquistato nel 2018 non solo Napoli, ma l’Italia e il mondo intero. Merito della trama, così come della talentuosa interpretazione delle protagoniste Gaia Girace (Lila) e Margherita Mazzucco (Lenù) insieme agli altri attori, dell’ambientazione e del linguaggio, che hanno reso la storia così vera e genuina. Le due attrici hanno sostenuto una prova più che convincente, grazie ad una recitazione intensa, vibrante e spontanea che, in maniera eccellente, ha descritto le storie di miseria, lotta, tradimenti, sfiducia e crescita di due bambine divenute poi donne tra difficoltà, audacia, rassegnazione e volontà di svolta. Storia del nuovo cognome. Trama Come anticipato, Storia del nuovo cognome è il secondo capitolo della storia di Lila e Lenù , la storia di questa straordinaria amicizia raccontata da Elena Ferrante nei suoi quattro romanzi e riadattata dalla Rai per la prima visione mondiale in TV, grazie all’egregia regia di Saverio Costanzo. La seconda serie de L’amica geniale riporta lo spettatore tra le strade del rione, tra i drammi socio-familiari, tra la voglia di emergere e strapparsi alla Napoli decadente di Elena e quella di rinnegare il “nuovo cognome” di Lila. Il periodo narrato pone al centro la fase adolescenziale e la prima età adulta delle protagoniste. Alla fine della prima stagione il pubblico ha lasciato Lila nel giorno del suo matrimonio, pronta a credere in una rimonta sociale e familiare e nell’amore, ma già affacciata alle prime amare consapevoli disillusioni. E la seconda stagione inizia da qui, dalla vita di Lila intrappolata a Napoli nel ruolo di moglie e in quel cognome che detesta giorno dopo giorno, quello del marito Stefano Carracci (Giovanni Amura), vittima tra l’altro di una violenza tipica della forma mentis maschilista fortemente in auge negli anni del dopoguerra e ancor più in certi ambienti infimi e piatti come quello che fa da sfondo alle vite di Lila e Lenù, il Rione Luzzatti di Gianturco. Dall’altra parte c’è Lenù, desiderosa di sfuggire al marcio della propria città e soprattutto all’ombra della sua “amica geniale”, che incombe sulla sua personalità, come un limite dal quale sembra non riuscire mai a liberarsi. Lila giunge a rassegnarsi alla sua condizione e a un destino già scritto, mentre Elena cerca consolazione e salvezza negli studi, decidendo dopo la maturità di proseguire con l’Università alla Normale di Pisa, imparando ad acquisire maggiore sicurezza di sé e farsi strada nel mondo, tra delusioni d’amore e voglia di emergere. Storia del nuovo cognome. La frustrazione di Lila tra lotta e consapevolezza Sin dalla prima stagione non sembrano esserci dubbi: Lila è l’amica geniale! Dotata di intelligenza fuori dal […]

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Cinema e Serie tv

Cats. Il musical prende vita con la trasposizione cinematografica di Tom Hooper

Il 20 febbraio 2020 si torna a sognare con lo straordinario capolavoro musicale Cats. Il fantastico musical di Andrew Lloyd Webber prende ora vita, attraverso l’agognata trasposizione cinematografica ad opera del regista Tom Hooper, già conosciuto per Il discorso del re (2010), Les Misérables (2012) e The Danish Girl (2015). Prodotto da Monumental Pictures, The Really Useful Group, Amblin Entertainment, Working Title Films e distribuito da Universal Studios, Cats è un film basato sull’omonimo musical e sulla raccolta di poesie Il libro dei gatti tuttofare di T. S. Eliot. Cats. Trama Indimenticabili le note iniziali dell’Overture, che introducono lo spettatore in questo fantastico e bizzarro mondo felino. I protagonisti sono i gatti del quartiere di Jellicle, che si riuniscono in una notte speciale per l’annuale ballo. In tale occasione il vecchio gatto Old Deuteronomy (Judi Dench), amato e saggio leader, sceglierà il gatto che sarà insignito dell’onore di ascendere al paradiso dei Jellicle Cats, l’Heaviside Layer, o come viene menzionato nella trasposizione cinematografica italiana “Strato Ionizzato”, iniziando una nuova vita. A tal proposito ciascun gatto si presenta, raccontando con un canzone la propria storia. Il clima di festa viene turbato però da due avvenimenti: la comparsa in scena di Grizabella (Jennifer Hudson), un tempo gatta affascinante che, dopo aver lasciato il gruppo, si ritrova sola, abbandonata e disperata. Il secondo e più grave avvenimento è costituito invece dalle improvvise apparizioni del malvagio Macavity (Idris Elba), che rapisce Old Deuteronomy gettando gli altri Jellicle Cats nello sconforto. Per ritrovare il loro amato leader, i gatti chiedono aiuto al magico Mister Mistoffelees (Laurie Davidson). Una volta riunito il gruppo e tornata la serenità, riappare Grizabella, che con la struggente Memory chiede ai compagni di un tempo d’essere perdonata e riammessa fra loro. Old Deuteronomy concederà proprio a lei il privilegio di ascendere all’Heaviside Layer. La storia del musical Per comprendere appieno tale splendore cinematografico, è bene analizzare l’excursus del musical da cui prende vita. Ma occorre innanzitutto precisare che lo stesso musical è a sua volta un adattamento, che ha trovato ispirazione nella raccolta di poesie pubblicata nel 1939 dal poeta Thomas Stearns Eliot con il titolo originale di Old Possum’s Book of Practical Cats (Il libro dei gatti tuttofare). Tali poesie si presentano inizialmente come lettere scritte dal poeta per i suoi nipotini e solo successivamente pubblicate, ponendo al centro la psicologia e la vita sociale dei gatti. Sul finire degli anni ’70 il compositore di musical Andrew Lloyd Webber, già noto all’epoca grazie ai musical di successo come Jesus Christ Superstar, comincia a musicare alcuni componimenti di Eliot, fino a giungere a creare una vera e propria storia, che prende appunto forma nel 1981 con il fantastico musical. Uno spettacolo di enorme successo diviso in due atti, intitolato Cats, che racconta come anticipato la storia del particolare gruppo felino che si riunisce in una magica notte per stabilire chi avrà il privilegio di rinascere a nuova vita. Sono i Jellicle Cats, dal nome dell’omonimo quartiere in cui vivono, dotati di […]

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Cinema e Serie tv

Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Il nuovo emozionante film

A due anni dal suo ultimo lavoro A casa tutti bene, il regista romano Gabriele Muccino torna nelle sale cinematografiche con uno dei suoi prodotti più coinvolgenti ed emozionanti, Gli anni più belli. Prodotto da Lotus Production, insieme a Rai Cinema e 3 Marys Entertainment, la pellicola viene distribuita da 01 Distribution il 13 febbraio. Nel film esordisce come attrice la talentuosa cantante Emma Marrone, accanto ad un cast d’eccezione costituito da Micaela Ramazzotti, Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart e Claudio Santamaria. Gli anni più belli di Gabriele Muccino: Trama Quattro microstorie all’interno della storia. Quarant’anni trascorsi inesorabili tra emozioni succhiate, speranze disattese, delusioni e rimpianti, dagli anni Ottanta ad oggi, sullo sfondo di una Roma e di un’Italia oggetto di metamorfosi ed evoluzioni socio-culturali. Quattro adolescenti inseparabili, quattro amici, Giulio (Francesco Centorame), Paolo (Andrea Pittorino), Riccardo (Matteo De Buono) e Gemma (Alma Noce), la cui unione attraversa l’adolescenza e la maturità, prendendo strade diverse per ritrovarsi in età adulta a ricordare i momenti di felicità e quelli che hanno messo a dura prova la loro amicizia, tra delusioni e nostalgici rimpianti. Le vite di Giulio (Pierfrancesco Favino), Paolo (Kim Rossi Stuart), Riccardo (Claudio Santamaria) e Gemma (Micaela Ramazzotti) si incontrano nell’età più complicata, prendendosi per mano e perdendosi, ma ritrovandosi poi a brindare a “le cose che fanno stare bene”. Storie di amore e amicizie tradite, aiutate e un po’ accantonate, ma sempre vive in ciascuno dei loro cuori. Microstorie che passano sullo sfondo di eventi politico-culturali, che vanno dalla caduta del Muro di Berlino all’ascesa di Berlusconi fino al crollo delle Torri Gemelle, per fare poi i conti con la contemporanea crisi economico-emotiva. Le vicende di questi quattro inseparabili amici sono ambientate in diverse epoche e momenti storici, divenendo un modo per ricordare da dove si viene, chi si diventa e verso quale futuro si vola. Un modo per continuare sempre a nutrire le pure amicizie e comprendere che certi amori “fanno giri immensi e poi ritornano”. Il progetto di  Gabriele Muccino Con il suo dodicesimo lavoro – dopo i convincenti successi, quali L’ultimo bacio, Ricordati di me, Baciamo ancora, L’estate addosso, A casa tutti bene, e le mirabili prove hollywoodiane, come La ricerca della felicità – Gabriele Muccino realizza un progetto tutto nuovo, un capolavoro di riflessione ed emozioni che scoppiano nel cuore dello spettatore. Forse il film più grande che abbia mai realizzato, che appare come un viaggio nostalgico in un tempo che attraversa epoche, gioie e dolori, quasi pessimista a tratti per i risvolti che si colgono, ma in realtà nutrito di una grande speranza, in quanto i protagonisti, pur tra difficoltà e sofferenze, riescono a perdonarsi e ricongiungersi con il proprio ciclo esistenziale, spinti dall’idea che domani sarà un giorno migliore. Una prova tutta personale, soprattutto in questa fase della sua carriera, in cui tocca con mano il passaggio del tempo. Ispirato al capolavoro di Ettore Scola C’eravamo tanto amati (1974), Gli anni più belli nasce dalla riflessione del regista cinquantaduenne sulle sue aspirazioni […]

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Culturalmente

Frasi sul rispetto: dieci tra i più splendidi aforismi

Quante frasi sul rispetto, tra aforismi e citazioni, vengono spesso pronunciate o riportate, delineando un concetto tanto remoto quanto attuale! In un’epoca contemporanea in cui il rispetto sembra divenire progressivamente un mero accessorio demodé, banalizzato dall’egoismo e vanificato dalla frustrazione. Nell’era in cui la gentilezza e la nobiltà d’animo divengono ormai reperti da museo, cedendo il posto all’arroganza e all’arrivismo di turno. Ecco, oggi più che mai, si rivela sempre più urgente il bisogno di rispetto. Una vera necessità per nutrire e dissetare cuori e menti che da troppo tempo sperimentano la carestia del buon senso e dell’empatia. Dunque, abbiamo selezionato dieci splendide frasi sul rispetto, tra le più autentiche. Frasi sul rispetto. Dieci splendidi aforismi «Segui sempre le tre “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni». (Dalai Lama) Quanta saggezza racchiusa in poche parole! Tutto il senso dell’autentico rispetto contenuto in tre semplici e brevi frasi. Viene spesso osannato il rispetto altrui, ma ciò che altrettanto spesso resta dietro le quinte è il rispetto per se stessi, l’amor proprio! E se manca questo risulta difficile proiettarsi sull’altro. Il rispetto di sé è fondamentale per riscoprire la dignità (che non va confusa con l’orgoglio!), tale da poterne elargire al prossimo e comprendere il peso di ogni personale azione, che, con effetto a catena, si ripercuote sul resto. «L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è “reciprocità”. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te». (Confucio) Così il filosofo cinese si esprime a proposito del rispetto tra VI e V a. C. Il rispetto è una forma d’amore e fiducia reciproci, qualcosa che va guadagnata e mai data per scontata. Non è possibile esigere rispetto altrui se prima non lo si dona, e ciò senza distinzioni generazionali e sociali. Il concetto di “reciprocità” è uno dei fondamenti del rispetto stesso, perché modella la forma del “dare-avere” con gioia e pienezza. E tale profondo senso della vita viene piacevolmente descritto, ad esempio, da Francesco Gabbani nel suo ultimo inedito sanremese Viceversa. Io aiuto te e viceversa. «Sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa». Io rispetto te e viceversa! «Mi piacciono le persone che chiedono permesso, che dicono grazie anche se non ce n’è bisogno, che sono attente a non ferire con le parole, che si accorgono se c’è un’ombra nei tuoi occhi. Profumano di rispetto e vita». (Fabrizio Caramagna) Il “ricercatore delle meraviglie” – così come si definisce lo scrittore di aforismi d’epoca contemporanea – si esprime elegantemente e con grazia a proposito dell’idea di rispetto. Oltre i concetti di amor proprio e reciprocità, poche azioni costruiscono il senso del rispetto. Prima tra tutte l’accostarsi ed entrare in punta di piedi nella vita altrui. Mai a fondo è possibile conoscere i travagli e i drammi vissuti dall’altro, e pertanto mai è giusto calpestarlo con passi indiscreti. […]

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Culturalmente

Musofobia: una paura diffusissima. Cos’è e come combatterla

È un sentore diffuso quello relativo alla repulsione dinanzi ad animali specifici, come i topi. Una repulsione che sfocia in autentica fobia, chiamata “musofobia”. Conosciuta anche come “murofobia” o “muridofobia” o “surifobia”, consiste nel terrore nei confronti di topi, pantegane, estendendosi in generale a tutti i roditori, come talpe, criceti e scoiattoli. In molti casi l’oggetto che scatena la fobia non è necessariamente l’animale in carne ed ossa, bensì addirittura una sua immagine vista in televisione, in foto, al di là del contatto diretto. La prima parte del termine “musofobia” deriva dal greco (mys), che significa appunto “topo”. Se si preferisce il termine “surifobia”, invece, la prima parte di esso deriva dal francese “souris”, con influssi linguistici su dialetti, quali il napoletano, che utilizzano per “topo” il termine “sorece”. La musofobia poi, a sua volta, fa capo alla “zoofobia”, ossia la paura degli animali in generale. E in definitiva è una delle fobie più diffuse, insieme a quella per i ragni (aracnofobia) e quella per gli insetti (entomofobia). Musofobia. Le cause Le cause legate all’insorgere della musofobia hanno diverse matrici, prima tra tutte quella concernente la credenza ancestrale diffusa nell’immaginario collettivo, secondo cui i topi sarebbero una minaccia per la sopravvivenza, ripensando alla diffusione nei secoli scorsi della peste nera e alle morti che ha causato. I topi infatti sono associati all’insorgere di gravi malattie, dovute al contatto diretto o indiretto dell’uomo con pulci parassite dei roditori (peste e tifo murino) e/o con feci di ratto (colera). Anche l’encefalite ed altre patologie, come la leptospirosi, derivano direttamente dal topo o dalle sue pulci e urine infette. A tal proposito si sottolinea la consuetudine diffusa di questo roditore di vivere in ambienti sporchi e malsani, quali fogne, discariche ed altri luoghi che per loro stessa natura associano i topi al putridume e alla morte. Ma la musofobia può essere generata anche da un meccanismo protettivo dell’inconscio, attivato durante una precedente esperienza traumatica (magari legata al morso di un topo) o semplicemente dall’acquisizione di informazioni negative relative alle malattie così trasmissibili. Sintomi e terapia In generale i sintomi correlati alla musofobia concernono ansia estrema e terrore associato a manifestazioni di panico (respiro affannoso, battito cardiaco irregolare, sudorazione eccessiva, nausea, incapacità nella corretta articolazione linguistico-comunicativa, tremori diffusi) sfociante in assenza momentanea di lucidità. L’esposizione allo stimolo temuto (il topo), provocando nell’uomo i sintomi descritti, fa riconoscere al soggetto l’eccessività e l’anomalia del proprio terrore, mettendo pertanto in atto strategie di evitamento. Ma tale non è sicuramente il modo più corretto di affrontare e superare il problema, in quanto lo stesso evitamento contribuisce a preservarlo, seppur poi in maniera latente, inibendone la risoluzione. Il meccanismo da adoperare per riuscire a vincere la musofobia è l’esatto opposto: è risaputo che più si ignora l’oggetto del terrore e più lo si teme. Pertanto ciò che occorre innanzitutto è la conoscenza di tale oggetto fobico per capirne l’effettivo grado di nocività. Risiede qui l’intervento della terapia comportamentale, con esposizione del soggetto diretta o virtuale all’oggetto di fobia, […]

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Cinema e Serie tv

Greta Gerwig e il nuovo adattamento cinematografico di Piccole donne

Piccole donne torna ad incantare con la nuova e potente versione cinematografica della regista statunitense Greta Gerwig. Prodotta dalla Columbia Pictures e distribuita da Sony Pictures (per la pellicola originale) e Warner Bros. Entertainment Italia, la storia che ha sedotto adulti e piccini, ragazze e ragazzi torna nelle sale cinematografiche dal 9 gennaio 2020. Tratto dall’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, il film di Greta Gerwig ha già ottenuto vari riconoscimenti, tra cui due candidature ai Golden Globe e cinque ai BAFTA. Piccole donne. Trama Piccole donne è la versione cinematografica del capolavoro Little Women scritto da Louisa May Alcott e pubblicato in due volumi, il primo nel 1868 e il secondo nel 1869 con il titolo Little Women, or Meg, Jo, Beth and Amy. La storia, ampiamente conosciuta ed apprezzata, è quella delle sorelle March, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh). Quattro giovani donne, unite da un legame indissolubile e dalla determinazione a inseguire i propri sogni, pur tra le mille difficoltà e i problemi generazionali, economici e sociali, sullo sfondo della Guerra di secessione americana (1861-1865). Tra le quattro, la personalità più irriverente e carismatica è senza dubbio quella di Jo, che si distingue dalle altre per la sua indole indipendente e tomboy, alla perenne ricerca della libertà, che difende a spada tratta contro i dogmi sociali e l’invadente tradizione che considerano il matrimonio l’unica possibilità di scalata sociale e personale per la donna. Femminista convinta e ambiziosa scrittrice, Jo sprona continuamente le sorelle a credere in se stesse e nelle proprie potenzialità, ribellandosi a quel rigido sistema sociale che inibisce sogni e desideri. Un cast d’eccezione giunge ad interpretare le tenaci giovani donne, tra cui Emma Watson – amatissima nella saga di Harry Potter, vestendo i panni di Hermione Granger, e nel fantastico adattamento cinematografico La bella e la bestia (2017), in cui è la dolcissima e tenace Belle. Ma la protagonista indiscussa è Saoirse Ronan – già collaboratrice della Gerwig in Lady Bird (2017), esordiente in Espiazione (2007) e acclamata dalla critica in Brooklyn (2015). Come non notare il talentuoso Timothée Chalamet, che veste i panni di Laurie, galante amico innamorato di Jo, indimenticabile nello straordinario Call me by your name – Chiamami col tuo nome (2017). Piccole donne. L’inaspettato successo letterario Come accennato, Piccole donne è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo di Louisa May Alcott, che giunge in Italia diviso in Piccole donne e Piccole donne crescono, il secondo caratterizzato da un arco temporale più vasto del primo. Il successo di Little Women (questo il titolo originale) fu incredibile, sorprendendo la stessa autrice, non credendo fino in fondo inizialmente nella qualità e bellezza del suo lavoro. Il libro si inscriveva nella tradizione della letteratura per ragazzi, prendendo contemporaneamente in prestito elementi dai romanzi d’amore ed esaltando il femminismo insito nell’indole della Alcott. L’autrice fece poi seguire due sequel Little Men (1871) e Jo’s Boys (1886). L’interesse suscitato dal capolavoro di Louisa rese l’opera trasversale, coinvolgendo non solo i ragazzi […]

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Cinema e Serie tv

18 regali. La commovente storia di un amore che travalica la morte

La storia che ha commosso Spresiano (TV), e non solo, prende forma attraverso il film 18 regali, in uscita nelle sale cinematografiche il 2 gennaio 2020. Il film di Francesco Amato è ispirato alla vera storia di Elisa Girotto, una donna trevigiana morta nell’agosto 2017 a soli 40 anni per un carcinoma al seno, che, consapevole di essere alle soglie della morte, decide di lasciare alla figlia, nata nel 2016, un regalo per ogni suo compleanno fino al diciottesimo anno, cercando in questo modo di accompagnarla nella crescita e donandole tutto il suo immenso amore, seppur a distanza. Prodotto e distribuito da Lucky Red, insieme a 3 Marys Entertainment, Rai Cinema, Vision Distribution e Sky Italia, il film viene realizzato grazie all’aiuto del marito di Elisa, Alessio Vicenzotto (collaboratore anche della sceneggiatura), che svela al regista il mondo interiore della moglie, insieme al coraggio e alla forza che l’hanno accompagnata fino alla fine. 18 regali si inserisce nel filone cinematografico che racconta una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta scandita nel tempo, si pensi a P.S. I Love You (2007). 18 regali: la trama Impossibile trattenere le lacrime di fronte alla storia di Elisa (interpretata da una saggia ed emozionante Vittoria Puccini), che, consapevole di una sicura e straziante dipartita, pensa al futuro della sua figlioletta, che lascia all’età di appena un anno, cercando un modo per restare al suo fianco anche dopo la sua morte. Decide così di preparare un regalo per ogni compleanno di Anna (interpretata da un’intensa e straordinaria Benedetta Porcaroli), consegnatole dal padre Alessio (Edoardo Leo) per suo conto, fino al compimento del diciottesimo anno. Attraverso questi diciotto regali Elisa dimostra tutto l’incommensurabile amore per sua figlia,  che nemmeno la morte può arginare. Mamma Elisa ci sarà sempre per la figlia Anna, nonostante il fato avverso, cercando di trasmetterle coraggio, forza e determinazione, insieme a tutte le migliori qualità. Ma Anna ha sempre avuto un atteggiamento ribelle e scontroso, soprattutto nei confronti del padre e di quei regali che vede come un’ingombrante eredità, arrabbiata con la vita che le nega la possibilità di stringere e sentire davvero vicina sua madre. Così, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, Anna decide di disertare la festa organizzatale con premura dal padre Alessio e dai familiari, preferendo girovagare per le strade, straziandosi davanti a un boccale di birra, persa nel suo dolore. Totalmente presa da se stessa, Anna non percepisce l’arrivo di un’auto dritta verso lei, venendo pertanto investita. Accade qui qualcosa di straordinario; al suo risveglio, Anna si ritrova in una sorta di crasi spazio-temporale, torna improvvisamente indietro nel tempo ricevendo il suo più bel regalo di sempre: trovarsi faccia a faccia con sua madre Elisa, con la felice e rivelatrice occasione di conoscersi e confrontarsi, seppur in un rapporto un po’ dialettico, ma di amorevole conflittualità. Inizialmente due sconosciute che, col tempo, prendono consapevolezza dell’amore e del dolore che le lega. 18 regali. La storia di Elisa Girotto 18 regali si ispira alla vera e […]

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Cinema e Serie tv

La Dea Fortuna. Il nuovo e personalissimo capolavoro di Ferzan Özpetek

A due anni da Napoli velata (2017), Ferzan Özpetek torna ad emozionare il pubblico raccontando i misteri e i tormenti dell’animo umano nel nuovo lavoro La Dea Fortuna. L’attesa di ogni nuovo film del regista turco – naturalizzato italiano – genera sempre patos e gioia, grazie agli enigmi, i turbamenti e i momenti magici che costellano le sue storie. Il suo modo “dolce-amaro” di declinare l’amore e la bellezza in ogni singolo aspetto e momento di vita rende i suoi lavori unici e peculiari. Dalle particolari colonne sonore all’originalità dei personaggi e delle trame, Özpetek è un’autentica garanzia: mirando dritto ai cuori, seducendoli attraverso il coraggio e la passione. La Dea Fortuna è il tredicesimo  lavoro di Ferzan, prodotto da Warner Bros Entertainment Italia, R&C Produzioni e Faros Film ed è nelle sale cinematografiche dal 19 dicembre 2019.  Il film vede ancora protagonista Stefano Accorsi, già collaboratore del regista italo-turco in Fate ignoranti e Saturno contro. L’eccellente cast viene completato da Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Filippo Nigro (anche lui in Le fate ignoranti e La finestra di fronte) e l’immancabile portafortuna di Ferzan, Serra Ylmaz, voluta in ben sette film. La Dea Fortuna. Trama La storia pone ancora una volta al centro l’amore. Si tratta di un amore consolidato in quindici anni, quello di Arturo (Stefano Accorsi) – uno scrittore insoddisfatto, un tempo aspirante docente, ora costretto a ripiegare come traduttore – e Alessandro (Edoardo Leo) – idraulico gioviale ed empatico -, ma sempre più stancamente trascinato. La fiamma della passione, al principio divampata, sembra abbandonarsi progressivamente ad una deriva senza speranza, facendo precipitare la coppia in una crisi senza spiragli di risalita. Giunge a dare una sferzata a questo rapporto Annamaria (Jasmine Trinca), migliore amica di Alessandro, che lascia in custodia alla coppia per qualche giorno i suoi due figli di nove e dodici anni Sandro (Edoardo Brandi) e Martina (Sara Ciocca), a causa di personali problemi di salute. L’ingresso delle due giovani vite in quelle di Arturo e Alessandro smorzerà la spenta routine, portando un pizzico di magia e inducendo i due ad una scelta folle, un po’ irrazionale se vogliamo, ma autentico motore d’amore. La Dea Fortuna. I luoghi del set e le colonne sonore La vicenda del film si svolge nella città adottiva di Ferzan, Roma, in particolare a Palestrina, dov’è sito il Santuario della Fortuna Primigenia (luogo di lavoro per Annamaria), da cui il film trae titolo. Un bel ritorno nella città eterna, dopo Rosso Istanbul – ambientato nella sua patria natale – e Napoli velata – il cui intreccio si snodava fra i luoghi e le vie più famosi di Napoli. E Napoli fa ancora una volta capolino, grazie al bellissimo scorcio del Golfo con il Vesuvio in una scena della pellicola durante un viaggio da Roma in Sicilia dei protagonisti. E la Sicilia stessa diviene luogo del set, con le riprese girate tra Villa Valguarnera a Bagheria e la zona Vergine Maria di Palermo. Location suggestive, che incantano gli sguardi e incatenano i […]

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Cinema e Serie tv

Pinocchio. Il nuovo capolavoro di Matteo Garrone

Ad oltre un anno dalla riuscitissima prova di Dogman (2018) – che valse a Matteo Garrone vari riconoscimenti, tra cui il Nastro d’argento e il David di Donatello come Miglior Film -, il regista romano torna ad emozionare il pubblico con una tra le favole italiane più note ed intramontabili al mondo, Pinocchio. Prodotta dalla casa Archimede insieme a Rai Cinema, Le Pacte, in associazione con Recorded Picture Company, e distribuita nelle sale cinematografiche da 01 Distribution il 19 dicembre 2019, la pellicola si basa sul romanzo di Carlo Collodi – pseudonimo del giornalista toscano Carlo Lorenzini – Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, pubblicato prima a puntate sul Giornale per bambini tra il 1881 e il 1882, successivamente come vero romanzo pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi. Pinocchio. Excursus cinematografico della storia Colma di pathos, allegria, caleidoscopio di personaggi, la storia di Pinocchio seduce nel tempo diversi registi. A cominciare da Giulio Antamoro con il suo Pinocchio uscito nel 1911, muto e con protagonista l’attore francese adulto Ferdinand Guillaume. Si giunge poi nel 1940 al colossal d’animazione Disney, che ha fatto sognare grandi e piccini. Nel 1972 la televisione ripropone la fantastica storia di Pinocchio attraverso uno sceneggiato in sei puntate Le avventure di Pinocchio di Luigi Comencini, con protagonista il piccolo Andrea Balestri nei panni di Pinocchio e uno straordinario Nino Manfredi in quelli di Geppetto. Nel 2002 ci prova Roberto Benigni, raggiungendo un grandioso risultato, con un forte coinvolgimento emotivo grazie alla sua magnifica interpretazione nei panni del burattino più famoso al mondo, e grazie alle meravigliose e melanconiche musiche di Nicola Piovani. Pinocchio. Trama E proprio Benigni è stato scelto da Garrone per il nuovo adattamento cinematografico, vestendo stavolta i panni di Geppetto, il povero falegname toscano che decide di fabbricare per sé un burattino senza fili, che possa fargli compagnia e dargli vanto. In corso d’opera, Geppetto si accorge che il pezzo di legno che modella a mo’ di burattino si anima, dotato di parola, movimento ed espressione. Decide così di battezzarlo Pinocchio, interpretato dal giovane Federico Ielapi, un burattino che si rivela subito disobbediente, spirito libero, insofferente al rispetto delle regole e allo studio. Pinocchio, lungo il suo percorso, vivrà una miriade di avventure, dall’esperienza al Teatro dei Burattini a quella nel Paese dei Balocchi, e conoscerà volti amici – come la dolce Fata Turchina, interpretata da Alida Baldari Calabria (da bambina), e Marine Vacth (da adulta). Ancora i famosi truffatori Gatto e Volpe, interpretati rispettivamente da Rocco Papaleo e da Massimo Ceccherini. Come dimenticare la voce della coscienza, il Grillo Parlante (Davide Marotta) e il giovane ed indomito Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio), suo compagno di giochi e cialtronerie? Ognuno dei personaggi che costella le avventure di Pinocchio sarà edificante nel forgiare il suo carattere e assumere consapevolezza del fatto che alla felicità e alla serenità si giunge attraverso rispetto, dedizione e sacrificio, mirando a divenire un bambino vero (metafora del raggiungimento di tale condizione), grazie ai consigli della Fata. […]

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Culturalmente

Il triangolo delle Bermuda: un mistero irrisolto

«Che cosa c’è in questo preciso spicchio di mondo che ha potuto distruggere centinaia di navi e aeroplani senza lasciare tracce?». Così scrive nel 1964 il giornalista americano Vincent Gaddis in un articolo in cui elenca, in modo suggestivo, una serie di sparizioni di navi ed aerei nella celebre e maledetta zona conosciuta come “triangolo delle Bermuda”. Quanto mistero aleggia intorno ad una leggenda, che nel tempo alimenta le fantasie di scrittori e studiosi, desiderosi di scavare a fondo o crogiolarsi nella suggestione del mito! Ma cos’è propriamente il triangolo delle Bermuda? È una zona dell’Oceano Atlantico settentrionale, recante la forma immaginaria di un triangolo, i cui vertici sono: il vertice Nord, ossia il punto più meridionale dell’isola principale dell’arcipelago delle Bermuda, da cui trae nome; il vertice Sud, ossia il punto più orientale dell’isola di Porto Rico; il vertice Ovest, ossia il punto più meridionale della penisola della Florida. Proprio in relazione a tale vasta zona marina, pari a 1.100.000 km2, il folklore alimenta il mistero legato a numerosi episodi di sparizioni di navi ed aerei, soprannominando pertanto l’area “Triangolo maledetto” o “Triangolo del Diavolo”. Ma fino a che punto tale leggenda viene considerata mistero nella cultura di massa? Quali le prove scientifiche atte ad avallarne o confutarne i presupposti? Il triangolo delle Bermuda: tra leggenda e filmografia Il mito del triangolo delle Bermuda, legato ad inusuali sparizioni, trae linfa da articoli e libri atti a divulgare ipotesi soprannaturali che spieghino le presunte sparizioni. Le prime notizie risalgono al 1950 ad opera del giornalista Edward Van Winkle Jones, in un articolo per Associated Press. Nel 1952 il Fate, magazine statunitense sui fenomeni paranormali, pubblica un breve articolo di George X. Sand, riportando la presunta sparizione di aerei e navi, come il Volo 19 e un gruppo di cinque navi della United States Navy. È qui che il mito trae origine, insieme alle prime ipotesi soprannaturali su un fenomeno che ancora fa parlare e fantasticare. Ma la leggenda assume reale spessore soprattutto a partire dalla pubblicazione del best seller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle), il suggestivo libro scritto nel 1974 dallo statunitense Charles Berlitz, in cui lo scrittore infittisce sapientemente il mistero, asserendo che nella zona circoscritta avverrebbero misteriosi fenomeni accostati al paranormale e a teorie aliene. La popolarità del capolavoro di Berlitz ispira successivamente la fantasia dei registi, autori di pellicole cinematografiche che hanno per oggetto civiltà scomparse, extraterrestri e avventure misteriose. A tal riguardo si menziona Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) di Steven Spielberg, in cui il mito delle sparizioni avvenute nel triangolo delle Bermuda sposa la tesi del rapimento alieno. La leggenda viene altresì menzionata nell’ultima puntata della prima stagione del telefilm Fringe, in cui Nina Sharp indica la zona come una delle prime sulla Terra dove alcune caratteristiche fisiche della materia inizierebbero ad indebolirsi, consentendo il passaggio tra ipotetici universi paralleli. In Italia il mito viene menzionato nel film Selvaggi (1995) di Carlo Vanzina, in cui il protagonista Ezio Greggio e i suoi […]

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Culturalmente

Moda anni ’70: stile e rivoluzione

La moda, così come la storia, presenta corsi e ricorsi. Gli eventi rivoluzionari segnano svolte significative in ambito socio-politico, economico, ripercuotendosi sugli stili di vita e sulla moda. E puntualmente, col trascorrere dei decenni, certe tendenze ritornano, proprio come la moda anni ’70. Ebbene ritornano i mitici pantaloni e jeans a zampa d’elefante, così come le scarpe con la zeppa, le fascette sulla fronte, i capelli lunghi con la riga in mezzo. Gli anni ’70 sono figli della rivoluzione giovanile esplosa negli anni ’60 attraverso la cultura “hippie”: un’autentica controcultura che abbraccia la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti, al fine di esplorare ed allargare lo stato di coscienza. L’ideale di pace e libertà è ben espresso nello slogan contro la guerra in Vietnman: “Fate l’amore, non la guerra”. I “figli dei fiori” con il loro “Flower Power” diffondono la rivoluzione non solo sulle idee e sulla cultura: esprimono il trionfo dell’amore e della sperimentazione attraverso una moda, che oggi torna ad imporsi con determinazione, così come attraverso la musica e l’arte in generale. Ebbene queste idee e queste tendenze si diffondono negli anni ’70 anche attraverso le icone cinematografiche come Tony Manero (John Travolta), adolescente italo-americano protagonista di una tra le pellicole cult più famose La febbre del sabato sera – Saturday Night Fever (1977), di John Badham, che porta sullo schermo dinamiche e problematiche culturali di quegli anni: dal razzismo alla droga, dall’emigrazione alla violenza sessuale. E la moda urla identità, attraverso l’uso di camicie attillate e pantaloni a zampa perfettamente abbinati, giacche di pelle e capelli un po’ più corti e meno cotonati, adatti a scatenarsi sulle piste disco, negli anni in cui imperversa la disco music. Un excursus storico Gli anni del boom economico, della conquistata agiatezza e del benessere diffuso negli anni ’50, conoscono un progressivo declino nel decennio successivo, fino ad esaurirsi del tutto all’inizio ormai degli anni ’70. Un decennio complicato, in cui l’ombra della guerra fredda (1947-1991) incombe sulla politica mondiale e sul commercio, la cui conclusione coincide simbolicamente e convenzionalmente con la caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989) –che incarnava la suddivisione tra democrazia capitalista e totalitarismo comunista– e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Il tutto è acuito dalla guerra del Vietnam (1955-1975), che innesca un senso di opposizione e ribellione, soprattutto nel cuore dei giovani, espresso nelle nuove tendenze ideologiche e stilistiche. Per la moda, gli anni ’70 costituiscono un decennio in continuo fervore, nel corso del quale si spazia in varie e variegate direzioni: dal glamour, all’hippie, al punk, al fenomeno della disco music, fino a tornare verso la fine del decennio ad uno stile più classico e androgino, rivisitando la linea a clessidra dei decenni precedenti, proponendo larghe imbottiture per le spalle – fino ad attribuire al busto una forma a triangolo – attraverso l’uso di spalline cucite sotto vestiti e giacche, anticipazione della moda degli anni ’80. Con gli anni ’70 nasce la concezione di gusto personale e libera scelta estetica, con i giovani che […]

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Culturalmente

Proverbi famosi. I 10 più conosciuti

Cos’è un proverbio? Un detto popolare che veicola un insegnamento tratto dall’esperienza. Ebbene i proverbi sono intrisi di vita e di cultura, e nonostante le loro origini antiche, la saggezza che incarnano risulta sempre attuale e significativa. Ma analizziamo i proverbi famosi più conosciuti. Proverbi famosi. I 10 più conosciuti «Chi non risica non rosica». Sì, chi non rischia non ottiene. Spesso nella vita ci si crogiola nell’inerzia vestita di pigrizia e viltà, aspettando cambiamenti che non avverranno mai se a brillare non sono il rischio e il coraggio. Occorre pertanto lottare e anche sbagliare per tentare almeno di imboccare il sentiero più giusto ambendo alla serenità. «Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre». Uno dei proverbi più autentici e quanto mai attuali nell’era dell’indifferenza e dell’ingratitudine. Si sa, i genitori donano ai figli tutto il proprio io, se stessi, le proprie forze ed energie, e lo fanno incondizionatamente, perché guidati da immenso e totale amore. Ma spesso i figli, nonostante il bene e l’enorme affetto provato, non riescono a ricambiare nel modo giusto e con lo stesso ardore tutto quanto ricevono in dono. Eppure, agli occhi dei genitori, sono sempre meritevoli di comprensione e perdono. «Vivi e lascia vivere». Quante volte abbiamo pronunciato, ascoltato, trascritto, dedicato e urlato questo saggio proverbio! Un vero mantra intriso del bisogno di tolleranza e serenità. Perché spesso, per andare avanti, voltare pagina o vivere semplicemente nel modo più degno e corretto, occorre lasciar scivolare sulla pelle e sul cuore il fiele che il marcio intorno inietta con arroganza e crudeltà. A volte occorre semplicemente lasciarsi andare al flusso degli eventi senza opporre resistenza, e il raggio della speranza potrà tornare ad illuminare l’anima. «L’erba del vicino è sempre più verde». L’essere umano è da sempre considerato una creatura insaziabile e talvolta arrogante. Nonostante sia artefice di meraviglie e bramoso d’amore, il suo essere risulta perennemente inappagato: raggiunge un obiettivo e immediatamente tende ad uno nuovo e magari diverso e opposto al precedente. E spesso questa tensione è guidata non solo dalla natura, bensì dall’invidia, che spinge l’uomo ad ottenere ciò che detiene qualcun altro, considerandolo migliore. In questo modo rischia costantemente di perdere di vista l’essenza e la bellezza di quanto lui stesso possiede, dalle più piccole soddisfazioni ai più grandi orgogli. Pertanto i beni degli altri non per forza devono eccellere sui nostri, deviandoci e distraendoci. «Finché c’è vita c’è speranza». Quanta verità in poche parole! Quanto spesso si cade, ci si abbatte sprofondando nel più cupo sconforto, si perde la speranza e si smette di credere in ciò che di prezioso ed autentico la vita offre. Un’esperienza sconvolgente o un qualsiasi evento scatenante riesce a turbare così profondamente il proprio io da far vacillare certezze e sogni. Ma la vita non è una divinità crudele, pronta a punire e giudicare. La vita è la meraviglia più saggia e perfetta che sia stata concessa a noi creature fragili e vulnerabili. E la speranza ne è linfa vitale. […]

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Moda anni ’50: la rinascita dello stile

La moda anni ’50 non sembra eclissarsi in epoca contemporanea, l’era in cui lo stile diviene intreccio di innovazione, ricerca e nostalgia. Nostalgia dell’eleganza, della cura data ai particolari, accolta e soddisfatta attraverso outfit che ritornano ad imporsi con tanta determinazione, segnale di una moda destinata a rimanere attuale. Ritornano pantaloni e gonne a vita alta, con pattern a pois o a tinta unita, e tra le ragazze imperversa l’uso di fascette/foulard tra i capelli, così come diversi accessori firmati anni ’50. Ebbene, gli anni ’50 sono il decennio del rock & roll, dei blue jeans, delle camicie annodate e degli accessori “matchy matchy”. La moda di quegli anni conosce un’autentica rinascita, abbandonando il clima austero a favore del look “bon ton” e della femminilità ispirata alle “pin up” (le ragazze procaci, sorridenti e ammiccanti fotografate in abiti succinti, le cui immagini iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti, durante il primo conflitto mondiale). La donna osa di più, desiderosa di apparire elegante e raffinata dopo i duri anni bellici. Excursus storico Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si apre un decennio improntato all’ottimismo, allo sviluppo economico e ad un benessere diffuso, riflettendosi in una rivoluzione in campo culturale e stilistico. Gli Stati Uniti, già vincitori della guerra, divengono autentica potenza leader dell’Occidente, presentando una tale influenza evidente non solo in materia politico-economica, ma anche nello stile di vita. Gli Usa – anche in seguito all’elaborazione del Piano Marshall, consistente in un programma di aiuti economici atti a supportare la ricostruzione dei Paesi alleati e martoriati in Europa – divengono un modello a cui ispirarsi per tendere a maggior e nuovo dinamismo e benessere. Nascono in questo frangente gli stereotipi veicolati dalla pubblicità, quali il modello della famiglia felice (quello attualmente in Italia identificato come “famiglia Mulino Bianco”!) e quello della casalinga perfetta ed impeccabile nonostante la situazione informale. Anche la musica si allinea all’attitudine del decennio “felice”: basta menzionare Tu vuo’ fa’ l’americano (1956), uno degli straordinari successi del talentuoso ed intramontabile Renato Carosone, che attraverso la tradizione della musica partenopea e internazionale veicola messaggi in perfetta sintonia con i cambiamenti e i desideri del decennio. La televisione e il cinema americano giungono con semplicità e immediatezza a dettare moda e a influenzare usi e costumi. Si pensi alle fortunate e travolgenti pellicole cinematografiche, quali Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards, American graffiti (1973) di George Lucas, o ancora Grease – Brillantina (1978) di Randal Kleiser. Seppur dopo qualche decennio, quelle forti icone continuano ad influenzare stile, moda e costumi. Tuttavia, in fatto di moda, nei primi anni ’50 è ancora l’Europa a primeggiare. Nel febbraio del ’47 nasce la silhouette “a clessidra”, costituita da ampie gonne e vitini di vespa, che rimarrà in voga per l’intero decennio e oltre. Ad inventarla lo stilista francese Christian Dior, che, in una Parigi ancora segnata dalla guerra, attraverso una sola collezione spazza via l’austerità e il tedio del conflitto. Un’autentica rivoluzione conosciuta come “New Look”. In […]

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Come fare il fluffy slime? Istruzioni per grandi e piccini

Quando si pensa alla pasta modellabile, colorata, viscida e melmosa, la parola d’ordine è “fluffy slime” o “slime fluffy”! Un gioco divertentissimo, che mette d’accordo grandi e piccini in un vortice di caleidoscopica allegria. Come fare lo slime fluffy? Proviamoci insieme! Fluffy slime. Cos’è Lo slime era un giocattolo prodotto dalla Mattel a partire dalla metà degli anni ’70. Si trattava di una sostanza gelatinosa, costituita principalmente da gomma di guar, venduta in un barattolo di plastica. La sostanza era abbastanza liquida da poter colare e abbastanza viscosa da poter aderire alle superfici ed essere poi raccolta e riutilizzata. Il gioco ebbe un tale successo da essere commercializzato in diverse varianti, tra le quali la più gettonata è sicuramente il “fluffy slime”. Molto in voga negli anni ’90, può essere acquistato già pronto o realizzarlo in casa. Si tratta appunto di una pasta malleabile, molle e viscida, che, grazie all’elasticità che la caratterizza, può assumere tutti i tipi di forme ed attaccarsi ad ogni tipo di superficie. Può essere maneggiato infinite volte, stritolato, allungato, senza mai perdere la sua elasticità. Come fare un fluffy slime. Ingredienti e preparazione Da non confondere con la “plastilina” – la cui composizione si basa su olio, argilla e cera-, molto gettonata come gioco nelle scuole dell’infanzia, la base più utilizzata per la preparazione di un fluffy slime o slime fluffy è la colla vinilica, non tossica. Occorre poi un attivatore, sostanza in grado di conferire alla pasta modellabile l’estrema elasticità e viscosità che le sono peculiari. Tra le più usate, il bicarbonato di sodio abbinato alla soluzione per lenti a contatto. In aggiunta facoltativa, affinché il fluffy slime assuma una consistenza più morbida, è possibile utilizzare della schiuma da barba, olio profumato e amido di mais (come addensante). Più elastico e liscio con l’aggiunta di sapone liquido. Per rendere poi il fluffy slime ancor più divertente basterà aggiungere del colorante alimentare, così da conferirgli la gamma di colori che si preferisce. Non resta che procedere alla composizione! Si comincia col mescolare la colla vinilica (circa 250 ml) al colorante alimentare (q.b.), finché non si raggiunge l’intensità desiderata, aggiungendo magari un po’ di olio profumato. Man mano si aggiungerà al composto in elaborazione un po’ di bicarbonato e qualche goccia di soluzione per lenti a contatto, sempre mescolando bene e continuando ad aggiungere queste due sostanze finché non si raggiunge la consistenza desiderata. Appena il composto diviene appiccicoso, la lavorazione continuerà con le mani (attività divertentissima per i bambini!) e man mano il fluffy slime sarà pronto. Come anticipato, se si desidera attribuire al fluffy una consistenza più soffice, si aggiungerà durante la lavorazione schiuma da barba, che lo renderà anche più viscoso, e ancora amido di mais (40 gr.) per addensarlo. Varianti La sua consistenza e il divertimento che innesca la sua preparazione, soprattutto nei più piccini, presta il fluffy slime a diverse varianti. Se le mamme vogliono solo ingredienti naturali e sicuri, ecco possibile un “fluffy slime senza colla”. Occorrerà munirsi di soli […]

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