Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Diamanti di Gould: gli uccelli dai colori dell’arcobaleno

I diamanti di Gould sono piccoli uccelli passeriformi, apprezzatissimi per la vivace livrea dai colori dell’arcobaleno. Appartenente alla famiglia degli Estrildidae, il nome autentico, proprio della sua tassonomia, è Erythrura gouldiae. Tale esemplare viene scoperto infatti dall’ornitologo e naturalista britannico John Gould, nel corso dei suoi viaggi in Australia insieme a sua moglie Elizabeth dal 1838 al 1840. Proprio a lei dedica il nome, onorandola dopo la sua morte, battezzando così l’uccellino caleidoscopico più bello che avesse mai visto. Il diamante di Gould è l’uccello esotico per antonomasia, considerato dalla maggior parte degli appassionati e degli ornicoltori il più bell’uccello esotico del mondo, il più elegante e il più colorato. Diamanti di Gould. Caratteristiche, habitat e riproduzione Le piccole e affascinanti creature australiane misurano all’incirca 15 cm di lunghezza, compresa la coda, e pesano circa 15 grammi. Le femmine della specie generalmente si presentano più piccole e snelle rispetto ai maschi. L’aspetto è vistoso, con becco conico e tozzo. Ma è sicuramente la colorazione della livrea a destare maggiore interesse e stupore per i diamanti di Gould: nella forma ancestrale il dorso, le ali e la nuca sono tinti di verde brillante, il petto è viola, il ventre è giallo, il sottocoda è bianco, la faccia presenta una sorta di mascherina di colore rosso con orlo nero a formare una bavetta sotto il becco, e un ulteriore bordo di colore azzurro che sfuma nel verde del dorso. La coda è nera, il becco è color perla negli esemplari maschi e grigio nelle femmine, spesso con punta nera o gialla. Le zampe di color carnicino e gli occhi bruno scuro. Generalmente il sesso di tali esemplari si riconosce proprio per i caratteristici colori: nei maschi risultano molto brillanti, con petto ampio e mascherina estesa; nelle femmine il viola del petto si presenta invece tenue e sfocato, e gli stacchi da un colore all’altro sono meno evidenti e marcati rispetto ai maschi. Inoltre le femmine sono prive delle due timoniere filiformi allungate alla coda, tipiche invece del maschio. Tutti gli altri colori caratterizzanti i diamanti di Gould e le loro combinazioni, che esulano da quelli descritti, sono frutto di selezione umana in cattività. Il canto dei diamanti di Gould è molto raffinato, leggero e godibile. Proprio come i colori del piumaggio gli donano importanza e particolarità, ciò vale anche per il carattere, talvolta stravagante e lunatico, specie nel periodo dell’accoppiamento. Ciononostante, il diamante di Gould ha generalmente un carattere abbastanza tranquillo, risultando inoltre di indole socievole. Tende infatti a vivere in gruppi numerosi, talvolta anche in comunità con altre specie. Gli stormi si muovono tra le foreste e il suolo, se alla ricerca di nutrimento. Comunque sono generalmente stanziali, dal momento che i loro spostamenti avvengono in aree circoscritte (circa 40 Km quadrati) e lasciandole solo se c’è penuria di acqua e nutrimento. Il diamante di Gould è un uccello prevalentemente granivoro, nutrendosi di tutti i piccoli semi che il forte becco è in grado di tagliuzzare. Durante la stagione delle piogge […]

... continua la lettura
Culturalmente

Satanismo razionalista. Caratteristiche e fondamenti

Si è parlato spesso di satanismo e delle pratiche occulte e liturgiche ad esso connesse. Meno forse di “satanismo razionalista”. Ma procediamo per grado. Col termine “satanismo” si intende un atteggiamento di ribellione a Dio, alla Chiesa e ai suoi dogmi, tradotto nell’adorazione della figura dell’Anticristo per eccellenza: Satana. Tale venerazione viene praticata da piccoli gruppi organizzati in forma di movimenti (conosciuti spesso come “sette”), attraverso pratiche culturali e cerimoniali, in netta opposizione all’osservanza dei precetti cattolici, che pertanto non vengono seguiti, commettendo i peccati che Dio maledice. Ma esistono diverse tipologie di satanismo, tutte accomunate dal medesimo rifiuto del controllo della propria vita da parte di terzi, abbracciando invece la concezione di una vita vissuta in maniera responsabile e autonoma, mirando alla realizzazione e alla libertà. Ciò che invece differenzia sostanzialmente le tipologie di satanismo è il diverso modo di concepire la figura di Satana. Per il “Satanismo occultista” è un’entità spirituale preternaturale, protagonista della corrente più “nera” del satanismo. La tendenza comune è quella di venerare Satana compiendo rituali magici finalizzati ad ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Viene considerato invece come una divinità a tutti gli effetti nel “Satanismo spirituale”, che simpatizza per le religioni pagane, in particolare quelle sumero-babilonesi, rifiutando quelle ebraica e cristiana. Viene qui esaltata la meditazione, la cartomanzia, la numerologia, l’utilizzo dell’ouija e la pratica voodoo, propedeutiche per l’unificazione a Satana. Ancora, questi viene considerato come archetipo di uno stato di coscienza superiore dell’uomo nel “Satanismo gnostico”. Qui Satana è concepito come una divinità che ha dato all’uomo la capacità di evolversi, tornando al suo stato divino originario. E l’ignoranza, dunque, intesa come assenza di conoscenza, è concepita come peccato, condizione da cui l’uomo ha il dovere di riscattarsi, mediante lo studio approfondito e facendo tesoro delle esperienze di vita. E alcuni di tali princìpi risultano molto simili a quelli predicati e propugnati dal “Satanismo razionalista”, secondo la cui visione Satana non rappresenta una reale divinità da adorare e servire, ma il simbolo di autodeterminazione personale. Andiamo ad approfondire il concetto. Satanismo razionalista. Definizione e caratteristiche Il satanismo razionalista, meglio noto come “Satanismo di LaVey” o “Satanismo laveyano”, è una particolare visione del mondo e della vita, ufficialmente praticata dalla Chiesa di Satana, fondata dal teorizzatore esoterista, scrittore e musicista statunitense Anton Szandor Artur LaVey, vero nome Howard Stanton Levey, da cui il movimento trae nome. A capo dell’organizzazione c’è un “sommo sacerdote”, assistito dalla “gran sacerdotessa” legatagli sentimentalmente, e il sacerdote fu ovviamente LaVey dal 1966 al 1997. Attualmente è Peter Howard Gilmore, insieme alla moglie Peggy Nadramia. Tale Chiesa di Satana non fa affatto mistero della propria esistenza, tanto che il 6 giugno 2006 ha tenuto il suo primo rituale pubblico a Los Angeles. Il satanismo razionalista è ateo e concepito in chiave materialista, edonista, anticristiana e umanista. Si concentra sulla conoscenza, sull’esperienza diretta, sulla fiducia e sul sostegno delle scienze empiriche, sul libero pensiero, sulla creatività e la libertà personale, insieme alla crescita autonoma dell’individuo. Ma la differenza […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Leonardo. La fiction Rai sul grande genio del Rinascimento italiano

Dopo il glorioso successo della fiction I Medici, la Rai pone i riflettori su un altro grande personaggio, protagonista del panorama artistico rinascimentale italiano: Leonardo da Vinci. Nasce così la nuova fiction Leonardo, ideata da Frank Spotnitz e Stephen Thompson. Diretta da Daniel Percival e Alexis Sweet, la nuova serie debuttante il 23 marzo 2021 su Rai1 è una co-produzione internazionale, scegliendo come protagonista l’affascinante Aidan Turner, a cui si affianca un cast brillante, tra cui la venticinquenne Matilda De Angelis (nel ruolo di Caterina da Cremona, personaggio semi-creato) e Freddie Highmore (nel ruolo costruito dell’ambizioso ufficiale del Ducato di Milano Stefano Giraldi). Annunciata nel 2018, la fiction pone al centro la vita del genio intramontabile Leonardo da Vinci, focalizzando l’attenzione sulla creazione delle sue opere, sui tormenti e i dissidi interiori che ne accompagnano la creazione, e soprattutto sul carattere ermetico e tenacemente ambizioso dell’artista toscano. Come suggerisce la stessa terminologia del genere televisivo, la serie trae ispirazione da fonti, personaggi e fatti storici, ma sugli schermi viene comunque proposta una storia originale e soprattutto romanzata, tra l’altro girata non sul suolo toscano, bensì tra gli Studi di Formello (dov’è stata accuratamente ricostruita la Firenze del Rinascimento), Tivoli e la Lombardia, e accompagnata dalle piacevoli note di John Paesano. Progetto ambizioso e coraggioso la fiction Rai Leonardo, dovendo competere con i precedenti mirabilmente realizzati e riusciti, tra cui La vita di Leonardo da Vinci (1971) di Renato Castellani, e Io, Leonardo (2019) di Jesus Garcés Lambert. Ancora ampiamente presente ne Il codice da Vinci (2006) diretto da Ron Howard sul soggetto di Dan Brown. Insomma il poliedrico artista nativo di Vinci ha interessato nel tempo scrittori, registi e produttori, affascinando contemporanei e posteri con la sua vita colma di genio e successo, pur tra ombre, dissidi e incomprensioni, a causa della sua personalità eterea, ambiziosa e precocemente brillante. Ecco perché l’obiettivo di Spotnitz e Thompson diviene quasi una sfida, attirando non poche critiche per alcune scelte effettuate e per vari elementi che si discostano dalla realtà storica. Tutto comincia proprio dalla trama… Leonardo. Trama Una trama originale nella cornice e in alcuni riferimenti storico-biografici. Milano 1506. Leonardo da Vinci viene accusato dell’omicidio di Caterina da Cremona. Così comincia quest’inedita storia ideata da Spotnitz e Thompson. Il famoso artista viene dunque interrogato da Stefano Giraldi, l’ufficiale del Ducato di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, proprio a partire dal suo primo incontro con Caterina nella bottega di Andrea del Verrocchio. Giraldi, affascinato dall’incredibile personalità dell’artista, sospetta la sua possibile innocenza, e determinato indaga per scoprire l’assoluta verità sull’omicidio. Ma analizziamo le controversie… Leonardo. Le deformazioni storico-biografiche della fiction e la realtà storica La fiction in onda su Rai1 ha riscosso un notevole successo, se si contano i quasi sette milioni di telespettatori incollati allo schermo, curiosi di seguire le vicende del più grande maestro di tutti i tempi. Ma la stessa ha attirato, come anticipato, non poche polemiche, concernenti l’attinenza ai fatti storico-biografici dell’artista, la spettacolarizzazione della […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

La libertà di essere: anticonformismo e nudità

La libertà di essere Così sovente ci si proclama tolleranti, aperti e disposti ad accogliere la verità. Ma tolleranti per chi? Per cosa? Aperti a chi? A cosa? Probabilmente si finge o si crede d’essere “giusti”, “superpartes”, addirittura empatici. Ma davvero si è in grado di comprendere ciò che c’è lì fuori, di fronte a sé o dentro sé? Ecco, piuttosto che ergersi a giudici o filosofi di chissà poi quale astrusa ed ermetica verità, non sarebbe più opportuno scendere dal piedistallo dell’onniscienza, per provare, guardare e sentire davvero, sulla propria pelle, con gli occhi e il cuore, ciò che si crede di sentire e conoscere? Piuttosto che proclamarsi tolleranti, non sarebbe forse più opportuno diffondere il desiderio di libertà d’essere, urlando a gran voce lo slogan: “anticonformismo e nudità”? Sì, perché c’è sete di libertà, lungi da pregiudizi e giudizi. Ma cos’è questa tanto osannata libertà, così tanto vagheggiata e bramata? Ebbene, la libertà è nudità. Significa spogliarsi del perbenismo, dell’eccessiva prudenza, dell’inibizione. La libertà è un volto, quel volto che con orgoglio e coraggio si strappa via la maschera, quella spesso indossata per condurre un’esistenza appartata, nascosta dietro paure e fragilità, falsamente mostrate come sicurezza e forza. La libertà è donna, uomo, bambino, bambina, essere umano, persona. Non è attore sul palcoscenico della vita. Perché la vita è essa stessa teatralità e disinibizione, ma solo per vomitare fuori tutta l’arte e il talento raggomitolati quotidianamente nell’anima. E il trucco deve fungere da accessorio, vanto anche, ma mai seconda pelle, così da consentire ad una timida lacrima di poterlo anche sciogliere, quando dentro il cuore è spezzato ma un sorriso urla ancora desiderio di rinascita. Dunque cos’è la libertà, se non la capacità e la bellezza di saper essere due lati della stessa medaglia o tutte le sfumature, non solo dell’arcobaleno, ma di quanti pigmenti siano possibili in natura? Peccato e assoluzione. Oscurità e luce. Esagerazione e morigeratezza. Caos e logica. Logica del caos! Mente e cuore. Hulk e Heidi. Strega Salamandra e Fata Lina. Morgana e San Francesco. Demone e angelo. Rock e lirica. Passione e amore. Sesso e amore. Forza e fragilità. La libertà sta nella possibilità di poter decidere e scegliere chi e cosa essere anche ogni giorno, non rinunciando mai a capire prima chi si è, chi c’è dietro quei sacrifici e quella noiosa routine. La libertà è l’incarnazione degli opposti in grado di convivere e coesistere, attraverso la scintilla del possibile, dell’incredibile e del genio. La libertà risiede nella voglia di mostrare la propria psiche, gli angoli più reconditi dell’universo interiore, senza vergognarsene e solo a coloro che sanno scorgerli e comprenderli davvero, amarli, cullarli e accarezzarli. Ma la libertà o nudità sta anche nella voglia di rompere gli schemi, di infrangere le regole, di lanciarsi da una scogliera mirando non a precipitare, bensì a spiccare il volo. La nudità si sposa con la trasgressione, che impugna la bandiera di un erotismo e di una sessualità che esigono sempre nuova sperimentazione, il desiderio di […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Ciò che siamo

Ciò che siamo veramente. La sveglia suona. Apri gli occhi un po’ riluttante. I muscoli ancora addormentati invocano Morfeo, come te, come la tua mente, come le voglie e i desideri assopiti. Tiri un sospiro deciso, un sospiro che decreta la fine di quell’intorpidimento notturno, come se l’anima si fosse staccata dal corpo in quelle ore, per volare e sognare chissà dove, per inseguire ciò che le membra di giorno dimenticano e accantonano, persino il cuore, per poi ricongiungervisi, ritornare e tentare di instillare nuova ispirazione. Per qualche istante resti seduto in mezzo al letto, quasi ancora incosciente di ciò che accada, di ciò che vada fatto, anche oggi. Ti alzi e osservi la tua immagine riflessa allo specchio. Quasi fatichi a riconoscerti. Le prime rughe solcano alcuni tratti del volto. Ti guardi con più attenzione e più introspezione, chiedendoti chi sei. Chi sei veramente? Già. Chi siamo veramente? Siamo proprio noi o qualcosa che vive in funzione dei doveri che ci impongono, che noi stessi ci imponiamo? Siamo medici, insegnanti, scrittori, artisti. Siamo infermieri, avvocati, camerieri, imprenditori. Siamo agenti, giudici, netturbini, cassieri, pensatori e filosofi. Ma chi e cosa siamo in realtà? Cosa ci tiene realmente in vita? Cosa fa pulsare il caldo sangue nelle nostre vene? Cosa celiamo ormai sempre più sovente nel cuore e nell’anima? Cosa seppelliamo ogni giorno in nome di un’identità imposta ed autoimposta, che dà progressivamente forma a individui, più che a persone, uomini e donne degni di tale essenza e sostanza? Ebbene, non viviamo forse noi tutti (o almeno in gran parte!) come burattini, come se qualcuno o qualcosa scrivesse un copione che siamo impeccabilmente chiamati a recitare, e muovesse costantemente i fili delle nostre azioni, delle nostre decisioni, persino dei nostri pensieri? Conduciamo la nostra esistenza come spettatori di un film, di un’opera lirica, di un repertorio di balletto, di un musical, rinunciando ad essere noi i protagonisti, dimenticando cosa si prova a calcare il palcoscenico della vera vita, quella scaldata da emozioni irripetibili, da azioni guidate dal cuore e dalle passioni. Noi possediamo il dono più prezioso che potesse esserci concesso. Noi abbiamo la vita, ma dimentichiamo di viverla! Ci svegliamo, facciamo colazione, ci prepariamo ad affrontare ogni giorno nuove sfide, facciamo programmi e ci chiediamo cosa possiamo fare oggi per il mondo, dimenticando di chiederci cosa oggi il mondo può fare per noi, cosa noi possiamo fare per noi. Andiamo a lavoro, a scuola, studiamo, ci impegniamo nelle faccende domestiche e ci immergiamo a capofitto in compiti e doveri quotidiani. Ma dov’è la scintilla divina? Dove la soffochiamo ogni giorno? Molte donne dedicano corpo e anima alla casa, ai propri figli, ai partner, alla carriera. Ma cosa fanno per loro? Dove finisce il tempo da dedicarsi? Siamo genitori, siamo figli. Ma cosa siamo prima di questo? Siamo studenti e professori. Ma quale il nostro compito più prezioso? Siamo impiegati immersi in una miriade di scartoffie fredde ed insensibili, tra protocolli, burocrazia e planning. Ma è questa la nostra missione di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Numeri sfortunati. Tra storia, leggende e sacralità

La simbologia, e con essa le leggende e le tradizioni, da sempre affascinano e intimoriscono l’uomo, influenzato spesso da credenze e superstizioni, le quali possono sì celare preziose piccole verità, ma anche essere pericolose e limitanti se ci si crogiola acriticamente. Tra i vari temi, legati al misticismo e alle credenze popolari, risalta senza dubbio quello relativo ai numeri sfortunati, tra gli argomenti in assoluto più carichi di simbologia, come suggeriscono le diverse tradizioni storico-culturali e religiose. Va ricordato però che di per sé i numeri sono categorie neutre, prive intrinsecamente di valori positivi o negativi. Come mai dunque esistono alcuni numeri associati ad eventi infausti, legati all’occulto e caricati di significato metafisico, al di là di ciò che il numero stesso rappresenta? Quali i più noti numeri sfortunati in Italia e nel mondo? Analizziamone la storia. Numeri sfortunati: il 13 e il 17 Senza dubbio, i numeri che più di tutti incutono timore e fanno storcere il naso, in Italia come altrove, sono il 13 e il 17. A tal riguardo gli psicologi hanno coniato due appositi termini per definire tali irrazionali paure: triscaidecafobia (fobia del numero 13) e eptacaidecafobia (fobia del numero 17). Per quel che concerne il 13, la sua associazione alla sfortuna avrebbe diverse matrici. Per cominciare, il 13 segue il numero 12, un numero pari e completante dei cicli: basti pensare ai 12 segni dello Zodiaco o ai 12 mesi che compongono un anno. Dunque, il 13 scombussolerebbe questo equilibrio, venendo a definirsi come l’elemento di disturbo e disordine che interviene ad interrompere la ciclicità perfetta, costringendo a inevitabili cambiamenti e trasformazioni. Dal punto di vista religioso, ricorda innanzitutto la morte di Gesù, se associato al venerdì: il famoso “venerdì 13”, che ancora oggi desta ansie e superstizioni, oggetto anche di numerose pellicole cinematografiche, che lo bollano come il giorno del terrore e dell’occulto. Ma in ambito cristiano, la sfortuna del 13 sarebbe anche ribadita dall’Ultima Cena, durante la quale Gesù siede a tavola con i 12 apostoli. Giuda, il traditore, viene chiamato il tredicesimo apostolo da Gesù, pertanto un numero sventurato. Ecco perché per i superstiziosi è doveroso evitare di essere a tavola in 13. La situazione si ribalta però completamente nella religione ebraica, dove il 13, più che simboleggiare il tradimento, indica la generosità incompresa dagli apostoli circa il ruolo di sacrificio incarnato da Giuda, che avrebbe eseguito la volontà di Gesù ai fini del compimento di un piano superiore. Dal punto di vista culturale, il 13 è ancora una volta portatore di sfortuna, specie se associato ancora al venerdì. Si ricorda infatti il venerdì 13 ottobre 1307 (si noti che nella data il 13 compare ben due volte), macchiato di sangue per l’arresto, la tortura e lo sterminio dei Cavalieri Templari, per ordine del re di Francia Filippo IV il Bello, con le accuse di cospirazione, sacrilegio e pratiche sataniche e sodomitiche. E le maledizioni pronunciate durante le torture avrebbero reso questo giorno l’emblema della sfortuna. Ad acuire la superstizione e i […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lipogramma. Significato ed esercizi

Cos’è un lipogramma? Scopriamolo insieme. Il lipogramma è una sorta di vincolo, posto da un autore di prosa o poesia, che per artificio retorico decide di non far comparire in un componimento una determinata lettera dell’alfabeto. In pratica, un normale testo viene riscritto, o composto ex novo, sostituendo ogni parola contenente la lettera “proibita” con un suo sinonimo che non la contenga. Come suggerisce la stessa etimologia del lemma, un lipogramma, che deriva dal greco leipo, “che manca di, e gramma, “lettera”, è dunque un testo nel quale viene intenzionalmente omessa una lettera. Ad esempio: “Il pelago all’orizzonte dondola l’animo che si crogiola nell’infinito”. Se si prova ad omettere in questo breve testo un’unica lettera, come la vocale “o”, il lipogramma potrà essere il seguente: “Il mare laggiù culla l’immensità dell’anima”. Un nuovo breve testo, in cui i sinonimi delle parole contenenti la lettera omessa, creano una frase morfologicamente un po’ diversa, ma identica dal punto di vista semantico. Spesso dunque le “catene” sono solo simboliche. Gli ostacoli possono sempre in qualche modo essere aggirati, rappresentando anzi uno stimolo atto a sollecitare la sfera creativa. È così nella vita, ed è così nell’arte, nella musica, nella letteratura e in qualsiasi ambito in cui superare dei limiti equivale a crescere davvero, mirare a nuovi orizzonti, a creare e a volare. Lipogramma. Cenni storici Uno dei primi autori ad usare tale accorgimento retorico è stato probabilmente Laso di Ermione, poeta greco del VI secolo a.C., che scrisse odi asigmatiche, ovvero senza il “sigma”, come in Inno a Demetra, in quanto il suono di tale lettera risultava alquanto sgradevole. Nei secoli successivi fu la volta di Nestore di Laranda, poeta greco del III secolo d.C., che rielaborò i ventiquattro libri dell’Iliade omettendo una lettera dell’alfabeto greco per ognuno di essi, creando appunto lipogrammi. Nella letteratura moderna lo scrittore francese del XX secolo Georges Perec scrive un lipogramma di trecento pagine, il romanzo La scomparsa (La Disparition), omettendo totalmente l’utilizzo della vocale “e”. A questo fa seguire un ulteriore romanzo, una sorta di specchio del primo, Le ripetizioni (Les Revenentes), facendo uso della variante di lipogramma, il “monogramma”, un componimento monovocalico che prevede appunto l’utilizzo nel testo di un’unica vocale, in questo proprio la “e” che non compariva mai nell’altro romanzo. Anche lo scrittore statunitense contemporaneo Mark Dunn ha pubblicato un romanzo in lipogrammi progressivi, Ella Minnow Pea: una favola epistolare progressivamente lipogrammatica. In pratica l’autore smette di utilizzare una ad una le lettere dell’alfabeto man mano che il racconto procede, fino a giungere ad interi capitoli scritti utilizzandone una manciata. Anche in musica è stato sperimentato il lipogramma in Canzone senza R, scritta dal compositore, paroliere e attore italiano Stefano Calabrese. Nel testo in maniera originale non viene mai pronunciata la “r”, salvo nell’intenzionale Urrà! finale. Una chiara dedica al rotacismo. Lipogramma. Un po’ di esercizio… Ebbene, dedicare qualche minuto a tale tipo di esercizio aiuta a favorire l’elasticità mentale, la creatività appunto, stuzzicando, perché no, anche la sfera ludica. Dunque basta prendere […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Se le città fossero donne…

Se le città fossero donne? Così tante cose recano il marchio della femminilità. La passione, la gentilezza, l’eleganza, la fragilità, la forza e la stessa vita sono ben incarnate dal gentil sesso. E se le città fossero donne anch’esse? Quale sarebbe il loro volto, il loro carattere? Quale il profumo, il sapore, la pelle? Quante mete esotiche, romantiche, dinamiche, artistiche, caotiche e disinibite si raggiungono, si godono, si assaporano e si vivono! Ciascuna con la propria indole, i propri vizi, il proprio temperamento e la propria personalità. Immaginiamo Barcellona. Mora e caliente. Le sue curve costituiscono l’opera più riuscita di Gaudì. La Rambla ne indica il sensuale pendio, che dolce giunge fino al suo caldo sud, lambito dal placido Mar Baleárico, che ne bagna le coste come un’impudica onda di piacere, soffermandosi prima sul voluttuoso promontorio di Montjuïc. Di giorno si depositano sulla sua pelle abbronzata i colori dell’arte e della vitalità catalana. Ma di sera Barcellona diviene una passionale tentatrice, esibendo la sua arte ammaliatrice in un rosso flamenco e davanti ad un ottimo calice di Cariñena. Barcellona è pura sensualità, imbevuta di genio caliente, trasudando voluttà attraverso il suo luminoso sorriso e il suo sguardo bruno e viscerale. Se Barcellona esibisce un erotismo più sfrontato, Parigi lo palesa in una forma più sublime. Parigi è una fanciulla curiosa e ribelle. Poi adolescente dolce e sognatrice. Infine Parigi è donna meravigliosa, appassionata fino al limite della sconsideratezza, nonostante e grazie alle cicatrici, che donano alle sue distese urbane e bucoliche quella bellezza perfetta, resa tale proprio dalle imperfezioni che la dipingono. Parigi è tutte le età, tutte le epoche, dall’infanzia alla maturità, dal fascino intramontabile della Belle Époque al romanticismo moderno. Parigi è perfetto intreccio di passato e futuro, di tradizione e attualità. Il suo corpo assomiglia fortemente a uno dei quadri impressionisti di Monet, quando eterea e indefinita esprime la sua verità. Diviene poi più misurata, ma comunque affascinante, quando dolcemente prorompe come una delle ballerine di Degas, o più sfrontata come una ballerina di can can al Moulin Rouge dipinta da Henri de Toulouse-Lautrec. Immergersi in Parigi è come fare l’amore per la prima volta, si muore per un istante, ma senza avere realmente paura di morire, è come sperimentare il nirvana, per poi rinascere con nuova bellezza e rinvigorita voluttà. Castana e con il volto puntellato di leggere lentiggini, Parigi mostra ai visitatori la sua delicata sensualità, la sua ammiccante libidine, attraverso una miriade di sfaccettature, pur rimanendo fedele a se stessa. Attraverso la propria Senna e i romantici Champs-Élysées, il suo volto esprime un fascino senza tempo. La torreggiante collina di Montmartre delizia sogni incontaminati ed esalta piaceri lussuriosi, come il fondoschiena incauto e bramoso di una donna un po’ bisbetica, a tratti ermetica, come un rosso complesso e strutturato, che al primo sorso si fa fatica a mandar giù, ma il secondo scalda la bocca, così come il cuore e la mente. Esistono poi paesaggi esotici e terre brade, che suggeriscono l’idea di donna […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Passo a perderti…La promessa ad amare completamente

«Passo a perderti. Non tarderò. Aspettami». Tre parole. Una frase semplice. Eppure atipica, inaspettata, mai udita. Una frase che raggela per un istante il cuore, le mani affaccendate, i pensieri confusi. “Passo a perderti” potrebbe suonare come un che di negativo, ascoltandola la prima volta e magari in un momento di distrazione. Ma è così densa di luce, di musica, di coraggio. È colma di bellezza, d’imperfezione, di quell’imperfezione che rende una monotona e triste giornata così perfetta, così nuova. È un’autentica dichiarazione d’amore. Ma non si tratta dell’amore protagonista delle favole o di qualche famoso film romantico. Non quello delle principesse, che attendono il principe azzurro per essere salvate. È l’amore che si sporca, che necessita di rotolare nel fango per riuscire a mirare alle stelle con sicurezza e determinazione. “Passo a perderti” si sostituisce al tradizionale “Passo a prenderti”, la promessa cioè che un ragazzo/uomo rende alla sua donna per trascorrere un’imminente magica serata insieme, colma di aspettative, tra una rosa donata e una romantica cenetta a lume di candela, con una calda musica jazz in sottofondo. Ma se ci si sofferma qualche istante sul verbo “prendere”, lo si potrà analizzare con la giusta obiettività. Il prendere qualcosa o qualcuno determina possesso e talvolta possessione. Certo, appare gratificante sentirsi il centro dell’universo per qualcuno, per quel qualcuno che si ama e che, con determinate attenzioni, dimostra di ricambiare questo sentimento così puro e così complesso. Eppure amare è ben lontano dal “prendere” e più vicino ad “afferrare”, “stringere”, “sfiorare”, in virtù di quella fiamma, quel fuoco che la passione sa bene alimentare. Perché il “prendere” qualcuno suggerisce l’idea egoista del “sei mio/a”, “sei roba mia”, “il tuo corpo e il tuo cuore sono miei e di nessun altro”. Beh sì, l’amore spesso si maschera anche di morbosa simbiosi, del desiderio assoluto di stare insieme ogni istante – quasi manca il respiro all’idea che oggi forse non lo/la vedremo! Ma questa sorta di amore prepara il terreno anche ad un altro sentimento, che spesso insidioso lo accompagna, vale a dire la gelosia. Sì, perché il possesso fa scattare l’irrazionale timore di perdere ciò che si ha tra le mani, nella propria casa, nella propria vita. E così la gelosia innesca il sospetto, poi il turbamento, l’ansia e la smania di oppressione. Ma cos’ha in comune l’amore con tutto ciò? Niente! L’amore richiede rispetto, comprensione, perdono, gentilezza e mai scortesia, arroganza o prepotenza. L’amore presuppone la libertà. Ne è il dogma fondamentale, il primo seme. E spesso si accompagna al sacrificio, all’annullamento del sé egoista, che non significa la sua morte, bensì la sua elevazione a qualcosa di più profondo e genuino, in grado di nutrirlo e dissetarlo, come nessun vizio riuscirebbe concretamente e divinamente. E non è certo un amore per così dire “puritano”: c’è in esso voglia, libido, istinto, desiderio ardente, fuoco, passione carnale e spirituale; ci sono gli abbracci, che sembrano stritolare anche l’anima, nutrendola di vita e bellezza; e poi ci sono quei baci, fusione di […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Profumo di libertà, di rinnovata vitalità, di gioia e libido

Profumo di libertà… Ore 9.00. La sveglia stamattina non impone i suoi toni superbi e squillanti, perché oggi non si lavora. Resta ancora un po’ lì, sotto il caldo piumone, a guardare fuori, assorta tra pensieri e speranze. Il cielo limpido e il sole, che splendente filtra i suoi raggi nella stanza, sembrano annunciare una splendida giornata. Eppure il corpo avverte su di sé l’inerzia dell’abitudine e le labbra stentano ad inarcarsi, rinunciando a donare al volto il magnifico sorriso proveniente dal cuore. Le aspettative, i sogni, i progetti sono un po’ più irretiti, in bilico tra il desiderio di volare e la consapevolezza di precipitare nell’inferno della realtà. Quegli occhi un po’ tristi, eppure così estroversi, scrutano cemento e natura fuori dal balcone: c’è il palazzo di fronte, con quelle vite che compiono gesti e faccende come operai in una catena di montaggio, così fredde, così uguali, anonime e rassegnate; più a sinistra, quegli stessi occhi scorgono uno scorcio più poetico, meno abbrutito dalla routine, è un piccolo tratto della costiera sorrentina, è lì in lontananza, offrendo chiaramente il dipinto di un mare increspato dal vento gelido di questi giorni lenti e monotoni. Ed ecco che quegli occhi tristi ricevono una scarica di gioia incomprensibile, inaspettata per quell’umore spento e un po’ atrofizzato, come i muscoli di un corpo fuori allenamento, dopo anni di movimento, danza e adrenalina. Quello stesso cuore, un po’ intorpidito dal fiele di quel virus bisbetico e crudele, si nutre per un istante di nuova linfa, di nuova vita, sedotto da una bellezza ben impressa e tatuata nella mente e nell’anima. Quel paesaggio, quel cielo, quel mare riaccendono per un po’ il bagliore in quegli occhi spenti e assetati di libertà, di quella libertà sempre più limitata in un momento storico buio e incline a privazioni, un periodo in cui persino l’arcobaleno fatica a brillare dei suoi colori, dopo innumerevoli temporali, e il grigio diviene la tonalità dominante, accanto al nero ebano della paura e a un rosso freddo, non quello della passione, ma della stanchezza. Intanto, profumo di libertà… Lei resta ancora a letto, continuando a guardare fuori dal balcone. Scruta ancora quel panorama, che sembra alleviare un po’ quel tedio trascinato come una zavorra da giorni, da mesi. Ma nel farlo si palesano alla mente le magiche luci di Trastevere al tramonto, osservata da Ponte Sisto, poi prende forma tutta Roma, dall’incantevole Cupola di San Pietro all’Altare della Patria al Colosseo, fino all’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo, ammirati dalla vetta del Pincio, che sembra dominare l’eternità di una città senza tempo, senza polvere, senza oblio. E così un po’ per volta si materializzano inconsapevolmente i maestosi boulevard parigini, passando per la Senna e Notre Dame, ammirati come preziosi gioielli dalla brulicante ed artistica Montmartre. Sembra un sogno ad occhi aperti, eppure per lei quel sogno è così imbevuto di realtà! Le bellezze, i monumenti, che attraversano la mente come fotogrammi scattati, sono così vividi, come i profumi e i sapori di quei […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Cos’è la Memoria?

Cos’è la memoria? È come il vento: qualcosa che si percepisce forte, pur non vedendola né toccandola. È come il fuoco divino, che alimenta e si autoalimenta senza bruciare mai il turbamento e la dolcezza del ricordo. È come il mare, che avvolgendosi per poco nelle alte onde, torna potente ad infrangersi contro gli scogli, deciso a lambire il bagnasciuga. Ebbene, essa è un dono prezioso. Aiuta ad esorcizzare la paura quando incalza, divenendo rifugio e infondendo gocce di gioia. La memoria è il monumento dell’esistenza. È la storia della vita, fatta di fotogrammi, che scorrono nella mente uno dietro l’altro, creati per risollevare umore e serenità, quando si accostano troppo all’orlo del baratro. Può rattristare il cuore, talvolta, e in alcuni momenti bagnare gli occhi e le guance, ma è anche un invito a risollevarsi, a ripartire e ridipingere un sorriso spento dalla routine e dagli eventi. Ma sopra ogni cosa, è testimonianza, storica ed emotiva, indispensabile a non lasciar sbiadire dolori, insegnamenti, errori ed ingiustizie. È un valido supporto, atto a non cancellare le azioni e i percorsi che hanno reso tale il mondo, che hanno reso noi ciò che oggi siamo. Battaglie, sconfitte, soprusi, abomini e ancora lotte da ricordare, per non dimenticare mai davvero. La memoria è casa, giustizia, desiderio di perpetrare vita dopo la morte e di far camminare voci e idee sulle gambe delle generazioni a venire. In che modo? Ebbene, sussistono due fondamentali tipologie di memoria. C’è quella fisica, quella della mente, quella cioè che aiuta a ricordare eventi quotidiani, impegni, avvenimenti, abitudini e azioni ricorrenti. È la memoria fisiologica, quella che collabora con l’intero organismo per contribuire al suo funzionamento nella maniera più corretta possibile. Poi però esiste una memoria più profonda, quella che si nutre di sensazioni ed emozioni, soprattutto quelle più intense, che lasciano il segno. È questa la memoria del cuore, quella che libera i ricordi nonostante difficoltà ed ostacoli, quella che insegna il perdono, i diritti, il rispetto e l’amore. È la memoria della vita stessa, quella che periodicamente subisce soprusi, guariti dalla comprensione, dall’intelligenza e dall’empatia, che essa solo può nutrire e cullare, per conoscere finalmente il trionfo della libertà e del sentimento di uguaglianza morale, intellettiva e politico-sociale. Cos’è la memoria? La memoria è ciò che consente oggi di ricordare la sofferenza atroce di ieri, di guardarla con mente, occhi e anima critici, al fine di sensibilizzare ad un’esistenza più giusta, pur ancora tra miriadi di incomprensioni e compromessi. Già la storia è di per sé docente ammonitrice e attenta, puntuale nel descrivere fatti ed eventi accaduti, da quelli di minor rilievo a quelli artefici di cambiamenti duraturi. Ma la memoria, in particolare quella del cuore appunto, fa di più. Dona maggiori opportunità di sviscerare quegli eventi, per comprenderli sotto ogni sfaccettatura e attribuire ad essi un significato sempre più consapevole. Questo perché la memoria si fonda sulle esperienze personali, messe a disposizione, donate nello spazio e nel tempo per consentire una comprensione giusta di ciò […]

... continua la lettura
Culturalmente

Effetto farfalla: significato e benefici

«Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Una semplice frase, tratta dal film The Butterfly Effect, riassume un più complesso concetto, tanto incisivo quanto affascinante: l’effetto farfalla. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Più semplicemente piccole azioni, anche quelle più innocue e insignificanti, possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Partendo in fisica dalla teoria del caos, l’effetto farfalla spiega quanto importanti siano per il futuro le azioni compiute nel presente, in quanto tutto è interconnesso. Con piccole azioni è possibile, volontariamente o meno, cambiare il corso degli eventi e magari molte cose che nel presente non si apprezzano e per le quali si tende spesso ad autocolpevolizzarsi. Ma analizziamo nello specifico tale meravigliosa teoria. Effetto farfalla. Origini, significato e cinematografia Già nel 1950 il matematico e filosofo britannico Alan Turing così anticipava il concetto “effetto farfalla” in Macchine calcolatrici e intelligenza: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza». Nel 1952 molto probabilmente il celebre racconto fantascientifico di Ray Bradbury A Sound of Thunder – Rumore di tuono ispira l’espressione “effetto farfalla”: si immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati viaggi temporali per turisti e che in una remota epoca passata un escursionista del futuro calpesti una farfalla, provocando una serie di conseguenze per la storia umana. Un po’ come ripropone il celebre cult cinematografico Ritorno al futuro! Ma fu il matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz a coniare il neologismo “effetto farfalla” e ad analizzarlo nel 1962 in uno scritto: Lorenz osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, con dati di condizione iniziale arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero ottenuti i medesimi risultati con i dati di condizione iniziale non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni originarie creava un risultato diverso. Lorenz coniò poi l’espressione ispirato dal diagramma dato dai suoi attrattori, somiglianti proprio a tale insetto. Dunque, si immagina che un semplice movimento di molecole d’aria, generato appunto dal battito d’ali della farfalla, possa causare il concatenarsi di movimenti di altre molecole, fino a generare un uragano a chilometri di distanza. La conseguenza immediata è che sistemi complessi, come il clima o il mercato azionario, siano difficili da prevedere in tempo utile. Ogni scelta, metaforicamente simboleggiata dal battito d’ali, può condizionare la vita anche significativamente, generando appunto un “uragano”. Per fare un esempio, una persona resta gravemente ferita in un incidente stradale: se la stessa persona fosse uscita più tardi da casa, non avendo magari sentito la sveglia, forse non sarebbe stata investita dall’auto fuori la propria abitazione. O, se invece una ragazza con un’immensa passione per la danza non avesse anteposto rigorosamente gli impegni di studio a quelli delle sue amate lezioni, forse oggi sarebbe una […]

... continua la lettura
Attualità

Cosa fare oggi: quotidianità al tempo del Covid

Cosa fare oggi, nel periodo in cui la depressione incalza, le restrizioni soffocano e la speranza perde vigore? Cosa fare al tempo del virus galoppante e di una quotidianità divorata dalla nefandezza pandemica? Cosa si può continuare a fare in uno dei momenti storici più bui che l’umanità torna a sperimentare? Cosa fare oggi, che il sorriso è stanco, quasi invisibile ormai? Cosa fare quando il tedio prende il sopravvento sull’entusiasmo, e la stanchezza minaccia l’energia? La libertà diviene un lontano miraggio. Perdita, amarezza e solitudine intorno al cuore, sulla pelle, nelle vite. Le passioni sembrano scalpitare meno, rinunciando a brillare ed esplodere. Ma cosa si può fare per impedire il collasso e l’oblio sociale ed emotivo, personale e familiare? Cosa è possibile fare oggi, per salvare il talento, la gioia, la vita? Cosa resta da fare oggi, nella quotidianità al tempo del Covid? Quante volte è stato pronunciato, o ha solo risuonato nella testa il monito «Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia»! Ma, come Paulo Coelho, altri artisti e scrittori hanno partorito dalle esperienze negative la consapevolezza che l’ombra è necessaria per riuscire davvero ad apprezzare il sole. Ebbene, la vita è tanto meravigliosa quanto imprevedibile. Talvolta sembra ingiusta, crudele, indifferente alle sofferenze umane. Eppure dagli eventi e dalle esperienze negative, non solo si può apprendere, bensì maturare e sviluppare nuova linfa, inedite capacità e persino talenti. Perché è nei momenti di tristezza acuta e solitudine che l’io ha la concreta possibilità di concentrarsi sulla propria interiorità, sul centro del proprio cuore, portando in superficie tutto quel che la vita e la routine per tanto tempo hanno tenuto dietro le quinte. La negatività non ha la sola facoltà di togliere, bensì anche donare e far scoprire. E in questo lungo e nefasto periodo, che continua a mettere tutti a dura prova, è possibile continuare a muoversi, ad agire, a sperare e sognare, pur tra restrizioni e duri ammonimenti. È possibile reinventare le proprie abitudini, scoprendo magari qualche capacità, prima inimmaginata. Ebbene, c’è chi si dedica all’arte culinaria, chi riesce a donare ora in misura maggiore il proprio tempo alla famiglia o alle amicizie, anche quelle lontane, approfittando degli strumenti digitali, che come mai prima possono unire e aiutare, piuttosto che danneggiare. C’è chi sperimenta la nascita di un nuovo amore o chi chiude i conti con un passato poco roseo. C’è chi decide di perdonare, chi fa outing e chi invece, assorto tra sogni e desideri non ancora sciupati dalle imprevedibili preoccupazioni, rispolvera qualità e talenti assopiti, levigandoli, nutrendoli e coccolandoli. Così, tra le quotidiane faccende, è possibile ad esempio riscoprire la passione per la musica e il canto. Quante volte si ripete a se stessi di non aver tempo, prefiggendosi magari un ipotetico periodo in cui ricominciare a dedicarsi a sé e al proprio talento, piccolo o grande che sia! Cosa fare dunque oggi, in questa avvilente quotidianità: basta poco, un pizzico d’impegno e dedizione, rispolverare la vecchia tastiera o chitarra, allenare le dita, […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Un’eterna Belle Époque

È domenica pomeriggio. Isabelle scivola tra i romantici Champs-Élysées, boulevards e bistrot, con quel suo sorriso sornione e soddisfatto, felice di gustare appieno quella giornata parigina, fonte d’ispirazione per il prossimo romanzo. Corre l’anno 2018. Quella lieve pioggia, che ben s’intona all’amorevole atmosfera intorno, incantata e sensualmente naïf. L’odore dei croissants appena sfornati e l’alba di un tramonto annunciato lungo la purpurea Senna, infondono in Isabelle una sorta di nostalgia. Una bizzarra e frenetica nostalgia, non per qualcosa che ha vissuto e non può tornare. È nostalgia di un tempo impalpabile, di qualcosa che non ha mai vissuto e sperimentato, se non attraverso i romanzi dei suoi scrittori preferiti, e la genuina musica del passato. Ecco che Isabelle si ritrova a sognare ad occhi aperti una realtà, diversa dal presente caotico e talvolta arrogante e insensibile a un cuore d’altri tempi. Isabelle sogna la “Belle Époque”, ossia un’epoca d’oro, in cui serenità, entusiasmo e benessere trionfino sugli animi troppo inetti e pragmatici per elevarsi. Il suo animo, spesso ermetico e ostico alla comprensione altrui, timido e rivoluzionario insieme, uggioso e solare, romantico e sognatore, ora melodioso ora hard rock, rifugge la normalità, noiosa e sterile per la passione che sussulta dentro. Avvezza al viaggio e a nuove sensazionali scoperte, Isabelle immagina tra le pittoresche strade di Montmartre se stessa in una Parigi diversa, quella di fine anni ’60. Così, assorta nelle sue fantasie, viene attratta da una musica particolare, suonata dagli artisti di strada di una Parigi cristallizzata nel mondo bohémien. Prima di prenderne pienamente coscienza, quella sorta di pifferaio magico trasporta Isabelle realmente nel passato. Indietro di mezzo secolo, viene catapultata nel 1968, l’anno del fermento rivoluzionario giovanile, attivo ovunque, ma noto a Parigi come il “Maggio francese”. Isabelle stenta a credere a ciò che vede e ascolta intorno a sé, ripetendo a se stessa che forse è solo un sogno. Eppure quelle voci, quelle rivolte sociali, politiche, culturali e filosofiche, contro il tradizionalismo e il capitalismo imperanti, sono così vivide. Isabelle si sente come uno dei protagonisti di The Dreamers, allacciando particolari amicizie, che come lei han sete di libertà, respirando intorno arte, cultura ed erotismo. E non è peccato, bensì genuina trasgressione, quella che non rifugge la morte, se non quella dell’anima; quella che nutre e disseta corpi affamati di conoscenza. Tutto è bellezza e incanto, e Isabelle ne divora ogni istante, quasi non ha più voglia di tornare alla sua realtà. L’indomani Isabelle si risveglia nel 2018, decisa a portare nuova linfa al suo romanzo, grata dell’esperienza surreale vissuta la notte precedente. Riprende poi a passeggiare nel cuore di Parigi, sperando di rivivere quell’incredibile miracolo e lasciando quel presente spesso deludente e insoddisfacente. Si ritrova così pensierosa nelle caleidoscopiche vie di Montmartre, su quella collina così per lei simbolica, e reale testimonianza di una Parigi non sciupata da superficialità, marketing e presunzione, non ancora divorata dallo tsunami tecnologico. Poi, ancora quella musica, quella che la notte precedente l’ha letteralmente rubata al suo ingombrante presente. Con sua […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Gli orologi del diavolo. La fiction ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi

Nuovo prodotto Rai, in onda dal 9 novembre 2020 in quattro puntate in prima serata, Gli orologi del diavolo è una fiction impegnativa ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi, primo infiltrato civile testimone di giustizia. Prodotta da Rai Fiction, in collaborazione con Mediaset España e Picomedia, la miniserie ha come protagonista il talentuoso Giuseppe Fiorello. È tratta dall’omonimo libro scritto a quattro mani da Franciosi e dall’inviato di Presa Diretta Federico Ruffo, pubblicato da Rizzoli nel 2015 e narrante la storia dell’eroe Franciosi, che, come infiltrato, contribuì nel 2008 all’operazione “Albatros”, il più grande sequestro di droga in Europa (oltre 9 tonnellate di cocaina) e al successivo arresto del boss galiziano Elías Piñeiro Fernandez, avvenuto nel 2011. Il titolo Gli orologi del diavolo deriva dai Rolex che il boss spagnolo regalava a Franciosi, uno per ogni affare avviato insieme, fino all’ultimo, ricevuto con tanto di minaccia annessa per il giorno in cui l’avrebbe ucciso vendicandosi. Girato tra la Liguria, la Puglia, Torino e il Lazio, la fiction si incentra sulla figura di Franciosi, qui Marco Merani (Beppe Fiorello), meccanico nautico dalle brillanti qualità, ritrovatosi invischiato suo malgrado in qualcosa più grande di lui: da un lato complice e testimone di uno dei maggiori traffici internazionali di droga, dall’altro infiltrato e testimone di giustizia. Gli orologi del diavolo. Trama Marco Merani è un meccanico specializzato nella costruzione di piccole imbarcazioni, lavorando nel suo cantiere a Bocca di Magra in provincia di La Spezia, nei pressi del fiume. Considerato il migliore nel suo campo, ciò desta l’attenzione di potenti narcotrafficanti spagnoli, capeggiati dal giovane boss galiziano Aurelio Vizcaino (Alvaro Cervantes). Questi richiede a Marco dei gommoni, atti a trasportare la merce e veloci al punto da poter seminare in mare le forze dell’ordine. Insospettito dalle richieste, Marco chiede aiuto e consiglio al suo amico poliziotto Mario (Fabrizio Ferracane), scoprendo che lo SCO di Genova segue da mesi i narcotrafficanti, senza sortire successo. A questo punto viene proposto a Marco di collaborare con la giustizia, per aiutarli nella cattura del boss. Merani si ritrova suo malgrado sotto copertura, infiltrato tra gli affiliati di Aurelio e divenendo per lui un punto di riferimento, quasi un fratello. Mecánico, così viene chiamato dal boss, si ritrova a condurre una doppia vita: costretto a mentire alla sua famiglia e agli operai ed entrando in qualcosa più grande di lui. «Un poliziotto senza distintivo e un delinquente senza soldi», così Marco/Franciosi si definisce, in bilico tra giustizia e illegalità. Perde la sua vita, se stesso, tra rinunce, arresti, viaggi tra Spagna e Sudamerica. E quegli orologi, le catene che lo vincolano ad Aurelio, senza possibilità di scampo. Deluso poi più volte dallo stesso Stato, attraversa un periodo di estrema confusione e demoralizzazione. Gli orologi del diavolo. Chi è Franciosi La storia di Gianfranco Franciosi, per gli amici Giannino, balza agli onori della cronaca nel 2014, grazie ai servizi dei programmi Presa Diretta e Le Iene, e nel 2015 con la pubblicazione del libro Gli orologi del diavolo, che […]

... continua la lettura
Culturalmente

Onironauta: il navigatore dei sogni

Il termine onironauta definisce chi naviga (dal latino nauta) nei sogni (dal greco “òneiros”, sogno), un navigatore di sogni appunto. Ma andiamo ad approfondire il concetto. Sognare è un fenomeno comune ad ogni uomo, eppure avvolto da un alone di mistero, in quanto non sussistono ad oggi definizioni univoche su cosa effettivamente sia un sogno. Ciò che è certa è l’inconsapevolezza di star sognando durante il sonno, in quanto non siamo in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Ma esistono sogni particolari, definiti “sogni lucidi”, ossia sogni avuti in coscienza del fatto di star sognando, accompagnati alla capacità di esplorare e modificare l’esperienza onirica a proprio piacimento. Il sognatore lucido è appunto chiamato onironauta, e l’onironautica è lo studio delle tecniche e metodologie – tratte dalle discipline, quali yoga, psicologia analitica, alchimia -, messe a punto per allenare e sviluppare la consapevolezza dell’attività onirica. Entriamo nel dettaglio. Onironauta. Origini, caratteristiche e tipologie di sogno lucido Il termine “onironautica” viene coniato dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden nel 1913. La pratica viene poi approfondita nel 1987 dallo psicofisiologo americano Stephen LaBerge, definendo la straordinaria esperienza onirica come «sognare sapendo di stare sognando». In ogni caso si tratta di un fenomeno conosciuto sin dalle antiche culture, utilizzato ad esempio nello sciamanesimo per compiere viaggi extra-corporei e comunicare con gli spiriti. Diffuso ancora nel Taoismo, Induismo e tra i primi buddisti e tibetani. Nelle religioni semitiche molti profeti hanno ottenuto rivelazioni divine proprio attraverso il sogno. In età moderna fu il marchese d’Hervey de Saint-Denys a condurre studi ed esperimenti sui sogni lucidi nel 1867. Gli occidentali sono gli ultimi dunque ad interessarsi a tale argomento, eppure prezioso risulta il loro contributo: il padre della psicanalisi Freud vede il sogno come la porta per l’inconscio. E ancora il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer concepisce la vita come un lungo sogno, intervallato da sogni più brevi, e sostiene l’impossibilità di determinare con sicurezza la distinzione tra sogno e realtà, se non con l’esperienza empirica del risveglio. Come anticipato, il punto focale dell’esperienza di un sogno lucido consiste nel prendere coscienza del fatto di star sognando. È dunque necessario ricercare nel proprio sogno dei segni che suggeriscano anomalie e situazioni irrealizzabili nella vita reale. A tal proposito, un prerequisito fondamentale per sperimentare il sogno lucido consiste nel riuscire a ricordare i propri sogni, magari annotandoli prima possibile al risveglio su un diario. Va tenuto presente che nel sogno l’ambientazione varia spesso, venendosi a trovare in luoghi familiari, così come in tempi e luoghi diversi da quelli ordinari, assimilabili magari a un mondo parallelo. Detto ciò, subentra da parte del sognatore la necessità di un “test di realtà”: il dubbio stesso, se ciò che si vede o sente sia reale o meno, è già di per sé un test di realtà. In ogni caso sussiste la ricerca di alcuni dettagli che contraddistinguono la dimensione onirica. Analizziamone alcuni: il “saltare” corrisponde nei sogni il più delle volte a spiccare il volo, data la diversa azione della forza […]

... continua la lettura