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Eroica Fenice

Il secolo asiatico?

Il secolo asiatico? di Parag Khanna

Edito da Fazi Editore, Il secolo asiatico? è il nuovo libro di Parag Khanna per la collana Le terre.

Il ventennio che si sta per concludere può essere considerato come uno spartiacque dati i molti fallimenti del mondo occidentale. A partire dagli attacchi dell’11 settembre in poi, considerando le crisi finanziarie, le guerre condotte a distanza a discapito di altri popoli e l’incapacità di gestire il malessere sociale, economico e politico, l’Europa e il Nord America sembrano aver perso la legittimazione per guidare il mondo verso un futuro migliore. Al contrario però, come spiega Khanna, «nel corso degli ultimi due decenni, miliardi di giovani asiatici hanno conosciuto stabilità geopolitica, prosperità economica e crescente orgoglio nazionale. Il mondo che conoscono non è quello del dominio occidentale, ma quello dell’ascesa asiatica». Proprio per questo motivo, è lecito chiedersi se sia iniziato Il secolo asiatico.

La tesi di fondo de Il secolo asiatico? è che, a differenza di quanto sostengono gli osservatori occidentali, l’ascesa asiatica non sia dovuta al declino occidentale ma alle grandi potenzialità dei tanti Paesi che la compongono. L’attuale fase geopolitica può essere interpretata come “un disordine globale” solo da analisti occidentali che osservano il mondo attraverso vecchi paradigmi. L’Asia non arriverà al successo attraverso la costruzione di una “Unione Asiatica” ma imparando a risolvere i tanti conflitti interni. L’aspetto più interessante di questa visione è che il futuro ordine globale non dovrebbe essere deciso da un paese o da un unico sistema valoriale ma, anzi, dai tanti e diversi sistemi. Tanto il sistema asiatico quanto quello statunitense ed europeo, spiega l’autore, forniscono servizi vitali per il mondo. Si prospetta la creazione di un ordine veramente multipolare e multi-civilizzato. Khanna scrive che: «Nessun Paese si inchinerà agli altri. Il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà quindi né americano né cinese. Il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Russia, l’Indonesia, l’Australia, l’Iran e l’Arabia Saudita non accetteranno mai di raccogliersi sotto un unico ombrello egemonico o di riunirsi attorno a un unico polo di potere. In altre parole, non accetteranno mai di schierarsi apertamente con o contro la Cina. Ciò da cui cercano di difendersi, piuttosto, è un’eccessiva influenza sia degli americani che dei cinesi nei loro affari interni».

I fattori che dimostrano l’ascesa asiatica sono di natura economica, demografica e geografica.

La zona economica asiatica rappresenta il 50 per cento del PIL globale e due terzi della crescita economica globale. Tra il 2015 e il 2030 si prevede che i consumi della classe media incrementeranno di 30.000 miliardi di dollari mentre il contributo delle economie occidentali sarà di appena 1.000 miliardi. Mentre l’economia occidentale è ancora in crisi, i tassi di crescita asiatici continuano a crescere. Nel 2018 i tassi di crescita più alti del pianeta sono stati riscontrati in India, Cina, Indonesia, Malesia e Uzbekistan. «Il populismo – dalla Brexit a Trump – non ha contagiato l’Asia, dove governi pragmatici si sono concentrati sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale. In America e in Europa vengono creati nuovi muri, mentre in Asia vengono smantellati. Laddove gli europei sono nostalgici, ossessionati da se stessi e pessimisti, miliardi di asiatici sono proiettati verso il futuro, aperti verso l’esterno e ottimisti».

L’Asia rappresenta il 60% della popolazione mondiale e ha dieci volte più abitanti dell’Europa e dodici volte più abitanti del Nord America. Inoltre, comprende la metà dei paesi più grandi del mondo per superficie, la maggior parte dei venti paesi più popolosi del mondo e ospita alcuni dei paesi più ricchi del mondo su base pro capite. Ciò non significa che tutti i paesi asiatici abbiano queste caratteristiche dato che la regione ospita anche alcuni tra i paesi più piccoli, meno popolosi e più poveri del mondo. Questo dimostra quanto l’Asia sia eterogenea e quanto sia importante trovare una direzione comune.

A causa delle notevoli dimensioni e del numero esorbitante di abitanti che popolano quei territori, secondo Khanna «il secolo asiatico avrà inizio quando l’Asia si cristallizzerà in un tutto maggiore della somma delle parti».

L’Asia sta provando a costruire un sistema coerente. Per Khanna un sistema è «un insieme di paesi legati tra di loro non solo dalla geografia ma anche dalle forze della diplomazia, della guerra e del commercio. I membri di un sistema sono tutti sovrani e indipendenti ma anche fortemente interdipendenti l’uno rispetto all’altro in ambito economico e di sicurezza. Un sistema prende forma attraverso alleanze, istituzioni, infrastrutture, commercio, investimenti, cultura e altri fattori unificanti. Quando delle nazioni trasformano una realtà geografica comune in interazioni fruttuose nasce un sistema».

Il secolo asiatico? o “Il secolo cinese?”

Per ciò che concerne “la minaccia cinese”, Khanna prova a spiegare perché i paesi occidentali non dovrebbero considerare la Cina un pericolo. Innanzitutto, per quanto riguarda la politica estera, la Cina tende a vedere i paesi esteri come mercati che offrono e a cui offrire servizi, merci e competenze. Si tratta, quindi, di un’espansione economica-commerciale più che territoriale. I rapporti commerciali con molti paesi dell’America latina e dell’Africa sembrano confermare tale ipotesi. Gli importanti investimenti della Cina in opere infrastrutturali e per il commercio devono essere paragonate, «se proprio si vuole ricorrere ad un parallelismo occidentale», più ad un piano Marshall su scala continentale che ad una forma di neocolonialismo.

«La Cina non è un’isola gigante che galleggia sopra l’Asia. Al contrario […] la Cina è profondamente radicata nel sistema economico asiatico in modi reciprocamente dipendenti. Il futuro è asiatico, anche per la Cina».

Per comprendere quanto un Paese riuscirà ad influenzare il futuro si può sicuramente fare riferimento anche agli investimenti per la Ricerca e lo Sviluppo. Negli ultimi venti anni la Cina ha incrementato la propria spesa in R&S e oggi contribuisce al 20% della spesa globale e al 50% della spesa asiatica. La Cina è però seguita dal Giappone, dalla Corea, dall’India e dalla Russia. La velocità di banda e le tecnologie presenti in alcuni paesi asiatici attraggono aziende da tutto il mondo. La Cina conta solo un terzo della popolazione dell’Asia, meno della metà del suo PIL, circa la metà dei suoi investimenti in uscita e meno della metà dei suoi investimenti in entrata. L’Asia è quindi molto più del “cortile della Cina”.

Nonostante ciò, pur volendo ammettere, come sostiene l’autore, che la Cina non ha alcuna pretesa neocolonialista e che gli investimenti effettuati sono strategici solo da un punto di vista commerciale ed economico, è innegabile che investimenti da miliardi di dollari comportino la possibilità di esercitare influenza. Si pensi al caso dell’infrastruttura 5G di cui tanto si sta parlando in questi giorni. Probabilmente la Cina vuole davvero solo offrire un’infrastruttura tecnologica ma non si può comunque ignorare che la presenza di quella infrastruttura conferisce potenzialmente un grande potere. Allo stesso modo, i grandi fondi di investimento che stanno contribuendo alla crescita di paesi latino-americani o africani possono aiutare ad esercitare influenze anche di natura politica. È un processo quasi naturale ed inevitabile quando ci si trova dinanzi alla risoluzione di conflitti di interessi tra due o più Paesi ed è per questo che la Cina, o qualsiasi altro Paese, si potrebbe comportare esattamente come gli Usa in passato.  Molti paesi in via di sviluppo non possono fare a meno degli investimenti economici e se gli Stati Uniti non possono più svolgere tale funzione è naturale che a farlo siano altri paesi o istituzioni.

La prospettiva di un mondo multipolare

Nell’epilogo Khanna spiega che si sta scrivendo un nuovo capitolo della storia globale e che i prossimi decenni daranno molte risposte. Bisogna infatti capire in che direzione ci porteranno le trasformazioni geopolitiche, economiche, sociali e tecnologiche e come le potenze occidentali risponderanno all’ascesa asiatica e come gli asiatici si adegueranno a quelle reazioni. L’autore, richiamando le parole di Kissinger, spera nella capacità di «canalizzare esperienze e valori storici divergenti in un ordine comune».

Del resto, ormai da decenni, le popolazioni occidentali si stanno avvicinando lentamente al mondo orientale. Sempre più frequentemente elementi sportivi, artistici, culinari, filosofici e religiosi provenienti dal mondo asiatico arricchiscono la cultura europea e nord-americana. In tale commistione stanno investendo molto i paesi del blocco asiatico attraverso importanti investimenti nel mondo dell’informazione con importanti progetti editoriali, nella produzione cinematografica con i film bollywoodiani mentre elementi religiosi e filosofici e culturali si affermano autonomamente.

Data la crisi statunitense, il nuovo ordine internazionale potrebbe portare ad alleanze strategiche in cui Europa, Russia e paesi Asiatici sono molto più legati tra loro che con gli Stati Uniti. Certo, restano le differenze culturali, politiche e storiche ma se a prevalere dovessero davvero essere gli interessi economici e commerciali, lo scenario descritto ne Il secolo asiatico? potrebbe diventare realtà.

Il secolo asiatico: il trionfo della tecnocrazia?

Il capitolo che potrebbe suscitare maggiore interesse in un lettore occidentale è il nono, capitolo dedicato al futuro tecnocratico dell’Asia. All’interno del capitolo l’autore, entrando in un dibattito ormai sdoganato, riflette sulla migliore forma di governo e su come trovare equilibrio tra libertà individuali e doveri collettivi. L’attualità del tema è evidente soprattutto se si prendono in considerazione le difficoltà delle democrazie occidentali.

Partendo dai risultati delle analisi di prestigiosi enti di ricerca, l’autore evidenzia come le persone oggi non vogliano la democrazia al prezzo della corruzione e dell’incompetenza e questo vale tanto per gli asiatici quanto per gli occidentali. Il cuore del problema è che le persone comuni vogliono innanzitutto sentirsi sicure, avere la capacità di comprare una casa, avere un lavoro e garantirsi una tranquilla terza età. Tutti elementi impossibili da avere senza una crescita economica, «il fondamento su cui si costruisce la democrazia liberale».

Fino a questo punto l’analisi è perfetta e difficilmente discutibile ma nei paragrafi seguenti l’autore, descrivendo i successi e la realtà di Singapore, sembra voler suggerire ai Paesi occidentali la tecnocrazia come modello di governo. Partendo dal presupposto che sicuramente, come perfettamente spiegato nel libro, il modello di Singapore ha raggiunto risultati eccellenti da una prospettiva economica, l’errore sta nel voler indicare quel modello come una sorta di soluzione ideale per tutti i Paesi. Si tratta di un errore per diversi motivi. Innanzitutto, è esattamente ciò che per secoli hanno fatto le potenze occidentali. Per secoli i paesi occidentali hanno costretto società completamente differenti ad adottare soluzioni poco adeguate causando così decenni di guerre, decrescita economica e instabilità politica. Non esiste una forma di governo perfetta. Esiste la migliore forma di governo date delle condizioni. Del resto, se il mondo del futuro sarà multipolare, come sostiene l’autore, che bisogno c’è di un’unica forma di governo?

Singapore è cresciuta così tanto grazie ad una ricetta economica ultraliberista e statalista, un mercato libero dove il governo gestisce la metà dell’economia attraverso società sostenute dallo Stato. Si tratta di una ricetta economica perseguita per decenni dalle social-democrazie del ‘900, ricetta poi abbandonata per abbracciare politiche neo-liberiste. Ciò per dire che in realtà alla base della crescita di Singapore c’è una formula economica vincente. È ironico dover notare come anche in questo caso l’unico elemento che sembra trionfare a discapito di tutto il resto è un sistema economico capitalistico di matrice liberista, persino in quei paesi che avevano fatto del capitalismo il primo nemico da combattere. Attaccare le democrazie occidentali sostenendo che la tecnocrazia sarebbe migliore è errato perché, come scrive lo stesso autore, «le radici del populismo […] vanno rintracciate nella lunga stagione di stagnazione economica».

Il secolo asiatico? Le sfide da affrontare

Le analisi de Il secolo asiatico? sono comunque un’ottima occasione per prendere seriamente in considerazione gli elementi di criticità delle democrazie occidentali che molti sembrano voler ignorare.

Ne Il secolo asiatico? l’autore descrive anche i molti problemi dell’Asia a partire dalla disparità di reddito. Bisogna poi tenere presente che in alcuni paesi asiatici ci sono ancora problemi inerenti malnutrizione, servizi igienici, infrastrutture e istruzione. Tanta strada c’è ancora da fare, del resto, anche nei paesi economicamente più sviluppati che però registrano ancora forti carenze nel rispetto dei diritti civili e sociali. L’Asia riuscirà a rappresentare un pilastro del mondo multipolare a patto di «evitare conflitti interni perché questo aiuta le potenze esterne a soggiogarla, come dimostra la storia». Tutti problemi che l’Asia dovrà risolvere per essere uno dei grandi attori del prossimo futuro.

Il secolo asiatico? invita ad affrontare le dinamiche asiatiche dall’interno perché difficilmente possono essere comprese usando i vecchi canoni del mondo occidentale. Dal momento che l’obiettivo dell’autore è quello di spiegare l’Asia “dall’interno”, i primi capitoli non potevano che essere dedicati ad una accurata ricostruzione della storia o, per meglio dire, delle tante storie asiatiche. L’operazione è importante e dimostra quanto anche la prospettiva storica e storiografica europea abbia trascurato e trascuri la storia asiatica, una storia millenaria costituita da scambi commerciali interregionali ed extraregionali, conflitti e da tante culture.

Questa lettura è un’ottima opportunità per capire le varie fasi che hanno accompagnato la crescita asiatica a partire dal Giappone del dopoguerra, passando per la Cina e arrivando ai giorni nostri con l’affermazione dei paesi dell’Asia meridionale e sudorientale. In queste diverse fasi c’è una costante: la crescita demografica che si intreccia a quella economica.

Il secolo asiatico? è una lettura che richiede sicuramente un certo impegno dato l’argomento e il numero corposo di pagine (520). L’impegno verrà però ripagato dall’ottimo lavoro di argomentazione e ricerca dell’autore e dalla scrittura e struttura del testo che rendono la lettura scorrevole. Considerando l’introduzione e l’epilogo, il lettore può immergersi in ognuno dei dodici capitoli con facilità data la divisione del testo in paragrafi e data la semplicità con cui l’autore spiega fenomeni complessi. Il secolo asiatico?  è fortemente consigliato soprattutto a chi vuole comprendere cosa sta accadendo nella geopolitica internazionale e quali potrebbero essere i risvolti futuri.

 

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