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Eroica Fenice

Tu nel rovescio delle cose: le consuetudini di Un homme qui dort

Tu nel rovescio delle cose: le consuetudini di Un homme qui dort

“Esiste un inevitabile rovescio delle cose”, scriveva Jean-Paul Sartre in Le mots. Effettivamente, quando c’è un cambiamento improvviso, inevitabilmente ne consegue una frattura. Qualcosa si rompe in un giorno qualsiasi, in un momento qualsiasi. Proprio come accade a “tu”, uno studente di Sociologia, senza nome, senza voce, protagonista del film Un homme qui dort di Bernard Queysanne e di Georges Perec, tratto dall’opera letteraria di quest’ultimo.

Un homme qui dort è una “lettura cinematografica” del testo, in cui convergono due linguaggi paralleli che formano una “perfetta” dialettica: da una parte la voce di una donna (Ludmila Mikael) dall’altra “tu” e le consuetudini. La voce fuoricampo e le immagini, però, non si incontrano mai, pur annegando nella stessa storia. “Tu”: un io che diventa un tu.

Un homme qui dort, Tu il suo inevitabile rovescio

Il protagonista è uno studente qualsiasi che una mattina, dopo aver spento la sveglia, dopo aver svolto le sue “mansioni” mattutine e quotidiane, decide di essere il suo “inevitabile rovescio”. Ecco che l’io pieno, geloso e unico diventa un “tu”.

Un grande occhio nero che si dilata. Il filo che tiene insieme questo “tu” e il mondo circostante è lo stato di veglia perenne dello studente. In questo modo il sonnambulismo costante lo getta in un abisso nero dal quale si sente la eco di una voce femminile pronta ad elencare quei gesti che cotidie si svolgono “involontariamente”.

Tu, allora, vaga, vede le crepe sul soffitto, sente l’acqua nel secchio. C’è la bacinella rosa con i calzini neri, le crepe nello specchio, le auto fuori, i passi, il rumore nei bar, la città. Il cinema notturno, il ticchettio sibilino, la sveglia, di nuovo le crepe, il buio, la veglia, l’abisso, il gioco a carte, l’ansia, le dita consumate, le pellicine da tirare ancora, la panca bianca, il libro da poggiare a lato, la sigaretta nel portacenere e il fumo verticale.

La voce fuoricampo pulsa e dilata lo sguardo di un uomo che sceglie di non muoversi, di non attendere più nulla: “La sveglia suona. Non ti muovi assolutamente. Resti a letto. Richiudi gli occhi. Non è un gesto premeditato, non è nemmeno un gesto, d’altronde. Ma un’assenza di gesto.

Un gesto che non fai, dei gesti che eviti di fare. […] Non ti muovi; non ti muoverai. Un altro, un sosia, un doppio fantomatico e meticoloso, forse fa al posto tuo, uno ad uno, i gesti che non fai più: si alza, si lava, si rade, si veste, esce.”

Il filo annodato non si sbroglia tanto facilmente. Il nodo da sciogliere non dipende dalla necessità di scoprirsi e trovarsi. Qui accade il contrario. Tu non vuole scoprire la sua identità, né conoscere l’alterità del mondo, di sé attraverso altri occhi. Tu si allontana da ciò di cui non ha bisogno.

Un homme qui dort, “Le regard d’un je devenant tu?”

C’è lo scorrere della vita sotto lo sguardo di Tu mentre è immerso nel grande mare dell’indifferenza. Ne consegue che lo scopo del protagonista è una vita nella neutralità raggiungendola con la finale identificazione con gli oggetti. Inoltre la rottura non è solo improvvisa, ma latente e inevitabile dallo scontro con la realtà.

Per questo all’improvviso si vede una crepa, perché un giorno qualunque essa viene notata, pur essendo stata sempre lì. Tutto ciò non porta all’inazione. Anzi, accade che si decide di andare oltre gli schemi delle abitudini. Eppure c’è molto di più del bianco e nero, delle maniere.

L’identico, invece, si ripete ovunque, dimostrando che lasciare la realtà è impossibile. Ad esempio la casa dell’infanzia sempre uguale, i viali, le strade. In questo modo si crea un filo in cui tutto è ricondotto fino al momento di rottura e si incastra.

L’identico, così, si impone come condizione necessaria: “Come se sotto la tua storia tranquilla e rassicurante di bambino perbene, di bravo allievo, sotto questi segni evidenti, troppo evidenti, della crescita – le righe tracciate con la matita sulla cornice della porta delle toilette, i diplomi, i pantaloni lunghi, le prime sigarette, il bruciore della rasatura, l’alcool, la chiave sotto lo stuoino per le uscite del sabato sera, la perdita della verginità, il battesimo dell’aria, il battesimo del fuoco – scorresse da sempre un altro filo, sempre presente, sempre tenuto lontano, che adesso tesse la tela familiare della tua vita ritrovata, la scena vuota della tua vita disertata, immagini in filigrana di questa verità disvelata, di questa abdicazione sospesa così a lungo, di questo invito alla calma, immagini inerti e sfocate, fotografie sovraesposte, quasi bianche, quasi morte, quasi già fossili: una strada di provincia, imposte chiuse, ombre opache.

Mosche ronzanti in un locale militare, salone ricoperto di fodere grigie, polveri in sospensione in un raggio di luce, campagne inaridite, cimiteri domenicali, gite in automobile. Uomo seduto su una panchetta stretta, un giovedì pomeriggio, un libro aperto sulle ginocchia, sguardo assente”.