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Eroica Fenice

Libri

Datacrazia: un’antologia per ripensare la società dei dati

Datacrazia è l’antologia curata da Daniele Gambetta e pubblicata da D Editore per la collana Eschaton. Una raccolta di testi per capire la politica, la cultura algoritmica e i conflitti al tempo dei big data. Datacrazia è innanzitutto un bel libro da avere tra le mani perché dà un senso di compattezza, di solidità. Elementi che, peraltro, ritroveremo nell’organizzazione dei 23 testi raccolti in cinque parti. Circa 380 pagine per inquadrare un tema che spesso rischia di oscillare tra l’utopia e la distopia. L’antologia curata da Daniele Gambetta trova la misura giusta analizzando il tema da prospettive diverse. Si alterna la lente politica con quella sociologica, quella musicale con quella etica. Sguardi diversi per capire il fenomeno della datificazione e delle relative conseguenze nelle nostre vite. Datacrazia: uno sguardo dall’interno Leggendo un libro su big data, machine learning, algoritmi e datacrazia ci si aspetterebbe la descrizione di un universo digitale lontano da questioni epistemologiche, etiche, storiografiche, politiche. La lettura di Datacrazia, invece, è soprattutto questo. Un tentativo di sistematizzare un’impalcatura teorica per capire quali siano gli strumenti da usare nell’approccio a questi temi. Non si tratta solo di codici, parte comunque fondamentale, ovviamente, ma di capire quali sono le idee che nascondono. Oggi l’uomo tende a fondersi col digitale, tanto a livello cognitivo che sensitivo e materiale. Ormai i device sono estensioni del corpo e della mente e contribuiscono alla costruzione della rappresentazione del nostro mondo. Offrono suggerimenti sui nostri gusti musicali, sui prodotti che vorremmo o dovremmo acquistare, sulle serie che vorremmo o dovremmo guardare. Frammentano la nostra attenzione e ci rendono sfuggenti, emotivi, talvolta isolati e incapaci di riconoscere la verità. Ma i tentativi di influenzare la nostra rappresentazione della realtà sono sempre esistiti. Il punto è come si declini ciò oggi. In particolare, come fa notare Manconi, i bot nelle reti sociali «non puntano, come nella classica propaganda, a suggerire esplicitamente cosa si dovrebbe pensare, ma forniscono piuttosto rappresentazioni distorte e arbitrarie di cosa pensino gli altri, o meglio di cosa pensi la rete. Emerge così l’importanza che le reti sociali assumono nella quotidiana (guerra sulla) costruzione di una rappresentazione della società. Questa è sempre più frutto della auto-comunicazione di massa, ma qui si insinuano anche, con dissimulazioni sempre più sofisticate, attori con enormi risorse e strategie oscure volte a imporre la loro informazione, analizzando, processando e catturando la nostra comunicazione». La nostra rappresentazione del mondo, dunque, può essere deliberatamente influenzata da grandi attori politici ed economici. In un’intervista rilasciata da Roberto Pizzato, Nello Cristianini spiega che l’intelligenza artificiale «acquisisce informazioni, le processa, impara, fa dei piani, sceglie ed esegue delle azioni, o meglio si comporta in modo da massimizzare il suo profitto. […] Se l’obiettivo del sistema è massimizzare i clic, massimizzerà i clic» non preoccupandosi di filter bubble o di creazione di disuguaglianze. «Siamo di fronte ad un cambiamento paragonabile alla rivoluzione industriale. Cambiano i paradigmi stessi della nostra società, abbiamo bisogno di nuovi valori, di nuove leggi per regolare questo processo. […] Non è […]

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Cinema e Serie tv

American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Il caso O.J. Simpson è la prima stagione di American Crime Story, serie antologica dedicata a casi giudiziari che hanno avuto grande risonanza mediatica. La prima stagione è dedicata al processo giudiziario contro O.J. Simpson, ex stella del baseball con qualche partecipazione hollywoodiana alle spalle, accusato dell’omicidio dell’ex moglie Nicole Brown Simpson e del suo amante Ronald Lyne Goldman. Prodotta da Ryan Murphy, già produttore di American Horror Story, questa prima stagione è stata scritta e diretta da Scott Alexander e Larry Karaszewski. Se la stagione avesse l’obiettivo di raccontare un semplice processo giudiziario probabilmente inizierebbe col ritrovamento dei cadaveri, ma la scelta di Alexander e Karaszewski dimostra sin dal principio che Il caso O.J. Simpson sarà un caso mediatico prima che giudiziario. Infatti, O.J. Simpson è una persona di colore accusata di omicidio in un Paese che solo due anni prima è stato tramortito dai disordini di Los Angeles del 1992 provocati dell’assoluzione di alcuni agenti dall’accusa di uso eccessivo della forza nell’arresto di Rodney King, tassista afroamericano. Sono proprio le immagini, di quei tafferugli a dare l’inizio della prima stagione di American Crime Story. Questo contesto è fondamentale per comprendere Il caso O.J. Simpson. Gli avvocati saranno brillanti nello sfruttare quelle ferite non ancora rimarginate per raggiungere i loro obiettivi. Scott Alexander e Larry Karaszewski sfruttano le storie dei vari personaggi coinvolti per mostrare come Il Caso O.J. Simpson sia stato non solo caso giudiziario e mediatico, ma anche evento che ha sconvolto delle vite.  Ogni puntata è fondamentale per comprendere le conseguenze dei due processi sulle esistenze dei protagonisti con un’attenzione particolare agli avvocati dell’accusa e della difesa che hanno avuto un ruolo fondamentale in un processo ricco di colpi di scena e seguitissimo negli Stati Uniti. Il processo per la morte di Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson, e del suo amante Ronald Lyne Goldman inizia il 3 ottobre 1995. Durato 253 giorni e concluso con un verdetto emesso in meno di quattro ore, il caso è stato ricco di contraddizioni e contrapposizioni. Quella messa in scena dai registi è un’America in cui sono ancora evidenti le differenze tra uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e neri. Binomi mostrati allo spettatore attraverso le storie di personaggi difficilmente inquadrabili in una sola categoria e che per questo sono perfetti per rappresentare tutti i paradossi. Tra i tanti paradossi c’è sicuramente quello di O.J. che è sì nero, ma è soprattutto ricco e famoso ed è questo che gli permetterà di ottenere una serie di privilegi che non sarebbero mai stati concessi ad una persona povera e sconosciuta, al di là del colore della pelle. Tra i privilegi dell’essere ricco rientra la possibilità di permettersi un avvocato come Robert Shapiro, interpretato da uno John Travolta in grande rispolvero. L’elemento è importante se si considera che saranno proprio i rapporti privilegiati di Shapiro con la polizia a permettere la fuga spettacolare di O.J. seguita  da milioni di telespettatori. L’essere famoso, invece, comporta avere su di l’attenzione morbosa […]

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Cinema e Serie tv

Parasite e i vinti di Bong Joon Ho che trionfano agli Oscar

Parasite è il settimo film del regista Bong Joon Ho e arriva dopo Barking Dogs Never Bite (2000), Memories of Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), Snowpiercer (2013), e Okja (2017). La pellicola ha trionfato all’ultima edizione degli Oscar vincendo come Miglior film, Miglior film internazionale, Migliore regia e Migliore sceneggiatura originale dopo aver vinto La palma d’oro al Festival di Cannes. «Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio». Le parole riportate sono tratte dalla prefazione de I Malavoglia e nonostante risalgano al 19 gennaio 1881 sembrano parlare di Parasite, film che ha trionfato agli Oscar 2020 vincendo quasi tutti i premi più prestigiosi nonostante un’ottima concorrenza. La pellicola racconta la storia di una famiglia (padre, madre, figlio, figlia) che vive di lavoretti malpagati in uno squallido seminterrato e che intravede la possibilità di una vita migliore quando il ragazzo, grazie ad un contatto e falsificando diploma e identità, diventa il tutor privato della figlia di una ricchissima famiglia. Parasite è una commedia, un dramma, un thriller ma è soprattutto un film che sorprende costantemente lo spettatore tenendolo incollato alla poltrona per più di due ore (131 minuti) che sembrano volare grazie all’alternanza di registri che spaziano dalla commedia al dramma con momenti di tensione da thriller. Tutto con un ritmo eccezionale e un montaggio perfetto (di Yang Jinmo), con personaggi scritti in modo impeccabile e che risultano credibili, veri, vivi. Il regista definisce il film come «una tragicommedia che rappresenta l’ironia, l’orrore e la tristezza che emergono dal voler vivere e prosperare in armonia con gli altri, salvo poi scontrarti con la realtà di come tutto questo sia impossibile da realizzare». Infatti, Parasite mette in scena il tema della disuguaglianza. «Nella società capitalista contemporanea ci sono ranghi e caste che sono invisibili ai nostri occhi. Le teniamo nascoste e lontane dalla vista, superficialmente si può pensare alle gerarchie di classe come ad una reliquia del passato, ma la realtà è che ci sono linee di separazione tra le classi sociali che non possono essere attraversate. Credo che questo film descriva le inevitabili fratture che si creano quando due classi sociali entrano in contatto nella società di oggi, sempre più polarizzata». La disuguaglianza, tema geograficamente universale dell’oggi ma anche classico perché lega le storie del presente con quelle del passato. Ecco che Parasite è il racconto di quella stesse ambizioni, bramosie, necessità degli uomini e delle donne di Aci Trezza raccontate ne I Malavoglia. I personaggi di Bong Joon Ho sono gli stessi vinti di Verga. Riprendendo ancora la prefazione: «Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che […]

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Libri

La politica pop online di G. Mazzoleni e R. Bracciale| Recensione

Che cos’è la politica pop online? Nel nuovo libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale, edito da Il Mulino, si definisce il ruolo della politica pop online e si analizza il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea. La politica pop online – I meme e le sfide della comunicazione politica è il libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale edito da il Mulino per la collana Universale Paperbacks. Qual è il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea? È la domanda di fondo che guida la ricerca di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale e che porta i due autori a ripercorrere i cambiamenti della comunicazione politica contemporanea, ad analizzare le forme e le dinamiche della politica pop online ed esaminare la fenomenologia dei meme e il loro uso nella comunicazione politica. Per comprendere perché il «meme può essere considerato come il prodotto più rappresentativo della politica pop online» gli autori ripercorrono le tappe fondamentali di un lungo processo che ha progressivamente affermato la disintermediazione della comunicazione. Mazzoleni e Bracciale evidenziano come si sia passati da una «comunicazione di massa, dell’uno-a-molti» ad una «comunicazione digitale, dell’uno-a-uno, del molti-a-molti» grazie a social media che offrono nuove possibilità di partecipazione e comunicazione. Ma cosa intendiamo per politica pop? La politica pop «si manifesta nel processo per cui gli attori della politica, e le loro gesta, pur appartenendo a una sfera a volte anche molto distante dalla vita quotidiana della gente, grazie all’adozione delle dinamiche e dei contenuti della cultura popolare, diventano personaggi e realtà familiari, soggetti di curiosità e interesse, argomenti di discussione, fonti anche di divertimento proprio come i personaggi e le storie che appartengono al mondo dell’immaginario collettivo alimentato dall’industria mediale, dalle sue rappresentazioni e dalle sue narrazioni». Inoltre, bisogna considerare che «i media digitali hanno ampliato i luoghi dove la cultura pop si manifesta rendendo quasi invisibili le distinzioni tra culturale, politico e popolare». Un processo che nasce con la mediatizzazione e che assume nuovi connotati con la disintermediazione porta la politica pop ad essere politica pop online con l’affermazione di nuove dinamiche che favoriscono la transizione da logiche mediali a logiche di network sempre più collettive e connettive. I cittadini continuano a guardare la televisione ma lo fanno in modo diverso, spesso con un altro schermo (secondo la pratica del second screen) con cui commentare istantaneamente ciò che guardano. In questo modo la fruizione del programma televisivo cambia radicalmente portando lo spettatore ad esprimere e confrontare le proprie opinioni con quelle altrui. Considerando ciò e che l’umorismo e la satira sono due tra i registri privilegiati della cultura pop online, diventa più facile comprendere perché il meme è uno strumento sociale fondamentale per far circolare idee, emozioni, opinioni, interpretazioni e influenzare il discorso pubblico. Secondo gli autori i meme rappresentano una forma privilegiata di cultura partecipativa grazie alle loro caratteristiche. I meme, infatti, partono da un singolo individuo per trasformarsi in fenomeno collettivo e collaborativo, si diffondono in modo decentralizzato e non gerarchico e sono facilmente condivisibili su […]

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Libri

RAPconti illustrati di Ernesto Anderle – Recensione

RAPconti illustrati è l’ultima opera di Ernesto Anderle per BeccoGiallo, un viaggio a fumetti nelle canzoni di Murubutu. Dal 6 febbraio è possibile trovare nelle librerie il nuovo lavoro di Ernesto Anderle, autore già noto al grande pubblico grazie alle pagine Vincent Van Love e Roby il Pettirosso oltre che per i suoi lavori precedenti con BeccoGiallo come Ridammi la mano. Fabrizio De André e Vincent Van Love. Nelle oltre 150 pagine di RAPconti illustrati, Ernesto Anderle illustra sedici canzoni di Murubutu, uno degli artisti più apprezzati per la sua capacità di raccontare storie in cui letteratura, saggistica e rap si fondono. Al riguardo, Ernesto Anderle spiega: «I suoi brani mi hanno fatto sentire un viaggiatore, un esploratore di altri tempi, in terre lontane. È un viaggio accompagnato dal valore storico in cui le vicende dei personaggi di Murubutu sono state ambientate: dai confini estremi dell’impero romano alle città distrutte nel dopoguerra». Murubutu, insegnante di filosofia e storia, riesce a trasmette contenuti di ordine culturale attraverso quello che si potrebbe definire un rap didattico con l’intento di «dipingere ed erigere con le parole mondi così credibili da essere abitabili» perché «solo così chi mi ascolta può immedesimarsi nelle storie di vita, capire i sentimenti degli altri e soprattutto i propri». RAPconti illustrati è un lavoro autonomo dato che si presta ad essere letto anche come una raccolta di storie che prescindono dalle canzoni che l’hanno ispirato. Tuttavia, ciò non toglie la possibilità di sfogliare più volte le pagine associando a letture successive alla prima anche l’ascolto delle canzoni di Murubutu per rivivere più volte le storie in modi diversi. Negli intermezzi e nelle pagine extra vengono riportate anche parole non in rima con cui Murubutu spiega quali sono i soggetti e le tematiche delle sue storie, in che modo cerca di coinvolgere gli ascoltatori, quali sono i suoi obiettivi e quali artisti apprezza. La maggior parte delle storie è legata dal filo rosso dell’amore che si presenta di volta in volta in contesti storici, geografici e sentimentali differenti. Ernesto Anderle ricerca e trova un punto di contatto con le note di Murubutu attraverso la natura. «In quest’epoca dove le grandi catastrofi umane e naturali vengono sintetizzate con una foto fatta col cellulare, non c’è più spazio né il tempo di fantasticare su ciò che è avvenuto realmente, impedendone l’immedesimazione. È per questo che le persone ascoltano Murubutu: per prendersi il tempo di ascoltare un fatto umano mentre si trasforma in leggenda». Le sedici canzoni illustrate in RAPconti illustrati sono: La collina dei pioppi, Anna e Marzio, I marinai tornano tardi, Mara e il maestrale, La notte di San Lorenzo, Nyx, Franz e Milena, Wordsworth, La vita dopo la notte, La notte di San Bartolomeo, La stella e il marinaio, Ancora buonanotte, L’uomo senza sonno, Le notti bianche, Le invasioni barbariche e Grecale. Un bel lavoro che ha il pregio di poter essere sfogliato più volte nel corso del tempo e che, soprattutto per i fan di Murubutu, può essere un’occasione per […]

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Libri

Capitalismo & Candy Crush di Alfie Bown| Recensione

Edito da Nero (2019), Capitalismo & Candy Crush è il libro di Alfie Bown la cui traduzione italiana è stata curata da Matteo Bittanti. Alfie Bown scrive per il Guardian e la Paris Review ed è editore di Everiday Analysis. Nel suo Capitalismo & Candy Crush sostiene che «il godimento e la felicità della società sono state escluse per privilegiare il godimento del singolo individuo». Tale godimento è funzionale a «contenere e limitare il potenziale rivoluzionario nei soggetti più insoddisfatti e potenzialmente sovversivi». Ma, sostiene l’autore, se considerassimo «il nostro godimento non come qualcosa di naturale, bensì come qualcosa che ci influenza, ci struttura come soggetti, non ci sentiremmo obbligati a continuare a godere né a distruggere il godimento e la sicurezza di altri individui». «Ciò che desideriamo fare oggi è differente da quello che desideravamo nel 2014», scrive Bown. Nell’introduzione scritta per la versione italiana, l’autore evidenzia come, data la velocità con cui si trasforma la nostra società, un libro scritto soli sei anni fa (2014) possa descrivere «un periodo storico differente» dove, per esempio, lo smartphone non era ancora, o non ancora in questa misura, un’estensione del nostro corpo. L’elemento è particolarmente rilevante nello studiare il godimento perché gli smartphone e le applicazioni che proliferano costantemente continuano a creare e plasmare ciò che desideriamo fare. Ma al di là di come sia cambiato il godimento in questi anni, ciò che l’autore vuole evidenziare è che la società tende a distinguere il godimento in produttivo e improduttivo reputando il primo migliore del secondo. Secondo l’autore, invece, è necessario respingere l’idea per cui il piacere produttivo (il soggetto che si diverte mentre lavora) sia necessariamente preferibile a quello improduttivo (chi gioca ad Angry Birds). In realtà, sostiene Alfie Bown, i due tipi di godimento non sono antitetici ma complementari perché «concorrono alla costruzione della moderna soggettività capitalistica». Alfie Bown si chiede perché il capitalismo moderno imponga un godimento di massa. La risposta è che il piacere non solo ci definisce sul piano culturale ma ci fa sentire anche liberi. Tale libertà scaturisce dal fatto che «quando ci divertiamo siamo convinti di essere davvero noi stessi. Non sentiamo di aver scelto ciò che ci piace, ma di essere stati in qualche modo scelti, il che significa che a causare tale godimento è qualcosa che abbiamo in noi», un dono di natura, un’espressione della nostra individualità. In sintesi, «più godiamo, più diventiamo soggetti capitalistici individualistici» che godono perché è la nostra stessa natura ad esigerlo. In realtà il godimento è frutto di un processo di apprendimento socioculturale. Persino la lettura di testi che criticano il capitalismo produce un godimento che è funzionale al sistema perché al lettore viene riconosciuto un «dono di natura» per il solo essere interessato a quei testi e per capirli. La lettura di un testo che critica il sistema capitalistico non rende il lettore un radicale. Il libro, del resto, è una merce creata per soddisfare un bisogno. Secondo Bown, il godimento di un testo sovversivo «non attesta […]

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Musica

Tradizione E Tradimento, il nuovo album di Niccolò Fabi

Uscito l’11 ottobre, Tradizione E Tradimento è il nuovo album di Niccolò Fabi per la Universal Music Italia. Facciamo finta per un attimo di essere sulla cima di un faro in Mozambico. Tutti, o quasi tutti perché magari qualcuno non ama la fotografia, scattano foto al mare cercando in quel blu qualcosa di eccezionale. È normale, è quello che probabilmente farebbero un po’ tutti. Il po’ è dovuto al fatto che potrebbe esserci qualcuno che invece si sofferma «sull’intersezione tra il pavimento, di un blu-verde estremamente forte, e la balaustra, rossa» iniziando a scattare tante fotografie dato che sembra di «vedere un punto di incontro tra terra e cielo». In realtà il punto di incontro lo potresti vedere con la linea dell’orizzonte ma no, sei Niccolò Fabi e quella foto diventerà la copertina del tuo nuovo album perché «questo è il ruolo dell’arte e della poesia: farci scoprire qualcosa che è sotto i nostri occhi ma noi non cogliamo». Dopo una pausa artistica, Niccolò Fabi è tornato offrendo un disco, Tradizione E Tradimento, che percorre un sentiero già tracciato da Una somma di piccole cose, album che rappresenta sicuramente una vetta artistica difficilmente replicabile. Con una semplicità musicale e una sincerità emotiva devastante Una Somma di piccole cose resta il migliore album di Fabi che prova infatti a preservare quella dimensione introspettiva. Era difficile, e forse anche sbagliato, ricreare tutte le condizioni dell’album precedente ed ecco che Niccolò Fabi in Tradizione E Tradimento prova a tradirsi allontanandosi da sé stesso. «È un disco sulla ricerca di un equilibrio all’interno di un cambiamento tra la memoria e la prospettiva. La scelta difficile tra cosa conservare e cosa lasciare andare, come evolversi e trasformarsi rispettando la propria identità. Come trarre forza da ciò che ci è stato consegnato come tradizione e allo stesso tempo avere il coraggio di tradire quel percorso». Più che nei testi, la distanza è nella musica che a tratti vira anche verso un’elettronica d’ambiente toccando corde differenti. Un processo creativo a tratti burrascoso che ha poi trovato un equilibrio naturale grazie all’accompagnamento artistico di Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco. L’album è stato registrato e mixato da Riccardo Parravicini ed è arricchito dalla collaborazione di Daniele Rossi, Fabio Rondanini, Max Dedo e Costanza Francavilla. Tradizione E Tradimento è l’undicesimo album in studio di Niccolò Fabi. L’uscita dell’album è stata anticipata dai singoli Io sono l’altro e Scotta che con le restanti 7 tracce costruiscono un disco di 37 minuti che è nato tra Roma e Ibiza. Sarà possibile ascoltare Tradizione E Tradimento dal vivo dal 29 novembre quando Fabi arriverà nei teatri accompagnato da Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele Rossi e Filippo Cornaglia. Immagine: Universal Music

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Libri

Alan Moore torna con La Lega degli straordinari Gentlemen

La Bao Publishing riporta sugli scaffali delle librerie La Lega degli straordinari Gentlemen, una delle opere più apprezzate di Alan Moore con i disegni di Kevin O’Neill. L’acquisizione dei diritti del lavoro di Alan Moore da parte della Bao Publishing segna l’ultima tappa di un processo editoriale travagliato. Inizialmente, infatti, i diritti dell’edizione italiana erano nelle mani della Magic Press, sono poi stati acquisiti dalla Planeta De Agostini e, infine, nel 2012 dalla Bao Publishing. Quest’ultima sta riproponendo, partendo dal primo volume della saga, i volumi della Lega degli straordinari gentlemen nel loro originale formato americano per accompagnare i lettori fino all’uscita del nuovo volume inedito, La Tempesta, che concluderà la serie. L’opera di Alan Moore è nota anche perché nel 2003  è stato liberamente tratto dal fumetto un film omonimo diretto da Stephen Norrington con la sceneggiatura di James Robinson e con l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery. Per quanto riguarda il primo volume di questa serie che riprende i personaggi dei romanzi vittoriani per riproporli in nuove avventure che li coinvolgono in modo corale, basta leggere le parole introduttive di S. Smiles per comprendere quanto l’opera di di Moore e O’Neill si ricca di un umorismo dissacrante: ” […] A tutti quei piccoli diseredati del futuro, auguriamo lunghe ore felici accanto al focolare insieme alle emozioni e alle risate qui contenute, senza però dimenticare i molti punti seri e moralmente istruttivi di cui è pervaso questo racconto: per primo che le donne passano tutto il tempo a lamentarsi. Poi, che i cinesi sono geniali, ma malvagi. Infine che il laudano, assunto con moderazione, fa bene alla vista e previene i calcoli renali. Con questi fatti bene a mente, permetteteci di augurarvi ancora molte ore di piacevole lettura e godimento e il più felice dei Natali per quanti di voi non siano al momento piagati dal rachitismo, sotto regime carcerario o di fede maomettana. Con i migliori auguri del caso mi firmo, Amico e confidente di ogni bambino, S. Smiles (Editor)“. Ricco di sarcasmo e e di citazionismo, questo primo volume della Lega degli straordinari Gentlemen invita il lettore a seguire le avventure di un gruppo di personaggi eccentrici ed unici. In particolare, seguiremo le vicissitudini di Mina Murray, Allan Quatermain, il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il Capitano Nemo e Hawley Griffin chiamati a rapporto da Mr. Bond per conto di un misterioso Mr. M per sventare un complotto ai danni dell’impero britannico. Alan Moore impreziosisce il suo fumetto con la presenza di personaggi già noti ai lettori più accaniti e che vengono presi a prestito da romanzi come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, Ventimila leghe sotto i mari di Giulio Verne, Le miniere di re Salomone di H. Rider Haggard, Dracula di Bram Stoker e Uomo invisibile di H. G. Wells. Tutte le vicende che coinvolgono i personaggi si svolgono in un’atmosfera che richiama, non a caso, il periodo vittoriano non solo cronologicamente ma anche visivamente grazie ai […]

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Libri

La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

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Libri

Ti chiamo domani: prima graphic novel di Rita Petruccioli

“Ti chiamo domani” di Rita Petruccioli  | Recensione Edita da Bao Publishing, “Ti chiamo domani” è la prima graphic novel scritta e disegnata da Rita Petruccioli. Classe 1982, Rita Petruccioli, dopo aver lavorato per anni come illustratrice e fumettista e aver contribuito a Storie della buona notte per bambine ribelli (Mondadori) e lavorato con Giovanni Masi a Frantumi (Bao Publishing), si presenta ai lettori con la sua prima opera da autrice unica. “Ti chiamo domani” è una graphic novel in cui i colori, in particolare le diverse tonalità di blu e di giallo, assumono notevole importanza e permettono all’autrice di distinguere con chiarezza luoghi, momenti ed emozioni. Chiara ha occhi marroni, capelli bruni ed un carattere espansivo e solare. È un’universitaria e aspirante artista che durante l’Erasmus a Tolosa ha conosciuto un gruppo di amici, che ha voluto rincontrare dopo il ritorno a casa. È per questo che è tornata a Tolosa ed è qui che la incontriamo per la prima volta quando, nel pieno della notte, dopo aver acceso la luce per leggere qualche pagina de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, chiama il padre per tornare a casa. Il modo per farlo, grazie alle amicizie del padre, è viaggiare con Daniele, un camionista con qualche anno in più che sta tornando in Italia dopo aver effettuato delle consegne. I due si incontrano e fin dai primi istanti Daniele sembra un po’ scostante, protetto dalle lenti nere degli occhiali e con poca voglia di parlare. Ma nonostante sembri inizialmente restio al confronto, col passare delle ore si lascerà andare sempre di più e renderà possibile un confronto intimo, alimentato dalla curiosità e utile ad entrambi. “Ti chiamo domani” è quindi il racconto di un viaggio in camion di due giorni da Tolosa a Sabina. Protagonisti della storia due sconosciuti, Chiara e Daniele, le loro parole e i loro silenzi. Silenzi che grazie alla bravura di Rita Petruccioli diranno comunque tanto al lettore.  La loro conoscenza sarà scandita dai ritmi di un viaggio in cui la conversazione è il miglior modo per ingannare il tempo. Data la differenza anagrafica, Chiara e Daniele hanno due storie diverse ma durante il viaggio capiranno che una storia può cambiare in base a chi la racconta, per il modo in cui lo fa, e in base a chi ascolta. Si può dire tutto, niente o qualcosa, si può ascoltare ma soprattutto si possono vedere le cose da un’altra prospettiva. Nell’intervista rilasciata a Alessandro Roncato per Repubblica, l’autrice ha spiegato come ambientare idealmente la storia nel 2004 le abbia permesso di non far usare ai protagonisti mezzi tecnologici in cui c’è una sovra comunicazione. «Essendo basato sullo scambio tra due persone che non si conoscono, Chiara e il camionista Daniele, non volevo mettere in mezzo la supermessaggistica da cellulare che ne avrebbe falsato il dialogo». L’autrice ha inoltre spiegato come nella storia ci siano alcuni riferimenti autobiografici. Infatti, proprio come Chiara, anche l’autrice ha vissuto la sua esperienza Erasmus a Tolosa ed tornata in […]

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Libri

Melvina di Rachele Aragno (Recensione)

Edito dalla Bao Publishing, Melvina è il primo lavoro di Rachele Aragno, una graphic novel in bilico tra la fiaba e il racconto di formazione. Con acquerelli che riempiono le pagine e personaggi pieni di umanità, Rachele Aragno realizza un sogno tenuto nel cassetto per troppo tempo. Melvina ha folti capelli rossi, grossi occhiali rotondi, una salopette di jeans e un maglione verde. È una bambina che, sentendosi ignorata, desidera essere ascoltata dagli adulti che non prendono in considerazione le sue idee. Il suo gatto, Ottavio, scappando dalla finestra, porta Melvina ad incontrare Otto ed altri stravaganti personaggi che hanno bisogno del suo aiuto per sconfiggere Malcape. Ma cos’è successo? Perché tutti aspettavano proprio Melvina? Accompagnata da due stravaganti personaggi, Melvina intraprenderà un viaggio in un mondo ricco di sorprese in cui oggetti apparentemente comuni possono donare poteri straordinari. Scortata da Otto e Benjamino, Melvina dovrà orientarsi tra Il fiume della vita e La valle dei pensieri felici, tra Le foreste buie e Le paludi metafisiche, tutti luoghi ricchi di sorprese e insidie. Melvina è graphic novel di formazione in cui sono presenti gli elementi del viaggio che si manifesta nella duplice forma di crescita personale e scoperta di nuovi mondi. Solo uscendo dalla sua stanza Melvina riuscirà a vedere le cose da una prospettiva diversa riuscendo ad apprezzare pienamente ciò che ha già la fortuna di avere. L’Aldiqua non è solo la dimensione in cui Melvina dovrà intraprendere la ricerca di Malcape, l’antagonista da sconfiggere, ma anche il territorio inesplorato in cui per la prima volta dovrà mettersi in gioco e contare solo sulle sue capacità. Un personaggio principale come Melvina permette di coniugare l’incosciente coraggio dei bambini con i timori e le aspettative che accomunano tutti, grandi e piccini. I desideri possono essere un’arma a doppio taglio. È legittimo e necessario sognare ma bisogna farlo con cautela. Spesso gli slanci di fantasia verso mondi troppo distanti da quello in cui siamo ci portano solo a non goderci ciò che abbiamo e a commettere errori. Questa la morale di un’opera molto godibile consigliata soprattutto per una lettura condivisa con bambini più piccoli che apprezzeranno sicuramente l’atmosfera magica e l’intraprendenza e il coraggio con cui la protagonista affronta le sue sfide. Un ottimo modo per far capire ai bambini, ammesso che siano loro ad averne bisogno, che l’incontro con l’altro, seppur stravagante e inusuale, può essere il punto di partenza per superare i propri limiti. Gli acquerelli riempiono le pagine con colori che permettono di immergersi completamente nella storia. In alcuni casi i le tavole non hanno margini ed occupano tutta la pagina offrendo una sensazione bellissima di immersione totale nella storia. Melvina è uno di quei libri che merita di essere comprato in forma cartacea perché la lettura in formato digitale non può dare lo stesso piacere. La graphic novel di Rachele Ragno è la realizzazione di un lungo progetto legato alle paure e ai sogni dell’autrice. Melvina è stata un’amica su cui l’autrice ha potuto fare affidamento per […]

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Cinema e Serie tv

Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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Libri

Breve dialogo sulla felicità di Frank Iodice (Recensione)

Breve dialogo sulla felicità è il libro scritto da Frank Iodice per far conoscere agli adulti del domani l’ex Presidente dell’Uruguay Josè Mujica Un floricoltore di «ritorno da un lungo viaggio che gli ha insegnato il peso insostenibile della solitudine» con un quaderno tra le mani entra in un bar alle spalle di Plaza Independencia. Ordina ad un giovane barista con i capelli ricci che gli arrivano al collo un caffè freddo che gli verrà servito caldo. Ma che fretta c’è? Si può aspettare che si raffreddi. È l’inizio di una breve storia che vedrà due uomini in momenti diversi della loro vinta confrontarsi. In un passaggio è ben sintetizzata l’essenza dell’opera: «La politica ha a che fare con la polis, fare politica vuol dire lottare perché la gente viva meglio – il ragazzo appoggiato sulle mani, le spalle scavate nella pelle secca, ascoltava con un discreto trasporto – ma vivere meglio non vuol dire avere più cose, significa essere più felici!, e solo a volte la felicità dipende dai bisogni materiali». Frank Iodice sceglie la forma del dialogo per riflettere su tematiche che possono sembrare astratte ma che riguardano tutti. Particolarmente importante è sicuramente il tema del tempo posto al centro di una riflessione che riguarda il lavoro, la felicità, i desideri e le relazioni. Per chi non conoscesse Mujica basta guardare pochi minuti del film Human per comprendere di che tipo di persona stiamo parlando. Mujica è un ex leader dell’opposizione che ha trascorso 12 anni in prigione e che da presidente dell’Uruguay ha rinunciato al novanta percento del suo stipendio per vivere con l’essenziale.  Nelle sue interviste si possono sempre ascoltare parole semplici e ragionamenti lineari che nella loro genuinità rivelano concetti apparentemente scontati ma che dimentichiamo spesso. «Quando compriamo qualcosa non lo compriamo con i soldi. Lo compriamo con il tempo della nostra vita che abbiamo speso per guadagnare quei soldi. Con l’unica differenza che l’unica cosa che non si può comprare è la vita». Una delle citazioni più note di Mujica che rappresentano perfettamente un pensiero che ha come pilastro l’uomo e la sua felicità. Breve dialogo sulla felicità è ispirato dall’incontro dell’autore con José Mujica. Il libro è stato stampato per la prima volta nel 2014 e da allora grazie a un crowdfunding viene distribuito gratuitamente nelle scuole italiane e francesi durante una serie di conferenze sulla felicità. In quattro anni, grazie all’idea di Frank Iodice,  più di 10000 studenti hanno avuto l’opportunità di conoscere alcune delle idee di José Mujica. La speranza di Frank Iodice è di far comprendere ai giovani pensatori «l’importanza di essere liberi» per farli diventare in futuro «cittadini o politici migliori di noi». Nell’intervista rilasciata a Sergio Ferri per Radio Esmeralda, Iodice ha parlato della nascita del libro e della sua esperienza in Uruguay. Iodice è riuscito ad incontrare Mujica dopo tre mesi dalla partenza con uno zaino, poche risorse economiche e tanta voglia di scoprire. Ha incontrato Mujica nel suo “ufficio popolare” cioè nel bar di fronte al palazzo […]

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Libri

Pigiama Computer Biscotti di Alberto Madrigal

Edito da Bao Publishing, Pigiama Computer Biscotti è la nuova opera di Alberto Madrigal. Un peso sul petto per  la storia di una figlia che piange dopo aver scoperto che il padre ha abbandonato la sua passione per lei, un nuovo libro da scrivere e l’ispirazione che manca. È l’inizio del nuovo libro di Alberto Madrigal che torna sugli scaffali dopo le precedenti opere: Un lavoro vero, Va tutto bene e Berlino 2.0. Pigiama Computer Biscotti: quando non si riesce a separare il lavoro dalla vita privata  Mangiare biscotti mentre, ancora in pigiama, si lavora al computer è un’immagine in cui quasi tutti oggi possono ritrovarsi per esperienza diretta o indiretta. È una sintesi della necessità di trovare tempo per lavorare e, soprattutto, di doverlo fare anche quando si è a casa, in cucina, seduto al tavolo dove per definizione si dovrebbe solo mangiare, possibilmente con gli affetti più cari. Al contrario subentra il computer, le scadenze imminenti, l’idea geniale che non arriva e la vita privata che si disintegra. Immagine familiare, dati i tempi, ma in realtà ci sono una serie di professioni per cui la netta separazione tra lavoro e vita privata non è mai esistita. Si fa qui riferimento alla vita dell’artista, dello scrittore o categorie simili che, dovendo sviluppare un lavoro sulla base di un processo creativo, necessitano di qualsiasi spunto utile. Se arriva l’intuizione meglio annotarla subito, perché aspettare che finisca la cena può costare la possibilità di scrivere un intero libro o di realizzare un’opera. In questo senso si è costantemente a lavoro perché qualsiasi esperienza può essere d’ispirazione. Con piglio ironico uno dei personaggi di Pigiama Computer Biscotti dirà: «Almeno l’ispirazione esiste davvero. A me arriva soltanto quando ho timbrato il cartellino tutti i giorni. Quando sono stato seduto davanti allo schermo per un sacco di ore. Ma quando arriva la senti. Ed è meraviglioso. Arriva a durare anche un paio di secondi». Ma questa è solo una parte del problema. Legata alla necessità di avere idee brillanti c’è il bisogno di guadagnare, soprattutto quando si ha una famiglia. Con un’opera a tratti autobiografica, Madrigal riflette sulla sua vita lavorativa e privata. In Pigiama Computer Biscotti l’autore spagnolo, residente a Berlino dal 2007, riprende alcuni eventi della sua vita per creare una realtà parallela in cui gli episodi reali vengono narrativamente rielaborati per raccontare una storia con un notevole equilibrio narrativo. Madrigal ripensa alle aspirazioni e alle aspettative legate all’uscita del suo primo libro ma anche agli anni che passano e alle esigenze che cambiano. L’arrivo di un bambino, per esempio. Un esame di maturità con cui scoprire cosa «hai imparato in questi trentatré anni» e fare i conti con le paure e le insicurezze, oltre a dover cambiare completamente abitudini di vita e di lavoro. Dai timori legati alla paternità alla necessità di accettare compromessi lavorativi, Madrigal alterna con armonia il racconto della nuova vita familiare con l’incapacità di scrivere un nuovo libro. Con una notevole leggerezza e abilità di emozionare nelle […]

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Libri

Attacco dalla Cina, il nuovo thriller di Michael Dobbs (Recensione)

Attacco dalla Cina, il nuovo libro di Michael Dobbs pubblicato dalla Fazi Editore, è il secondo capitolo de La serie di Harry Jones. Dopo Il giorno dei Lord, in questo nuovo thriller politico l’autore attinge elementi reali dalla storia recente e li rielabora per raccontare scenari di guerre cibernetiche e conflitti internazionali. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate dall’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Tatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». L’ultimo romanzo di Michael Dobbs Una serie di attacchi informatici provenienti dalla Cina rischiano di mandare nel caos il mondo occidentale. Gli attacchi  non lasciano tracce e  potrebbero mandare il mondo in “cortocircuito” perché non rendono evidente la presenza di un problema ma si limitano a produrre informazioni, valori e comportamenti errati. Se inizialmente i leader delle principali potenze occidentali possono pensare a dei banali malfunzionamenti, sul lungo termine appare evidente la presenza di una regia nemica. Per far fronte a quella che potrebbe essere una terza guerra mondiale combattuta con input informatici, i principali leader occidentali si riuniscono in gran segreto per prendere delle decisioni. Convocati con urgenza dal Primo Ministro britannico, la Presidente degli Stati Uniti d’America e il Presidente russo, accompagnati rispettivamente da un consigliere e dal genero, si riuniscono in un castello in Scozia completamente isolato dal resto del mondo dove saranno accolti ed accuditi da un’anziana signora e dal nipote. Il Premier britannico decide di farsi accompagnare da Harry Jones, integerrimo ed insolente ex militare pluridecorato già presente nel precedente romanzo, Il giorno dei lord. Mentre in Scozia i leader del mondo occidentale provano a trovare un accordo, in Cina gli informatori vengono torturati e gli ambasciatori sequestrati nell’attesa di sferrare un attacco cibernetico in grado di distruggere linee energetiche, centrali nucleari, mercati finanziari e sistemi informatici sanitari. Data la biografia di Michael Dobbs e i suoi importanti incarichi politici, è impossibile non rinvenire nelle pagine di Attacco dalla Cina tanti elementi reali del presente e del passato prossimo che rendono la lettura un gioco per capire il confine tra realtà e finzione. Certo, Dobbs ci fa conoscere personaggi frutto della fantasia, ma è comunque divertente pensare che in quella finzione ci sia qualcosa di veritiero. Il thriller di Dobbs dimostra che nell’attuale immaginario collettivo il grande nemico è la Cina e non più la Russia. Una Cina che vuole dare un colpo di spugna ad un passato di guerre, soprusi e violenze nel momento in […]

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Cinema e Serie tv

Fleabag e la penna tagliente di Phoebe Waller-Bridge

Il primo buon motivo per vedere Fleabag, andata in onda prima su BBC 3 e attualmente disponibile su Amazon Prime Video, è che in un momento in cui si producono film e stagioni televisive di usato sicuro (nessuna citazione per evitare guerre civili), la serie con Phoebe Waller-Bridge non ha bisogno di più di due stagioni da sei puntate l’una per dire tutto il necessario. Per di più la seconda stagione riesce ad essere sorprendentemente migliore della prima. Se da un lato si potrebbe giustamente desiderare altro, forse si può anche prendere atto che cose brevi e perfettamente riuscite possano restare tali senza necessità di spin-off, sequel o prequel. Se dovesse arrivare una terza stagione la si guarderebbe con grande piacere, beninteso, ma anche così va benissimo. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è il racconto della vita di una giovane donna londinese che prova a tenere testa alla vita dimesticandosi tra lavoro, famiglia e relazioni. Le puntate e l’intera serie hanno un ritmo incalzante e dei dialoghi brillanti che rendono Fleabag una commedia drammatica estremamente interessante. Tratto da uno spettacolo teatrale scritto dalla stessa Phoebe Waller-Bridge, che è anche autrice della serie e interprete del personaggio principale, Fleabag intrattiene divinamente con un umorismo estremamente sarcastico e pungente. Umorismo frutto di un’ottima prova attoriale corale, di un’ottima sceneggiatura e della rottura della quarta parete. Infatti, il dialogo tra lo spettatore e Fleabag, “sacco di pulci” che non ci rivelerà mai il suo vero nome, ci fa sentire un po’ complici e confessori. Fleabag si lascia seguire costantemente e alterna azioni giuste con scelte sbagliate e viceversa. Ma c’è anche qualcosa in più. Lo sguardo intelligente e provocatorio in camera è una fuga dalla realtà, uno spazio in cui nascondersi per proteggersi. La stessa autrice ha spiegato come la relazione principale sia quella tra Fleabag e lo spettatore, una relazione che cambia riuscendo a suscitare in chi guarda attrazione, disaccordo, simpatia, antipatia e tenerezza. E mentre lo spettatore si rivela un amico su cui fare affidamento nei momenti più difficili, il sarcasmo diventa una vera e propria arma con cui difendersi. Il sarcasmo per nascondere l’impossibilità e l’incapacità di amare ed essere amati. Nel caso di Fleabag questo non porta ad una autocommiserazione paralizzante ma ad una serie di comportamenti che lei stessa riconoscerà come sbagliati. I tre migliori momenti dell’intera serie sono forse proprio quelli in cui il sarcasmo viene completamente distrutto dagli interlocutori (una psicologa, un prete e una donna d’affari). In tutti e tre i casi Fleabag si mostra estremamente umana, non perché debole ma perché comprensibile. Paradossale che quando, nella prima delle tre scene citate, la psicologa le riassume la descrizione da lei stessa fornita, Fleabag rimane spiazzata perché le stesse identiche cose spogliate del sarcasmo diventano solo dolorose e non più tanto divertenti. Non si vuole qui sminuire l’importanza di un personaggio principale femminile perché è un ulteriore merito ma celebrare la serie per questo invece che per il resto potrebbe essere un errore. La vera […]

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Cinema e Serie tv

Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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