I social network come Facebook, X e Instagram sono luoghi di interazione quotidiana, ma non sono affatto zone franche.
Nonostante la sensazione di anonimato o di leggerezza offerta dal mezzo digitale, offendere, diffamare o minacciare una persona online espone l’autore a rischi legali e conseguenze sociali molto concrete e pervasive.
Le conseguenze penali: la diffamazione aggravata
Il diritto italiano e la giurisprudenza hanno stabilito che i social network, essendo accessibili a un numero indeterminato di persone, sono assimilabili a un “mezzo di pubblicità”. Di conseguenza, un’offesa commessa online non è una semplice ingiuria (che non è più reato penale), ma assume l’aggravante della diffamazione (Art. 595 c.p.).
Il reato si verifica quando si lede la reputazione di qualcuno comunicando con più persone, e se ciò avviene tramite un mezzo di pubblicità, la pena è più severa e prevede la reclusione o una multa consistente. Se l’offesa si traduce in una minaccia seria o in un comportamento persecutorio ripetuto che genera ansia nella vittima, si configura il reato di cyberstalking, che comporta pene detentive ancora più gravi. Inoltre, la diffusione online di idee fondate sull’odio razziale, etnico o religioso è punita severamente secondo la Legge Mancino.
La responsabilità civile e il risarcimento del danno
Oltre alla possibile condanna penale, chi offende online rischia di essere citato in giudizio in sede civile per il risarcimento dei danni. Il Giudice civile può condannare l’autore dell’offesa a risarcire la vittima non solo per l’eventuale danno patrimoniale (ad esempio, la perdita di un lavoro causata dall’offesa), ma anche per il danno non patrimoniale, ovvero il danno morale subito a causa della lesione della reputazione e della dignità personale. Le somme riconosciute in sede civile possono essere significative, anche in assenza di una condanna penale.
Contrariamente a quanto spesso si crede, l’identificazione facile dell’autore è quasi sempre possibile, poiché le autorità e i legali riescono a risalire all’identità reale dietro un profilo finto (fake), utilizzando l’indirizzo IP e i dati di registrazione.
Le sanzioni delle piattaforme: rimozione e shadow ban
Indipendentemente dalle vie legali, le piattaforme social applicano i propri “Standard della Comunità”. In caso di violazione delle regole relative a hate speech, bullismo o molestie, la piattaforma può procedere con l’immediata rimozione del contenuto e la sospensione o chiusura dell’account in caso di recidiva o violazioni gravi. Una sanzione meno visibile, ma sempre più frequente, è lo shadow ban. Un meccanismo di moderazione non comporta la chiusura dell’account, ma ne limita drasticamente la visibilità e la portata. I post dell’utente soggetto a shadow ban vengono mostrati a un pubblico molto ridotto, se non quasi esclusivamente ai follower diretti, impedendo di fatto all’utente di partecipare attivamente alle discussioni o di raggiungere nuovi utenti, una sorta di “morte civile” digitale.
Le conseguenze sociali e professionali permanenti
Anche quando il caso non arriva in tribunale, il danno sociale e reputazionale per l’autore dell’offesa può essere pesante e duraturo. Un danno all’immagine professionale è frequente, dato che molti datori di lavoro e aziende di recruiting monitorano i profili social dei candidati, escludendo chi presenta un passato di contenuti offensivi o aggressivi.
L’effetto della “cancel culture,” ovvero la reazione negativa della comunità online, può inoltre portare all’isolamento sociale, alla perdita di clienti per i professionisti, o all’interruzione di collaborazioni. Una volta che un contenuto offensivo diventa virale, è quasi impossibile eliminarne completamente la traccia dal web.

