Il figlio della fortuna di Tsushima Yuko | Recensione

il figlio della fortuna recensione

Il figlio della fortuna è un’opera dell’autrice giapponese Tsushima Yuko, edito in Italia da Safarà Editore. Con questo romanzo, la scrittrice ha vinto il Literary Woman Prize nel 1978. Durante la sua carriera ha ricevuto diversi premi prestigiosi della critica giapponese: lo Izumi Kyōka Prize per la Letteratura, il Noma Literary New Face Prize, il Noma Literary Prize, lo Yomiuri Prize and il Tanizaki Prize.
Il New York Times la definisce una delle scrittrici più importanti della sua generazione.
Nonostante la sua prolifica bibliografia, l’unico romanzo attualmente disponibile in italiano è Il figlio della fortuna.

Il figlio della fortuna, trama

Ambientato negli anni ’70 in Giappone, il figlio della fortuna racconta la storia di Koko, una docente di pianoforte, che cresce da sola sua figlia Kayako.
Il romanzo è un incredibile flusso di coscienza, nel quale i pensieri di Koko si alternano a riflessioni riguardo i pregiudizi e le critiche a lei rivolte, che la dipingono come una donna spregiudicata e immorale.
Koko passa la sua esistenza a subire il giudizio dei suoi familiari, degli uomini che la circondano e di sua figlia, a causa del suo rapporto con il sesso maschile, considerato inadeguato per la società giapponese.
Il figlio della fortuna è un viaggio verso l’emancipazione, la coscienza di sé in quanto individuo e donna priva di legami e padroni.

Figlia d’arte dello straordinario scrittore Dazai Osamu, Yuko Tsushima è stata una scrittrice che ha saputo descrivere sapientemente l’abisso dell’universo femminile, facendo emergere delle sfaccettature ancora sepolte. L’autrice, d’altronde, è stata definita un’archeologa della psiche femminile, ed è una grande esponente della corrente del romanzo dell’io, una tipologia di romanzo confessionale, in cui lo scrittore narra apertamente aspetti della propria vita.
Nonostante si tratti di una scrittura onesta, la visione di Yuko Tsushima risulta immaginifica, posta al di fuori da una realtà tangibile.
Il romanzo è caratterizzato da visioni oniriche, quasi poetiche, talvolta inverosimili, che necessitano di una rilettura per essere certi di averne intercettato il senso e averne compreso ogni sfumatura.
Il pregio della scrittura di Yuko Tsushima è rendere queste visioni parte del proprio mondo, incastonarle in una prosa delicata e pulita, ma pur sempre tagliente.
Ogni parola è una lama inferta alla femminilità e alla libertà rubata alla protagonista. Koko è una donna estremamente intelligente e sensibile, ingabbiata in una società che la rende schiava di pregiudizi e accuse.
Non è una buona madre, una buona lavoratrice e soprattutto non è una moglie.
Vive la sua vita sentendosi colpevole di reati che non ha commesso e intraprende un processo di affrancamento attraverso una gravidanza, più nello specifico di una partenogenesi.
Koko sceglie autonomamente di essere l’unica genitrice di suo figlio, non crea la possibilità per cui il nascituro possa avere un padre. È lei che dà la vita senza necessità di coinvolgere un uomo in questo processo, perché ha passato la sua esistenza a dipendere da figure maschili che ne sbiadivano i contorni rendendola parte di loro, più che di se stessa.
La metafora della partenogenesi rappresenta altresì la riacquisizione di sé, della sua vita e della sua individualità, svincolata da qualsiasi legame, responsabilità e ruolo.
Le pagine si intingono degli influssi del movimento femminista che hanno caratterizzato il Giappone negli anni ’70, il movimento di liberazione delle donne (Uman ribu), che ha favorito la liberazione del sesso.
Koko incarna proprio questo ideale, concepisce un bambino che non ha padre, che oscilla tra l’immacolato e il sacrilego.
Yuko Tsushima delinea in questo romanzo un manifesto generazionale, dalle tinte irreali e imprevedibili, che riesce ad inquadrare uno spaccato autentico e doloroso dell’emancipazione femminile in Giappone.

 

Immagine a cura di Safarà editore

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A proposito di Dana Cappiello

Classe 1991, laureata in Lingue e specializzata in Comunicazione. Ho sempre sentito l’esigenza di esprimermi, impiastricciando colori sui fogli. Quando però i pensieri hanno superato le mie maldestre capacità artistiche, ho iniziato a consumare decine di agende. Parlo molto e nel frattempo guardo serie tv e leggo libri.

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