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Eroica Fenice

Culturalmente

Gigantomachia: tra mito e arte

Quello della Gigantomachia è tra i miti leggendari più antichi ed attuali che siano stati tramandati, attraverso l’arte e la scrittura. La Gigantomachia (La battaglia dei Giganti) rappresenta l’ultima fase della Cosmogonia, ovvero il processo di costruzione di un cosmo armonico, affermatosi con gli scontri tra le intelligenze divine dell’Olimpo e la forza bruta dei Giganti, sconfitta quest’ultima per lasciar spazio all’universo ordinato a cui Zeus ambiva, intendendo affermare la giustizia attraverso l’equilibrio e l’armonia. Ma chi sono i Giganti? Il termine deriva dalla parola sanscrita g’ant-u, che significa “animale”, identificando un personaggio crudele, teso a distruggere ed uccidere. Da ciò l’idea, su cui si fondano i miti, per cui i Giganti sarebbero figure tese a sovvertire l’ordine dell’universo generando caos e distruzione. Gigantomachia: mito greco Il mito della Gigantomachia è narrato nella Teogonia del poeta greco Esiodo, in cui viene descritto il lungo processo attraverso cui il mondo, da luogo di caos, giunge alla realizzazione di un armonico equilibrio. Ma tale passaggio è tutt’altro che semplice e lineare: sono occorse infatti innumerevoli battaglie tra dèi e Titani prima e tra dèi e Giganti poi. Tutto comincia con la Titanomachia, ossia l’imponente battaglia tra i Titani, figli di Urano e Gea, e gli dèi dell’Olimpo guidati da Zeus. I Titani erano anch’essi dèi, dotati di forza prodigiosa e statura considerevole. Non tutti si rassegnano al dominio di Zeus, per cui molti si ribellano, generando una guerra. Il re degli dèi riesce a sconfiggere i Titani, punendoli duramente. Intanto l’ultimo di questi, Crono, evira il padre Urano che, appoggiato completamente su Gea, si unisce a lei continuamente, impedendo ai figli di vedere la luce. Urano dunque, straziato dal dolore e staccatosi da Gea, riversa il suo sangue nel mare, plasmando isole popolate da creature che incarnano l’odio, tra cui i Giganti. Tali erano simili ai Titani per forza e dimensioni, ma ibridi tra umano e divino, pertanto legati alla profezia per cui nessun immortale sarebbe stato in grado di sconfiggerli. La forza distruttiva dei Giganti era paragonabile a quella degli Ecatonchiri, i “centobraccia”. Questi però, a differenza dei primi, impiegavano la propria furia bellica al servizio dell’ordine divino, dunque alleati di Zeus, riconoscendone l’autorità. Dal canto loro, i Giganti intendevano dominare il mondo, potendo contare su una forza prodigiosa, in grado di piegare l’armonia voluta da Zeus. Tali esseri dall’altezza smisurata ed antropomorfi, in quanto dotati di code di serpente dalla cintola in giù, intendevano peraltro vendicare i fratelli Titani sconfitti. Viene preannunciata così la colossale Gigantomachia, la battaglia finale tra dèi e Giganti, che conosce un autentico protagonista nella figura di Eracle (o Ercole), il vero eroe che, essendo come i Giganti metà umano e metà divino, era il solo in grado di poterli definitivamente piegare. Nato dall’unione di Zeus e la mortale Alcmena, Eracle si scaglia con violenza sui Giganti, riuscendo a piegarli lì dove le divinità, seppur superiori per intelligenza, fallivano. La Gigantomachia avviene in Tracia, dove i Giganti, capitanati da Alcioneo, si scagliano ciascuno contro ogni divinità […]

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Cinema e Serie tv

Io, Leonardo. Il biopic introspettivo del genio del Rinascimento

A cinquecento anni dalla scomparsa del genio toscano del Rinascimento, Leonardo da Vinci (morto ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519), il 2 ottobre 2019 viene distribuito nelle sale cinematografiche Io, Leonardo. Prodotto da Sky con Progetto Immagine, il biopic fortemente introspettivo combina le moderne tecniche cinematografiche con una rigorosa ricerca documentale: lo sviluppo narrativo-cinematografico lascia un po’ il posto ad una narrazione meno movimentata, dando vita ad una sorta di documentario della vita emotiva, filosofica ed artistica di una personalità che, con le sue scoperte e i suoi studi, ha lasciato una profonda eredità nell’immaginario collettivo. Il film deve la sua mirabile riuscita al regista Jesus Garces Lambert, che aveva già diretto Caravaggio – L’anima e il sangue (2018). Lambert sceglie per il suo capolavoro Luca Argentero, l’affascinante ed ipnotico ex concorrente del Grande Fratello edizione 2003, che, da allora, passando attraverso ottime prove cinematografiche come quella in Saturno contro di Ferzan Özpetek (2007), giunge in questa pellicola a spogliarsi degli stereotipi per vestire il talento di un genio immortale, una delle menti più brillanti e fuori dagli schemi che l’umanità abbia conosciuto, Leonardo da Vinci. I dialoghi del protagonista sono tratti dal Trattato della pittura, vivificati dalla voce narrante di Francesco Pannofino, che si rivolge talvolta a Leonardo, quasi ad intrattenere un dialogo con se stesso, una sorta di “lettera a Leonardo”. Io, Leonardo. Trama «… e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa». Le parole di Leonardo racchiudono in sé l’emblema del suo pensiero e del suo genio: un’insaziabile curiosità e sete di conoscenza, mosse dalla passione per lo studio dell’uomo e della natura. Tutto questo viene indagato in Io, Leonardo, dove Lambert, partendo dai suoi scritti, disegni ed appunti – mostrati al pubblico attraverso ricostruzioni digitali -, minuziosamente raccontati nel loro sviluppo, racconta Leonardo da Vinci quale studioso, matematico, scienziato, artista in tutta la complessità che lo denota. Un uomo fuori dal suo tempo (pur dall’aspetto in tono con l’estetica dell’epoca), in tumulto per l’eterno conflitto tra la sua mente in perenne ricerca e le richieste dei committenti, spesso rimaste insoddisfatte. Per Leonardo l’occhio è finestra dell’anima: tutto è possibile conoscere e sperimentare se appassionata è l’osservazione di ogni minuscolo dettaglio. In virtù di tali considerazioni, Leonardo mai si ferma all’apparenza e alla semplicità superficiale. Indaga, sviscera, studia, osserva […]

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Culturalmente

Il Brucaliffo: saggio ed istrionico personaggio di Lewis Carroll

Nato dalla penna di Lewis Carroll, scrittore britannico del XIX°, il Brucaliffo (o semplicemente Bruco) è un personaggio apparso per la prima volta nel 1862 in Alice’s Adventures Underground e nel 1865 in Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il Bruco, il cui nome originale è The Caterpillar, viene sempre apostrofato nel romanzo come “Bruco Blu”. Tale è dunque la traduzione in italiano, anche se il nome che gli rende fama e particolarità è proprio “Brucaliffo”, così come promosso dagli adattatori Disney italiani nella versione cartone animato apparsa nel 1951. Un nome singolare per un personaggio altrettanto particolare ed istrionico. Se ci si sofferma sulla morfologia del termine è possibile notarne la composizione: Bruco e Califfo, quest’ultimo derivante dall’arabo khalīfah, recante il duplice significato di “successore” e “vicario, luogotenente”. Si tratta della massima carica religiosa islamica, come il Papa per il Cristianesimo. Pertanto la scelta non è probabilmente casuale, dal momento che una delle principali caratteristiche del Brucaliffo è la saggezza, e l’esotismo del termine ne completa forse l’identità morfologico-semantica. Il Brucaliffo: chi è «A large blue caterpillar, that was sitting on the top of a mushroom, with the arms folded, quietly smoking a long hookah» (Un grande bruco blu, seduto in cima ad un fungo, a braccia conserte, intento a fumare in silenzio un lungo narghilè). Così il Brucaliffo viene descritto da Carroll nel suo romanzo. Un Bruco blu, alto circa otto centimetri, che fuma un narghilè, seduto su un fungo. Di poche parole, schivo e suscettibile, ritenuto particolarmente fastidioso da Alice nel suo modo di esprimersi a “monosillabi”. L’intero romanzo si basa sul rapporto tra adulto e bambino. Ogni personaggio dunque incarna l’allegoria di una tipica caratteristica dell’adulto. Si pensi al Coniglio Bianco, rappresentante appunto l’adulto ossessionato dal tempo che trascorre inesorabile e dal ritardo. Che dire della Regina di Cuori, che impersonifica la rabbia insensata. Lo stesso Brucaliffo non è esente dal rappresentare una determinata allegoria dell’indole umana propria degli adulti: la saggezza, in quanto ha già imparato tutto dalla vita e pertanto anche insofferente alle domande di Alice/bambina, che invece ha ancora tanto da scoprire ed apprendere. Il Brucaliffo/adulto tuttavia non è l’individuo arrogante e indifferente che può sembrare: piuttosto che rispondere alle numerose domande di Alice, preferisce consegnarle gli strumenti per affrontare il mondo con le proprie forze, ma senza dirle come usarli, stando poi a lei trovare il modo giusto per crescere. Nella fattispecie del Paese delle Meraviglie, quello strumento è un “fungo magico”, che può consentire ad Alice di crescere o rimpicciolirsi in base alle situazioni da fronteggiare. Il modo in cui il Brucaliffo è descritto e dipinto lo rimanda alla sfera negativa delle droghe (fungo magico) e del fumo (narghilè). Ma è questa piuttosto una lettura scontata e semplicistica, che non tiene in dovuto conto la chiave interpretativa autentica e profonda: il Brucaliffo non è affatto un vecchio bruco fumatore di shisha e dispensatore di sostanze stupefacenti. Il Brucaliffo è piuttosto una specie di mentore, di guru, per la nostra […]

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Culturalmente

Feticismo, tutto ciò che c’è da sapere

Quanto spesso si sente parlare di feticismo e quanti uomini in particolare si definiscono feticisti! È in realtà un concetto complesso, che affonda le radici nella psicologia di età infantile, così come nella letteratura e nelle tradizioni multietniche. Andiamo ad analizzarne le caratteristiche. Feticismo: cos’è Il feticismo è una delle forme più comuni e conosciute di perversione sessuale, consistente nello spostamento del desiderio sessuale dalla persona fisica a un suo sostituto; tale può essere identificato con una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento, un’azione o qualsiasi altro oggetto inanimato. Sostanzialmente il feticista prova un’attrazione sessuale anomala, in quanto esula dai canoni della sessualità tradizionale, che presuppone i genitali come oggetti libidici fondamentali. Come tale, il feticismo rientra nell’ambito delle “parafilie”, quei disturbi caratterizzati da ricorrenti fantasie, impulsi e comportamenti sessuali, che creano disagio e/o implicano sofferenza o umiliazione. Altri esempi di parafilia sono infatti il sadismo e masochismo sessuale, la pedofilia e il voyeurismo (consistente nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale osservando persone nude, che si spogliano o compiono atti sessuali). Particolare l’etimologia del termine, derivante dal portoghese fetiço (artificiale, sortilegio). In pratica, i mercanti di schiavi usavano questo termine per riferirsi agli indigeni africani che adoravano “feticci”, ossia oggetti di culto venerati dalle popolazioni locali. Studi e ricerche condotti dallo psichiatra Robert Stoller dimostrano come il feticismo sia largamente prevalente negli uomini rispetto alle donne, in quanto molto più propensi ad associare una certa carica erotica a una determinata zona fisica femminile o a indumenti particolari, come l’intimo fatto di pizzo, cuoio e bustini. Feticismo: manifestazioni e categorie Lo psicologo e ipnotista francese Alfred Binet suggerì due forme in cui il feticismo può manifestarsi: come “amore spirituale” o “amore plastico”. La prima categoria concerne la devozione per specifici fenomeni mentali e comportamentali, tra cui il gioco dei ruoli. La seconda categoria concerne invece la devozione verso oggetti materiali, come appunto parti del corpo o oggetti inanimati. Tra i due concetti, quello dell’amore plastico è il più tipico: per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto d’attrazione genera libido ed eccitazione almeno quanto il coito ordinario. In relazione al modo in cui il feticismo si manifesta è possibile designare tre categorie di feticisti. I feticisti oggettivi, per i quali il feticcio inanimato (ad esempio un perizoma o calze) simboleggia una persona inaccessibile. I feticisti somatici, per i quali è una parte del corpo (ad esempio i piedi o le natiche) a simboleggiare una persona desiderata e irraggiungibile. Infine, i feticisti astratti, per i quali l’attrazione sessuale è innescata da una caratteristica fisica, implicante inferiorità o debolezza, atta a soddisfare le loro fantasie narcisiste di superiorità. Tutte le tipologie di feticisti possono inoltre agire secondo tre diverse modalità: quella attiva, in cui il feticcio viene attivamente usato dal feticista; quella passiva, in cui è un’altra persona ad usare il feticcio sul feticista; infine la modalità contemplativa, attraverso cui il feticista si limita a trarre piacere dalla pura contemplazione del feticcio. Un ruolo importante nelle dinamiche feticistiche gioca il canale […]

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Viaggi e Miraggi

Praiano, dolce incanto della Costiera Amalfitana

Praiano: un comune che conta soli 2011 abitanti, ma che trasuda incanto e bellezza da ogni sassolino, da ogni eco di costa, da ogni sentiero, da ognuna delle numerose scale che decorano una location tanto preziosa quanto suggestiva. Le graziose insenature e i panorami a strapiombo sul mare donano vanto a Praiano, il cui nome deriva dal termine praia, ossia “spiaggia”, dal greco plagion. «Di fronte a me il pelago riposante lambito dall’aureo raggio di luce poi tutt’intorno i bruni colli costieri e infine nel mezzo, seduto, vagheggio tra ramagli e cespugli l’idea del gaio placido vivere». (Lì su per Praiano di Domenico Stefano Galani) Metafore delicate, che profumano di magia, queste che descrivono il romantico gioiello incastonato tra le meraviglie della Costiera Amalfitana. Praiano, amena terra di magia Giunti nell’incantevole Marina di Praia è impossibile non subire il fascino delle due coste che si stagliano ai lati della dolce insenatura, quasi a cullarla, sulle note dettate dallo scroscio delle onde sul bagnasciuga e dalla lieve brezza che sussurra serena potenza. L’azzurro di quel mare che lambisce le rocce dona riflessi colmi di colore ed euforia, tali da assopire qualsiasi tedio che l’anima sperimenta in alcuni insani momenti dell’esistenza. Da lì le caratteristiche barche, così come piccoli battelli, trasportano turisti e visitatori in giro per lidi e spiagge, colmi di occhi, di corpi, di sogni e voglia di buono. Se di giorno si attende quell’aureo raggio di sole, che con la sua luce fa capolino dai sinuosi e maestosi colli frastagliati, l’incanto di Praiano si accende di pura magia nella notte marina di un paesaggio che si nutre di romanticismo. Su, dal centro del borgo, attraverso le particolari gradinate (che ricordano tra l’altro lo sfondo positanese), si giunge dinanzi ad un sentiero, dipinto del bruno della notte e del chiarore che le piccole luci incastonate sull’asfalto roccioso, insieme alla pallida Luna, riflettono sugli sguardi speranzosi e innamorati. Un’atmosfera a dir poco suggestiva e impregnata di dolcezza e desiderio. Un autentico “sentiero dell’amore”, da percorrere mano nella mano con la persona amata oppure da soli, con gli occhi rivolti alle stelle e la mente a un cuore lontano. Notte e luce, rocce e mare si prestano ad una scenografia inimitabile, sulla quale i corpi in movimento danzano coreografie di stupore e gratitudine. Praiano, arte e cucina Terra di bellezza genuina, esperta nel soddisfare gusti ed esigenze artistiche e culinarie. Piazze, locali e pavimenti decorati con le più particolari e pregiate ceramiche, figlie della Costiera Amalfitana, prodotte tra Vietri e Positano. I colori e le forme catturano l’occhio e imbrigliano il cuore, che non riesce a sfuggire a cotanta bellezza. Le terrazze panoramiche, i pavimenti della Chiesa di San Gennaro, così come la piazza antistante e la circolare panchina in muratura, e ancora tazzine, oggetti, piccole opere d’arte che si incontrano lungo i sentieri, si vestono di quest’arte caleidoscopica, al cospetto della quale è impossibile non sensibilizzarsi. E quando lo splendore naturalistico e scultoreo incontra la bontà culinaria, Praiano si trasforma in […]

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Viaggi e Miraggi

Viaggio a New York: le emozioni che ispira la caleidoscopica Grande Mela

Siete alla ricerca di esperienze inedite? Avete sete di emozioni mozzafiato? Desiderate percorrere e visitare una città e sentirvi come i protagonisti del vostro film o telefilm preferito? Amate la cultura, i colori, la bellezza e l’energia? Beh, sicuramente un viaggio a New York diventa una garanzia! The Big Apple! Conosciuta nel mondo infatti anche come la “Grande Mela”, che racchiude al suo interno un agglomerato metropolitano multietnico e di vasta portata, New York, situata nello Stato omonimo, sorge su un’area di circa 785 Km² alla foce del fiume Hudson, sull’Oceano Atlantico, mentre l’area metropolitana comprende anche località site nei due adiacenti Stati del New Jersey e del Connecticut. È senza dubbio la città più popolosa degli Stati Uniti, vantando 8,5 milioni di abitanti. Amministrativamente è divisa in cinque distretti: Manhattan (solo qui si contano di giorno più di 4.000.000 di persone, che si riversano nel cuore pulsante più famoso ed economicamente e culturalmente avanzato), The Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island. Viaggio a New York: non solo cemento e grattacieli! Se si pensa a New York come alla metropoli pullulante di grattacieli, cartelloni pubblicitari e smog rilasciato dai numerosi taxi gialli ed altri veicoli, si rischia di averne una visione ridotta. La Grande Mela abbonda di natura e parchi, che offrono a residenti e visitatori la tranquillità di lunghe e sane passeggiate e la serenità di una full immersion tra prati, laghi ed arte assaporata grazie al talento di jazzisti e vari artisti di strada. Tra i più conosciuti parchi newyorkesi si annovera Central Park, il più grande sito nel distretto di Manhattan. Ubicato nella Uptown, al centro tra i due quartieri residenziali, l’Upper West Side e l’Upper East Side, che traggono nome dalla loro posizione rispetto al parco; l’East, in particolare, spesso menzionato nel noto telefilm Gossip Girl. È conosciuto come il polmone verde di New York, ma in realtà è un parco creato e non naturale, come erroneamente si è portati a credere. Fu aperto nel 1856, grazie al progetto di Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux. Al suo interno si trovano attualmente diversi laghi artificiali, estesi sentieri, due piste di pattinaggio, parchi giochi e statue come la famosissima Alice in Wonderland, che si presta a divertenti scatti fotografici e comparsa in film come Remember Me (2010). La magia incontaminata di Central Park risiede proprio in questa verde meraviglia incastonata tra palazzi e grattacieli, la cui vista da qui diviene davvero suggestiva. Nell’immenso parco ci si imbatte poi nella sezione che Yoko Ono ha dedicato al grande John Lennon: ad attrarre maggiormente l’attenzione dei passanti è la scritta “Imagine”, tratta dall’omonima e celebre canzone, incisa all’interno di un cerchio stilizzato sul suolo. Un monito altamente significativo, che sprona alla riflessione e alla necessità di fermarsi a immaginare quale sia il giusto sentiero per la felicità o la serenità, quando la routine e la frenesia del quotidiano prendono il sopravvento. Se Central Park offre la sua bellezza genuina, pur essendo creazione umana, gli altri parchi che decorano la […]

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Cucina e Salute

Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

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Culturalmente

Pietrasanta. Capoluogo artistico della Versilia

Pietrasanta. Gioiello incastonato nel meraviglioso paesaggio toscano della Versilia. Terra di marmo, di artisti e di naturale bellezza. Terra di fascino ed arte che si respira in ogni angolo della città. Terra di contrasti e complementarietà di storia, cultura e tradizione. «Quel che mi piace è Pietrasanta: bellissima cittadina, con piazza unica, una cattedrale da grande città, e, sfondo, le Alpi Apuane. E che paese all’intorno! Che monti, che verde, che ombre, che fiumi, che ruscelli risonanti freschi di castagni e gli olivi fra il verde!» (Giosuè Carducci) Culla di artisti, primo tra tutti il poeta e scrittore Giosuè Carducci (1835-1907), del quale è terra natia. Ma tra i più famosi figli di Pietrasanta vanno annoverati Stagio Stagi (1479-1561), scultore e ornamentista, e lo scultore e storico Vincenzo Santini (1807-1876), primo direttore della scuola d’arte locale e autore di Commenti storici sulla Versilia centrale. Da sempre considerata come la piccola Atene, Pietrasanta possiede anche una rete di cunicoli sotterranei, oltre a opere difensive strategiche, come le mura di cinta, ben visibili dalla piazza – affascinanti quando illuminate di sera – e raggiungibili grazie a un sentiero che termina alla Rocca di Sala, dalla quale è possibile ammirare la piana versiliese da Viareggio a Forte dei Marmi e, nelle giornate più limpide, visibili anche alcune isole dell’Arcipelago Toscano. Da non dimenticare il Teatro La Versiliana con il Caffè di Romano Battaglia e tutte le mostre, botteghe e musei presenti sul territorio. Pietrasanta: alcuni cenni storici Le origini della città risalgono al 1255, quando un nobile milanese, Guiscardo da Pietrasanta, signore della provincia di Lucca, le diede il nome e lo stemma nobiliare, dando ai suoi cittadini i medesimi diritti e privilegi dei cittadini di Lucca. Segue il dominio di Castruccio Castracani, duca di Lucca, dopo il quale la città viene data in pegno ai genovesi. Conquistata dai francesi e restituita poi al Comune di Lucca, Pietrasanta conobbe un rapido sviluppo economico, diventando una delle principali mete artistiche e culturali a livello mondiale. Architettura e Scultura Ovunque a Pietrasanta si respira e ammira arte. Bellezze architettoniche e scultoree adornano la perla versiliese, dagli edifici religiosi a sculture d’arte moderna, che vivacizzano e colorano il borgo, rendendolo calamita culturale per turisti e visitatori. La splendida Piazza Duomo è senza dubbio il valore indiscusso della città. Qui si ergono la Cattedrale di San Martino, con il suo particolarissimo campanile in mattoni rossi, la Chiesa di Sant’Agostino e la Torre delle Ore. Tra gli altri importanti edifici del centro storico si annovera la Chiesa di Sant’Antonio Abate, che ospita due grandi affreschi dell’artista Fernando Botero. Ma ciò che rende davvero irresistibile Pietrasanta agli occhi degli osservatori catturandone il cuore è il pullulare di sculture marmoree e bronzee, che impreziosiscono la città e veicolano l’economia grazie alla loro lavorazione. Diventata punto di riferimento e luogo d’incontro sempre più importante per gli scultori provenienti da tutto il mondo, per apprendere l’arte della lavorazione artistica del marmo e del bronzo. Il fervore artistico investe anche l’animo più ritroso, perché […]

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Culturalmente

Cenosillicafobia e Nictofobia, reali patologie o suggestioni?

Cenosillicafobia e Nictofobia: reali patologie? Ebbene al mondo esistono svariate tipologie di fobie: si pensi alla più comune claustrofobia, ossia la paura degli spazi chiusi, o all’aracnofobia, la paura dei ragni. Esiste addirittura la filofobia, che si identifica con la paura di innamorarsi e/o instaurare una relazione importante e duratura, ciò per il timore dell’ignoto e di perdere il controllo di se stessi, esasperando così il bisogno di indipendenza. C’è ancora chi soffre di agorafobia, la paura degli spazi aperti, chi ha paura dei clown e chi rabbrividisce alla sola vista degli insetti. Ma cos’è propriamente una fobia? Cosa sono, infine, cenosillicafobia e nictofobia? Cenosillicafobia e Nictofobia: cos’è la fobia Il termine fobia (dal greco “phóbos”, panico, paura) indica la paura irrazionale ed eccessiva manifestantesi in determinate situazioni o in presenza di persone/oggetti senza che sussista un reale pericolo. La fobia, per le sue caratteristiche, costituisce una vera e propria limitazione del quotidiano, dal momento che comporta l’evitamento della situazione temuta o l’eccessiva reazione (ansia, attacchi di panico…) di paura nell’impossibilità dell’evitamento. Al di là delle più note fobie, ne esistono di inimmaginabili, poco conosciute eppure molto diffuse. Tra queste si annovera senza dubbio la cenosillicafobia. Cenosillicafobia: cos’è e come combatterla La cenosillicafobia è certamente una tra le fobie più strane ed insolite esistenti e si identifica con la paura di restare col bicchiere di birra vuoto. Sì, proprio così! La birra, una delle bevande più antiche, ha origine durante il V millennio in Mesopotamia, dove paradossalmente oggi c’è l’Iran che proibisce l’importazione, il consumo e il commercio di bevande alcoliche. In Occidente tuttavia la birra è la bevanda più bevuta ed amata e c’è appunto chi soffre di attacchi di panico rendendosi conto che il proprio boccale di birra si esaurisce fino a svuotarsi. La fobia insorge prendendo atto dello svuotamento di oltre la metà del bicchiere. A tal proposito diviene insostenibile per un cenosillicafobico la vista di un bicchiere di birra rimasto vuoto. Non bisogna confondere tali fobici con ubriaconi ed alcolisti, in quanto si tratta di una vera e propria fobia, e chi ne soffre va incontro ad autentici attacchi di panico, ma anche a comportamenti aggressivi. Secondo studi di ricercatori del Missouri, soffrirebbe tale fobia il 5% della popolazione negli USA, e tale insorge molto presto, già in età adolescenziale. Tuttavia un vero rimedio per combattere la cenosillicafobia non esiste. È possibile affrontare qualche seduta di psicoterapia se non si vuole che la situazione degeneri irrimediabilmente, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare alla salute e alla vita stessa. Esiste un’altra fobia, più comune della cenosillicafobia, diffusa particolarmente, ma non solo, in età infantile: la nictofobia. Nictofobia: cos’è e come esorcizzarla La nictofobia (o acluofobia) è la paura del buio, accompagnata da sensazioni di angoscia e disagio, percepite ritrovandosi in ambienti oscuri. È questo un disturbo fobico abbastanza diffuso tra i bambini, meno negli adulti. Di solito la nictofobia non risiede nella paura dell’oscurità fine a se stessa, bensì nel timore relativo a pericoli (reali […]

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Viaggi e Miraggi

Dove viaggio: un tour londinese

Dove viaggio, consigli per un tour nella capitale britannica Con l’estate ormai alle porte ed il torrido caldo della stagione incalza più forte il desiderio di partire, prendere una pausa dal lavoro e dalla monotona routine, in viaggio alla scoperta di luoghi ed emozioni nuove. Il clima afoso del periodo rende appetibili mete fresche e dinamiche. A tal proposito c’è chi predilige mare e relax, spostandosi in Spagna, Grecia o Africa. C’è poi chi, mosso dalla passione del viaggio come scoperta, visita ed avventura, sceglie ed organizza il proprio tour in qualche capitale europea, da Amsterdam a Parigi, da Barcellona a Londra. Dove viaggio? La decisione è alquanto ostica, in quanto ciascuna città incanta e rapisce per peculiarità uniche. Si pensi a Barcellona, la città catalana firmata Gaudí, terra di arte e bellezza senza tempo, ricca di colori ed architetture ispirate alla natura, come i famosi Park Güell e Casa Batlló. Cosa dire di Parigi, città calda per le emozioni che ispira e il romanticismo che si respira in ogni angolo, al cospetto della maestosa Cattedrale di Notre Dame o nel pullulare di artisti di strada che popolano Montmartre. Ancora Amsterdam, con i suoi particolarissimi edifici che presentano ai turisti l’idea di una “vita in vetrina”, in quanto tende ed infissi vengono lasciati aperti, quasi invitando l’osservatore a guardarvi. In questa sede verrà redatto una sorta di diario di viaggio di una tra le mete europee più ambite e visitate, Londra. Tour londinese Aria di dinamismo nella città cosmopolita per eccellenza. Meta oggetto non solo di turismo, ma anche di flussi migratori, soprattutto di giovani lavoratori e studenti in cerca di realizzazioni lavorative e di carriera. Ma soffermiamoci sulle bellezze artistiche, ricreative e culturali che la città offre. Il rosso è il colore che più di tutti cattura lo sguardo dei visitatori. Il colore dei grossi autobus londinesi, delle vecchie cassette per la posta e delle intramontabili cabine telefoniche, che rubano scatti fotografici in ogni angolo della città. I particolari moniti disegnati sull’asfalto “Look Left” e “Look Right”, atti ad orientare i turisti non abituati alla guida con volante a destra. Il colore verde invece è quello tipico della serenità e della tranquillità che infondono gli immensi e famosi Hyde Park e Kensington Gardens, luogo quest’ultimo dov’è situata la statua che impersonifica Peter Pan, the boy who would not grow up! (Il ragazzo che vorrebbe non crescere mai). In questi parchi è possibile ammirare la fioritura delle ninfee e gli eleganti cigni che sinuosi si spostano nei laghi. Irrinunciabile la spettacolare vista di Londra dall’alto dell’imponente Sky Garden, noto anche come Walkie – Talkie, presso il quale, tra cena e aperitivo, magari davanti a un buon calice di Ridgeview, è possibile godere del paesaggio mozzafiato londinese attraverso le ampie vetrate. Sensazioni del tutto simili possono essere provate prenotando un giro sulla London Eye, la spettacolare ruota panoramica, targata Coca Cola, che offre spunti artistici per scatti da immortalare e lo splendore di siti, quali la Westminster Abbey e il Big […]

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Santuario di Pompei, storia e curiosità

Nel cuore di una delle città più amate e visitate sul suolo campano e partenopeo sorge il maestoso Santuario di Pompei, realizzato in onore della Beata Vergine del Rosario Maria. Fondato sul finire dell’Ottocento, si erge accanto agli Scavi archeologici dell’antica città romana – sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. -, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1997. La sua storia è legata a quella dell’avvocato Bartolo Longo, suo fondatore, fatto Beato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Dalla sua costruzione ad oggi, il Santuario è sopravvissuto a prove impegnative, come l’eruzione del Vesuvio del 1944 e l’arrivo delle truppe naziste, che giunsero a minacciarne la distruzione. Eppure è lì, splendente Tempio dello Spirito, luogo di preghiera e redenzione, di offerte, pace e ammirazione, calamita ogni anno per milioni di pellegrini e turisti, affascinati dalla sua bellezza architettonica e pittorica e devoti allo splendido quadro della Beata Vergine del Rosario. Cenni storici Bartolo Longo giunse a Pompei per amministrare le proprietà della Contessa De Fusco, che sposò nel 1885. Da allora i coniugi Longo si impegnarono nella divulgazione della fede ed istituirono nella chiesa del SS. Salvatore la Confraternita del Santo Rosario per la raccolta di fondi atti a costruire il Santuario dedicato alla Vergine. La sua costruzione iniziò l’8 maggio del 1876 e consacrato il 7 maggio del 1891. Il primo a seguirne i lavori, a titolo gratuito, fu l’architetto Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli. A lui subentrò nel 1901 Giovanni Rispoli, che diresse i lavori della facciata monumentale, culminante nella statua della Vergine del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte. Il Santuario fu elevato a Basilica Pontificia Maggiore da Papa Leone XIII il 4 maggio del 1901. Lo stesso si presenta a croce latina ed inizialmente con un’unica navata centrale, con abside, cupola e quattro cappelle laterali. Ai due lati vi erano altre due cappelle con ingressi distinti, ma intercomunicanti con la navata centrale: a sinistra la Cappella di Santa Caterina da Siena, dove inizialmente fu esposto il quadro della Madonna durante i lavori di costruzione, e a destra la Cappella del Santissimo Salvatore, che prese il posto dell’omonima parrocchia poi ricostruita a poca distanza dal sito originale. Con il passar del tempo e il sensibile aumento di fedeli e pellegrini si rese necessario l’ampliamento del Santuario, che fu eseguito dal 1934 al 1938. Si giunse così alla realizzazione delle attuali tre navate. Ogni anno milioni di fedeli, pellegrini e turisti si recano in visita a Pompei gremendo il Santuario, che risulta tra i più visitati d’Italia. In particolare poi l’8 maggio e la prima domenica di ottobre decine di migliaia di fedeli affollano la città in occasione della pratica devozionale della Supplica alla Madonna, scritta dal Beato Bartolo Longo, trasmessa in tutto il mondo via radio e televisione e recitata alle ore 12.00. Santuario di Pompei. Cenni architettonici La facciata esterna del Santuario di Pompei si sviluppa in due ordini sovrapposti: quello inferiore in stile ionico e quello superiore in stile corinzio. L’ordine inferiore presenta un corpo […]

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‘O surdato ‘nnammurato, storia della canzone napoletana

Una delle più famose canzoni del patrimonio musicale tradizionale napoletano, ‘O surdato ‘nnammurato riesce ancora a bagnare gli occhi ed emozionare i cuori dopo oltre un secolo. Scritta da Aniello Califano e musicata da Enrico Cannio nel 1915, la canzone descrive originariamente la sofferenza di un soldato, combattente al fronte durante la prima guerra mondiale, per la distanza che lo separa dalla donna amata. ‘O surdato ‘nnammurato. Origine e significato della canzone Sono gli anni della tragica “guerra di trincea”, a cui prese parte un milione e mezzo di uomini in Italia. Si trattava di giovani poco più che ventenni, strappati alle proprie terre, alle proprie famiglie, ai grandi amori. Tra le dure condizioni climatiche ed umane che la guerra impose, si fecero strada sconforto, malinconia, amarezza. E qui, nel cupo clima, tra morti, feriti, prigionieri e dispersi, nasce spontaneamente la madre delle canzoni d’amore e tacitamente antibelliche, ‘O surdato ‘nnammurato, ispirata ai tristi sentimenti di un soldato costretto al fronte, esposti in una lettera scritta alla sua amata. L’autore del testo, Aniello Califano, era un rampollo di agiata famiglia di Sorrento, sensibile al divertimento, alle belle donne e alla poesia. Lasciata Sorrento, si dirige a Napoli, dove comincia a scrivere versi per canzoni e poesie da dedicare alle sciantose. Allo scoppio della guerra si trova in città, dove imperversa la propaganda bellica e gli spettacoli nei café chantant sono colmi di retorica patriottica, tra lustrini, divise, bandiere tricolori e ballerine con cappelli da bersagliere. Di morti e dispersi non si parla, eppure migliaia i telegrammi giunti alle famiglie ad annunciare le drammatiche perdite. E Califano, nonostante fosse socialmente e politicamente disimpegnato, pur amante delle feste e delle donne, era anche un poeta per niente insensibile a quanto accadeva intorno. Così, captando le notizie “non filtrate” di quanto in realtà accadeva al fronte, Califano scrisse d’impulso in una sera i meravigliosi versi che ancor oggi fanno sognare ed emozionare. Il testo giunse all’editore Gennarelli (successivamente convergente nella famosa casa editrice Bideri), il quale, commuovendosi nella lettura dei versi, intese musicarli trasformandoli in una canzone. A tal proposito la scelta cadde su Enrico Cannio, che compose una sorta di marcia insistente e malinconica insieme. Ne emerse un successo, che purtroppo venne osteggiato dalla propaganda militarista, perché ritenuta per quel periodo una “canzone disfattista” e antibellica. Oggi è ritenuta una tra le canzoni più romantiche del vasto patrimonio della canzone napoletana di tradizione, oltre ad essere cantata a squarciagola dalla tifoseria calcistica partenopea. Ma a quel tempo costituiva pericolo per chi soltanto la intonasse. La verità è che i vertici dello stato maggiore ne intuirono la forza e la misero al bando. Furono addirittura centinaia i soldati sorpresi a cantarla sul fronte, finendo poi di fronte alla corte marziale. Eppure il testo è di una semplicità e dolcezza disarmanti, in quanto racconta di un innamorato che brama la donna amata per la distanza che li divide. Nel testo però non c’è alcun riferimento al fatto che l’uomo fosse un soldato (se non […]

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Malinconia: cos’è e come combatterla

«Un desiderio di desideri: la malinconia». (Lev Tolstoj) Una sensazione bruciante, straziante, che si staglia come un macigno nel torace e nella mente. Un nodo alla gola e il respiro affaticato. Voglia di amare lasciata a metà, pensieri proiettati ad una stasi irrequieta. Senso di impotenza e di non credersi abbastanza, all’altezza. Insicurezza cronica e desiderio incessante di ciò che non si ha, che non si può avere, o che si è provato ma poi perso forse per sempre. Questa è la malinconia. Una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta a vivere passivamente, incapaci di prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione di non poter osare, provare, lottare. La malinconia è quel desiderio, collocato in fondo all’anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si avverte incessantemente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all’altezza. La persona colta da stato malinconico tende spesso ad escludersi dalla vita sociale e a negare il trascorrer del tempo, volgendosi verso un passato o un futuro idilliaco. Che cos’è la malinconia Il termine malinconia deriva dal greco “melancholìa”, composto di “mélas, mélanos” (nero) e “cholé” (bile), dunque “bile nera”, uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca ippocratica, il carattere e gli stati d’animo delle persone. I caratteri umani e i loro comportamenti deriverebbero dunque dalla varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Questi umori, ossia “liquidi” dal greco, significano appunto “stati d’animo”, e da essi etimologicamente derivano il carattere melanconico, il collerico, quello flemmatico e quello sanguigno. Lo scrittore francese Victor Hugo scriveva che «la malinconia è la gioia di essere tristi». Questo perché si tende a crogiolarsi in essa, nonostante il sentimento di tristezza immane che reca con sé. Come provare un sottile piacere stagnandosi nei meandri di ricordi e desideri languidi. La malinconia di fatto non sussisterebbe priva di memoria e desiderio, perché un’anima malinconica è colei che soffre per qualcosa che le ha donato estasi e felicità in passato e che purtroppo sa di aver perso. Ma il malinconico soffre altresì nel desiderio di un qualcosa che manca, qualcosa di imprescindibile, di non ben definito, ma importante, verso cui inconsapevolmente tende, spesso un amore irrealizzabile o semplicemente bramato. La malinconia tuttavia può essere anche un modo per non accettare il presente, manifestando il dolore per ciò che manca e la scontentezza rispetto a ciò che si ha. Dunque, proprio tale insoddisfazione può rendere la malinconia un sentimento fertile e non fine a se stesso, spingendo il cuore e la mente ad agire per tentare di cambiare una situazione scomoda. Malinconia. Genio e rimedi Quel sentimento di dolorosa mancanza può innescare parallelamente la voglia di agire. Si intraprende così un percorso interiore che amplia i confini della conoscenza di sé e del mondo, spingendo verso la curiosità e l’approfondimento. Dunque, tentare di […]

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Significato delle carte napoletane: lettura, simbologia e mistero

Significato carte napoletane. Quale la lettura e la simbologia L’utilizzo delle carte per predire il futuro e lo sviluppo degli eventi è una pratica antica, che affonda le sue radici nella cartomanzia. Una tra le più conosciute concerne le carte napoletane, dirette discendenti dei tarocchi, precisamente derivanti dagli “arcani minori”, perdendo, rispetto a questi, carte come Otto, Nove e Dieci, che vengono sostituite rispettivamente da Fante, Cavaliere e Re. Nella cartomanzia napoletana si utilizzano le quaranta carte che compongono il mazzo. Diversamente dai tarocchi, il mazzo partenopeo è privo degli “arcani maggiori” (le carte più dense di significato esoterico), ed è costituito dalle carte numerali che vanno dall’Asso al Sette (ciascuno suddiviso nei quattro semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni), completato dalle già citate tre figure di corte: Fante, Cavaliere e Re. L’utilizzo delle carte napoletane non è identico a quello dei tarocchi: alcune carte infatti incarnano significati in tutto o in parte differenti. È dunque doveroso rispettare i valori che la tradizione attribuisce a questo mazzo, evitando di confondere le regole. Significato carte napoletane. Dritto e Rovescio Durante la lettura delle carte è importante ed indispensabile tener conto non solo del singolo significato attribuito a ciascuno dei quattro semi e ad ogni numero e figura, ma anche del modo in cui si presentano. A tal proposito, le carte napoletane possiedono una dignità, ossia possono uscire dritte oppure rovesciate. A tal riguardo, il significato da considerare sarà differente a seconda di come compariranno nella stesura: in genere positivo per le carte dritte e negativo per quelle rovesciate. Tale caratteristica non è comune a tutti i mazzi di carte regionali: in molti di questi infatti le figure vengono rappresentate tagliate a metà, dunque perfettamente simmetriche. Tuttavia nel mazzo napoletano alcune carte sono perfettamente simmetriche, caratteristica che rende impossibile definire se siano dritte o meno. In tal caso il significato della carta non sarà veicolato dalla dignità, bensì saranno le carte limitrofe a determinarne il senso positivo o negativo. Significato delle carte napoletane. La simbologia dei quattro semi I quattro semi delle carte napoletane rappresentavano i quattro ceti sociali: le coppe erano legate ai sacerdoti, le spade alla nobiltà, i denari alla borghesia e ai commercianti, i bastoni ai lavoratori. La simbologia a questi attribuita è così spiegata: Le Coppe simboleggiano sentimenti, innamoramento, amicizie, allegria, famiglia, rapporti sociali. Le Spade simboleggiano aspetti connessi alla giustizia, ai tradimenti, inganni, giochi di potere, sofferenze ed aspetti negativi e limitanti in generale. I Denari simboleggiano il commercio, i beni materiali, gli aspetti economici e gli affari. I Bastoni, infine, simboleggiano il lavoro, la forza di volontà, il vigore fisico, la sensualità. Figure di corte e carte numeriche Le figure di corte, che compongono parte del mazzo napoletano, sono dodici, tre per ognuno dei quattro semi. Fanti e Re rappresentano persone, mentre i Cavalieri situazioni in divenire. Le figure possono fornire informazioni sulle caratteristiche fisiche, ma principalmente esprimono ruoli e specifiche caratteristiche psicologiche. L’interpretazione delle figure delle carte napoletane consente di comprendere chi sono gli […]

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Combattere l’ansia e controllarla? Ecco tutti i rimedi

Com’è possibile combattere l’ansia e controllarla? Chiunque ogni giorno sperimenta quella particolare sensazione di disagio e malessere, che è l’ansia. Nessuno ne è esente: dai bambini alle prese con i bulli a scuola, all’adulto stressato dalle condizioni di lavoro o dal pensiero lacerante di non riuscire ad arrivare a fine mese per l’aumento dei costi di vita. Fino agli anziani, ansiosi di rimanere soli e spesso soggiogati dal pensiero della morte incombente. Oggi, nell’era moderna e digitale, sono soprattutto i ritmi tecnologico-sociali a destare negli individui stati d’ansia più o meno gravi e perenni. Seppur ormai abituati a ritmi frenetici e caotici, non si può fare a meno di notare come le generazioni precedenti vivessero in un clima di gran lunga più pacato, in un’atmosfera del tutto diversa. Le generazioni precedenti non subivano la vita, ma la vivevano profondamente e consapevolmente. Oggi invece, con l’idea del tutto e subito e con il deleterio sopravvento della tecnologia, sembra quasi impossibile fermarsi, respirare e ritagliare tempo prezioso per sé e per le persone che si amano. Viviamo costantemente seppelliti da una coltre di stress, che ostacola la possibilità di vivere al meglio e intensamente ogni istante che la vita offre. E lo stress è la fonte primaria d’ansia, che è una vera patologia che logora mente e corpo. Si pensi a quella forte sensazione di oppressione che si prova all’interno della cassa toracica, come se ci fosse qualcosa che stringe forte, senza possibilità di scampo e quasi fino a far mancare il respiro. Ma cos’è esattamente l’ansia? Cos’è l’ansia? È la particolare emozione provata di fronte ad una sensazione di minaccia reale o figurata, che ha l’obiettivo di prepararci ad affrontare il pericolo percepito. Spesso confusa con la paura, dalla quale in realtà si differenzia. La paura infatti è una reazione fisiologica agli stimoli esterni di reale pericolo, ad esempio la comparsa di un serpente nel bosco mentre lo si perlustra. L’ansia ha a che fare con la percezione di un pericolo, un pericolo che potrebbe anche non sussistere affatto. Si distinguono essenzialmente due tipologie di ansia: l’ansia fisiologica, che ci prepara ad affrontare in maniera adattiva una possibile situazione difficile, e l’ansia patologica, che è disfunzionale, perché, essendo persistente ed intensa, interferisce con la nostra prestazione, e può essere associata ad eventi neutri che non sono realmente pericolosi. L’ansia patologica è ovviamente considerata come forma più grave d’ansia, innescando attacchi di panico e sintomi fisici allarmanti. I sintomi dell’ansia possono essere suddivisi in tre categorie: I sintomi psicologici dell’ansia, quali forte apprensione non commisurata alla portata dell’evento reale, nervosismo, alterazione della memoria e della concentrazione, rimuginio continuo e preoccupazione, insicurezza e timore. I sintomi fisici dell’ansia, dovuti ad un’iperattivazione neurovegetativa, costituiti da palpitazioni, tachicardia, ipersudorazione, dispnea, vertigini, sintomi gastroenterici, insonnia con difficoltà ad addormentarsi e risvegli frequenti. Tensione motoria, con l’insorgere di tremori, irrequietezza, agitazione, contratture muscolari, cefalea. Spesso, a parte i ritmi eccessivamente frenetici che la routine oggi impone, l’ansia può essere generata da repentini cambiamenti di vita, quali una […]

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La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?

In cosa consiste la teoria del piacere formulata da Giacomo Leopardi? Leggilo qui! Cos’è il piacere? Una sensazione intensa, viscerale, appassionata, che fa levitare l’anima, nutrendo il cuore di gioia e felicità. Ma davvero il piacere genera felicità? E soprattutto, la felicità è davvero una condizione duratura ed eterna? Per comprendere almeno uno spiraglio di cotanta complessità è necessario analizzare la teoria del piacere approntata dal poeta del XIX Giacomo Leopardi, famoso per la sua concezione pessimistica dell’esistenza umana. Leopardi però non è certamente l’unico ad aver elaborato una teoria su un argomento così complesso ed affascinante come quello del piacere. Come lui, infatti, già il filosofo greco Epicuro (341 a.C. – 270 a.C.) aveva estasiato i lettori e gli ascoltatori con le sue massime sul piacere e sulla necessità di coltivarlo e viverlo grazie alla calma interiore e all’accettazione delle cose presenti e quotidiane. Teoria questa simile a quella enunciata nel Carpe diem di Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 27 a.C.). Ma analizziamo la teoria del piacere propugnata dal poeta Leopardi. Teoria del piacere. La concezione leopardiana Leopardi identifica il piacere con la felicità, elaborandone una teoria in una delle sue opere più famose ed affascinanti, Zibaldone, una raccolta di pensieri stesa tra il 12 e il 23 luglio 1820. In queste pagine Leopardi spiega la costante infelicità umana generata dal desiderio incessante ed infinito di un piacere, anzi del piacere assoluto, che produce felicità. Tale desiderio è infinito perché congenito alla vita. Dunque l’unico limite al desiderio è la fine stessa della vita, ossia la morte. L’essere umano necessita di trovare appagamento a tale ansioso desiderio. Tuttavia, se tale risulta infinito, lo stesso piacere che riuscirà a raggiungere è finito e limitato nel tempo e per estensione, in quanto l’oggetto del desiderio è materiale ed effimero. Una volta conseguito l’obiettivo, l’animo umano sperimenta la noia per un qualcosa che perde repentinamente fascino e piacere. Alla noia subentra il turbamento, dunque il dolore di non sentirsi mai completamente appagati. Si desidera ardentemente la realizzazione di una carriera, il concretizzarsi di un rapporto, l’acquisto di una casa. Ma nel momento del raggiungimento dell’oggetto o della situazione tanto bramati, ci si ritrova a desiderare altro, ed altro ancora, ritrovandosi con anima e cuore erranti, come naufraghi, nell’immensa isola chiamata Terra. L’uomo desidera un piacere illimitato senza poter raggiungerlo mai. «E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato». Tale teoria trova riscontro nel pensiero elaborato dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), in cui tale desiderio ansioso ed incessante corrisponde alla “voluntas”, ossia la perpetua volontà di volere, desiderare, che impedisce all’uomo di raggiungere la serenità e la pace interiore. C’è una soluzione alla ricerca infinita e inappagata del piacere? La teoria del piacere approda all’immaginazione e ai ricordi Tuttavia sembra esistere una soluzione atta ad arginare l’infelicità umana. […]

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Ciuccio, simbolo del Napoli calcio

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Qual’è il suo significato? | Curiosità In molti, tifosi e non, ancora si chiedono quale sia il profondo ed autentico motivo per cui il simbolo del Napoli calcio sia l’asino, un animale così poco fiero ed indolente. Come mai una squadra, che da tempo è riconosciuta come una delle migliori nella serie A in Italia e che si è distinta spesso in Europa, grazie al gioco spettacolare offerto, viene rappresentata da un animale così poco nobile come “’o ciuccio”? Ricordiamo che, proprio in riferimento al tipo di gioco, è stato anche coniato il termine “sarrismo”, inteso come concezione del gioco propugnata dall’ex allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, e, per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri è diventata espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo. Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Storia e simbologia  La storia che ha portato la Napoli calcistica a riconoscersi in un somaro, ‘o ciuccio appunto, affonda le sue radici nell’orgoglio  partenopeo. Tutto ha origine nel 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese), cambia nome, abbandonando l’inglesismo sgradito al regime e preferendo “Associazione Calcio Napoli”, antesignana della “Società Sportiva Calcio Napoli” (l’attuale SSC). Ma qui l’asino, ‘o ciuccio, non fa ancora la sua comparsa. Il simbolo della squadra nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927) era di tutto rispetto: un ovale azzurro (colore ufficiale borbonico) dai contorni dorati, con all’interno un cavallo bianco rampante, posizionato su un pallone e circondato dalle lettere A, C, N (Associazione Calcio Napoli). Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà. “Il Corsiero del Sole”, così chiamato in epoca borbonica, simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Ciò fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dai Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto del nuovo governo, invidioso dell’eccellenza altrui. Intanto il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. Ora l’asino comincia a fare la sua comparsa. Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo Raffaele […]

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