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Eroica Fenice

Wild di Jean-Marc Vallée

Wild di Jean-Marc Vallée, un viaggio con se stessi

La natura aborrisce il vuoto, direbbe Spinoza.
Il fervente desiderio di una mutazione dello status quo delle cose e dell’io e la ricerca di quel qualcosa, di un rumore capace di spezzare il fastidio di un silenzio esistenziale è il messaggio che caratterizza questo lungometraggio.
Wild, l’ultimo lavoro di Jean-Marc Vallée, regista del film pluripremiato agli oscar “Dallas Buyers Club”, cerca di suscitare nel suo spettatore il desiderio di accompagnare anche solo per qualche metro la protagonista nel suo lungo percorso dentro e fuori se stessa.

Comincia in medias res la narrazione degli eventi, mostrando la protagonista Cheryl Strayed intenta ad estrarsi da sola un unghia spaccata e a urlare la propria rabbia verso un punto indefinito per la perdita di uno dei due scarponi. Un taglio ci porta velocemente indietro, all’inizio della storia, mostrandoci Cheryl prendere una stanza in un motel per la notte e prepararsi per l’immediata partenza per il PCT (Pacific Crest Trail), una difficile escursione a piedi di oltre mille kilometri.
Unica compagnia durante la lunga traversata saranno le sue memorie, le quali vengono mostrate attraverso spezzoni, e il continuo canticchiare canzoni della propria infanzia.

Jean-Marc Vallée racconta il rapporto uomo – natura

Il confronto, il dialogo, la resa o la mite conciliazione con la Vita è da sempre materia d’attenzione e di discussione in tante opere.
Molti autori, e in tanti modi, ci hanno mostrato le diverse sfumature derivate da questo rapporto “uomo-natura”, creando così un vero e proprio filone culturale.
Wild sembra non essere perfettamente a suo agio in questa lista.
Le due ore scarse di film sono accompagnate da una serie di immagini perfettamente fotografate e presentate ma che nel succo lasciano ben poco allo spettatore e all’arte.
Non sta di certo nel reparto fotografia o nella regia l’errore: Vallée infatti sa muovere la macchina e suscitare le giuste emozioni nel pubblico, l’ha ampiamente dimostrato in Dallas Buyers Club, e riesce a mettere a segno qualche tiro anche in Wild. Ma non è abbastanza.
Inoltre risulta veramente difficile credere, leggendolo nei titoli di coda, che la sceneggiatura proviene dalle mani di Nick Hornby, scrittore inglese famoso per l’umorismo dei suoi testi. Certo, non si può pensare né richiedere ad un artista di rimanere sempre fermo su uno stile, egli ha il diritto di variare come vuole. Solo risulta strano veder sul grande schermo un suo testo così privo di intrinseca ironia, visto che lo stesso ne ha fatta egregiamente su un tema complicato come il suicidio.
Reese Witherspoon ci prova con tutta se stessa a portare a casa il risultato, dando prova di una buona recitazione, anche se ogni tanto spezzata da una situazione  e da luogo comune di troppo.
Ed è forse questo il vero problema di fondo dell’intero film, ogni scena, ogni pensiero suggerito da questa pellicola sa troppo di già visto, già sentito e i paragoni sono inesorabili e poco gratificanti per Wild.
Le associazioni a pellicole come 127 ore, Tracks e Into the wild (soprattutto quest’ultima) vengono spontanee. Se in Into the wild di Sean Penn, dove ci viene raccontata la storia di Christopher McCandless e del suo solitario viaggio nell’ America rurale, le sensazioni ed i pensieri del protagonista arrivano diretti, aiutati da una ottima capacità di tutto il cast e del regista di ‘vendere’ le emozioni, e la natura, nella sua maestosità si fonde col pensiero per divenire tutt’uno, in Wild il creato e Cheryl rimangono ben separati per tutto il tempo.
Questo è un film degno della vostra attenzione, tuttavia le vostre aspettative create dal trailer o se conoscente il cast per i loro lavori precedenti, potrebbero essere deluse.
La natura può essere veramente la strada per la riconciliazione dell’uomo con se stesso, ma in questo caso non si associa bene alla pellicola.