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Eroica Fenice

Libri

La guerra dei meme – Recensione del libro di Alessandro Lolli

La guerra dei meme – Fenomenologia di uno scherzo infinito è il saggio scritto da Alessandro Lolli per la casa editrice effequ, un libro estremamente interessante e contemporaneo. Cos’è un meme? Ecco, definirlo come un’immagine con una didascalia è alquanto riduttivo perché, secondo Alessandro Lolli, il meme è «un mezzo di comunicazione e di creatività artistica di una generazione». Per comprendere cosa sia un meme l’autore parte dal 1976, anno in cui Richard Dawkins scrive Il gene egoista. Dawkins, nel tentativo di cambiare il soggetto dell’evoluzione Darwiniana, afferma che il vero protagonista dell’evoluzione non è l’uomo ma il gene. Lo scopo dei geni è quello di replicare se stessi in situazioni sempre diverse (evolversi) e per farlo sfruttano virus, piante, animali e uomini. Per Dawkins il corrispettivo culturale del gene è il meme: «tutto ciò che nella cultura si replica». «I veicoli del meme sono tutti i supporti su cui attecchisce: libri, cd, dvd, documenti virtuali e, ovviamente, il cervello umano». Tuttavia, oggi, quando parliamo di meme facciamo riferimento a qualcosa di più “concreto” e preciso. Cosa è successo? Patrick Davison nel 2009 definisce il meme come «un pezzo di cultura, di solito una battuta, la cui influenza cresce diffondendosi on line». Linda K. Borzsei nel 2013 prova a ricostruire la storia dei meme individuando tre momenti cruciali. Il primo è la comparsa nel 1982 degli smiles, le faccine create attraverso la punteggiatura che si caratterizzano per l’essere stabili, aperte a modifiche e che si diffondono rapidamente. Il secondo passaggio è nel 1997 quando nasce Bert is Evil, un sito umoristico in cui l’immagine di un personaggio dei Muppets viene affiancata a personaggi compromettenti.  Molte persone, partendo da una stessa idea di base, sono coinvolte attivamente per produrre un qualcosa che sia simile al resto pur restando differente. Per la prima volta non conta più l’autore ma “l’opera” che acquista senso perché immersa in un contesto di riferimento. È «un fenomeno virale che non mira a riprodursi ma a reinventarsi», scrive Alessandro Lolli. «Il meme non è identificabile con la sua prima incarnazione, ma con il volume complessivo delle sue versioni, o ancora meglio, con la sua potenzialità riproduttiva, ovvero il meccanismo umoristico che racchiude. A nessuno importa davvero dalla prima battuta, quasi sempre meno divertente di tutte le variazioni che la attraverseranno di seguito. Per raccontare un meme non si fa il nome dell’utente che per primo lo ha postato: se c’è qualcosa che ha importanza, è la community, il primo luogo in cui ha iniziato a circolare il meme». Il terzo momento decisivo è rappresentato da “All your base are belong to us”, una traduzione ridicola di un vecchio gioco del Sega Mega Drive che compare in numerosi fotomontaggi e che si diffonde tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Ma il momento in cui i meme divengono ciò che sono, secondo Borzsei, è nel 2006 quando si diffondono gli Advice Animals e i Lolcats. Si tratta di foto di animali su sfondi colorati con […]

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Fun & Tech

Cambridge Analytica è il problema. O forse no?

Negli articoli pubblicati nei giorni scorsi dal New York Times e dal The Guardian si legge che la Cambridge Analytica, azienda che “usa i dati per modificare il comportamento del pubblico” e che “ha ridefinito il rapporto tra dati e campagna elettorale”, come si può leggere sul sito, avrebbe utilizzato i dati di milioni di persone raccolti attraverso Thisisyourdigitallife. Si tratta di un’applicazione sviluppata da Aleksandr Kogan, allora docente di psicologia di Cambridge, che prometteva di indovinare aspetti della personalità degli utenti grazie alla somministrazione di un questionario. Thisisyourdigitallife sarebbe così riuscita ad ottenere le risposte spontanee di milioni di persone raccogliendo i dati di 270 mila utenti e loro amici (raggiungendo così circa 50 milioni di persone) che sarebbero poi stati venduti alla Cambridge Analytica. È importante sottolineare che la violazione non riguarda la raccolta dei dati degli utenti e dei loro amici ma la vendita di questi ad un’altra azienda. Da anni l’unico obiettivo di Facebook è raccogliere dati per vendere spazi pubblicitari ad aziende che possono proporre pubblicità mirate. In questo modo si aumentano le probabilità di convincere gli acquirenti e si risparmiano risorse economiche. Dietro al più famoso ed utilizzato social network del mondo si cela una piattaforma pubblicitaria, la più efficiente di sempre grazie all’immensa mole di dati che gli utenti sono disposti a condividere pur di restare “connessi” con il resto del mondo. Andando nella sezione App delle impostazioni del vostro profilo Facebook avrete la possibilità di vedere tutte le applicazioni che hanno accesso ai vostri dati o a parte di essi. Nella maggior parte dei casi noterete applicazioni minori di cui nemmeno vi ricordate come giochi del passato o applicazioni che in un momento di curiosità sembravano assolutamente necessarie da testare. Quelle applicazioni hanno raccolto dei dati che, con molta probabilità, successivamente sono stati venduti ad altre aziende (tra cui Cambridge Analytica). Le aziende in questione hanno sfruttato quell’immensa mole di dati per profilare gli utenti, segmentarli in modo dettagliato, capirne i gusti e le abitudini. Ma queste applicazioni possono raccogliere i nostri dati? Prima di utilizzare un’applicazione è necessario accettare i Termini e le condizioni, quelle parole scritte con caratteri minuscoli che nessuno legge mai un po’ perché ritenute inutili e un po’ perché oggettivamente difficili da leggere. Attraverso quelle condizioni spesso viene chiesto di accedere a parte dei dati o, in alcuni casi, anche alla fotocamera, al microfono e alla posizione fornita dal GPS. Il vero scopo di alcune applicazioni è solo accedere ai dati e quello è il prezzo che, più o meno consapevolmente, si è disposti a pagare per leggere l’oroscopo personale, migliorare l’immagine del profilo e scoprire cosa accadrà nel futuro.  Dopo aver finito di giocare o di rispondere alle domande per capire che tipo di persone siete, quei dati sono stati venduti ad aziende che li hanno usati per profilare con accuratezza scientifica gli utenti, siano essi elettori o acquirenti di detersivi. La psicometria è una scienza affermata da anni, l’unica differenza è che in passato nessuno aveva […]

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Cinema & Serie tv

Marc Bauder e il suo Master of the Universe

Master of the Universe è un documentario che spiega il mondo della finanza e le cause della crisi economica da una prospettiva europea e interna allo stesso sistema che ha provocato la crisi. Master of the Universe, il documentario scritto e diretto da Marc Bauder e disponibile su Netflix, racconta il mondo della finanza attraverso la testimonianza di Rainer Voss, ex banchiere tedesco.  Avendo lavorato per le più grandi banche europee dall’inizio degli anni’80 fino al 2008, Voss spiega con spietata lucidità come la finanza sia cambiata nel corso del tempo e quali sono i meccanismi che hanno portato alla crisi economica-finanziaria del 2008. Quasi tutte le scene di Master of the Universe sono girate all’interno di un grattacielo abbandonato da cui è possibile vedere i palazzi delle principali banche tedesche. Voss si aggira in enormi stanze vuote dove in passato, con molta probabilità, lavoravano centinaia di operatori finanziari.  La capacità di Bauder consiste nello sfruttare quel vuoto per rappresentare qualcosa di più profondo. Il primo elemento che rende questo documentario interessante è la presenza di una prospettiva differente da quella americana. Nonostante ci siano diversi film che raccontano la crisi economica, quasi tutti sono incentrati su ciò che è successo negli Stati Uniti tralasciando completamente la narrazione degli eventi che hanno travolto il vecchio continente. Il documentario di Bauder offre una prospettiva europea e interna al sistema riuscendo a spiegare con estrema precisione dinamiche complesse. Voss propone un ritratto del mondo della finanza impietoso: gli operatori devono dimostrare fedeltà incondizionata senza poter mai mettere in discussione il sistema. L’immensa quantità di capitali che vengono trasferiti in poche decine di secondi porta i traiders a «sentirsi padroni dell’universo».  «Ti sembra che spingendo un tasto tu abbia cambiato il corso della storia». Il distacco dal mondo reale diventa sempre più importante e la stessa famiglia può diventare un ostacolo alla possibilità di concludere affari. Tuttavia, come spiega Voss, spesso venditori ed acquirenti non conoscono realmente i prodotti che sono sul mercato. Il desiderio smodato di ottenere maggiori introiti ha portato all’elaborazione di prodotti finanziari così sofisticati che neanche gli operatori conoscono ciò che stanno vendendo. La complessità del mercato finanziario, frutto di anni di deregolamentazione, comporta l’impossibilità di trasparenza. Master of the Universe descrive con lucidità dinamiche del passato ma accende i riflettori anche sul presente e sul futuro. «Prima o poi la situazione esploderà. Esploderà una crisi finanziaria o una crisi sociopolitica, ma non credo proprio che ci sarà un lieto fine. […] Non credo si possa fare qualcosa dall’interno del sistema. Tutti guardano incantati alla politica e dicono: “Diteci cosa dobbiamo fare”. Lo sanno cosa dovrebbero fare solo che non lo fanno». È difficile inquadrare la testimonianza di Voss perché è in costante bilico tra confessione dei peccati e difesa dalle accuse. C’è troppa consapevolezza nelle sue parole per non far trapelare una sorta di senso di colpa per ciò che ha fatto nei tanti anni di carriera. Come quando invita Marc Bauder a non fare altre domande perché […]

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Libri

Raffaele Alberto Ventura e la “Teoria della classe disagiata”

Partiamo da lontano nella speranza di inquadrare adeguatamente il tema trattato da  Teoria della classe disagiata, libro edito da Minimum fax e scritto da Raffaele Alberto Ventura. Come si può intuire dal titolo, il libro si occupa del disagio di una classe, ma più precisamente si occupa della “classe disagiata”. Il passaggio potrebbe sembrare superfluo ma come si potrà chiarire successivamente comporta una notevole differenza. Teoria della classe disagiata, tra le altre cose, è anche uno strepitoso “archivio di metafore – romanzesche, filosofiche, cinematografiche, teatrali” che rappresentano perfettamente le dinamiche comuni ai disagiati di ogni epoca.  Questa che segue non vuole essere solo una recensione (e infatti tanti altri aspetti del libro non sono stati presi in considerazione) ma un tentativo di ragionare su come in fondo la musica e i film, che stiamo ascoltando e vedendo in questi anni, rappresentino perfettamente una condizione esistenziale che già Goldoni nel corso del diciottesimo secolo aveva messo in scena.  Del resto, Teoria della classe disagiata ha dato vita a un interessantissimo dibattito che non può essere affrontato in tutta la sua complessità in una sola recensione. Raffaele Alberto Ventura, Calcutta e la musica indie Raffaele Alberto Ventura, nel quarto capitolo del suo libro, scrive che: «In origine, il termine [indie] definisce le aziende culturali medie o piccole e i loro prodotti, in opposizione ai prodotti mainstream delle grandi major; oggi è semplicemente un claim promozionale. […] Il prodotto “indipendente” è oggi semplicemente uno dei tanti prodotti industriali disponibili». Nelle pagine che seguono l’autore sottolinea che: «Lo scenario è paradossale: grandi gruppi editoriali che pubblicano testi rivoluzionari, multinazionali discografiche che vendono canzoni che le sbeffeggiano, major cinematografiche che si mascherano da opifici indipendenti». Tale riflessione sul mondo “indie” offre un interessante collegamento all’affermazione di una scena musicale indipendente italiana che trova in Edoardo Calcutta, in arte Calcutta, l’esempio più importante. Il 30 novembre 2015 Calcutta pubblica “Mainstream”, il suo secondo disco. Nel giro di un anno Calcutta riesce a consacrarsi come esponente di un movimento musicale (non ben definito) che prende il nome di indie. Dopo due anni abbondanti dall’affermazione della scena “indie”, non si è ancora compreso quale siano le differenze tra indie e pop e dove finisca l’uno e inizi l’altro, dato che i due generi (ammesso che l’indie sia un genere) sembrano inglobarsi vicendevolmente. Il tempo,forse, chiarirà cosa sia esattamente l’indie e darà la possibilità di comprendere se in realtà ci troviamo semplicemente dinanzi ad una musica pop che ha trovato altri canali di distribuzione e che per questo è stata percepita come “differente”, come se il mezzo avesse determinato il contenuto; o se effettivamente ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso. Lasciando al tempo il compito di sciogliere questo nodo e tornando all’album “Mainstream”, la parola che più viene associata al cantante di Latina è disagio. Termine che tra l’altro non piace all’autore che ha più volte sottolineato come il suo intento sia semplicemente quello di raccontare storie, non di inquadrare una generazione.  Al di là di ciò che Calcutta […]

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Recensioni

Recensione di Oh, Vita! Jova, siamo noi a doverti celebrare

Il 1° dicembre è uscito Oh, Vita!, il nuovo album di Jovanotti prodotto da Rick Rubin. Nella musica jovanottiana è possibile rinvenire diverse anime che spesso si fondono per dare vita ad un qualcosa che si distingue per l’energia e la vitalità. In questa prospettiva, l’ultimo album di Lorenzo Cherubini è un esempio perfetto di come l’anima cantautoriale possa coesistere con quella hip hop in un lavoro che si distingue, più che per la presenza, per l’assenza di suoni. Il lavoro alla produzione di Rick Rubin, uno che ha prodotto i Red Hot Chili Peppers, Shakira e i System of a Down, solo per fare qualche nome, è stato proprio all’insegna della sottrazione di qualsiasi cosa fosse superfluo. Il risultato è un Jovanotti che non ha pura di mostrarsi nudo con tutti i suoi limiti in un disco dove metà delle tracce sono eseguite con voce e chitarra. Jovanotti non è solo un cantante ma un creatore di contenuti audiovisivi e il suo sito Jova.tv o la sua pagina Facebook ne sono la dimostrazione. In Oh, Vita!, singolo che con Paura di niente ha iniziato a far conoscere il disco agli ascoltatori, Jovanotti canta: «Ormai sono uno standard | Un grande classico». E Lorenzo, dati i tanti anni di carriera alle spalle, è davvero un grande classico ma la sua vitalità lo rende contemporaneo, uno che si tuffa nell’esistenza per viverla e farla vivere attraverso le canzoni. L’amore spropositato per la musica traspare dalle dirette dal Jova Pop Shop, negozio aperto in questi giorni a Milano per lanciare il disco, in cui si avvicendano artisti di ogni genere che suonano e si divertono intrattenendo. Il pubblico può seguire dal vivo, da casa, in treno, nei parchi perché la tecnologia permette di arrivare ovunque e senza mediazioni. Se ancora non avete ascoltato l’album e vi state chiedendo se Jovanotti è sempre ”eccessivamente” positivo la risposta è sì, ma anche no. Sì perché alcune tracce sono piene di energia e perché celebrano la vita, la libertà, l’amore e le origini come dimostra Ragazzi per strada: «Ragazzini per strada |A giocarsi la vita|Che quando sembra finita |Magari è appena iniziata». No perché ci sono pezzi altrettanto belli che raccontano storie vere e difficili, a tratti tristi e dolorose, come Quello che intendevi e Affermativo.  Insomma, è un Jovanotti positivo come sempre ma realistico, che racconta anche le difficoltà che sono parte della vita perché non per tutti è sempre uno spasso. Se vi state anche chiedendo se Jovanotti è sempre “eccessivamente” romantico la risposta, in questo caso, è un secco sì. «Dicono finiscila con questa storia |Di essere romantico fino alla noia |Certo hanno ragione è gente intelligente |Ma di aver ragione non mi frega niente | Voglio avere torto mentre tu mi baci |Respirare l’aria delle tue narici», queste le parole che in Chiaro di luna spiegano quanto a Jovanotti interessi il nostro “eccessivamente”. Quest’ultima canzone è stata ritenuta come la naturale erede di “A te” eppure, a giudizio di chi scrive, […]

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Libri

Le Macerie prime di Zerocalcare e i nostri demoni

Edito da Bao Publishing, Macerie prime è il nuovo libro di Zerocalcare che torna in vetta alle classifiche dopo i successi di Dimentica il mio nome e Kobane calling. Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti italiani più apprezzati. Negli ultimi anni, grazie ai suoi lavori, migliaia di lettori si sono avvicinati ai “disegnini”, come li definisce lo stesso autore, capendo che le tavole di una graphic novel possono essere belle quanto le pagine di un romanzo. Il successo di pubblico è stato poi consacrato dal riconoscimento della critica quando Dimentica il mio nome è stato preso in considerazione per il Premio Strega. Chi ha letto tutti i lavori di Zerocalcare sa bene quanto le opere siano progressivamente migliorate negli anni constatando una crescita artistica notevole. Dopo aver dimostrato una maturità artistica, Zerocalcare torna al racconto della quotidianità per riflettere su quanto sia difficile crescere e cambiare. Cosa sono le Macerie prime? «Se penso che le persone con le quali sono cresciuto – persone migliori di me che ancora adesso, quando parlano, prendo appunti per segnarmi le cose da dire nelle interviste – fanno l’inventario di notte nei supermercati, l’unico modo che ho di rappresentare le loro vite è questo: un mondo di macerie». Sebbene l’intento dell’autore non sia quello di comporre un ritratto generazionale, Macerie prime è il miglior modo per capire la precarietà di chi ha dai venti ai quaranta anni. Non si pensi però ad una lettura noiosa ed angosciante, perché Zerocalcare non si sofferma su stereotipi o complesse dinamiche sociali ma propone dialoghi semplici e diretti. Il punto di forza di Macerie prime sono i personaggi che, esprimendo desideri e aspirazioni individuali, intercettano  sentimenti, paure e gioie che sono universali. A tal proposito l’autore ha dichiarato: «Ho intervistato i miei amici per fare questo libro ed è stato imbarazzante. Ho il pallino di non voler mettere in bocca alle persone cose arbitrarie o che non pensano o che non dicono. Poi i personaggi sono stati mescolati, alcuni racchiudono anche tre personaggi insieme, oppure ho cambiato dei dettagli in modo tale che tutti possano dire alla loro madre, “Ahò, guarda che questo non sono io!”». Mentre nelle opere precedenti la presenza di un narratore che filtrava gli eventi era costante, in Macerie Prime Zerocalcare fa un passo indietro per dare vita ad un’opera corale. Finalmente il lettore ha la possibilità di capire chi sono realmente Secco e Cinghiale, personaggi storici che in questi anni sono cresciuti e cambiati. Il pretesto per conoscere meglio tutti gli amici di sempre è il matrimonio di uno di loro che porterà Zerocalcare a riflettere su quanto il successo e gli impegni rendano difficile dedicare le dovute attenzioni agli affetti più cari. È difficile trovare un equilibrio tra persona e personaggio soprattutto a causa delle aspettative altrui. Tra le Macerie si aggirano i demoni che Zerocalcare vuole affrontare Macerie prime è il racconto dei demoni che ognuno di noi deve costantemente affrontare per crescere. Ma di cosa si nutrono i nostri […]

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Libri

La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento di Leonardo Bianchi

Edito da Minimum Fax, La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento è il primo libro di Leonardo Bianchi, giornalista e blogger che, oltre ad essere news editor di Vice Italia, ha collaborato con Valigia Blu e Internazionale. Che cosa è il gentismo di cui parla Bianchi nel suo libro? Nel capitolo introduttivo l’autore propone diverse definizioni di “gentismo” che evidenziano aspetti differenti di un fenomeno difficilmente inquadrabile. Non a caso l’autore scrive che il gentismo è «un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e le pulsioni profonde della politica e della società italiana». Dunque, quali sono le caratteristiche del gentismo? Sono sostanzialmente tre: la contrapposizione tra la Gente e la Kasta, l’indignazione o l’esasperazione come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» e la creazione di “realtà parallele” che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla “realtà ufficiale”, ma hanno la capacità di provocare effetti concreti. Secondo Leonardo Bianchi le origini del gentismo vanno ricercate nei primi anni novanta. In quel frammento di storia la Piazza inizia a prevalere sul Palazzo e salta qualsiasi tipo di mediazione. La Gente, per la prima volta nella storia repubblicana, inizia a non riconoscere alcun tipo di autorevolezza nelle forze partitiche tradizionali mentre le trasmissioni televisive e gli spettacoli teatrali (si pensi a quelli di Beppe Grillo degli anni ‘90) che danno voce alla Piazza acquistano progressivamente consenso. Nel giro di vent’anni anche la mediazione dei giornali e delle televisioni verrà messa in discussione dando vita ad un fenomeno per cui chiunque può mettere in discussione tutto. Come si è visto il gentismo parte da lontano e tanti sono i passaggi che contribuiscono alla sua evoluzione: l’uscita del libro La casta di Stella e Rizzo, la crisi economica, l’emergere del Movimento 5 Stelle. Tra i tanti fattori ce n’è però uno particolarmente importante: l’apparente uscita di scena di Berlusconi. Questo punto è fondamentale perché, al di là dei giudizi di valore che si possono attribuire al berlusconismo, è un dato di fatto che un tratto caratterizzante dello stesso sia stata la forte polarizzazione tra sostenitori e detrattori. Con il momentaneo arretramento di Berlusconi una parte del Paese si è ritrovata senza un nemico da combattere e ha spostato le attenzioni verso altri fenomeni. La caratteristica principale de La Gente è che l’autore parte da fatti di cronaca recenti per tracciare i contorni di un fenomeno più vasto che sarebbe altrimenti difficile da comprendere. Le definizioni non riescono ad inglobare le molteplici sfaccettature del gentismo che, infatti, va spiegato dalle sue manifestazioni più concrete. È esattamente quello che fa Bianchi. Attraverso una narrazione scorrevole e precisa viene tracciata una linea che collega idealmente il movimento dei Forconi, le periferie italiane, l’associazionismo cattolico, le teorie complottiste e l’emergere di una Alt-Right italiana. Da cosa sono legati questi eventi? Dal risentimento di un segmento della società che schiacciato dalla […]

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Recensioni

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” di Ahmet Altan

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” è un pamphlet dello scrittore e giornalista turco Ahmet Altan, arrestato in seguito al fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il pamphlet è uscito con il numero speciale di Internazionale in edicola il 29 settembre. Ahmet Altan, classe 1950, è un giornalista e scrittore turco. Nel novembre del 2007 fonda “Taraf” (“Lato” in turco), un quotidiano liberale di sinistra che tratta problemi spinosi come il genocidio degli armeni, la questione curda e si oppone all’ingerenza dei militari turchi nella vita politica e sociale. Si dimette dall’incarico di direttore ed editorialista nel dicembre del 2012.  È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese e in Italia, nel 2016, le Edizioni E/O hanno pubblicato Scrittore e assassino. La prigionia di Ahmet Altan Ahmet Altan è in galera dal settembre 2016 e rischia l’ergastolo per “la conoscenza di uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato”: se non si trattasse di una questione giudiziaria che potrebbe rovinare la vita di un uomo si potrebbe avere l’impressione di trovarsi dinanzi ad una farsa dai contorni grotteschi. L’intera accusa si basa su testimonianze contraddittorie, se non chiaramente false, e opinioni che divengono prove. L’autore definisce l’atto d’accusa come una “nebbia indistinta di bugie” e afferma che il sistema giudiziario turco è divenuto un “mattatoio del diritto”. «Stando alla legge, non è possibile imbastire un processo senza prove, basandosi unicamente sulle impressioni di un pubblico ministero. Eppure è ciò che sta accadendo qui. E ci troviamo costretti a controbattere a queste sciocchezze». Quella di Altan è una risposta forte e necessaria che scaturisce dalla volontà di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno. L’autore risponde alle accuse con una contraccusa al pubblico ministero che dimostra la sospensione dello stato di diritto. Non potendosi tutelare attraverso la legge, lo scrittore turco usa la penna per difendersi. È sicuramente un modo per far sapere al resto del mondo ciò che accade in Turchia ma è anche, come spiega lo stesso autore, un modo per documentare tutto “in vista del giorno in cui la legge si risveglierà”. La lettura di questo pamphlet è, però, interessante perché nel difendersi lo scrittone ripercorre una serie di eventi che sono cruciali per la comprensione dell’attuale situazione turca e offre anche una chiave di lettura per ciò che potrebbe accadere in futuro. Secondo lo scrittore «la Turchia si sta rapidamente avviando verso il crollo totale» e questo porterà Erdoğan a perdere le prossime elezioni. Tuttavia, l’analisi che riguarda la Turchia è valida per molti altri contesti. «Nelle nazioni prive di credibilità e in cui non vige lo stato di diritto gli investimenti interni e stranieri si interrompono. L’economia comincia ad arretrare. L’inflazione e la disoccupazione vanno fuori controllo. La gente non riesce a mettere nel piatto un po’ di carne […] Alla fine non riescono più a sopportare gli occhi affamati dei loro figli e votano contro […]

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Attualità

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy. Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro. È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire. Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy […]

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Recensioni

Forse non sarà domani: Rocco Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Concerti

Fabi a Castel Sant’Elmo con Diventi Inventi

Niccolò Fabi celebra i venti anni di carriera col tour Diventi Inventi 1997-2017 e la sua musica si diffonde nella Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo, a Napoli. Sono le 21:30 circa di una sera di fine giugno quando Niccolò Fabi, accompagnato dalla chitarra e dalla band, fa il suo ingresso sul palco. Le luci rivolte verso il pubblico permettono di individuare solo delle sagome ma l’accoglienza è calorosa e continuerà ad esserlo per tutta la serata. Il cantautore romano torna a Napoli dopo l’incontro con Paolo Benvegnù al Museo Archeologico e continua ad emozionare e divertire. Fabi non poteva non iniziare questa tappa napoletana del tour Diventi Inventi 1997-2017 con il pezzo che ha dato il nome all’album d’esordio: Il giardiniere. Sono passati ormai venti anni dall’uscita di quell’album ma la voglia di cantare è la stessa e il numero di spettatore è progressivamente aumentato. Fabi celebra i venti anni di carriera con un tour, Diventi Inventi,  il cui obiettivo non è proporre le canzoni migliori o di maggior successo ma incontrare le persone che hanno reso possibile quel successo, guardali negli occhi e dire grazie per l’affetto ricevuto negli anni. Il pubblico napoletano offre al cantautore romano un abbraccio caloroso che lo avvolge proteggendolo dall’insicurezza e dalla timidezza, come ammette lo stesso Fabi più volte durante la serata. E se la serata inizia con una canzone di venti anni fa, successivamente si alternano canzoni più o meno recenti tracciando una linea immaginaria che lega l’ultimo album ai precedenti.  Si spazia da Una somma di piccole cose a Rosso passando per La promessa, Ha perso la città, Filosofia agricola e Non vale più.  Seguono È non è, Ecco e Le chiavi di casa. Poi i musicisti lasciano la scena a Fabi che, accompagnato dal pianoforte e dal pubblico, esegue Una mano sugli occhi e Il negozio di antiquariato. Fabi canta Offeso, saluta e scende dal palco ma dopo poco risale per concedere il bis: Facciamo finta, Una buona idea, Costruire, Vento d’estate e Lasciarsi un giorno a Roma. C’è anche lo spazio per Mela di Alberto Bianco che col suo gruppo (Damir Nefat, Filippo Cornaglia e Matteo Giai) accompagna egregiamente Fabi sul palco. La fine del concerto viene sancita dalle note di Lontano da me che tutti cantano tributando un lungo applauso non solo al cantautore romano ma a tutti quelli che hanno reso possibile una serata in un luogo di straordinaria bellezza da cui poter osservare una Napoli ancora più bella di notte. Diventi Inventi non è solo un tour ma anche una raccolta di brani che cercherà di sintetizzare 20 anni di musica. Fabi chiude un cerchio e lo fa tornando anche visivamente al punto di partenza La copertina della raccolta sarà un primo piano a colori, esattamente come per il primo album.  È forse il momento migliore per celebrare una lunga carriera dato il successo che ha riscontrato Una somma di piccole cose, un album intimo e semplice che è riuscito ad arrivare in vetta alle classifiche […]

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Recensioni

Gli Equinozi di Cyril Pedrosa – Recensione

Gli Equinozi è l’ultimo lavoro di Cyril Pedrosa, opera edita dalla Bao Publishing che scaturisce da tre lunghi anni di lavoro. Cyril Pedrosa propone la sua nuova graphic novel dopo il successo riscontrato con Portugal e non tradisce le aspettative. Gli Equinozi non è il racconto di una storia ma di tante storie che si legano tra loro. La struttura narrativa è caratterizzata dalla presenza di quattro capitoli che si succedono seguendo l’alternanza delle stagioni e in ognuno di essi c’è lo spazio per occuparsi di piccoli frammenti di vita di ogni personaggio. L’autunno, l’inverno, la primavera e l’estate non sono solo funzionali alla costruzione di una cornice per il racconto e per la scansione del tempo ma rimandano alla ciclicità della vita e al passare del tempo: i vari personaggi si distinguono proprio per le diverse stagioni della vita che stanno vivendo. Le vicende raccontante riguardano personaggi differenti tra loro per età anagrafica e per esperienze. Si spazia dal rapporto forse più interessante tra Antonie e Louis, un giovane ragazzo ed un anziano signore, a quello complicato tra madre, padre e figlia ossia Christine, Vincent e Paulline. C’è la storia di Camille che usa la fotografia come filtro attraverso cui osservare il mondo e quella di Damien, fratello di Vincent e sacerdote.  E saranno proprio i dialoghi tra Vincent e il fratello a costituire uno dei punti più interessanti del racconto perché sinceri e toccanti. Le storie che si alternano con ritmo durante il racconto convergono tutte nella stessa direzione, come per sottolineare quell’invisibile filo che lega ogni esistenza alle altre indipendentemente dalla volontà del singolo. A far comprendere il peso di ogni singola vita più che le conseguenze delle azioni, sono le assenze di alcuni personaggi, assenze che lasciano vuoti incolmabili e che fanno cambiare la percezione di un’intera esistenza. L’impercettibile legame tra personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune è evidenziato anche dalla scelta di non dividere le storie ma anzi, passare dall’una all’altra sfruttando particolari, oggetti, vedute comuni a personaggi lontani nello spazio ma non nel racconto. Il problema è che quegli stessi personaggi, quegli stessi uomini, riscontrano una difficoltà nel comunicare, nel comprendersi: «La nostra percezione degli altri non arriverà mai a rivelarci cosa essi siano, allo stesso modo in cui quel riflesso di sé restituito dal retrovisore non racconta realmente cosa sia lui. Siamo definitivamente inaccessibili gli uni agli altri». Pedrosa lascia spiegare alle parole i concetti che non possono essere disegnati non perché sia impossibile farlo o per mancanza di strumenti ma per scelta. Infatti, nel racconto non si alternano solo le storie dei personaggi ma anche i lunghi testi e le immagini. Pedrosa sfrutta le fotografie scattate ai protagonisti per catapultare il lettore in una dimensione dove si possono conoscere e comprendere debolezze, gioie, delusioni, sogni e paure dei personaggi. E se la fotografia è lo strumento attraverso cui immortalare l’umanità in tutte le sue sfaccettature, lo scatto che ne scaturisce è impietoso e commovente. Si può prendere atto di ciò […]

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Attualità

In Venezuela continuano le contestazioni contro Maduro

In Venezuela continuano le manifestazioni di protesta contro il presidente Nicolás Maduro che non riesce a portare in salvo un Paese in cui quasi l’80% della popolazione vive in condizioni di povertà, anche estrema. Le proteste che si protraggono ormai da più di un mese e che hanno causato un bilancio di 31 morti, centinaia di feriti, 1500 arresti e una scia di distruzione e saccheggi sembrano non poter trovare una conclusione. La coalizione d’opposizione, la “Mesa de la unidad democrátaica” (Mud), che nel dicembre del 2015 è riuscita ad ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento, ha dichiarato che le manifestazioni continueranno fin quando il governo non prenderà in considerazione le sue richieste che implicano il convocare nuove elezioni, autorizzare aiuti umanitari nel Paese, rilasciare prigionieri politici e licenziare i giudici della Corte Suprema accusati di voler sciogliere il Parlamento. Ad alimentare il clima di tensione vi sono le guerre propagandistiche tra i giornali che sostengono il governo e quelli che lo accusano di aver creato la crisi. Secondo gli oppositori, Maduro è il responsabile di un accentramento del potere legislativo, esecutivo e giudiziario che, unito al controllo della stampa e dell’esercito, potrebbe innescare reazioni ancor più violente e non risolvibili attraverso modalità democratiche. Il Venezuela di Maduro, un paese allo sbando In Venezuela è diventato praticamente impossibile condurre una vita normale. Il primo problema è legato alla penuria alimentare e, conseguentemente, alla difficoltà nel reperire alimenti come pasta, pane, olio, zucchero o riso. I cittadini sono costretti ad interminabili code e a prezzi che, seguendo le dinamiche del mercato, tendono a crescere in modo smisurato. Alla crisi alimentare si aggiunge quella sanitaria causata dalla mancanza di medicinali e dalle condizioni durissime nelle quali medici ed infermieri sono costretti a lavorare data la mancanza di fondi. La carenza di medicinali è dovuta anche alla presenza di un mercato nero gestito in parte anche dai militari che sfruttano la precarietà della situazione per venderli dopo averli sequestrati o anche rubati. L’impossibilità di curarsi e di trovare cibo ha portato a più di centomila casi di malaria all’anno e anche a casi di peste. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il tasso di inflazione del Venezuela è il più alto del mondo e l’economia ha fatto registrare una drastica recessione. Le fabbriche non riescono più a produrre e l’esportazione dei beni rende sempre meno, data la svalutazione del Bolivar. Le poche persone che continuano a detenere gran parte della ricchezza sono generali, alti funzionari o grandi imprenditori che sfruttano la corruzione, il contrabbando, gli appalti statali e il riciclaggio di denaro. La violenza dilaga e diviene normalità. In una realtà dove gli stessi poliziotti rubano, le immagini di ladri e stupratori che vengono linciati, denudati e lasciati morire anche nel centro di Caracas diventano ordinarie. I risultati raggiunti dal Chávez durante i suoi 14 anni di governo attraverso un uso strategico della ricchezza petrolifera del Paese avevano portato ad un miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri. L’azione di Chávez però […]

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Culturalmente

Il costo dell’efficienza nell’era della velocità secondo Oliver Burkeman

Oliver Burkeman, sulle pagine del The Guardian, propone una riflessione sul legame tra tempo ed efficienza, legame che sembra caratterizzare inesorabilmente la nostra società. L’articolo, tradotto da Internazionale, si apre con il racconto dell’esperienza di Marlin Mann che in un lunedì dell’estate del 2007 propose ai dipendenti di Google inbox zero, un sistema per evitare l’accumularsi di e-mail, problema fortemente sentito in un settore dove essere al passo coi tempi e ricevere tutte le notizie è fondamentale. Burkeman fa notare come negli ultimi decenni siano stati scritti sempre più libri in cui si dispensano metodi per organizzare il lavoro in modo tale da rendersi più produttivi ed efficienti. Secondo lo scrittore: «Il nostro destino di uomini moderni, è caratterizzato dal fatto che ci sentiamo obbligati a rispondere alla pressione dei vincoli temporali diventando quanto più possibile efficienti, anche se così facendo, a dispetto delle promesse che vi vengono fatte, non riduciamo lo stress». Il pensiero di Oliver Burkeman Il problema del tempo a nostra disposizione durante l’esistenza era già stato trattato da Seneca nel De brevitate vitae ma da allora la vita e il modo di lavorare è cambiato. Dalla fine del 1800, da quando Taylor diede vita all’ “organizzazione scientifica del lavoro”, il dover sfruttare il tempo con la massima efficienza per rendere massima la produttività è divenuto il problema principale dei lavoratori e dei dirigenti. Il taylorismo e il fordismo si sono posti alla base di un modello economico che si è evoluto col passare del tempo e ha influenzato sempre di più la vita dei lavoratori e dei consumatori. Durante lo scorso secolo, infatti, in seguito all’introduzione delle catene di montaggio, la produzione è stata caratterizzata da ritmi di lavoro serrati, produzione standardizzata, stipendi alti quanto necessario per garantire l’acquisto dei beni prodotti dagli stessi lavoratori e pubblicità volte a rendere quei beni prodotti appetibili. Tutto ciò nel 1930 aveva portato Keynes a pensare che entro un secolo avremmo lavorato solo quindici ore alla settimana. Le previsioni dell’economista si sono rivelate errate dato che, a differenza di quanto egli riteneva, non ci siamo accontentati della soddisfazione dei bisogni elementari ma abbiamo iniziato a desiderare sempre di più. A tal proposito Burkeman scrive: «A seconda del grado che occupiamo nella scala economica, è impossibile, o almeno ci sembra impossibile, ridurre le ore di lavoro in cambio di più tempo libero». «Ma se questa efficienza non facesse altro che peggiorare le cose?» si chiede Oliver Burkeman.  Molti dei metodi di organizzazione del tempo e del lavoro sul lungo termine si rivelano fallimentari perché una volta raggiunti gli obiettivi primari se ne pongono costantemente di nuovi o perché l’incremento di efficienza porta ad una domanda di lavoro maggiore. Lo stesso Mann, creatore del sistema inbox zero, a dieci anni di distanza da quella conferenza afferma: «Ho abbandonato le mie priorità per scrivere di altre priorità. Senza volere ho ignorato il mio stesso consiglio: non permettere mai che il lavoro comprometta le cose più belle». Il problema è che questo modo di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Paolo Benvegnù e Fabi: l’incontro al Museo Archeologico di Napoli

Sabato 22 aprile presso la sala Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli si è svolto l’incontro con Paolo Benvegnù e Niccolò Fabi, un’interessante conversazione  che ha riguardato l’arte e il ruolo dell’artista. L’evento è parte del “Festival MANN – Muse al Museo” che dal 19 aprile sta permettendo a vari artisti di esibirsi tra le opere del museo. L’incontro tra Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù è stato interessante e, al contempo, atipico: è strano vedere un artista che intervista un collega e, inoltre, se i due si stimano reciprocamente, è probabile che quella che doveva essere un’intervista si trasformi in una piacevole conversazione tra amici dove il pubblico non è osservatore esterno ma parte integrante.  Se a tutto ciò si aggiunge una location d’eccezione quale è la sala Toro Farnese del Museo Archeologico di Napoli e due canzoni cantante da Fabi, il risultato è un’emozionante occasione per riflettere sul ruolo dell’artista in relazione al suo lavoro e al pubblico. Il punto di partenza della conversazione è una considerazione sull’arte intesa come risultato di un processo quasi artigianale attraverso cui costruire un qualcosa che è prodotto di intuizioni e idee. In tal senso la sala Toro Farnese del museo è il luogo più appropriato dove spiegare il concetto, perché le stupende sculture ai lati e alle spalle degli artisti rendono perfettamente l’idea di ciò che significhi trasformare un’intuizione, un’idea, in un qualcosa di concreto che resterà nel tempo e che potrà essere osservato dagli altri. Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù tra “peso” e “leggerezza” Da dove arrivino le idee che sono alla base di molte delle sue canzoni lo spiega lo stesso Fabi. Come spiega l’autore, la prima fase della vita, trascorsa tendenzialmente in solitudine, è stata un’opportunità per osservare il mondo ed è proprio da quell’osservazione che scaturiscono molte delle idee alla base delle sue canzoni. È forse questo il momento più interessante dell’evento, perché offre l’opportunità di capire quel passaggio fondamentale che collega l’intuizione alla costruzione di una canzone: l’artista romano spiega come la “leggerezza” della sua voce e la sua statura gli abbiano permesso di affrontare quello che definisce “il peso” senza doversi eccessivamente preoccupare del risultato finale: una contrapposizione funzionale al riuscire a comunicare argomenti intimi senza gravare sull’ascoltatore. Ascoltatore che Fabi non vuole conquistare ma sedurre: il suo primo album, uscito ormai 20 anni fa, Il giardiniere, rimanda all’idea di un’operazione volta a seminare un qualcosa che darà i suoi frutti senza che ciò implichi il voler ottenere immediatamente un risultato. Le domande di Paolo Benvegnù al contempo precise e ricche di spunti di riflessione, che il collega coglie al volo, portano l’attenzione sulla copertina del penultimo album di Niccolò Fabi, Ecco. «Sulla copertina del tuo ultimo album impugni un arco, qual è il bersaglio?» Nella replica il cantautore romano ammette che quell’immagine è riuscita a racchiudere e, in un certo senso, anche anticipare, ciò che sarebbe poi successo: «Nello scoccare quella freccia c’è un aspetto legato alla forza necessaria per riuscirci ma soprattutto c’è […]

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Attualità

Gabriele Del Grande e la libertà da difendere

Gabriele Del Grande, giornalista e regista italiano, è in stato di fermo in Turchia dal 10 aprile senza che alcuna accusa sia stata formalizzata. Gabriele del Grande viene fermato il 9 aprile mentre si trova in una zona militare, non delimitata con filo spinato, nella provincia di Hatay, ai confini della Siria e viene portato in un centro di detenzione amministrativo. Dopo aver informato la compagna dell’accaduto tramite un messaggio, si perdono le sue tracce e dal 10 aprile viene portato e posto in stato di fermo nel centro di detenzione amministrativo turco di Mugla, nonostante la mancata formalizzazione di un’accusa. Il 14 aprile le autorità turche impediscono al console italiano un incontro con Gabriele e, successivamente, lo impediranno anche al legale e al viceconsole. Il 19 aprile Angelino Alfano, Ministro degli Esteri, richiede il rilascio immediato del giornalista italiano senza successo. Nella stessa giornata Gabriele riesce a contattare telefonicamente la famiglia e afferma: «La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame». Il senatore Luigi Manconi, facendo notare una chiara violazione della convenzione di Vienna, ha affermato: «Non esistono prove o conferme che volesse passare dalla Turchia alla Siria, così come non esiste conferma o prova che egli abbia avuto un colloquio con persone sospettate di terrorismo. Sono bufale che circolano, oltretutto in forma non ufficiale, che mirano a screditare la figura di uno scrittore che stava facendo il suo mestiere». Durante una conferenza organizzata presso Palazzo Madama, Valerio Mastrandrea ha letto la lettera che i familiari e la compagna di Gabriele hanno scritto affinché le autorità competenti si attivino. Nella parte finale della stessa i familiari scrivono: «Chiediamo al ministro Alfano, ai parlamentari e ad ogni rappresentante del popolo italiano di mobilitarsi con noi, di fare tutto quello che è in loro potere per riportare Gabriele a casa dalla sua famiglia, dai suoi bambini. Chiediamo di pensare se al posto di Gabriele ci fosse un vostro figlio, un vostro fratello, compagno, sareste disposti a fargli subire una tale angheria? Noi contiamo su di voi, in qualità di nostri rappresentanti. Noi contiamo sulla Vostra volontà di intervenire perché questa brutta vicenda possa risolversi al più presto.  Noi contiamo su di Voi». Chi è Gabriele Del Grande? Chi sia Gabriele Del Grande lo spiega la compagna e madre dei suoi bambini, Alexandra D’Onofrio: «Lui va zaino in spalla e chiacchiera, passa ore a parlare con le persone nella loro lingua senza mediatori, in maniera spontanea. Non va alla ricerca dello scoop, ma di quanto ci può fare riflettere». Gabriele Del Grande, 35 anni, nato a Lucca e laureatosi in Studi Orientali presso l’università di Bologna, è giornalista, blogger e regista. All’interno del suo blog e osservatorio Fortress Europe, documenta tutte le notizie riguardanti i migranti morti in mare durante i viaggi per raggiungere l’Europa dal 1988 al febbraio dello scorso anno. Tra i suoi lavori più importanti […]

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Recensioni

Il suono del mondo a memoria, l’intenso viaggio di Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria, edito da Bao Publishing, è la prima graphic novel di Giacomo Bevilacqua, classe 1983 e noto al grande pubblico grazie al suo A Panda piace. New York durante il mese di dicembre è una città caotica, tutti corrono per raggiungere un luogo, qualcosa o qualcuno. Tra le strade affollate della metropoli si aggira un ragazzo che cerca di lasciarsi alle spalle il dolore causato dalla fine di un amore. Poche azioni semplici e da ripetere con cura maniacale per evitare qualsiasi tipo di contatto umano, per rifugiarsi nel proprio dolore, per non dover affrontare la realtà. Qualcosa però irrompe con impeto nelle giornate di Sam, qualcosa che scardinerà le sue regole. La storia de Il suono del mondo a memoria inizia durante una splendida giornata di sole newyorkese: dopo essere stato svegliato dalle vibrazioni del suo cellulare, Sam si prepara per uscire. Un paio di cuffie, una macchina fotografica, la voglia di isolarsi dal mondo e i numeri da contare per sfuggire all’ansia provocata dalla casualità. Sì, contare perché “la casualità è la cosa più spaventosa del mondo perché contro di lei non esistono regole e l’unica cosa che puoi fare è contare”. Sam deve trascorrere due mesi a Manhattan per scrivere un articolo rispettando una semplice regola: non parlare con altre persone.  Tuttavia, New York non è una città che si lascia usare, ti punisce se infrangi le regole ed è capace di cambiare il tuo destino obbligandoti a guardare la realtà. Il suono del mondo a memoria: un viaggio nell’anima di Manhattan L’impianto narrativo de Il suono del mondo a memoria ruota attorno a pochissimi personaggi tra cui spicca la figura di Sam, tipico fotografo introverso che attraverso le sue fotografie diventa tutt’uno col mondo che lo circonda. Tuttavia, ciò che caratterizza la graphic novel di Bevilacqua è la costante presenza di una città che attraverso i suoi colori e le sue atmosfere accompagna sia il lettore che il protagonista. Il suono del mondo a memoria è un racconto che si legge d’un fiato e che regala al lettore un sorriso sincero e colmo d’affetto. Leggerlo una sola volte è praticamente impossibile: appena finito viene voglia di rileggerlo, magari con un pezzo di Chet Baker in sottofondo. Ed è proprio rileggendolo che ci si accorge di quei piccoli particolari che ritornano più volte e che dimostrano l’accuratezza del lavoro. Col progredire della lettura si finisce col dimenticare che si sta leggendo un fumetto perché si ha l’impressione di guardare un cortometraggio: le parole guidano il lettore lungo un viaggio in una città che si evolve attimo dopo attimo, città in cui è possibile immergersi grazie a delle immagini curate nei dettagli a tal punto da sembrare dei veri e propri scatti fotografici. Attraverso le avventure di Sam capiremo che il mondo può essere visto in bianco e nero o a colori ma non si può distogliere lo sguardo dalla realtà. Il suono del mondo a memoria è disponibile su Amazon. Clicca qui […]

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