Tutto in un giorno di Juan Diego Botto | Recensione

Penélope Cruz in una scena del film Tutto in un giorno (Credits: BiM Distribuzione)

Tutto in un giorno, la recensione dell’opera prima di Juan Diego Botto con Penélope Cruz, Luis Tosar, Adelfa Calvo, Christian Checa e Font García

Può accadere di tutto in un giorno. Sopravvivere alla crisi economica senza più un tetto sopra la testa, magari con un figlio piccolo a carico. Correre senza freni per carpire l’istante che potrebbe sconvolgere per sempre la vita di una madre e sua figlia. Fare i conti con sé stesso, nella veemente faida tra patrigno e figliastro. Scontri avviati da banche e polizia armata contro chi il disagio lo abita da troppo tempo. Contro chi, en los margénes di una città che non vede, si sente alienato e sceglie il distacco sociale. Ventiquattro ore separano tre storie, unite dall’inesorabile scorrere del tempo che scandisce tre bagliori ancora illuminati da una luce fioca. Fedeli ai valori dell’amore, della famiglia, dell’amicizia, della condivisione solidale.

Tutto in un giorno: Juan Diego Botto dà voce alle famiglie emarginate

Juan Diego Botto intreccia le storie di Azucena (Penélope Cruz) e Manuel (Juan Diego Botto) in preda alla sacrificante disperazione di perdere la propria casa, quella di Rafael (Luis Tosar) e Raúl (Christian Checa), patrigno e figliastro che superano la barriera dell’incomunicabilità per salvare il destino di una povera madre e di sua figlia in mano ai servizi sociali, quella di Germán (Font García), tanto cinico verso sé stesso da prendere le distanze anche dal sangue del suo sangue. E succede tutto in un giorno, ai margini ‒ En Los Margénes per l’appunto, titolo originale del film ‒ di una grande città che non ha né occhi né orecchie per guardare e sentire cosa succede nelle sue stesse strade.

La camera a mano che (in)segue, inquadra bei primi piani della bravissima Penélope Cruz che piange, si arrabbia, si tormenta, si tranquillizza con gli amici del centro sociale che la confortano nel suo momento più difficile e riversa tutta la sua esistenza nella speranza, sempre l’ultima a morire. Resa più complicata se affondata nella solitudine, con un marito assente anche nelle scelte da prendere per combattere lo sfratto imminente. Ed è proprio di sfratto che parla l’opera prima di Juan Diego Botto, presentata nella sezione Orizzonti alla 79ª edizione del Festival di Venezia. Un caso di tre storie ambientate in Spagna tanto diverse tra loro ma accomunate dal destino di sfidare le leggi del tempo per guardare al domani, sempre che di domani si riesca a parlare.

Ad oggi, ci sono circa 40 mila sfratti all’anno nello Stato spagnolo, di cui 100 al giorno. Si leggono queste righe alla fine del film, prima dei titoli di coda. Un occhio critico a famiglie emarginate, che ogni giorno devono combattere la miseria della società conformista che sferra gli attacchi più duri con le armi cariche di sabotaggio. E Juan Diego Botto in prima fila, da regista e attore che dietro la sua raffinata cinepresa a mano riprende e vive in prima persona le proteste che si accendono in un giorno nella società deturpante, negli arresti, nella voglia di aiutare chi non riesce a rialzarsi. Nell’illusione, chissà quando, di fermare le ribellioni e sopravvivere nella pace di uno Stato che tende la mano piuttosto che nasconderla.

Tutto in un giorno meritava un posto tra i film selezionati in concorso al Festival di Venezia. Purtroppo, è passato in secondo piano.

VOTO: 8

Martina Corvaia

Immagine: BiM Distribuzione

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