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L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci | Recensione

L’ultimo Imperatore è l’adattamento cinematografico dall’autobiografia dell’Imperatore Pu Yi Sono stato Imperatore. Film del 1987, pensato e girato dal celebre regista italiano Bernardo Bertolucci, narra, tra flashback e cambi improvvisi di scena, la storia dell’ultimo Imperatore della dinastia Qing, l’ultimo Imperatore della Cina. La pellicola è stata girata, eccezionalmente, per la prima volta nella storia della cinematografia mondiale, con il consenso del governo cinese, anche all’interno della Città Proibita, il palazzo imperiale all’interno di Pechino delle dinastie Ming e dell’ultima regnante fino al 1912 e appartenente a Pu Yi, quella Qing.

L’ultimo Imperatore, la storia nella storia

L’ultimo Imperatore si apre con l’anno del 1950, in cui l’ormai cinquantenne Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese della dinastia Qing, è imprigionato come criminale di guerra nella regione della Manciuria, al confine tra l’allora Unione Sovietica e la giovanissima Repubblica Popolare Cinese. Il racconto, però, torna al 1908, anno di incoronazione di Pu Yi, in cui l’imperatore ha solo 3 anni e in cui dovrà lasciare la sua famiglia per regnare, all’interno della residenza imperiale della Città Proibita a Pechino. Qui il giovane regnante crescerà, passerà nella celebre e maestosa residenza tutta la sua infanzia, adolescenza e giovinezza, privato del mondo esterno ed escluso da ogni meccanismo sociale, se non quelli previsti da palazzo. La svolta avverrà nel cambio del suo precettore, il britannico Sir Reginald Johnston, il quale gli permetterà di vivere all’occidentale per un po’, e nello sposare le sue prime due mogli, una ufficiale e una come amante di corte. Quando, tuttavia, la Cina sarà scossa dalla divisione interna da parte dei cosiddetti Signori della Guerra, l’Imperatore sarà costretto a lasciare il millenario palazzo e a rinunciare al suo titolo imperiale della Cina; il governo giapponese, in questo periodo, aiuterà Pu Yi a continuare a comandare e a non uscire dalla scena politica assegnandogli uno Stato fantoccio, il Manchukuo. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, infine, il destino del giovane e decadente Imperatore cambierà del tutto, portando gli spettatori di nuovo al 1950, in cui Pu Yi non è più un regnante, ma un uomo comune, solamente un numero insignificante.

L’ultimo Imperatore, la ricezione e lo stile

L’ultimo Imperatore, senza dubbio uno dei capolavori più riusciti di Bertolucci, vanta numerosi riconoscimenti e premi in varie categorie. Vincitore di ben nove premi Oscar e nove David di Donatello, ebbe un successo incredibile, proprio come il best seller mondiale da cui è tratto, il libro dell’Imperatore Pu Yi. Oltre all’onore di aver ricevuto, per Bertolucci, l’Oscar al miglior regista, prima volta per un regista italiano nella categoria non straniera, e l’Oscar al miglior film al produttore Jeremy Thomas, L’ultimo Imperatore riceve anche gli Oscar alla migliore fotografia, scenografia, costumi, montaggio, sonoro e colonna sonora. La pellicola, difatti, è un insieme bilanciato e armonioso di cultura tradizionale cinese ed orientale, rappresentazione storica impeccabile, e quel tocco artistico elegante e profondo che caratterizza il cinema di Bertolucci. Il tutto è un viaggio imperdibile tra vestiti sfarzosi e cerimoniali, luoghi fiabeschi del lontano Oriente, drappeggi color rosso e color avorio, contornati da musiche sognanti e porcellane. Il ritratto finale, però, è quello di un decadente Decadentismo: strepita di corruzione, la Città Proibita soffoca Pu Yi, che, seppur diventato uomo comune, espugnato da tutti i vecchi privilegi, riesce finalmente a respirare un po’ nella sua vita ormai normale di Pechino, tra piante, fiori e la scrittura della sua autobiografia.

Fonte immagine: Amazon Prime

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