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Eroica Fenice

Giuseppe Zucco

Giuseppe Zucco: la carnalità dell’onirico ne I poteri forti

Giuseppe Zucco. I poteri forti (NNEditore): una raccolta di cinque racconti mondo in cui l’onirico si fa carnalità attraverso la metamorfosi.

Nella molteplicità delle forme e della loro possibili materializzazioni vi è ne “Le metamorfosi” di Ovidio, partendo dalla riformulazione dei miti greci, il tentativo di compiere il “racconto del mondo”. Usando le parole di Italo Calvino:  «Le Metamorfosi vogliono rappresentare l’insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d’immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere – secondo l’ambiguità propriamente mitica – tra le chiavi di lettura possibili» (Gli indistinti confini 1979). Qui la metamorfosi segue una filosofia certa che è quella parentela tra tutte le cose esistenti, viventi o meno (Ursini su Ovidio). Denotata quindi da un carattere onnicomprensivo, l’opera che intende la “metamorfosi” anche come trasformazione delle forme dell’inconscio ci rimanda inavvertitamente a I poteri forti di Giuseppe Zucco (NNeditore) e non solo per il patrimonio letterario classico da cui quest’ultimo prende spunto. Tra queste e altre cose, come il gusto incantato per le favole o il prodigioso fantasticare, quello che l’opera di Ovidio ha in comune con i cinque racconti mondo di Giuseppe Zucco è il tentativo di metter “radice su indistinti confini tra mondi diversi”: in un singolarissimo tentativo e nella forma del racconto breve, uno dei generi tanto delicato e complesso quanto più bistrattato oggi, i racconti di Giuseppe Zucco si prestano a uno scopo comune a tutta la letteratura, forse spinta primordiale della stessa: la rappresentazione dell’ “umano troppo umano” con un estro di originalità e crudezza. Una rappresentazione già abilmente realizzata da uno dei punti di riferimento per Giovanni Zucco quale Fëdor Dostoevskij, le cui influenze sono non solo dichiarate più volte da Zucco stesso, ma chiare e riconoscibili nella raccolta “I poteri forti”. A maggior ragione quando il protagonista di uno dei racconti (il cui titolo è Giuditta) diventa il nuovo Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov di Delitto e castigo – senza però aver compiuto alcun omicidio – e porta evidente con sé la sua colpa come se un cartello recitante “colpevole” fosse attaccato alla sua schiena e allora lui, il criminale, guardingo e ossessionato, è scorticato e rivelato nella sua colpevolezza dagli occhi di tutti coloro che posano il proprio sguardo su di lui.  Tanto più quando l’ “altro” inteso alla maniera sartriana di colui che guardandomi mi fa vergognare mettendomi di fronte alla mia vera essenza, disvelandomi nella mia intimità, è la risata di sua moglie che ogni notte lo fa scuotere dal sonno di soprassalto. Tutto quello che rivela se stesso al personaggio di questo primo racconto non è altro, quindi, che la realtà riflessa della sua immaginazione. Molto infatti si è parlato della vitalità immaginosa dei racconti di Giuseppe Zucco, ma non bisogna fraintendere la potenza immaginifica con il “fantastico” . Ecco che è facile cadere in questo fraintendimento con un racconto in particolare, “Quarant’anni”, il cui carattere psichedelico, da film, è ben oltre i limiti del reale (C’è un uomo che parla con gli animali e un bambino gigantesco che occupa la metà di una stanza) e ci riporta quasi all’atmosfera di una delle favole dei Fratelli Grimm. Ma ahimè, non vi è nulla di irreale e le conclusioni di questi racconti sono terribilmente rivelatrici poiché il ritratto che fa Giuseppe Zucco con le sue storie è quello di una delle, forse, più terrificanti realtà di tutte: quella dell’inconscio, tanto più spaventosa quanto più pregna di mistero. Un mistero alimentato, dichiaratamente, dallo stesso scrittore nel non dare affatto un nome a nessuno dei personaggi di questo libro: «Ripulire i personaggi di un’identità e far in modo che il lettore possa avvicinarsi ancora di più a questi personaggi perché non sa ancora cosa gli aspetta».

Grattare quindi via la crosta dell’identità costituita consegnandola a una continua modificazione/trasformazione – la metamorfosi – cosicché neppure i protagonisti conoscano se stessi se non alla fine, sull’orlo del precipizio. Come se questa visione terrificante attuata con una metamorfosi (emblematica è quella del racconto “La pietanza”), riveli d’un tratto la verità sul proprio conto, diventando una epifania.

C’è un filo rosso che unisce i racconti e che è la chiave di lettura degli stessi: il sogno, una dimensione in cui la scrittura di Giuseppe Zucco sfiora la metaletteratura. In un’interpretazione quanto più personale e azzardata, i racconti de “I poteri forti” non sono che l’accadimento della scrittura di Giuseppe Zucco che si fa così autoreferenziale: parla cioè di se stessa creando. L’inconscio della scrittura, quello dello scrittore che formula di getto la sua opera, risveglia e innesca l’immaginazione. E come un palloncino che scoppia (metafora molto utilizzata da Giuseppe Zucco) si libera il processo creativo della scrittura, dello scrivere creando e del creare scrivendo.

Questo lo scarto di reale che, dalla sua uscita, si è scorto in questo libro: il sogno che tiene insieme tutti e cinque i racconti non fa che rivelare l’onirico dietro e dentro il quotidiano, si fa carnalità il movimento inafferrabile dell’animo tanto che, insieme a un rigurgito di disagio tutto umano, usciamo dall’ultimo racconto de i Poteri forti ( Qui due giovani adolescenti mutano in pesciolini d’oro, in un’atmosfera tutta marqueziana) come dal più famoso dei racconti kafkiani solo con uno squarcio di reale che questa volta si distacca dall’antropologico più intimo e, ampliandosi, guarda fuori: un barcone pieno di gente che lentamente va sprofondando in mezzo al mare.

Fonte immagine di copertina: NNEditore

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