Hamas. Dalla resistenza al regime: presentazione del libro di Paola Caridi

Hamas. Dalla resistenza al regime: presentazione del libro di Paola Caridi

Siamo stati al Palazzo Reale di Napoli per la presentazione del libro di Paola Caridi: Hamas. Dalla resistenza al regime.

Il 15 maggio, presso la Fondazione Premio Napoli (Palazzo Reale), si è tenuto un incontro con Paola Caridi, storica, giornalista e profonda conoscitrice delle vicende del Medio Oriente, per la presentazione del suo libro Hamas. Dalla resistenza al regime. 

Il libro riprende, in maniera aggiornata, la prima edizione del volume risalente al 2009 e offre una visione più ampia alla luce dei tragici eventi del 7 ottobre 2023 in Israele e a Gaza.
All’incontro erano presenti Alfredo Guardiano (Fondazione Premio Napoli), Monica Ruocco (Università di Napoli L’Orientale) e Luigi Daniele (Nottingham University).

Presentazione del libro di Paola Caridi: l’autrice

Paola Caridi, saggista e giornalista, ha un dottorato in Storia delle Relazioni Internazionali. Dal 2001 al 2003 è stata corrispondente dal Cairo per Lettera22, associazione di cui è fondatrice e presidente. Per i successivi dieci anni ha vissuto e lavorato a Gerusalemme, collaborando con alcune delle maggiori testate italiane.
Per Feltrinelli ha pubblicato Arabi Invisibili (2007), Hamas (2009), Gerusalemme senza Dio (ed. aggiornata 2022) e i libri per ragazzi Gerusalemme. La Storia dell’altro (2019) e Pace e Guerra (2023).

Il libro 

Hamas. Dalla resistenza al regime è un libro che ci porta all’interno dei territori della Palestina attraverso lo sguardo di Paola Caridi, la sua esperienza personale, una serie di documenti, testimonianze, interviste, voci raccolte di persona. L’autrice prova a spiegarci chi è Hamas, come è nato, cosa si nasconde dietro il suo mistero, perché ha guadagnato tanto consenso nella società palestinese.

Resoconto della presentazione del libro di Paola Caridi: Hamas. Dalla resistenza al regime 

Durante la presentazione si sono ripercorse le tappe della nascita dello Stato di Israele, sottolineando come questa sia sempre stata caratterizzata dalla violenza.
Ricordiamo che il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale dell’ONU con la risoluzione 181 adottava un piano di spartizione della Palestina. Il piano di spartizione approvato dall’Onu divideva la Palestina in otto zone, tre per lo Stato ebraico, quattro per lo Stato palestinese, una per Gerusalemme, e prevedeva un’unione economica tra i due Stati. Il piano assegnava allo Stato ebraico il 56,47% del territorio (con una popolazione di 497mila ebrei e 498mila palestinesi); allo Stato arabo palestinese il 42,88% del territorio (con una popolazione di 725mila palestinesi e 10mila ebrei); alla zona internazionale di Gerusalemme lo 0,65% del territorio (con una popolazione di 105mila palestinesi e 100mila ebrei che avrebbe potuto scegliere la nazionalità di uno dei due Stati). La spartizione non era né equa né praticabile, per nessuna delle parti in causa.

Il giorno dopo l’adozione della risoluzione 181 ci furono i primi scontri tra le due comunità, con attacchi palestinesi estemporanei contro le milizie sioniste. Gli scontri si trasformarono presto in una guerra civile tra ebrei sionisti e palestinesi, durata dal novembre del 1947 al maggio 1948, quando l’intervento militare dei Paesi arabi a favore dei palestinesi diede inizio alla prima guerra arabo-israeliana.
«Il 7 ottobre segna una svolta, una cesura storica, un prima e un dopo. Il prima è una situazione che è cominciata nel 1948, anzi potremmo anche dire che è iniziata alla fine dell’Ottocento con le prime ondate di immigrazione sionista, la colonizzazione britannica, il tentativo di mettere insieme non una terra senza un popolo per un popolo senza terra, ma due popoli e la stessa terra. Il 1948 è una data fondamentale perché segna da una parte la creazione dello Stato di Israele, dall’altra la nakba, la catastrofe per i palestinesi. Anche in questo caso le interpretazioni della storia variano a seconda dei protagonisti. Ed è sempre stato questo gioco di mancato rispecchiamento, questo gioco con le due diverse letture di quello che stava succedendo, che ha reso complicata, complessa, certe volte impossibile la soluzione della questione israelo-palestinese e ha reso la comunità internazionale, genericamente intesa, incapace di aiutare israeliani e palestinesi ad arrivare ad una pace giusta nel rispetto e nel riconoscimento di entrambi».

Hamas

La presentazione del libro continua poi soffermandosi sulla figura di Hamas e sull’arrivo al potere.
Nel 2006 Hamas si presentò alle elezioni politiche con una lista significativamente denominata Cambiamento e riforma e stravinse ottenendo 74 seggi su 132.
«Secondo me descrivere Hamas vuol dire anche descrivere i vari capitoli di un movimento complesso che non è sempre rimasto uguale a se stesso. Nel 2006 si sarebbe potuto descrivere come un movimento politico che ha usato lo strumento terroristico –gli attentati suicidi tra 1994 e 2005– però ha deciso la svolta partecipazionista e quindi si è presentato alle elezioni politiche palestinesi nel 2006. Adesso ancora una volta ha usato un attacco terroristico, quello del 7 ottobre che, a differenza degli attentati terroristici del 1994-2005 ha una modifica in più: si è militarizzato, mentre quello dentro i bar di Gerusalemme, dentro gli autobus, era l’attentato suicida di una persona e non solo da parte di Hamas, perché tutte le ali armate di tutte le fazioni palestinesi hanno compiuto questi attentati, non solo Hamas, non solo le Brigate al-Qassam. Nel caso del 7 ottobre 2023 c’è un dato di differenza che è quello di essersi militarizzato, di essere diventato una sorta di esercito, diventato così nel corso di 16 anni.
Hamas ha quarant’anni di storia, anche se la fondazione è del 1987, ma si comincia a ragionare già all’inizio degli anni 80 sulla costituzione del braccio politico della fratellanza musulmana palestinese. Hamas è una realtà che nasce dentro la società palestinese, dalla società palestinese. Hamas nasce dalla fratellanza musulmana palestinese. Come mi diceva uno dei membri di Hamas: «non tutti i fratelli musulmani sono Hamas, ma tutti quelli che hanno fondato Hamas sono fratelli musulmani
» e vuol dire che Hamas è nato a Gaza, in Cisgiordania, nei campi profughi in Libano e in Giordania».

Il ruolo del diritto internazionale

L’ultimo intervento della presentazione del libro è quello di Luigi Daniele, giurista che si occupa soprattutto di questioni che hanno a che fare con il diritto penale internazionale.
Verrebbe da chiedersi quali siano i limiti del diritto internazionale nell’affrontare quello che sta accadendo in Palestina. Per qualcuno gli eventi a cui siamo ormai abituati ad assistere rappresentano una prova evidente dell’inutilità del diritto: questo viene violentato, non viene rispettato, sembra dimostrare tutta la sua debolezza nel prevenire episodi di questo genere e nel reprimere i responsabili di crimini terribili. Daniele ci assicura che c’è una lunga marcia delle organizzazioni per i diritti dell’uomo palestinesi, israeliane e internazionali che richiede quasi disperatamente l’intervento delle istituzioni internazionali, in particolare delle istituzioni giurisdizionali proprio al fine di prevenire spirali di confronto armato. 

«Dal punto di vista giuridico dobbiamo distinguere due pilastri fondamentali del diritto dei conflitti armati, entrambi rilevanti per valutare quello che accade da 7 mesi, ma in realtà da molti anni in Medio Oriente alla luce di un parametro del diritto internazionale.
Uno è il diritto che regola in generale il ricorso alla forza armata da parte degli Stati. Il referente normativo di questo diritto è principalmente lo Statuto delle Nazioni Unite, che ha come cuore pulsante la proibizione dell’uso della forza armata da parte degli Stati per risolvere le proprie dispute: questo in particolare è l’Art.2 co. 4 dello Statuto delle Nazioni Unite, con un’unica eccezione data dal diritto alla legittima difesa, ossia il diritto degli Stati a ricorrere alla forza armata solo nel caso in cui siano essi stessi vittima di un attacco armato. Esso soggiace in particolare a due limiti fondamentali: la necessità e la proporzionalità: la necessità di respingere l’attacco armato e la proporzionalità rispetto allo scopo, che è appunto quella di respingere l’attacco».

Durante la presentazione del suo libro, inoltre, Paola Caridi sottolinea come le persone non siano schierate, ma vogliano capire, si sentono inadeguate, come tutti del resto, di fronte a tanta atrocità.
Ebbene, leggere questo libro potrebbe dissipare un po’ di dubbi e confusione.

Fonte immagine in evidenza: ufficio stampa

A proposito di Irene Tavani

Mi chiamo Irene, studio arabo ed ebraico all’Orientale di Napoli. Amo la fotografia, la pasta al forno e i vecchi film in bianco e nero.

Vedi tutti gli articoli di Irene Tavani

Commenta