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Eroica Fenice

Culturalmente

Onironauta: il navigatore dei sogni

Il termine onironauta definisce chi naviga (dal latino nauta) nei sogni (dal greco “òneiros”, sogno), un navigatore di sogni appunto. Ma andiamo ad approfondire il concetto. Sognare è un fenomeno comune ad ogni uomo, eppure avvolto da un alone di mistero, in quanto non sussistono ad oggi definizioni univoche su cosa effettivamente sia un sogno. Ciò che è certa è l’inconsapevolezza di star sognando durante il sonno, in quanto non siamo in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Ma esistono sogni particolari, definiti “sogni lucidi”, ossia sogni avuti in coscienza del fatto di star sognando, accompagnati alla capacità di esplorare e modificare l’esperienza onirica a proprio piacimento. Il sognatore lucido è appunto chiamato onironauta, e l’onironautica è lo studio delle tecniche e metodologie – tratte dalle discipline, quali yoga, psicologia analitica, alchimia -, messe a punto per allenare e sviluppare la consapevolezza dell’attività onirica. Entriamo nel dettaglio. Onironauta. Origini, caratteristiche e tipologie di sogno lucido Il termine “onironautica” viene coniato dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden nel 1913. La pratica viene poi approfondita nel 1987 dallo psicofisiologo americano Stephen LaBerge, definendo la straordinaria esperienza onirica come «sognare sapendo di stare sognando». In ogni caso si tratta di un fenomeno conosciuto sin dalle antiche culture, utilizzato ad esempio nello sciamanesimo per compiere viaggi extra-corporei e comunicare con gli spiriti. Diffuso ancora nel Taoismo, Induismo e tra i primi buddisti e tibetani. Nelle religioni semitiche molti profeti hanno ottenuto rivelazioni divine proprio attraverso il sogno. In età moderna fu il marchese d’Hervey de Saint-Denys a condurre studi ed esperimenti sui sogni lucidi nel 1867. Gli occidentali sono gli ultimi dunque ad interessarsi a tale argomento, eppure prezioso risulta il loro contributo: il padre della psicanalisi Freud vede il sogno come la porta per l’inconscio. E ancora il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer concepisce la vita come un lungo sogno, intervallato da sogni più brevi, e sostiene l’impossibilità di determinare con sicurezza la distinzione tra sogno e realtà, se non con l’esperienza empirica del risveglio. Come anticipato, il punto focale dell’esperienza di un sogno lucido consiste nel prendere coscienza del fatto di star sognando. È dunque necessario ricercare nel proprio sogno dei segni che suggeriscano anomalie e situazioni irrealizzabili nella vita reale. A tal proposito, un prerequisito fondamentale per sperimentare il sogno lucido consiste nel riuscire a ricordare i propri sogni, magari annotandoli prima possibile al risveglio su un diario. Va tenuto presente che nel sogno l’ambientazione varia spesso, venendosi a trovare in luoghi familiari, così come in tempi e luoghi diversi da quelli ordinari, assimilabili magari a un mondo parallelo. Detto ciò, subentra da parte del sognatore la necessità di un “test di realtà”: il dubbio stesso, se ciò che si vede o sente sia reale o meno, è già di per sé un test di realtà. In ogni caso sussiste la ricerca di alcuni dettagli che contraddistinguono la dimensione onirica. Analizziamone alcuni: il “saltare” corrisponde nei sogni il più delle volte a spiccare il volo, data la diversa azione della forza […]

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Voli Pindarici

7 minuti

«Cosa sono 7 minuti? Cosa rappresenta una piccola, insignificante manciata di minuti in un ampio intervallo temporale di otto ore lavorative?». Così esordisce un’operaia di un’azienda tessile francese, mentre sistema la stoffa nel telaio, pronta per essere lavorata! Tutto sembra perfettamente in ordine. Ogni ingranaggio è al proprio posto, pronto per essere azionato e consapevole del proprio piccolo contributo nell’ingente spazio della produzione. Tutto fila senza imprevisti, il movimento delle mani si fonde linearmente con i macchinari, insieme agli odori di fibre e polveri tutt’intorno. Così, ogni giorno uguale al precedente, ogni ora già auspica quella successiva, in una stanca ma sicura routine, che rende ogni azione, e persino ogni respiro, fine a se stessi. Non c’è spazio per riflessioni e interrogativi. E poi a che servirebbero? Non si vive mica di congetture! Ciò di cui si necessita è uno stipendio e la possibilità che nessuno possa sottrarlo, barattandolo persino con la dignità, con diritti che prepotentemente vengono calpestati, servendosi di paura e vulnerabilità. L’azienda rischia la chiusura e intanto la multinazionale che l’acquista è decisa a comprare anche la libertà di tante operaie disposte a scendere a compromessi, a ingoiare imposizioni che si vestono di altruismo e professionalità, disposte a calpestare persino la propria intelligenza, sottomettendola a una pigra ed urgente gratitudine. Qualunque decisione deve essere approvata, perché le cose non possono andare diversamente, non possono cambiare. La cosa più importante è non farsi licenziare! Ma in queste considerazioni non si celano volontà e consapevolezza ma solo paura. Paura di toccare il fondo, rinunciando a lottare e a scoprire magari che il fondo si trova un po’ più giù. Cosa sono dunque 7 minuti? Quei pochi e insignificanti minuti che troneggiano contemporaneamente su dignità e superficialità. I 7 minuti di un arrogante compromesso, di una maldestra decisione che lede libertà e personalità. E qui il consiglio di operaie è chiamato a votare, a dare valore a quei 7 minuti o a rinnegarli: 7 minuti da sottrarre alla pausa pranzo. «Tutto qui? Non ci cambiano la vita», qualcuna incalza, «ma perdere il lavoro, quello sì!». Lo scotto da pagare per non essere licenziate. «Ma quale scotto? Dobbiamo votare a favore e ringraziare anche, perché il lavoro non lo perderemo!». È subito scontro tra maternità, disabilità, ansia di mantenere una famiglia tra mille stenti e consapevolezza straniera di sapere ciò che si vuole difendere. In un periodo come quello attuale, così inedito e poco preparato alla reale paura di perdere tutto, nel periodo della confusione assoluta, della paura di precipitare irrimediabilmente, sconfitti dal virus dell’incoscienza, della superficialità e dell’egoismo. Qui ed oggi, il terrore dilaga e prende tutto, mette tentacoli ovunque, persino sul libero pensiero e sulla reale volontà di difendere ciò che è giusto. E quando in contesti come questo si inseriscono eventi come quello descritto, alcuni si rassegnano a un destino già scritto, uguale da sempre e dappertutto. Così i 7 minuti divengono esca di predatori per facili prede, quelle che rinunciano a perdere qualcosa di importante oggi, condannate […]

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Attualità

Jonathan Galindo: la nuova challenge mortale sul web

Dopo i noti fenomeni del “black web”, quali “Blue Whale” nel 2016 e “Momo Challenge” nel 2018, sembra che una nuova pericolosa challenge online si stia diffondendo sui social network: si tratta di “Jonathan Galindo”, il nuovo gioco della morte, che indurrebbe i giovanissimi utenti ad atti di autolesionismo. Dopo aver fatto la sua comparsa sulle testate giornalistiche italiane in estate, il pericolo “Galindo” torna a seminare ansia e timore tra i genitori, in seguito al suicidio di un ragazzino di 11 anni, avvenuto a Napoli lo scorso 30 settembre. Il messaggio raccapricciante lasciato dalla giovane vittima ai genitori prima di compiere il gesto estremo induce la Procura di Napoli ad avviare indagini per comprendere se effettivamente sussista un nesso tra il suicidio e la nuova challenge mortale, che stavolta vestirebbe il volto di Jonathan Galindo: «Mamma, papà vi amo, ma devo seguire l’uomo col cappuccio». Queste le inquietanti parole, che lasciano presagire il ritorno sul web di nuove impressionanti figure, che si servirebbero della vulnerabilità dei più giovani per attaccarli e spingerli ad atti inconsulti. Ma cosa o chi è Jonathan Galindo? Jonathan Galindo. Cos’è e come nasce la maschera L’ultima sinistra incarnazione delle “sfide mortali” sul web, diffuse particolarmente tra i giovani utenti dei social network, assume il nome di Jonathan Galindo. Del vecchio Blue Whale riprende il gioco autolesionista e di Momo Challenge la personificazione inquietante: in questo caso, una maschera rappresentante l’immagine di una specie di Pippo della Disney, dal sorriso sinistro e sul capo un cappuccio nero (come descritto dal ragazzino suicida di Napoli). Tale personaggio adescherebbe le sue giovani vittime (dai 10 ai 15 anni di età) richiedendone l’amicizia sui diversi profili social, da Facebook a Tik Tok. Una volta accettata la richiesta, l’arbitro della challenge esordirebbe con un messaggio privato in chat: «Vuoi fare un gioco?». Secondo alcune testimonianze, Galindo cercherebbe di approcciare alle vittime spaventandole, dimostrando di conoscerne il domicilio e anche l’indirizzo IP. Una volta adescate, entrerebbero in un circuito, dal quale sembrerebbe non sussistere possibilità di scampo: nel gioco proposto vengono lanciate sfide (le challenge appunto) e prove di coraggio, che sfociano in comportamenti autolesionisti, giungendo anche al suicidio. I ragazzini entrano pertanto in una spirale di paura e vero e proprio lavaggio del cervello, fino a un punto di non ritorno. Ma chi c’è dietro lo pseudo volto di Jonathan Galindo? Il suo nome esplode sul web nell’estate 2020, ma già nel 2017 comincia a farsene menzione, con epicentro di ricerche in America Latina. Il rinnovato interesse poi al suo nome si deve al suo successo su Tik Tok di un utente registrato nel 2019 come “jonathangalindo54”. Da quel momento, cominciano a proliferare account con nomi simili, così che Galindo, nell’estate 2020, si conferma come un fenomeno “creepypasta”, ossia una leggenda metropolitana online a sfondo macabro, con l’associazione alle challenge online che ricordano i già citati Blue Whale e Momo. Ma proprio come per Momo, il macabro travestimento nulla ha a che fare con la sfida della morte. Il […]

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Culturalmente

Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Cinema e Serie tv

The Social Dilemma: il docudrama di Netflix che denuncia il lato oscuro dei social media

The Social Dilemma. Il docudrama di Netflix, che denuncia il lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. The Social Dilemma. L’ultimo affascinante, chiacchierato, ragionato e sorprendente documentario diffuso su Netflix nelle ultime settimane, il cui obiettivo è la denuncia del lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il docudrama di Jeff Orlowski descrive gli effetti collaterali della massiccia diffusione dei social network nel XXI° secolo, soffermandosi sui danni che direttamente e indirettamente logorano la società. Già noto per aver diretto Chasing Coral – documentario sulla progressiva sparizione delle barriere coralline – e Chasing Ice – altro documentario che mostra i disastrosi effetti del riscaldamento globale -, il regista intende qui far luce sul marcio che si cela dietro ai social media: sfruttamento e commercio dei dati personali degli utenti, il consolidamento del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza”, la diffusione smodata di fake news e, non meno importanti, le gravi conseguenze sull’equilibrio mentale, in particolare sugli utenti più giovani. Ma andiamo ad analizzare la struttura del docudrama. The Social Dilemma. La struttura Il docudrama intreccia due filoni principali: da un lato l’insieme di interviste condotte ad alcune delle più note personalità del mondo della progettazione dei social, ben addentrate dunque nei subdoli meccanismi alla base della programmazione; dall’altro la narrazione cinematografica, che pone al centro la vita di una tipica famiglia americana, minata dai corrosivi effetti, che l’abuso nell’utilizzo dei social media produce. Potremmo pensare: cosa c’è di inedito? Intuiamo a sufficienza quanto l’ingombrante presenza della tecnologia nelle nostre vite le stia di fatto modificando, inducendo la società a profondi e radicali cambiamenti. Ma la novità risiede proprio nella struttura del documentario: il regista vuole sbatterci in faccia la verità, e lo fa servendosi del prezioso contributo offerto proprio dagli ex dipendenti e dirigenti delle più famose aziende della Silicon Valley quali Facebook, Google, Pinterest e Instagram. Personalità brillanti, ma progressivamente annientate dal peso del dilemma etico, che serpeggia sinuosamente sotto gli algoritmi di programmazione, dietro l’incanto della persuasione e la monetizzazione che ben si cela dietro like e cuoricini, sempre più confusi ormai per verità e autenticità, innescando ansia e depressione, fragilità e vulnerabilità crescenti, soprattutto tra gli adolescenti. È quel che accade infatti ai teenager protagonisti del filone narrativo: l’adolescente disadattato Ben (Skyler Gisondo), che vive la pesante dipendenza dai social, completamente sommerso dal cattivo utilizzo di Youtube e di Facebook, e assuefatto alle fake news. E così la sorella Isla (Sophia Hammons), vittima del costante confronto con le coetanee e del deleterio desiderio di consenso su Instagram, mostruosamente dipendente da like e commenti che possano rinforzare l’apparente autostima, che cela una “dismorfia da chat”. Ecco che i ragazzi divengono veri e propri avatar virtuali, modelli esagerati di se stessi, costruiti dagli algoritmi, impersonati da tre personaggi attaccati agli schermi e agli schemi, per monitorare costantemente gli interessi dell’utente e manipolarli, al fine di tenerlo “incollato” il maggior tempo possibile al display del proprio smartphone. Una sorta di esasperato Grande Fratello, […]

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Culturalmente

Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”. Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori. Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario? Napolitudine. Cos’è «E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…» (Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo). Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli. È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata. I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie. La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita! Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io […]

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Culturalmente

Lamia. La donna-demone tra mitologia e superstizione

Intorno alla Lamia ruotano mitologia, superstizione e spunti letterari colmi di fascino misto a timore. La Lamia è infatti il prototipo della figura femminile, oggetto di divinizzazione e demonizzazione, dalle sembianze umane e animali, con accezione tutt’altro che positiva. L’origine di tale personaggio va ricercata nella mitologia greca, che ritiene le Lamie rapitrici di bambini o fantasmi seduttori, con l’obiettivo di adescare giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Per tale motivo, la Lamia viene considerata nei secoli successivi una creatura demoniaca, una strega, un vampiro. Tali concezioni si connettono fortemente all’archetipo della dea della notte, momento in cui si fa spazio alle tenebre, alla magia, al soprannaturale, al mistero e alla morte. Ma vediamo dove affondano le radici del suo abominio estetico e comportamentale. Lamia. Origini mitologiche e superstizione C’è un’antica tradizione del Parnaso che descrive le Lamie quali eredi delle sirene: demoni che irretiscono giovani suonatori di flauto sulla spiaggia notturna, brutalmente uccisi se rifiutano di unirsi con loro in matrimonio. Analogamente alle sirene, seduttrici di marinai, che ammaliano con il loro canto fatale, fino a privarli della vita. In Bibliotheca Classica, lo studioso classico e teologo inglese J. Lemprière descrive la Lamia con volto e petto da donna, ma il resto del corpo come quello di serpente, allettando gli stranieri per poi divorarli. Ma il mito originale affonda le sue radici nell’antica Grecia, quando Zeus, il re degli dei, si innamora della mortale regina di Libia, la bellissima Lamia, figlia di Belo. Era, moglie di Zeus, sperimenta l’ennesima prova d’infedeltà del marito, accecata dalla gelosia, scatena la sua rabbia, vendicandosi e uccidendo il bene più prezioso di Lamia, i suoi figli concepiti con Zeus, salvo Scilla e Sibilla. Dilaniata dal dolore, Lamia si trasforma dentro e fuori, divenendo un mostro crudele e senza scrupoli nel divorare i bambini delle altre madri, proprio come Era fa con lei, fino a succhiarne il sangue. Questo comportamento innaturale corrompe la bellezza di Lamia, trasformandola in una creatura orribile, capace di mutare aspetto solo per attrarre a sé gli uomini allo scopo di berne il sangue. Tale motivo spiegherebbe l’accostamento della figura di Lamia a un vampiro, immagine perpetrata nei secoli successivi. Ma Era condanna Lamia non solo ad una vita privata dei figli, ma anche priva di sonno. Così Zeus, impietosito dalla sofferenza della sua amante, le concede il dono di togliersi gli occhi e rimetterli a piacimento per poter finalmente riposare. Per le sue connotazioni negative e tenebrose, la Lamia subisce nel corso del tempo un autentico processo di demonizzazione, ciò nella cultura romana, venendo associata ad una strega, fino al Medioevo e Rinascimento, considerata come vampiro. Ciò determina nella cultura popolare una serie di credenze e superstizioni: sussiste, ad esempio, quella secondo cui cospargendo le panche della chiesa di sale grosso, sarebbe stato possibile identificare le Lamie-streghe, le quali, sedendosi e fingendo di presenziare alla cerimonia religiosa, nascondendo la propria vera natura, rimarrebbero inevitabilmente attaccate alle panche. Come anticipato, la superstizione è spesso […]

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Cinema e Serie tv

Una sirena a Parigi. Trasposizione cinematografica del romanzo di Mathias Malzieu

Finalmente, dopo il lungo e buio lockdown, le sale cinematografiche riaprono le porte, donando la possibilità di riassaporare il gusto del buon cinema, nazionale e internazionale. E il 20 agosto 2020 l’occasione è ghiotta per gli amanti dell’amore, dell’incanto e della fantasia, con l’uscita nelle sale di Una sirena a Parigi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Mathias Malzieu, che si cala nei panni di regista, già scrittore e musicista. Malzieu è infatti la voce dei Dyonisos, gruppo rock originario di Valence, noto per il “fantastico” che alimenta i suoi brani. E la fantasia, unita all’incanto e alla sorpresa, anima l’incredibile storia d’amore protagonista della pellicola. Un amore capace di superare limiti e disillusione. Distribuito da Vision Distribution e Cloud 9, Una sirena a Parigi (Une sirène à Paris) si presenta come una sorta di favola romantica, ispirandosi però ad un grave evento che colpì Parigi nel 2016: la grande alluvione, che fece riversare i pesci sulle rive della Senna e disperse persone. Una sirena a Parigi. Trama La capitale francese fa da sfondo, con una forte tempesta che si abbatte sulla città, inondando le strade che divengono malinconiche e buie. In questa cornice romantica e uggiosa si inserisce la straordinaria vicenda d’amore tra il musicista Gaspard Snow (Nicolas Duvauchelle) e la dolce sirena Lula (Marilyn Lima). Gaspard è un cantante rock sentimentale che si esibisce nello strepitoso cabaret-cafè parigino sito su una chiatta, il Flowerburger. Simbolo di un mondo incantato, eccentrico e romantico, in cui il sogno, la sorpresa e la libertà d’espressione costituiscono il biglietto da visita e la molla ad una speranza che fuori di lì sembra ormai appassita. Nel cuore del giovane affascinante e tormentato alberga il gelo della disillusione, conseguenza di amori delusi e naufragati. Gaspard vive tra arte e abitudini, lottando per salvare l’amato locale dal fallimento e tenere vivo il ricordo della madre defunta, anima e ispiratrice di quella culla di musica, passione e libertà. In una notte come tante, uscendo dal locale, viene attratto da un incantevole canto, e seguendolo si imbatte in una sirena, Lula, arenatasi lungo la Senna, ferita e impaurita. Decide così di portarla a casa, sistemandola nella sua vasca da bagno, medicandola e prendendosene cura. Lula si sorprende del mancato effetto che ha su Gaspard, spiegandogli come gli uomini, udendo la sua voce, ne vengano travolti e trafitti, senza scampo, innamorandosi perdutamente. Ma Gaspard sembra essere immune all’amore, avendo chiuso il suo cuore, divenuto gelido come la neve che costituisce il suo cognome. Eppure l’amore riesce a porre limiti all’impossibile, abbattendo barriere e convinzioni fortificate, rendendo vulnerabili anche i cuori più duri.  Amore impossibile tra incanto e sorpresa «I sorprenditori sono quelli la cui immaginazione è così potente da renderli capaci di cambiare il mondo». È questa l’anima del Flowerburger, il locale in cui Gaspard si esibisce e trova possibilità d’esprimere in qualche modo un amore dilaniato, attraverso l’arte, la musica e la forza della speranza. E l’amore è il più grande, potente e stravagante dei sorprenditori. Giunge […]

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Voli Pindarici

Il sapore di un’estate che sbiadisce

Il sapore di un’estate che sbiadisce Settembre. La bella stagione annuncia la sua eclissi. Le calde sere d’estate cedono il posto al primo fresco, che si deposita sulla pelle sotto forma di brividi. Ma si tratta non di brividi d’eccitazione, bensì di silenziosa nostalgia, quale richiamo alla spensieratezza e alla “joie de vivre”. L’odore di pioggia e di pini umidi riempie i polmoni, mentre il profumo di iodio comincia a impallidire, insieme al mare increspato dalle prime tempeste. Persino la sabbia, prima così arroventata, diviene una sorta di freddo deserto, con piccole dune formate dal vento, che soffia ad annunciare il tiepido e incostante autunno. Cosa resta di una comitiva intorno al fuoco, che ride e intona a squarciagola Certe notti di Ligabue o Sapore di sale di Gino Paoli? Cosa resta di quei falò e di una chitarra che malinconica lascia risuonare Tears and Rain di James Blunt? Cosa resta delle notti bianche e giovani tra spiaggia e beach bar, a ballare come se non restasse altro da fare, come se fosse l’esperienza più intensa, come se non ci fosse un domani? Cosa resta delle passeggiate lungo il bagnasciuga, mentre il sole cocente dona alla pelle quella pigmentazione dorata, che pone in risalto il luccichio degli occhi che brillano speranzosi e felici sotto il firmamento di un cielo a ferragosto? Cosa resta di un bagno a mezzanotte e dell’inebriante desiderio di far l’amore sotto le stelle, avvolti dal chiaro di luna, che dipinge d’argento il mare melodico che culla cuori e corpi? Cosa resta degli acquazzoni improvvisi, che annunciano lo splendore di un arcobaleno? Cosa dei baci sotto la pioggia, che succhiano l’anima e alitano libido sulla pelle? Cosa resta dei piedi scalzi che improvvisano coreografie, delle ore piccole e dei drink ghiacciati? Cosa del beato ozio e della voglia di abbandonarsi alla musica che risuona negli auricolari? Traccia dopo traccia, vita dopo vita, sorriso dopo pianto, desiderio dopo apatia. Cosa resta dunque dell’estate e della sua allegria, delle giornate senza pensieri a dondolare su un’amaca e senza preoccupazioni, dell’audacia e della bellezza? Cosa resta della poesia dei tramonti, della magia di un amore appena sbocciato? Della carne, dei battiti sotto pelle, della fame di desiderio e sete di libertà? Resta il sogno imbevuto di realtà. Resta la vita da afferrare e tenere stretta. Resta il dovere di viverla questa vita, fino in fondo, perché la sopravvivenza è dei vili, perché vivere davvero richiede coraggio, qualche rischio in più, cambio pelle e battiti nella testa, più che pensieri nel cuore. L’estate che se ne va lascia addosso un senso di irrisolto, la sensazione di non aver concluso. Perché c’è ancora tanto da divorare, da mordere e addentare. C’è tanto da difendere e proteggere. C’è il tutto che si nasconde nelle pieghe del niente, quando la pigrizia inventa scuse, quando l’abitudine uccide la rivoluzione. Il sapore di un’estate che sbiadisce, ma che resta dentro di noi L’estate che si allontana lascia negli occhi la luce sbiadita di memorie e flashback, […]

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Culturalmente

Palafitte. Caratteristiche e diffusione

A cosa fa pensare il termine “palafitte”? Una vacanza all’insegna del relax in Polinesia, magari dopo un lungo e duro anno di eventi e lavoro. Così come la storia delle popolazioni preistoriche vissute in determinati siti geografici. Ma cosa sono le palafitte? Sono abitazioni utilizzate soprattutto nell’ antichità e tuttora in uso presso alcune popolazioni africane, asiatiche e sudamericane. Si tratta di capanne di paglia, legno, canne, costruite su una piattaforma di legno sostenuta da pali del medesimo materiale infissi verticalmente sul fondo o sulla riva di fiumi, laghi, lagune, paludi o talvolta su terreno asciutto. La necessità di costruzioni palafitticole, con pavimento sopraelevato in modo da essere asciutto, era dovuta a fattori topografici, così come climatici: ai tempi del Neolitico si sperimentò un periodo climatico asciutto e relativamente torrido, raggiungendo il picco durante l’Età del bronzo: di conseguenza si ebbe un graduale e notevole abbassamento del livello dell’acqua. Da qui l’esigenza di costruire villaggi palafitticoli. Le palafitte offrono un’immagine di vita delle prime comunità agricole europee, e non solo. Informano circa le pratiche di allevamento e le innovazioni tecnologiche via via sperimentate. Palafitte. Caratteristiche e funzionalità I materiali principalmente usati per la costruzione di tali particolari e suggestive abitazioni furono il legno, la paglia o le canne di bambù. I pali verticali di sostegno erano tronchi d’albero, con forma tondeggiante e l’estremità inferiore tagliata a punta per poter essere infissa sul fondale o nel terreno. Spesso insorgeva poi l’esigenza di rinforzare questi pali con cumuli di pietrame. Col passar del tempo si giunse all’utilizzo di pali più grossi e robusti e a nuove tecniche costruttive, sempre più efficaci, spostando le costruzioni progressivamente dall’acqua alle rive dei laghi. La necessità di un continuo ricambio dei pali di legno che sostenevano le piattaforme urgeva quando questi non reggevano più il peso o marcivano per l’acqua. Tra le tipologie più note di palafitte – diversificatesi in base al posizionamento delle strutture, alle tecniche costruttive e al clima – si menzionano la “palafitta su bonifica”, realizzata in sponda allo specchio d’acqua, e la “palafitta aerea”, eretta invece sul pelo dell’acqua. Le palafitte rispondono a precisi scopi funzionali, come l’esigenza di difesa dall’umidità. Nelle capanne costruite su pali molto alti si aggiunge poi lo scopo di difesa dagli animali e dalle aggressioni umane, molto frequenti pertanto nelle culture primitive. In questo caso la palafitta appare soprattutto un adattamento umano alla natura del luogo. Ma le palafitte sono anche protagoniste dell’architettura rurale moderna di molti paesi europei. Ai giorni nostri sono usate specialmente per la costruzione di fienili, magazzini o granai, tenuti distanti dal suolo quale sistema difensivo contro l’umidità e contro roditori. Inoltre tali costruzioni ancora in uso sono giustificate dalle inondazioni cui i terreni su cui sorgono sono soggetti. Funzionali ai villaggi palafitticoli fu il graduale progresso della tecnica costruttiva sfociante nella realizzazione di ponticelli di congiunzione alla terraferma, sostenuti da file di pali verticali sempre fissati al fondo, allo scopo di frangi-onde, costruiti propriamente entro gli specchi d’acqua più che su terreno […]

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Culturalmente

Teoria degli universi paralleli, scienza o metafisica?

La teoria degli universi paralleli indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo. Nella realtà scientifica, così come in quella filosofica, letteraria e cinematografica, da oltre un secolo viene dibattuto e analizzato l’argomento “universi paralleli”. Una teoria che desta fascino e perplessità, trovando ora riscontro scientifico-matematico, seppur a livello esclusivamente teorico, ora imbattendosi nelle critiche dei fisici, che collocano tale complessa teoria nella scienza di confine. La teoria del Multiverso Il termine “Multiverso” – coniato nel 1895 dallo scrittore e psicologo americano William James – indica in fisica teorica l’ipotesi postulante l’esistenza di universi coesistenti fuori dal nostro spazio-tempo, denominati anche dimensioni parallele. Nel mondo della meccanica quantistica esiste un universo in cui questo articolo viene steso, pubblicato e letto e contemporaneamente un altro universo in cui l’articolista in questione non è impegnata in tale attività. In base alla teoria del multiverso esisterebbe una pluralità di universi paralleli, tanto che ogni decisione presa nel presente mondo ne creerebbe di nuove, aprendo nuovi universi. Il tutto potrebbe apparire come fantascientifico, ma da decenni ormai ci sono fisici impegnati a calcolare ed analizzare le ipotesi atte ad avallare tale straordinaria tesi. La teoria degli universi paralleli. Hugh Everett III e l’interpretazione a molti mondi Il concetto di multiverso fu proposto per la prima volta in modo rigoroso dal fisico statunitense Hugh Everett III nel 1957 tramite l’“interpretazione a molti mondi” della meccanica quantistica, nella sua tesi di dottorato The Many-Worlds Interpretation of Quantum Mechanics, abbreviata in “MWI”. Secondo Everett, ogni misura quantistica porta alla divisione di un universo in tanti universi paralleli quanti sono i possibili risultati dell’operazione di misura. Dalle sue formulazioni emerge la concezione secondo cui gli universi all’interno del multiverso sono strutturalmente identici, possedendo le medesime leggi fisiche pur potendo esistere in stati diversi, differenziandosi per ciò che succede al loro interno: ad esempio, una persona potrebbe subire un incidente e morire in questo universo, ma non in un altro. Gli universi paralleli sarebbero inoltre non comunicanti, anche se potenzialmente potrebbero esercitare un’azione reciproca. Quando Everett introdusse la teoria dei molti mondi venne inizialmente derisa, riuscendo a pubblicarla a fatica. Negli anni però le sue spiegazioni di alcuni strani fenomeni del mondo subatomico, come la capacità delle particelle di coesistere in luoghi diversi, hanno sempre più incuriosito e affascinato i fisici. Partendo dalle sue intuizioni, il fisico quantistico teorico Howard Wiseman dimostra che proprio dall’interazione tra mondi, in particolare repulsiva, nascerebbero i fenomeni quantistici. Il fisico britannico David Deutsch aggiunge inoltre che nel multiverso ogni volta che si opera una scelta si realizzano anche le altre, in quanto i nostri doppi negli universi paralleli le effettuano tutte. Anche il cosmologo svedese Max Tegmark avalla la teoria di Everett: «Le dimensioni del Multiverso sono così smisurate che hanno come conseguenza che da qualche parte esistono altri esseri uguali a noi, ma non rischiamo di incontrarli. La distanza che dovremmo percorrere è così grande che il numero di chilometri ha più cifre di quante sono […]

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Culturalmente

Favole classiche. Patrimonio plurimillenario intriso di saggezza e modernità

Il termine “favola” rimanda la mente all’universo d’infanzia, pensata e prodotta per i bambini. In realtà la favola è un autentico genere letterario, caratterizzato da componimenti brevi, aventi per protagonisti spesso animali e oggetti inanimati, intrisi di morale e tipologie di comportamenti umani facilmente riscontrabili nella realtà. Pertanto le favole costituiscono ormai un valido ed orgoglioso patrimonio universale, e le favole classiche recano con sé un alone di fascino e carica pedagogica tutt’oggi, in questo mondo votato all’aridità delle relazioni e al timore deleterio della crescita emotiva e dell’impegno alla determinazione. Dunque risulta quanto mai urgente il bisogno di narrare e ascoltare fiabe, non solo per intrattenere e formare i fanciulli, bensì utile agli adulti per recuperare o ricercare la propria dimensione ed evadere con l’immaginazione da un mondo schivo e ormai troppo “adulto” per crescere davvero. Favole classiche. Pedagogia, crescita e maturità Vediamo quali sono le caratteristiche che rendono le favole classiche tanto amate nei secoli, non solo dai bambini ma anche dagli adulti. Le favole classiche, così come quelle più moderne, hanno molto da insegnare proprio agli adulti, in particolare all’adulto moderno. Le storie e i caratteri che popolano le fiabe emergono dalla stessa realtà, riproducendo le varie tappe di crescita dell’uomo, le decisioni ponderate ed effettuate, così come le sfumature negative che completano pur sempre il nostro essere. Pertanto i bambini, come gli adulti, sono portati a riconoscersi nell’uno o nell’altro personaggio di una fiaba, in una o un’altra particolare favola, che più delle altre rappresenta da vicino il nostro vissuto, le nostre perplessità, gli errori e i successi. Dal punto di vista prettamente pedagogico, la fiaba stimola ad un apprendimento completo a livello linguistico, cognitivo ed affettivo. E una delle acquisizioni più importanti, nell’era della superficialità e dell’interesse rivolto troppo spesso a questioni più pratiche che fondamentali, consiste nel valore da donare al tempo. Quel tempo che sembra sempre mancare o che non ci si sdegna di impiegare in maniera infruttuosa. Ebbene, leggere e ascoltare favole ridona tale imprescindibile capacità, quella di riuscire a dedicare tempo di lettura e di ascolto per sé e per il bambino a cui la si rivolge. Perché la narrazione delle favole implica attenzione e partecipazione, al fine di trasmettere e condividere pienamente il significato che ogni fiaba veicola. Un’altra importante caratteristica delle favole classiche concerne la tempistica, ossia quando cominciare a narrare le fiabe ai bambini. Beh, prima si inizia, prima il bambino si accosterà al percorso di crescita, senza tra l’altro edulcorare troppo gli aspetti delle storie più oscuri e tetri. Sempre più spesso si tende ad avere nei confronti dei piccini un atteggiamento eccessivamente protettivo, in generale nella vita, teso a tutelarli forzatamente dalle esperienze spiacevoli di insuccesso, frustrazione e sbagli. Ma le fiabe riescono con la loro dolcezza narrativa a iniziare i bambini a ciò che è la vita davvero a trecentosessanta gradi, fatta cioè di vittorie, così come di sconfitte. Gli stessi antagonisti nelle fiabe rappresentano simbolicamente le emozioni spiacevoli che il bambino può nutrire, e […]

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Culturalmente

Rutilismo. Biochimica, diffusione e cultura

Il termine “rutilismo” indica scientificamente la singolare caratteristica per le persone (ma anche per gli animali) di avere capelli e peluria corporea ramati. Si tratta della nota identificazione e combinazione di capelli rossi e lentiggini, che rendono l’aspetto tanto raro quanto particolare. Il colore rosso sviluppato naturalmente nei capelli è ricco di simbolismo ed implicazioni culturali, e imbevuto di superstizione ancestrale. Ma andiamo ad analizzare innanzitutto il rutilismo dal punto di vista scientifico, chiarendone la genesi biochimica. Rutilismo. Genesi e implicazioni mediche Il rutilismo, detto anche “eritrismo” o “isabellismo”, è dunque la caratteristica delle persone dotate di capelli rossi. Il famoso “pel di carota”, oggetto di fascino e superstizione, spesso relazionato con una pigmentazione chiara dell’incarnato e la presenza di lentiggini. Caratteristiche che suggeriscono alla mente immagini determinate, esempi e prototipi, tratti dal panorama storico, così come da quello letterario e cinematografico. Si pensi a Bianca come il latte, rossa come il sangue, la protagonista del romanzo di Alessandro D’Avenia, da cui il film di Giacomo Campiotti. Ma cos’è che dona naturalmente questa pigmentazione ai capelli? È una particolare varietà di melanina, detta “feomelanina”. La melanina è appunto un pigmento del corpo umano responsabile del colore della pelle e degli annessi cutanei, quali peluria e capelli. Essa è prodotta da cellule, dette “melanociti”, siti nell’epidermide. Due sono le varietà di melanina: l’“eumelanina”, quella scura tipica delle popolazioni con pelle o capelli neri e castani; la “feomelanina”, quella chiara che dona colori chiari ai capelli (rosso e biondo) e alla pelle. Il gene maggiormente responsabile della pigmentazione rossa dei capelli è l’MC1R, in particolare le varianti di tale gene nel cromosoma 16. L’MC1R codifica per il recettore di un ormone, detto “melanocortina”, una molecola secreta dall’ipofisi che stimola i melanociti a produrre melanina. Ma alcune varietà (alleli) di questo gene comportano una ridotta funzione del recettore, e conseguentemente un fenotipo caratterizzato da capelli rossi, pelle chiara e lentiggini. Dunque il rutilismo sarebbe dovuto a livelli molto alti di feomelanina (pigmentazione ramata) e a livelli molto bassi di eumelanina (pigmentazione scura). Il gene MC1R è recessivo, e il suo cambiamento può provenire da entrambi i cromosomi, ed è facile così che chi nasca da entrambi i genitori dai capelli rossi abbia l’alta probabilità di avere i capelli di tale colore. Tuttavia, anche se i due genitori non hanno i capelli rossi, possono essere portatori del gene e avere dunque prole dai capelli rossi (la percentuale è di 1 su 4). Se invece uno dei due genitori ha i capelli rossi e l’altro è solo portatore del gene, allora le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi salgono al 50%. Di conseguenza, sono comuni i salti generazionali. Se infine solo uno dei due genitori è portatore del gene mutato, le probabilità di avere un figlio con i capelli rossi sono molto scarse. In ogni caso la colorazione del capello può variare nel corso della vita, complice anche l’esposizione al sole. Il fatto che il rutilismo sia associato ad una carnagione molto […]

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Attualità

Morte di George Floyd. L’ennesimo caso di brutalità razziale e abuso di potere

Negli ultimi giorni l’America è costretta ad accantonare il problema lockdown, mascherine e pandemia per catapultarsi nell’ultimo di una serie di casi di razzismo e abuso di potere che ancora insanguinano e atterriscono nel XXI secolo le comunità afroamericane: la morte di George Floyd. Il Covid-19 fa spazio alle macerie di un Paese che si sgretola tra odi e rivendicazioni, un Paese più diviso che mai e alimentato da un’insofferenza non più solo razziale, bensì collettiva. Ma cosa è accaduto la sera dello scorso 25 maggio a Minneapolis, città insieme a molte altre posta sotto i riflettori? Morte di George Floyd. Gli eventi Il quarantaseienne George Floyd, nato a Houston in Texas, da molti anni trasferitosi a Minneapolis, nel Minnesota, lavorava come buttafuori, ma era rimasto negli ultimi mesi senza lavoro, come milioni di americani e non, per le conseguenze della pandemia. Ebbene, la sera dello scorso 25 maggio Floyd si reca nel solito negozio di Minneapolis a comprare un pacco di sigarette, porgendo però all’impiegato, un ragazzo nuovo, una banconota da venti dollari falsa. Scatta così l’allarme al 911, che afferma che Floyd fosse ubriaco. Giunge la polizia, con la quale Floyd tenta di discolparsi resistendo blandamente alle manette, mentre la stessa tenta di portarlo via con la volante. La situazione comincia chiaramente a precipitare con l’intervento del poliziotto Derek Chauvin, che ferma l’uomo tenendolo bloccato per otto minuti circa, spingendo il ginocchio contro il petto di Floyd, che supplica in estrema difficoltà «Please, I can’t breathe» (Non riesco a respirare). In una manciata di minuti Floyd muore e l’intera scena viene ripresa con gli smartphone dei presenti, finendo sul web e innescando odi e proteste contro la polizia e Trump. L’America insorge e torna forte il grido “Black Lives Matter” (Le vite nere contano). L’ennesimo caso di brutalità e razzismo infanga i capisaldi di dignità, rispetto e uguaglianza etnico-sociale. Ancora una volta la Libertà, orgogliosamente e simbolicamente mostrata a Liberty Island, viene lesa e mortificata. Manifestazioni e rivolte stanno infiammando strade e piazze nella maggior parte degli Stati Uniti. Il coprifuoco è stato imposto in molte città, circa 1.400 persone sono state arrestate e per oltre un terzo a Los Angeles. Il Paese brucia con incendi appiccati ai commissariati e mezzi della polizia, saccheggi e distruzioni a negozi. Derek Chauvin è attualmente incriminato con accusa riqualificata dal Procuratore di Minneapolis: l’ipotesi di reato è di omicidio volontario non premeditato, e non più colposo. Ora l’ex agente rischia fino a un massimo di 40 anni di carcere. Inoltre il Procuratore ha ordinato l’arresto degli altri tre poliziotti coinvolti, con l’accusa di complicità in omicidio volontario. Tutti e quattro gli ex agenti sono ora agli arresti. Nelle ultime ore inoltre si apprende come il carnefice in divisa avesse già ucciso Wayne Reyes, latino-americano freddato con sedici proiettili nel 2006. Ma i manifestanti chiedono di più, accuse più severe e la parola “fine” ad una discriminazione razziale che nel XXI secolo non smette di dilagare, servendosi di abuso di potere e […]

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Culturalmente

Scultori famosi. Dal Rinascimento all’età contemporanea

Scultori famosi. Quali e quanti talenti e personalità poliedriche si sono succeduti nella storia fino ai nostri giorni? L’arte esiste sin dai tempi preistorici, in forme rudimentali, ma sempre atta ad esprimere ciò che l’artista nella fattispecie provasse o intendesse comunicare. Ma è dal periodo rinascimentale che l’arte assume forme sempre più compiute ed armoniche, espresse attraverso mani e cuori di geni, che hanno segnato un’epoca fondamentale della storia dell’arte, non solo italiana, ma mondiale. Si pensi a Firenze, patria artistica rinascimentale per eccellenza, così come Roma ed altre città che incarnano da sempre il gusto della raffinatezza, attraverso le splendide architetture religiose, i meravigliosi dipinti commissionati e le incredibili sculture dei più celebri artisti. Ebbene, dal Rinascimento fino all’età contemporanea, molti sono i nomi che hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama dell’arte. Analizziamo ora il lavoro e la passione di alcuni dei più famosi scultori, italiani e internazionali, proprio partendo dall’epoca rinascimentale, fino a giungere ai talenti figli della contemporaneità. Scultori famosi. Dal Rinascimento al Neoclassicismo Tra gli scultori famosi, cominciamo la rassegna con colui che vien considerato il padre della scultura rinascimentale, Donatello. Nato a Firenze nel 1386, battezzato come Donato di Niccolò di Betto Bardi, l’artista fiorentino era di famiglia modesta e dotato di un temperamento passionale, carattere che riuscì ad esprimere mirabilmente nelle sue opere, in cui era solito imprimere vigore, drammaticità e umanità quali forze trattenute in quelle forme armoniose da lui create e scolpite. Donatello fu allievo di Brunelleschi, cominciando i suoi lavori a Firenze agli inizi del ‘400. Tra i capolavori vanno menzionati San Giovanni Evangelista, oggi presente al Museo dell’Opera del Duomo, San Marco e San Giorgio, nella chiesa di Orsanmichele e i Profeti per il Campanile di Giotto a Santa Maria del Fiore. Gli anni della maturità vedono Donatello concentrarsi sui bassorilievi, mettendo a punto la nuova tecnica dello “stiacciato” (rilievo con variazioni minime rispetto al fondo), con la quale decorò battisteri e pulpiti in Toscana. Tra i suoi capolavori si ricorda sicuramente il David (1440) bronzeo, conservato al Museo Nazionale del Bargello a Firenze, e da cui ha tratto ispirazione la statuetta-premio cinematografico italiano assegnato ai vincitori durante l’annuale cerimonia di premiazione. Un altro David, ma marmoreo, fu prodotto invece da Donatello nella fase giovanile, nel 1408-1409. E parlando di scultori rinascimentali non si può evitare di analizzare il talento di Michelangelo Buonarroti, tra i più famosi scultori non solo italiani, ma di tutto il mondo. Nato nel 1475 da una famiglia fiorentina patrizia, era destinato ad una carriera ecclesiastica o militare. Eppure l’arte entrò a far parte della sua vita sin dalla più tenera età. Crescendo, fu notato da Lorenzo il Magnifico, che lo ospitò e avvicinò ai più importanti intellettuali dell’epoca. Dopo la sua morte, si spostò a Roma, assorbendo le influenze della cultura classica e delle varie forme rinascimentali, che gli permisero di maturare e sviluppare il suo talento. Il suo primo capolavoro fu La Pietà (1498-1499), scolpita inizialmente per la cappella di Santa Petronilla e oggi […]

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Breve storia dell’automobile: dalle origini ai giorni nostri

La storia dell’automobile si veste di sviluppi e progressi, affondando le sue radici nella seconda metà del XVIII° secolo, pur non essendoci una determinata data esatta che ne indichi l’invenzione. Per molti secoli il trasporto su strada è stato assicurato dall’utilizzo di carri e carrozze a trazione animale. A un certo punto ci si rende conto di quanto potesse essere importante l’invenzione di veicoli in grado di muoversi autonomamente, grazie alla comparsa del motore, così da rendere più agili e veloci gli spostamenti. L’automobile, inizialmente inventata per sostituire la trazione animale, si è servita nel tempo di motori differenti a seconda dei sistemi di alimentazione: dal motore a vapore a quello a scoppio, alimentato dal combustibile più diffuso, la benzina, affiancandosi poi ad altri più innovativi. Ma veniamo ad analizzare il percorso che ha segnato la storia dell’automobile, portandola ad affermarsi su ampia scala, con strumenti sempre più all’avanguardia. Breve storia dell’automobile. Excursus «Un giorno si sarà in grado di costruire carri in grado di muoversi e di conservare il loro movimento senza essere spinti o tirati da alcun animale» (Roger Bacon XIII° secolo) Ebbene, circa cinquecento anni prima dell’invenzione dell’automobile, uno scienziato e filosofo inglese aveva previsto una rivoluzione nell’ambito del trasporto autonomo. Già in epoca rinascimentale, in realtà, vennero ideati modelli di carri che potessero muoversi da soli ma questi prototipi non vennero mai effettivamente costruiti. Bisognerà attendere la fine del XVIII° secolo per veder realizzati concretamente i primi modelli di veicolo a trasporto autonomo. Progettato nel 1769 dall’inglese Joseph Nicolas Cugnot, il “Carro di Cugnot” era azionato da un motore a vapore a due cilindri per una cilindrata totale di circa 64.000 cm3. Soprannominato “macchina azionata dal fuoco”, raggiungeva una velocità massima di 10 Km/h, riuscendo a procedere solo per una dozzina di minuti. Seppur molto breve, questo percorso viene considerato l’inizio della storia della motorizzazione, che, attraverso sviluppi successivi, giunse ad uno stadio sempre più completo. L’ostacolo principale da ricondurre al primo esemplare automotorizzato consisteva nella lentezza della sterzata e nella frenata, ancora assente, infatti il Carro di Cugnot si schiantò contro un muro. Nel 1771 ne venne costruito un altro esemplare, ottenendo i primi risultati sperati. Attualmente il primo prototipo di automobile è conservato al Conservatoire National des Arts et Métiers di Parigi, mentre una sua copia è esposta al Museo dell’Automobile di Torino. Bisognerà attendere un centinaio d’anni per sperimentare gli effettivi progressi che condussero ad un’autentica svolta in ambito automobilistico. In tal senso, lo spartiacque avvenne nel 1876, grazie all’ingegnere tedesco Nikolaus August Otto, che inventò la prima automobile con motore a scoppio a quattro tempi: tale sistema trae nome dalle piccole esplosioni provocate dal contatto delle scintille create dalle candele con la benzina (il nuovo carburante liquido altamente infiammabile, che dotava il motore a combustione interna del carburatore), che avvengono all’interno dei cilindri. I principali e determinanti avvenimenti della storia dell’automobile si susseguirono negli anni ’80 dell’Ottocento. Dieci anni più tardi l’invenzione di Otto, nel 1886, l’ingegnere tedesco Karl Benz perfezionò ciò […]

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Horcrux. Il simbolo più oscuro e affascinante della magia nera nell’universo di Harry Potter

Com’è noto, quella di Harry Potter è tra le serie di romanzi fantasy (poi cinematograficamente trasposta) più famose e remunerative. Nata dalla penna di J. K. Rowling e pubblicata tra il 1997 e il 2007, la storia del giovane mago ha affascinato adulti e ragazzi, grazie al sapiente intreccio narrativo e al racconto delle vicende sullo schermo ricche di colpi di scena, via via più complesse ed enigmatiche ad ogni successivo capitolo. Se ne contano infatti sette, un numero ricorrente e fortemente simbolico. In ciascuno dei sette capitoli della saga più seguita si affrontano le rocambolesche storie del protagonista Harry Potter, ambientate nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, che, insieme agli amici Ron, Hermione, Hagrid, l’elfo domestico Dobby e il Preside della Scuola Albus Silente, affronterà il suo destino, scoprendo e affinando le sue capacità per combattere e sconfiggere l’acerrimo rivale Lord Voldemort, il più grande Mago Oscuro di tutti i tempi. E uno dei misteri più interessanti della saga di Harry Potter riguarda proprio le magie oscure che Voldemort ha realizzato con lo scopo di diventare il mago più potente e temuto del mondo. Tra queste la creazione degli Horcrux, da sempre oggetto di fascinazione e oscurità, che ha incantato i fan della saga. L’argomento Horcrux è da sempre bandito alla Scuola di Hogwarts: è proibito parlarne, in quanto considerata tra le più terribili ed immorali delle magie. Gli Horcrux si palesano nella trama degli ultimi due capitoli della saga: Il Principe Mezzosangue e I Doni della Morte. Scovarne i misteri è tutt’altro che semplice. Occorrerà pazienza, capacità, intelligenza, coraggio e tenacia per disseppellirne i segreti, ma attraverso numerose ricerche e avventure il valoroso protagonista, con l’aiuto degli amici, riuscirà a far trionfare il bene. Horcrux: origine, significato e poteri Horcrux, unico termine, grande leggenda. Un tale mistero delle Arti Oscure che la maggior parte dei maghi non ne ha mai sentito parlare, e, tra i pochi che ne sanno qualcosa, una minima parte ne sa davvero abbastanza. La stessa etimologia del nome è controversa. Considerando che la Rowling si sia ispirata per altri nomi alla lingua sassone, la saggista Marina Lenti ha ipotizzato che possa derivare dal sostantivo horh, tra i cui significati c’è quello di “umore” quale fluido, e cruce, piccolo contenitore destinato a contenere liquidi. Dunque, da tale etimologia potrebbe derivare il significato di “contenitore di essenza”, intesa come “anima”. Vediamo perché, cosa sia in realtà un Horcrux e quali poteri sia in grado di sprigionare. Un Horcrux è un oggetto (o anche un essere animato) in cui un Mago Oscuro ha nascosto un frammento della propria anima con lo scopo di raggiungere l’immortalità. La sua creazione è considerata la forma più orribile di magia, in quanto viola le leggi della natura e della moralità, richiedendo per la sua realizzazione l’orribile atto di omicidio. Il primo Horcrux fu creato da Herpo, un abile Mago Oscuro dell’antica Grecia. I suoi reiterati e perversi esperimenti sulla Magia Oscura, nonché il suo chiaro squilibrio mentale, gli valsero […]

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