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Eroica Fenice

Ci ho fatto caso

Ci ho fatto caso: il libro d’esordio di Valentina Preti

Edito per AUGH! Edizioni nella collana Frecce, Ci ho fatto caso è il libro di esordio di Valentina Preti.

Copywriter, redattrice di testi e coordinatrice ufficio stampa, per Valentina Preti la scrittura si insinua nella vita quotidiana come una necessità e il suo esordio sembra nascere dall’urgenza di raccontare qualcosa che le sta particolarmente a cuore per dare vita a “Ci ho fatto caso“, un romanzo emozionante e suggestivo, ricco di sensibilità e a tratti commovente. Un romanzo che figura tra quei recenti titoli come “Il carretto dei dolci” o “Lo scorpione dorato” pubblicati dalla stessa casa editrice che raccontano tutti storie di donne straordinarie, coraggiose e audaci, caparbie e malinconiche, ognuna con le proprie battaglie e i propri dolori.

Ci ho fatto caso ruota infatti intorno a tre figure femminili: Serena, la protagonista del romanzo, sua madre e sua nonna, Lucia. La storia ha inizio quando Lucia, in seguito a una frattura al femore, non più autosufficiente, viene accolta nel grande ricovero Manfredi: «un rifugio per anime stanche», una casa di riposo che «non aveva niente di poetico neanche al suo interno».

Il Manfredi diventerà presto una seconda dimora anche per sua nipote Serena che con spiccata sensibilità presterà attenzione alla vita che si consuma in quel luogo chiuso per riscattarla dall’oblio. Una vicenda che ha molto di autobiografico e una capacità di “fare caso” alle cose che lega Serena a Valentina Preti e di cui la scrittrice si serve per scrivere un romanzo dedicato alla sua nonna e a tutte le donne, della sua vita e non.

Ci ho fatto caso: tutta la sensibilità di Valentina Preti nell’attenzione verso i più anziani

Ci ho fatto caso non è solo un romanzo declinato al femminile, ma soprattutto un romanzo che dà voce agli anziani: in un periodo in cui sempre più dimentichiamo l’importanza di figure portatrici di storia e in cui le case di riposo sembrano configurarsi come luoghi-non-luoghi dove reclutare la vecchiaia come qualcosa che non ci appartiene né ci riguarda, ma soprattutto come qualcosa che ci prepara alla morte e che non è già più vita, Valentina Preti attua un doppio riscatto.

Con il suo romanzo scopriamo – inaspettatamente per gli animi più sterili- che la vita, quella degli anziani, è ancora vita e se ne può sentire tutta la sua forza, il carico di emozioni che porta con sé, la vitalità e il coraggio che ancora la alimenta. Non solo, con Ci ho fatto caso scopriamo che le case di riposo non sono solo luoghi di emarginazione e abbandono, ma luoghi ricchi di vita (e di ricordi). Le donne, e alcuni degli uomini, che popolano il romanzo sono figlie del dopoguerra e portano con sé testimonianze di patriarcato, miseria e sacrifici che raccontano non senza pudore. Nei loro racconti emerge una continua comparazione col presente, con le donne dell’oggi così diverse – ed emancipate- rispetto alle donne del passato il cui primo compito era accudire la casa e i figli e imbastire grandi pranzi domenicali. Un’ emancipazione che solo poche delle donne di Ci ho fatto caso percepiscono come positiva; molte sembrano disprezzarla, o semplicemente non riescono a comprenderla.

Mentina, Bice, Elvira, Lina, Agnese sono solo alcune delle figure che appaiono in questo romanzo.
Valentina Preti si immedesima in loro e le lascia parlare: una spiccata abilità, la sua, di scrivere con la loro voce, usando talvolta il loro dialetto e declinando un italiano dalle sfumature diverse, allegre e molto spesso tenerissime. Una naturalezza che permette al lettore di carpire il carattere ed anche la sofferenza di anime malate molto spesso dimenticate dai parenti o dimentiche, esse stesse, della propria condizione. Alcune soffrono di demenza senile, altre semplicemente di solitudine.

«Qui le donne sono silenziose, chi con la sua tristezza e chi a cercare quel senno che se ne è andato o che viene e va, a seconda dei giorni».

Mentina, per esempio, passa tutto il giorno seduta sulla sua sedia a rotelle a guardare fuori dalla finestra. Ha otto figli e ogni mattina aspetta che uno di loro arrivi a prenderla.

Carmela invece è ferma al giorno del suo ictus, lei crede di essere ancora giovanissima e finalmente verranno a prenderla proprio nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno: vogliono farle una sorpresa, ma lei sa già tutto!

Bice ha invece la “malattia dell’immaginazione”: è l’attrice di un personaggio a cui crede, colpito da affanni e dolori inesauribili.

Ma c’è anche chi al Manfredi, oltre a una famiglia, ritrova anche l’amore: Agnese e Dulio hanno gli occhi di tutto il ricovero addosso. Sono innamorati e per loro anche scambiarsi un bacio diventa un reato. Due corpi ormai avvizziti che coltivano la tenerezza di un sentimento di ragazzi: un misto di meraviglia e vergogna per chi s’innamora a ottant’anni.

È così che quell’edificio freddo che inizialmente Serena guardava con distacco e rifiuto, diventa un gioioso convoglio di anime mature e anziane la cui giornata è scandita da una musica dolce che si espande per i lunghi corridoi, passeggiate in cortile o pettegolezzi consumati in cerchio: la memoria e le storie da loro raccontate nutrono le pagine.

Le emozioni che scaturiscono da questo libro sono molteplici, ma soprattutto riescono ad essere coincise e forti: la commozione è inevitabile per chi ha una attitudine affine a quella di Valentina Preti.

Gli ultimi capitoli sono dedicati alla nonna di Serena, Lucia, e sono i più densi: solo così anche la protagonista riuscirà a scoprire le ragioni della severità di una donna che non poteva, mai, scoprirsi fragile agli occhi degli altri – il suo soprannome era “e trator“- rendendo più comprensibile la freddezza del rapporto con sua figlia, l’incapacità di una carezza e la tenerezza tacita che recupera, in vecchiaia, tutta rivolta a sua nipote. Una sorta di “resa dei conti” commovente e intensissima: è come se la forza di tutte le donne di Ci ho fatto caso convergesse, nel finale, in un’unica grande donna, Lucia che morente recupera tutta la pace negatale in vita. La riconciliazione di madre, figlia e nipote costituisce l’addio di Serena al grande ricovero Manfredi.

Immagine in evidenza: Augh! Edizioni

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