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Eroica Fenice

Cristina Henríquez

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai.

Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo.

E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai.

Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez?

Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore e la felicità della famiglia vedendo i progressi di Maribel, sarebbe stato comunque ad opera di un giovane criminale bianco di nome Garrett o a chi, oggi come allora, si è sempre sentito in diritto di urlargli in faccia “tornatevene a casa vostra”. E, sicuramente, ci sarebbe stato chi al suono di “Feliz Navidad” avrebbe alzato il volume dello stereo pensando che per un latinos una canzone spagnola vale l’altra.

Cristina Henríquez racconta con una nuova voce l’America degli immigrati

Sarebbe stata presente anche la sensazione di non appartenere a nessun posto, in bilico tra il Paese d’origine e quello che sta cercando di darti una possibilità di rinascita: «Mi sentivo americano e non me lo lasciavano dire, mi dicevano che ero panamense ma non mi ci sentivo». L’universalità della narrazione di Cristina Henríquez risale proprio da una condizione umana che appartiene prima o poi a tutti quelli che scelgono di emigrare, quella di non sentirsi nel proprio luogo dell’anima. La difficoltà di non riuscire ad imparare una nuova lingua ormai adulti, dover combattere contro i pregiudizi altrui, sacrificarsi, farsi coraggio, desiderare una strada diversa, essere consapevoli di tenere nel cuore il dolore per avere lasciato la propria casa, convivere con questo sentimento, rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro.

Accanto a questo specchio malsano della società, per intenderci chi si sente in diritto di sovrastare il diverso perché viene da un altrove lontano, l’autrice si insinua nella quotidianità di queste famiglie e nelle loro tradizioni, nei loro odori, dal cibo alle festività, che ogni personaggio ha portato con sé per sentirsi meno solo. Comunità è condivisione, ed è uno spirito che aleggia nel romanzo, costantemente sulla soglia del sentimento piuttosto che alimentare mera discussione politica.

La Henríquez, alternando la storia dei Toro e dei Rivera a quella di tutti i sudamericani che vivono nella stessa palazzina, si fa portavoce dei tanti “Unknown Americans” ma in punta di piedi, parlandoci di temi universali come il perdono, il riscatto, i vinti contro i vincitori, la morale, l’amore, e ovviamente la speranza.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: Ufficio Stampa NN editore

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