Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Technicolor, storia del formato più celebre del cinema

Con il nome Technicolor si raggruppano tutti quei procedimenti utilizzati nell’ambito del cinema a colori. Il nome deriva dall’omonima azienda, la Technicolor Motion Picture Corporation, fondata nel 1914 da Herbert Kalmus, Daniel Frost Comstock e W. Burton Wescott.

I primi tentativi di colorazione delle pellicole e il Technicolor process 1

Fin dalla nascita del cinema sono stati fatti molti tentativi per inserire il colore all’interno della pellicola. Le pellicole dei film delle origini potevano essere colorate o fotogramma per fotogramma o imbevute di un’unica tinta di colore con una tecnica detta viraggio.

Un primo tentativo di procedimento per pellicole a colori risale al 1908 con il Kinemacolor. Inventato in Inghilterra da George Albert Smith e perfezionato da Charles Urban consisteva nell’uso di due filtri rossi e verdi per proiettare un film in bianco e nero tramite dei filtri verdi e rossi. In questo modo gli spettatori, osservando la pellicola, potevano vedere le immagini come se fossero colorate. Il primo film girato con il formato Kinemacolor fu il cortometraggio a Visit to the Seaside del 1908.

Nel 1914 Herbert Kalmus assieme ai colleghi Daniel Frost Comstock e Burton Wescott fondò la Technicolor Motion Picture Corporation, un’azienda che si specializzò nel creare procedimenti per la coloritura delle pellicole.

Il primo formato ad essere prodotto fu il Technicolor Process 1, usato per la prima in The Gulf Between di Wray Physioc del 1917. La tecnica consisteva nel proiettare una pellicola in bianco e nero, i cui fotogrammi scorrevano in una cinepresa dietro al cui obiettivo era posizionato un prisma. In questo modo la luce che entrava all’interno si divideva in due fasci, filtrati con due filtri rosso e ciano ad ogni apertura dell’otturatore. In questo modo si producevano due negativi di selezione. La pellicola negativa permette di ottenerne un’altra in bianco e nero detta positivo. Entrambe vengono poi proiettate su di un proiettore con due obiettivi rosso e ciano alla stessa velocità di due fotogrammi al secondo i quali, fondendosi, si uniscono tramite sintesi additiva e generando così una vasta gamma di colori.

Per quanto tale procedimento fosse indubbiamente innovativo, non ci mise molto a mostrare le sue lacune che erano riassumibili in un unico difetto: le immagini andavano spesso fuori sincrono, cioè non combaciavano e bisognava continuamente regolare il prisma della cinepresa. Fatta eccezione per The Gulf Between, nessun altro film adopererà il Technicolor process 1.

Il Process 2

Nel 1922 fu introdotto il Technicolor process 2, che non differiva molto dal primo procedimento se non per il fatto che fu adoperata una nuova cinepresa con un diverso prisma e che i positivi ottenuti erano direttamente a colori.

In pratica dalla pellicola in bianco e nero, filtrata sempre attraverso i noti filtri rossi e ciano, si ottenevano due positivi che erano anche essi in bianco e nero. In seguito l’argento contenuto in esse veniva rimosso e restava soltanto uno strato di gelatina dove era tracciata l’impronta dell’immagini che venivano colorate (i fotogrammi in rosso con il colore ciano, i fotogrammi in ciano con il colore magenta). Le pellicole venivano poi incollate dorso contro dorso, in modo da formarne una sola.

Ma anche questo metodo presentava dei limiti. In primis la difficoltà di incollare i fotogrammi creava in fase di proiezione immagini non sincronizzate che potevano presentare anche graffi. Come se non bastasse la pellicola, dato il suo spessore, poteva restare incastrata nella cinepresa o anche spezzarsi. Nonostante tutti questi problemi, il process 2 fu usato ampiamente nelle sale di proiezione e il primo film in cui viene adoperato è Fior di Loto di Chester M. Franklin del 1927.

Il Process 3 (dye-transfer)

Il Technicolor process 3 fu introdotto nel 1928 e usava la stessa cinepresa usata per il Technicolor process 2. La novità sta nel fatto che questa volta il positivo di proiezione veniva ottenuto tramite una tecnica detta dye-transfer, traducibile in italiano come “trasferimento di coloranti”.

I fotogrammi di selezione del ciano e del rosso venivano stampati su due matrici, che erano due pellicole in bianco e nero costituite da gelatina le quali, una volta sviluppate, riproducevano in rilevo le immagini. In seguito le matrici in ciano e in rosso venivano imbevute rispettivamente con dei coloranti magenta e ciano e venivano incollate su una terza pellicola che assorbiva i coloranti, formando così il positivo da proiezione.

Il Technicolor process 3 fu impiegato dagli studi hollywoodiani dal 1928, anno del primo film che fa uso di questa tecnica che è I Vichinghi di Roy William Neill, fino ai primi anni ’30. Il crollo della borsa di Wall Street aveva spinto i produttori a risparmiare sui metodi di colorazione, preferendo film girati in bianco e nero. Inoltre gran parte dei positivi usati con il Technicolor process 3 andarono distrutti negli anni successivi (non bisogna dimenticarsi che erano materiali facilmente infiammabili e degradabili). L’ultimo film che impiegò questa tecnica fu La maschera di cera di Michael Curtiz, girato nel 1933.

Il Process 4 (Three-strip)

Nonostante i registi tornarono a girare pellicole in bianco e nero, la Technicolor non si perse d’animo e negli anni ’30 iniziò a lavorare su un nuovo procedimento di colorazione basato su tre pellicole che fu ribattezzato Three-strip Technicolor.

Fu introdotta una nuova cinepresa, la Technicolor 3-strip camera. La luce che entrava nell’obiettivo veniva suddivisa dal prisma presente al suo interno in due fasci. Il primo passava attraverso un filtro verde che illuminava la prima delle tre pellicole contenute all’interno, in modo da eliminare i colori della gamma del rosso e del blu. Invece il secondo fascio passava attraverso un filtro magenta illuminando prima una pellicola che assorbiva i colori del rosso e non del blu e poi un’altra pellicola che assorbiva solo i colori della gamma del rosso. In fase di sviluppo si eliminava il filtro rossastro e si ottenevano i negativi di selezione del verde, del rosso e del blu, da cui si ottenevano i positivi di selezione detti matrici e costituiti da gelatina che mette in rilevo le immagini (come nel process 3).

La matrice di colore rosso veniva imbevuta di un colorante ciano, quella verde con colorante magenta e quello blu con colorante giallo. Tutte e tre le matrici venivano poi stampate per contatto. Con l’avvento del cinema sonoro le dimensioni dei fotogrammi si ridussero (22 mm x 16 mm) per lasciare abbastanza spazio per la traccia sonora, dando vita così a quello che è conosciuto come il formato Academy Standard.

Ma non tutti gli studi accettarono di usare questo nuovo formato per svariati motivi. Gli eccessivi costi di produzione dovuti all’enorme quantità di luce necessaria per illuminare la pellicola, ma anche la dimensione eccessiva ed ingombrante delle cineprese e per la mancanza di esperienza nelle riprese a colori. Tuttavia un settore che impiegò moltissimo il Three-strip Technicolor fu quello del cinema d’animazione.

Il procedimento Technicolor per il cinema d’animazione era leggermente diverso. Si usava una cinepresa che faceva passare una sola pellicola in bianco e nero sottoposta a tre esposizioni in blu, rosso e verde. Da un unico negativo si ottenevano tre positivi e si seguiva l’identico procedimento usato per la cinepresa a tre pellicole.

Walt Disney aveva intuito le potenzialità del Technicolor process 4 e all’interno dei suoi studi adoperò il procedimento descritto sopra. Tale tecnica fu adoperata principalmente per i corti delle Silly Simphonies come Flower and Trees del 1932, vincitore dell’Oscar per il miglior cortometraggio. Fu poi il successo di Biancaneve e i sette nani del 1937, primo lungometraggio d’animazione della storia del cinema, a decretare il successo del Technicolor.

Ma nel mondo del cinema “in carne ed ossa” l’espressione massima delle potenzialità del Technicolor è sicuramente data da Il Mago di Oz di Victor Fleming del 1939 e la celebre sequenza di Dorothy (Judy Garland) che con la propria casa vola letteralmente dal mondo monocolore del Kansas al variopinto e colorato mondo di Oz. Una metafora del passaggio dal muto e freddo mondo del cinema in bianco e nero a quello multicolore del cinema sonoro.

Il process 5 (monopack)

Nel 1935 la Eastman Kodak, azienda specializzata in pellicole fotografiche, mise sul mercato il Kodakchrome. Si trattava della prima pellicola a colori della storia (ottenuta quindi senza i lunghi processi Technicolor). Dapprima furono introdotte pellicole a 16mm, pensate per riprese amatoriali, e poi quelle a 35 mm per le riprese cinematografiche. Nel 1939 la Technicolor collaborò con la Kodak per creare la pellicola monopack: un unico positivo fatto passare attraverso i filtri rosso, verde e blu per ricavare tre negativi e poi si procedeva seguendo la tecnica del process 3 o 4.

L’introduzione della pellicola Eastman Color Negative Film 5248 permise alla Technicolor di sperimentare il process 5. Con questo metodo la ripresa veniva effettuata su un negativo a colori dal quale, in fase di sviluppo, si ottenevano tre matrici imbevute di coloranti ciano, magenta e giallo e stampate per contatto su una terza pellicola che costituiva il positivo da proiettare. Il process 5 fu impiegato dal 1954 per il formato panoramico Vistavision. Ma già dagli anni ’50 il Technicolor process 5 andò in declino soppiantato dalle pellicole della stessa Kodak, la 5248 e la 5382, che permettevano di ottenere direttamente un positivo di proiezione da un negativo senza lunghi e laboriosi processi di sviluppo. In ogni caso i film che usarono il process 5 furono comunque molti, come Suspiria di Dario Argento del 1976.

Il Technicolor process 6

L’ultimo processo del Technicolor fu il process 6, introdotto nel 1997. Il procedimento era lo stesso del process 5, con la differenza che conferiva all’immagine colori molto più brillanti e il suo processo era molto più economico.

Il process 6 fu usato principalmente per riedizioni di film restaurati come Via col Vento (1939), Vertigo (1955), e Apocalypse Now Redux (2001). Tra i film moderni che usarono tale processo si possono citare La sottile linea rossa (1998), Ogni maledetta domenica (1999) e Pearl Harbor (2001)

Nonostante l’iniziale successo, anche il process 6 entrò in crisi. Non solo perché soppiantate dalle pellicole della rivale Kodak che continuava a puntare sulla formula vincente “stampa negativo-positivo”, ma anche perché la stessa pellicola iniziò a divenire obsoleta per via dell’introduzione delle videocamere digitali. Il primo film girato con questi mezzi fu Arca Russa di Aleksandr Sakurov nel 2001. Il digitale diverrà così per molti registi (non per tutti, dato che ancora oggi ce ne sono alcuni che continuano ad usare il formato pellicola) il mezzo principale di ripresa.

Ciro Gianluigi Barbato

Fonte immagine copertina: https://www.videoblocks.com/video/the-technicolor-logo-hmqnwldimjdbu0z7s

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *