Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo (Recensione)

Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo (Recensione)

Il Canzoniere dell’assenza (Kairós Edizioni) di Antonio Spagnuolo è una raccolta di circa settanta componimenti dedicati alla memoria della donna amata, Elena. La stessa che, nella prefazione, Silvio Perrella definisce “la Beatrice in carne ed ossa” del poeta.

“L’incontro con Elena è stato baciato dalla grazia e adesso quella grazia è interdetta”: Elena è andata via troppo presto per un problema di cuore.

Il Canzoniere dell’assenza ha modo di esistere solo dopo che Antonio Spagnuolo ha già assolto al “compito di  dire l’assenza”. I componimenti della raccolta prendono forma in momenti diversi, nascono sparsi, separati. È solo successiva l’idea di farne un libro. Tuttavia le premesse (ir)razionali alla genesi di queste poesie sono univoche e soprattutto chiare fin dall’incipit: nel Canzoniere dell’assenza la creazione poetica cerca di dare forma all’informe, mettere ordine al caos portando alla luce il passato fino a ricostruire anche in falso le visioni del ricordo. Allora il reale e l’onirico si alternano e si inseguono svelando una nuova energia della mente che non è che il desiderio di un corpo che non è più tangibile carne.

Le forme dell’assenza: Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo

L’assenza della persona amata è il baratro incolmabile che si apre ogni sera, quando fra le coltri la mano inutilmente cerca quella carne che per decenni ha concesso il profumo della sublimazione…”

Ora che Elena non c’è più, la sua assenza prende il suo posto ed occupa ogni spazio, assume tutte le forme possibili: il sogno, il disincanto, l’illusione, l’allucinazione.

Nella solitudine agghiacciante di una vita spezzata, visioni: “Ti rivedo nuda nell’azzurro del cielo”. Il silenzio diventa caleidoscopio di ricordi e si ridesta color di limone l’illusione che la poesia possa vincere il tempo in eternità . Nell’antico terrore di vivere senza memorie,  non c’è spazio neppure per il pianto ora che la mente è intenta a ripercorrere il passato, in cerca di mani e carezze, palpiti, affanni – “ Chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro”- i versi sono un bluff crudele, l’unica via per “non cadere invano tra gli artigli del dubbio dell’eterno”. Incastri di incisive e subordinate delineano sensazioni: “ La carezza del tempo ha il rintocco / di una musica lieve, modulata”,  “Eri la variopinta farfalla che ritorna […] nell’odore del balsamo / dei tuoi capelli intrecciati dal dubbio”; “ Ripete l’erotismo del piede richiami violenti, / per riprendere il tocco della pelle / che avvolge vertigini di schegge”. È l’incanto di memorie che ti appaga.

Ma sillabare la morte è incontrare il mistero della dissoluzione di un corpo. Nel Canzoniere dell’assenza i motivi ricorrenti come il sogno, la solitudine, il dubbio, il ricordo, le ombre vengono esasperati in un vortice di pensieri assillanti, in bilico sulle ossa vissute e ormai stanche di Antonio Spagnuolo che con i suoi versi –  fitti di enjambement, metafore e analogie – cerca, nell’esercizio d’andare a capo, di ricucire le ore che hanno ferito il corpo e distolto ogni leggerezza.

I drammi del canzoniere, oltre a quello irrimediabile della perdita definitiva della donna amata, sembrano essere due:  il dubbio di chi ha una fede che vacilla, e l’impossibilità di una rassegnazione che deriva da esso. Allora il tormento oscilla instancabile tra la speranza di un segno e la resa definitiva, tanto che ne sentiamo tutta la stanchezza verso dopo  verso. Persino l’amore, stanco anch’esso, interrompe ogni segno poiché è pericoloso il gioco della memoria che con apparenze e miraggi rischia di incastrare l’immagine di Elena in sembianze contorte, false.

Celebrare la donna amata porta Antonio Spagnuolo a riflettere su se stesso, seppure con grande severità: è un bluff la sua vita e un fallimento la morte di sua moglie per lui che era un medico che si occupava di cuori. Manca ancora un nome alle parole, tutto è attesa che sfocia in follia.Stordito, il poeta non sa piangere, non sa pregare. Vi è una sola certezza poiché quello che rimane ed è evidente è la sua dichiarazione d’amore, forse quella meno deformata dal dolore, sempre vera: “ Non immaginavo che l’amore / avesse il potere di sopravvivere anche dopo, / dopo che il tuo profilo abbandona le forme / nella nebbia ormai grigia dell’ignoto.” Una sola parola, Elena, ricorre per le sue vene: è il nome di una ferita esangue, la linfa di una poesia che sboccia in un ultimo grido.

Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Ha fondato e diretto negli anni ’80 la rivista Prospettive culturali. Menzione speciale al al premio “Aoros 2017″- Lauro d’oro alla carriera ” Premio città di Conza 2017″ Vanta varie pubblicazioni per Kairós: Il senso della possibilità (2013), Come un solfeggio (2014) , Oltre lo smeriglio (2014). Attualmente dirige la collana Le parole della Syllaba per Kairós e la rassegna poetry dream in internet.

Fonte immagine di copertina: Kairós Edizioni.

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