Ceneri e gioventù, di Daniele Maria Pegorari | Recensione

ceneri e gioventù

Il volume di Daniele Maria Pegorari Ceneri e gioventù. Il marxismo tragico nella poesia di Pasolini (La scuola di Pitagora, 2025) si inserisce nell’alveo della ricorrenza dei 50 anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini e affronta in maniera puntuale l’analisi delle raccolte poetiche dell’autore friulano attraverso gli snodi essenziali dei suoi versi. Il filo conduttore è l’evoluzione, in senso tragico, del sentimento comunista di Pasolini in relazione ai mutamenti sociali ed economici del mondo immerso nel progredire moderno.

Evoluzione delle opere e del pensiero di Pasolini

Opera e anno Sviluppo del pensiero pasoliniano
Le ceneri di Gramsci (1957) Applicazione della “filosofia della praxis”: verifica diretta e immersiva nella realtà dei vinti.
La religione del mio tempo (1961) Requisitorie antipolitiche; la plebe appare rassegnata; il poeta aspira all’adesione immediata.
Poesia in forma di rosa (1964) Scissione tra io e storia; il popolo diventa “massa”; percezione dell’apocalisse culturale.
Trasumanar e organizzar (1971) Erezione dell’anti-monumento della dopostoria; opposizione strenua al capitalismo e logiche di mercato.

Pasolini tra storia e dopostoria: appunti per una riflessione su Ceneri e gioventù di Pegorari

ceneri e gioventù
Pasolini in visita alla tomba di Antonio Gramsci, 1970 ca.

Un’importante caratteristica del volume Ceneri e gioventù di Pegorari che balza immediatamente all’occhio – e questa costituisce uno dei maggiori elementi di interesse del volume – risiede nell’affrontare la tematica civile nella poesia pasoliniana da una prospettiva interna all’autore: per la precisione, Pegorari esamina l’opera specificamente poetica di Pasolini, riflettendo sulle tensioni intime, interne, che hanno animato un uomo al contempo poeta all’interno della Storia (fuori dagli scandali e dai sensazionalismi legati al suo ‘mito’), sul suo sentire e sul suo sentirsi in essa; una riflessione imperniata sul dinamismo insito nel giovane ‘passionale’ Pasolini fino al maturo ‘ideologico’ Pasolini.

Inoltre, è possibile cogliere con ulteriore e maggiore chiarezza la profondità dell’analisi di Pegorari, partendo da una riflessione relativa alle Ceneri di Gramsci (1957): «C’è una specifica attitudine che Pasolini adotta come contravveleno per immunizzarsi dall’astrattezza del letterato e dalla trappola del conformismo: è quella sorta di ricognizione geografica che compare in tutte Le ceneri di Gramsci e si affaccia in vario modo in tutta la sua opera in versi, in prosa e in poesia. […] L’io in movimento sembra portare la cinepresa in spalla, agisce come un documentarista […] che anteponga la registrazione della realtà alla elaborazione di un racconto. È una caratteristica di questo autore, dagli anni Cinquanta alla fine, che non solo dà ragione del suo sperimentalismo – che non è tanto un fatto di stile, quanto un approccio empirico al mondo, di verifica diretta e immersiva nella realtà – ma rappresenta l’applicazione artistica di ciò che nel linguaggio di Gramsci si chiama “filosofia della praxis”» (pp. 28-29).

Un concetto cardinale, in quanto è possibile riconoscere l’intera produzione pasoliniana immersa nella realtà, anche la stessa poesia, che per antonomasia (in quanto ideale) da essa si distacca; si tratta di un elemento dovuto al dettato gramsciano, che agisce in Pasolini nei termini di un’immersione profonda nella Storia dei vinti (meglio ancora, nella metastoria) e di un tentativo di identificazione con i suoi valori collettivi (pp. 9-13). Attraverso lo strumento critico del marxismo gramsciano, insomma, Pasolini si rende consapevole di una coscienza storica di classe, e, come giustamente osserva Pegorari, ciò costituisce la spinta per l’avanzamento delle speculazioni presenti nelle Ceneri di Gramsci per approdare alle requisitorie antipolitiche e anticlericali de La religione del mio tempo (1961).

Qui, la partecipazione emotiva alle classi proletarie prescinde da argomentazioni politiche: la plebe appare, ora, come inconsapevolmente rassegnata alla sua condizione di miseria, al di là di ogni consapevolezza storico-politica e l’aspirazione di Pasolini (che si autorappresenta come ‘ricco’, in quanto possidente di una consapevolezza storica) non è più affidata ad un tentativo di identificazione, ma ad una «pretesa adesione “immediata”», aspirando «a parificare la condizione del poeta a quella dei ceti subalterni» (pp. 52-53). Pasolini, infatti, «non può più perdonarsi la coscienza storica e la coerenza ideologica che gli appaiono ormai solo una forma di vergognoso “possesso” borghese», dimodoché «la poesia perde sia la solennità del discorso che la liricità del sentimento e cede a un’elevata frequenza di circostanze private, all’invettiva contro i suoi oppositori e alla lamentazione per l’isolamento che sente crescere intorno a sé» (p. 66).

Seguendo, dunque, l’analisi retrospettiva e introspettiva di Pegorari, si manifesta, nei versi di Pasolini, un sentimento politico connotato tragicamente, nella misura in cui esso appare al contempo principio e limite (auto-percepito) della passione e ideologia pasoliniana, nutrite primariamente dall’osservazione diretta della classe subalterna e sfociata in un ragionamento che mira a notomizzare in maniera più riflessiva la posizione di Pasolini stesso tra Storia e Metastoria: «Se in tanti poemetti de Le ceneri di Gramsci Pasolini aveva insistito sul movimento nello spazio come verifica dei propri assunti ideologici, ora la passeggiata (perlopiù urbana) viene accantonata e anzi sostituita, nel caso de La religione del mio tempo, da una costrizione all’immobilità […] e dalla sublimazione dell’esperienza attraverso l’immaginazione e la fantasticheria» (p. 63).

A partire da La religione del mio tempo, osserva Pegorari nel suo Ceneri e gioventù, comincia a delinearsi in Pasolini una scissione tra l’io e la Storia, che sembra apparire con maggior rilievo in Poesia in forma di rosa (1964), in cui la dimensione collettiva della poesia pasoliniana compie un arretramento (se così lo si può definire) nei confini di una dimensione maggiormente individuale. Le ragioni di una tale forma di ripiegamento sono da identificarsi in una riconsiderazione del concetto di “popolo”, il quale, non più inteso gramscianamente (cioè come volontà collettiva di riscatto dalla soggezione della Storia), è ‘dequalificato’ in ‘massa’, divenuta espressione del trionfo del neocapitalismo borghese.

Ne consegue, in senso tragico, anche una ridefinizione della ‘Storia’ stessa, giunta ormai alla sua fine, dovuta all’esaurirsi del progredire della modernità in senso neocapitalista: il disincanto per un’ideologia meramente politica, la frammentazione della collettività dei ceti strumentali in massa informe e spaesata, la fine della Storia, portano, così, Pasolini ad esiti poetici che, in Poesia in forma di rosa, tendono a riflettere la mondanità in cui egli, suo malgrado, si trova immerso: «Anche sul piano strutturale questo libro manifesta l’aggravarsi del suo disagio, con un prevalere dell’informale, della slabbratura sintattica, della varietà delle sezioni» (p. 82).

Sul piano concettuale ciò è da ascriversi alla percezione dell’apocalisse culturale, ancora oggi in atto, in cui l’individuo non si riconosce all’interno di un sistema sociale preimposto e da cui non si riesce a delineare alcuna forma di riscatto; ciò non è da ricondurre a sterile pessimismo, ma (allora come ora) alla mancanza di strumenti per la codificazione di un’«esperienza di una vita insperata» (p. 91), cioè di un mondo migliore impossibile da immaginare: «Ripiegamento autobiografico, regressione sentimentale, inestetismi linguistici ed esotismi terzomondisti poggiano tutti sullo stesso piano e configurano ai nostri occhi un autore che sempre più confonde i contorni della realtà circostante con le speranze deluse e poi trasformate in miti. E allora sempre meno Pasolini saprà descrivere il suo presente, ma piuttosto ai suoi contemporanei parlerà con i toni di un profeta cieco, una sorta di Tiresia che ha visto già abbastanza e ora si preoccupa di salvaguardare per il futuro gli ideali che ha ormai alle spalle» (p. 86).

Emerge, insomma, la figura di un poeta isolato, data l’impossibilità di riconoscersi in un mondo proiettato nella ‘Dopostoria’, cioè un mondo, come si diceva, alla ‘fine della Storia’ (pp. 89-91). Inoltre, sempre in Poesia in forma di rosa, tale concetto si amplifica fino a ridefinire, come osserva Pegorari, il fluire del fiume del tempo: la Storia è «solo una grande illusione, al termine della quale il soggetto muore senza mai essere vissuto, mentre la vita gli scorre davanti come un “rottame” di qualcosa che non è mai stato consumato» (p. 99).

Si tratta di un mondo che Pasolini, a mano a mano, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, percepisce come frantumato e tale frantumazione, in maniera più esasperata che in Poesia in forma di rosa, è rovesciata sulla pagina della raccolta incompiuta Poesie marxiste attraverso mescolanza di prosa e versi, esibizioni di lezioni lacunose e poesia visiva (p. 118): viene da pensare che, secondo Pasolini, la poesia, ormai anch’essa piegata alle logiche consumistiche, sia finita; all’autore non resta che esprimersi, dunque, nella forma dell’incompiuto. È poi in Trasumanar e organizzar (1971) che Pasolini erige l’«“anti-monumento” della crisi della civiltà […], l’anti-monumento della Dopostoria» (p. 126).

In funzione di tale intento, l’unico procedimento attuabile da Pasolini è costituito da una strenua opposizione al mondo alla fine della Storia; per tale mondo, definitivamente regolato dalle leggi del capitalismo, è necessario attuare un rovesciamento della ricerca poetica come contestazione nei confronti della riduzione dei concetti di Bellezza e di Sacro, asserviti alle logiche di mercato: l’unica possibilità «risiede in una scrittura che cerca la Bruttezza e la Bestemmia» (p. 117). La scrittura poetica di Pasolini, insomma, dalle prime raccolte alle ultime, si fa riflesso della realtà, lungo la linea direttrice della maturazione intellettuale dell’uomo Pasolini, voce poetica in un mondo che vuol farsi sordo al proprio degrado economico, politico e sociale.

A mo’ di conclusione: perché leggere la poesia di Pasolini oggi?

Ceneri e gioventù di Pegorari, in conclusione, analizza le dinamiche poetiche che attraversano l’intera produzione pasoliniana, soffermandosi sulla poesia, ma non trascurando i dovuti riferimenti alla scrittura in prosa e a quella cinematografica; eviscera tematiche intese da Pasolini talvolta in maniera apparentemente palinodica, eppure tali contraddizioni si esauriscono nella coerenza di essere uomo all’interno di una Storia contraddittoria: nel momento in cui è lo stesso autore a porsi in azione, trova, infatti, luogo la consapevolezza di un mondo inadatto che lo porta ad una ferrea volontà di isolamento; ed è dalla propria solitudine che nelle ultime liriche (fuori da quelle più intime de L’hobby del sonetto, edito postumo) Pasolini si scaglia con invettive, ironia e sarcasmo verso tutti, talvolta perfino contro se stesso.

Può a questo punto sorgere nel lettore di Ceneri e gioventù la domanda cruciale: perché leggere la poesia di Pasolini oggi, se il mondo alla fine della Storia, che egli antivide e a cui strenuamente si oppose, è nel pieno della sua deriva? Cosa può cambiare, di questo mondo, la lettura dei suoi versi? Si tratta di un atto di coscienza di fronte al tutto: la lettura di poeti come Pasolini costituisce una reazione alla deriva dei valori genuini e spontanei, in un mondo che esalta la bieca logica del possesso e dell’individualismo assoluto.

Fonti delle immagini:
Ceneri e gioventù di Daniele Maria Pegorari (La scuola di Pitagora);
Pasolini in visita alla tomba di Antonio Gramsci, 1970 ca. (Ansa, da Wikipedia);
Pier Paolo Pasolini durante le riprese di Mamma Roma, 1962 (Wikipedia).

 

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A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

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