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Eroica Fenice

Musica

Tradizione E Tradimento, il nuovo album di Niccolò Fabi

Uscito l’11 ottobre, Tradizione E Tradimento è il nuovo album di Niccolò Fabi per la Universal Music Italia. Facciamo finta per un attimo di essere sulla cima di un faro in Mozambico. Tutti, o quasi tutti perché magari qualcuno non ama la fotografia, scattano foto al mare cercando in quel blu qualcosa di eccezionale. È normale, è quello che probabilmente farebbero un po’ tutti. Il po’ è dovuto al fatto che potrebbe esserci qualcuno che invece si sofferma «sull’intersezione tra il pavimento, di un blu-verde estremamente forte, e la balaustra, rossa» iniziando a scattare tante fotografie dato che sembra di «vedere un punto di incontro tra terra e cielo». In realtà il punto di incontro lo potresti vedere con la linea dell’orizzonte ma no, sei Niccolò Fabi e quella foto diventerà la copertina del tuo nuovo album perché «questo è il ruolo dell’arte e della poesia: farci scoprire qualcosa che è sotto i nostri occhi ma noi non cogliamo». Dopo una pausa artistica, Niccolò Fabi è tornato offrendo un disco, Tradizione E Tradimento, che percorre un sentiero già tracciato da Una somma di piccole cose, album che rappresenta sicuramente una vetta artistica difficilmente replicabile. Con una semplicità musicale e una sincerità emotiva devastante Una Somma di piccole cose resta il migliore album di Fabi che prova infatti a preservare quella dimensione introspettiva. Era difficile, e forse anche sbagliato, ricreare tutte le condizioni dell’album precedente ed ecco che Niccolò Fabi in Tradizione E Tradimento prova a tradirsi allontanandosi da sé stesso. «È un disco sulla ricerca di un equilibrio all’interno di un cambiamento tra la memoria e la prospettiva. La scelta difficile tra cosa conservare e cosa lasciare andare, come evolversi e trasformarsi rispettando la propria identità. Come trarre forza da ciò che ci è stato consegnato come tradizione e allo stesso tempo avere il coraggio di tradire quel percorso». Più che nei testi, la distanza è nella musica che a tratti vira anche verso un’elettronica d’ambiente toccando corde differenti. Un processo creativo a tratti burrascoso che ha poi trovato un equilibrio naturale grazie all’accompagnamento artistico di Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco. L’album è stato registrato e mixato da Riccardo Parravicini ed è arricchito dalla collaborazione di Daniele Rossi, Fabio Rondanini, Max Dedo e Costanza Francavilla. Tradizione E Tradimento è l’undicesimo album in studio di Niccolò Fabi. L’uscita dell’album è stata anticipata dai singoli Io sono l’altro e Scotta che con le restanti 7 tracce costruiscono un disco di 37 minuti che è nato tra Roma e Ibiza. Sarà possibile ascoltare Tradizione E Tradimento dal vivo dal 29 novembre quando Fabi arriverà nei teatri accompagnato da Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele Rossi e Filippo Cornaglia. Immagine: Universal Music

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Libri

Alan Moore torna con La Lega degli straordinari Gentlemen

La Bao Publishing riporta sugli scaffali delle librerie La Lega degli straordinari Gentlemen, una delle opere più apprezzate di Alan Moore con i disegni di Kevin O’Neill. L’acquisizione dei diritti del lavoro di Alan Moore da parte della Bao Publishing segna l’ultima tappa di un processo editoriale travagliato. Inizialmente, infatti, i diritti dell’edizione italiana erano nelle mani della Magic Press, sono poi stati acquisiti dalla Planeta De Agostini e, infine, nel 2012 dalla Bao Publishing. Quest’ultima sta riproponendo, partendo dal primo volume della saga, i volumi della Lega degli straordinari gentlemen nel loro originale formato americano per accompagnare i lettori fino all’uscita del nuovo volume inedito, La Tempesta, che concluderà la serie. L’opera di Alan Moore è nota anche perché nel 2003  è stato liberamente tratto dal fumetto un film omonimo diretto da Stephen Norrington con la sceneggiatura di James Robinson e con l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery. Per quanto riguarda il primo volume di questa serie che riprende i personaggi dei romanzi vittoriani per riproporli in nuove avventure che li coinvolgono in modo corale, basta leggere le parole introduttive di S. Smiles per comprendere quanto l’opera di di Moore e O’Neill si ricca di un umorismo dissacrante: ” […] A tutti quei piccoli diseredati del futuro, auguriamo lunghe ore felici accanto al focolare insieme alle emozioni e alle risate qui contenute, senza però dimenticare i molti punti seri e moralmente istruttivi di cui è pervaso questo racconto: per primo che le donne passano tutto il tempo a lamentarsi. Poi, che i cinesi sono geniali, ma malvagi. Infine che il laudano, assunto con moderazione, fa bene alla vista e previene i calcoli renali. Con questi fatti bene a mente, permetteteci di augurarvi ancora molte ore di piacevole lettura e godimento e il più felice dei Natali per quanti di voi non siano al momento piagati dal rachitismo, sotto regime carcerario o di fede maomettana. Con i migliori auguri del caso mi firmo, Amico e confidente di ogni bambino, S. Smiles (Editor)“. Ricco di sarcasmo e e di citazionismo, questo primo volume della Lega degli straordinari Gentlemen invita il lettore a seguire le avventure di un gruppo di personaggi eccentrici ed unici. In particolare, seguiremo le vicissitudini di Mina Murray, Allan Quatermain, il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il Capitano Nemo e Hawley Griffin chiamati a rapporto da Mr. Bond per conto di un misterioso Mr. M per sventare un complotto ai danni dell’impero britannico. Alan Moore impreziosisce il suo fumetto con la presenza di personaggi già noti ai lettori più accaniti e che vengono presi a prestito da romanzi come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, Ventimila leghe sotto i mari di Giulio Verne, Le miniere di re Salomone di H. Rider Haggard, Dracula di Bram Stoker e Uomo invisibile di H. G. Wells. Tutte le vicende che coinvolgono i personaggi si svolgono in un’atmosfera che richiama, non a caso, il periodo vittoriano non solo cronologicamente ma anche visivamente grazie ai […]

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Libri

La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

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Libri

Ti chiamo domani: prima graphic novel di Rita Petruccioli

“Ti chiamo domani” di Rita Petruccioli  | Recensione Edita da Bao Publishing, “Ti chiamo domani” è la prima graphic novel scritta e disegnata da Rita Petruccioli. Classe 1982, Rita Petruccioli, dopo aver lavorato per anni come illustratrice e fumettista e aver contribuito a Storie della buona notte per bambine ribelli (Mondadori) e lavorato con Giovanni Masi a Frantumi (Bao Publishing), si presenta ai lettori con la sua prima opera da autrice unica. “Ti chiamo domani” è una graphic novel in cui i colori, in particolare le diverse tonalità di blu e di giallo, assumono notevole importanza e permettono all’autrice di distinguere con chiarezza luoghi, momenti ed emozioni. Chiara ha occhi marroni, capelli bruni ed un carattere espansivo e solare. È un’universitaria e aspirante artista che durante l’Erasmus a Tolosa ha conosciuto un gruppo di amici, che ha voluto rincontrare dopo il ritorno a casa. È per questo che è tornata a Tolosa ed è qui che la incontriamo per la prima volta quando, nel pieno della notte, dopo aver acceso la luce per leggere qualche pagina de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, chiama il padre per tornare a casa. Il modo per farlo, grazie alle amicizie del padre, è viaggiare con Daniele, un camionista con qualche anno in più che sta tornando in Italia dopo aver effettuato delle consegne. I due si incontrano e fin dai primi istanti Daniele sembra un po’ scostante, protetto dalle lenti nere degli occhiali e con poca voglia di parlare. Ma nonostante sembri inizialmente restio al confronto, col passare delle ore si lascerà andare sempre di più e renderà possibile un confronto intimo, alimentato dalla curiosità e utile ad entrambi. “Ti chiamo domani” è quindi il racconto di un viaggio in camion di due giorni da Tolosa a Sabina. Protagonisti della storia due sconosciuti, Chiara e Daniele, le loro parole e i loro silenzi. Silenzi che grazie alla bravura di Rita Petruccioli diranno comunque tanto al lettore.  La loro conoscenza sarà scandita dai ritmi di un viaggio in cui la conversazione è il miglior modo per ingannare il tempo. Data la differenza anagrafica, Chiara e Daniele hanno due storie diverse ma durante il viaggio capiranno che una storia può cambiare in base a chi la racconta, per il modo in cui lo fa, e in base a chi ascolta. Si può dire tutto, niente o qualcosa, si può ascoltare ma soprattutto si possono vedere le cose da un’altra prospettiva. Nell’intervista rilasciata a Alessandro Roncato per Repubblica, l’autrice ha spiegato come ambientare idealmente la storia nel 2004 le abbia permesso di non far usare ai protagonisti mezzi tecnologici in cui c’è una sovra comunicazione. «Essendo basato sullo scambio tra due persone che non si conoscono, Chiara e il camionista Daniele, non volevo mettere in mezzo la supermessaggistica da cellulare che ne avrebbe falsato il dialogo». L’autrice ha inoltre spiegato come nella storia ci siano alcuni riferimenti autobiografici. Infatti, proprio come Chiara, anche l’autrice ha vissuto la sua esperienza Erasmus a Tolosa ed tornata in […]

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Libri

Melvina di Rachele Aragno (Recensione)

Edito dalla Bao Publishing, Melvina è il primo lavoro di Rachele Aragno, una graphic novel in bilico tra la fiaba e il racconto di formazione. Con acquerelli che riempiono le pagine e personaggi pieni di umanità, Rachele Aragno realizza un sogno tenuto nel cassetto per troppo tempo. Melvina ha folti capelli rossi, grossi occhiali rotondi, una salopette di jeans e un maglione verde. È una bambina che, sentendosi ignorata, desidera essere ascoltata dagli adulti che non prendono in considerazione le sue idee. Il suo gatto, Ottavio, scappando dalla finestra, porta Melvina ad incontrare Otto ed altri stravaganti personaggi che hanno bisogno del suo aiuto per sconfiggere Malcape. Ma cos’è successo? Perché tutti aspettavano proprio Melvina? Accompagnata da due stravaganti personaggi, Melvina intraprenderà un viaggio in un mondo ricco di sorprese in cui oggetti apparentemente comuni possono donare poteri straordinari. Scortata da Otto e Benjamino, Melvina dovrà orientarsi tra Il fiume della vita e La valle dei pensieri felici, tra Le foreste buie e Le paludi metafisiche, tutti luoghi ricchi di sorprese e insidie. Melvina è graphic novel di formazione in cui sono presenti gli elementi del viaggio che si manifesta nella duplice forma di crescita personale e scoperta di nuovi mondi. Solo uscendo dalla sua stanza Melvina riuscirà a vedere le cose da una prospettiva diversa riuscendo ad apprezzare pienamente ciò che ha già la fortuna di avere. L’Aldiqua non è solo la dimensione in cui Melvina dovrà intraprendere la ricerca di Malcape, l’antagonista da sconfiggere, ma anche il territorio inesplorato in cui per la prima volta dovrà mettersi in gioco e contare solo sulle sue capacità. Un personaggio principale come Melvina permette di coniugare l’incosciente coraggio dei bambini con i timori e le aspettative che accomunano tutti, grandi e piccini. I desideri possono essere un’arma a doppio taglio. È legittimo e necessario sognare ma bisogna farlo con cautela. Spesso gli slanci di fantasia verso mondi troppo distanti da quello in cui siamo ci portano solo a non goderci ciò che abbiamo e a commettere errori. Questa la morale di un’opera molto godibile consigliata soprattutto per una lettura condivisa con bambini più piccoli che apprezzeranno sicuramente l’atmosfera magica e l’intraprendenza e il coraggio con cui la protagonista affronta le sue sfide. Un ottimo modo per far capire ai bambini, ammesso che siano loro ad averne bisogno, che l’incontro con l’altro, seppur stravagante e inusuale, può essere il punto di partenza per superare i propri limiti. Gli acquerelli riempiono le pagine con colori che permettono di immergersi completamente nella storia. In alcuni casi i le tavole non hanno margini ed occupano tutta la pagina offrendo una sensazione bellissima di immersione totale nella storia. Melvina è uno di quei libri che merita di essere comprato in forma cartacea perché la lettura in formato digitale non può dare lo stesso piacere. La graphic novel di Rachele Ragno è la realizzazione di un lungo progetto legato alle paure e ai sogni dell’autrice. Melvina è stata un’amica su cui l’autrice ha potuto fare affidamento per […]

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Cinema e Serie tv

Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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Libri

Breve dialogo sulla felicità di Frank Iodice (Recensione)

Breve dialogo sulla felicità è il libro scritto da Frank Iodice per far conoscere agli adulti del domani l’ex Presidente dell’Uruguay Josè Mujica Un floricoltore di «ritorno da un lungo viaggio che gli ha insegnato il peso insostenibile della solitudine» con un quaderno tra le mani entra in un bar alle spalle di Plaza Independencia. Ordina ad un giovane barista con i capelli ricci che gli arrivano al collo un caffè freddo che gli verrà servito caldo. Ma che fretta c’è? Si può aspettare che si raffreddi. È l’inizio di una breve storia che vedrà due uomini in momenti diversi della loro vinta confrontarsi. In un passaggio è ben sintetizzata l’essenza dell’opera: «La politica ha a che fare con la polis, fare politica vuol dire lottare perché la gente viva meglio – il ragazzo appoggiato sulle mani, le spalle scavate nella pelle secca, ascoltava con un discreto trasporto – ma vivere meglio non vuol dire avere più cose, significa essere più felici!, e solo a volte la felicità dipende dai bisogni materiali». Frank Iodice sceglie la forma del dialogo per riflettere su tematiche che possono sembrare astratte ma che riguardano tutti. Particolarmente importante è sicuramente il tema del tempo posto al centro di una riflessione che riguarda il lavoro, la felicità, i desideri e le relazioni. Per chi non conoscesse Mujica basta guardare pochi minuti del film Human per comprendere di che tipo di persona stiamo parlando. Mujica è un ex leader dell’opposizione che ha trascorso 12 anni in prigione e che da presidente dell’Uruguay ha rinunciato al novanta percento del suo stipendio per vivere con l’essenziale.  Nelle sue interviste si possono sempre ascoltare parole semplici e ragionamenti lineari che nella loro genuinità rivelano concetti apparentemente scontati ma che dimentichiamo spesso. «Quando compriamo qualcosa non lo compriamo con i soldi. Lo compriamo con il tempo della nostra vita che abbiamo speso per guadagnare quei soldi. Con l’unica differenza che l’unica cosa che non si può comprare è la vita». Una delle citazioni più note di Mujica che rappresentano perfettamente un pensiero che ha come pilastro l’uomo e la sua felicità. Breve dialogo sulla felicità è ispirato dall’incontro dell’autore con José Mujica. Il libro è stato stampato per la prima volta nel 2014 e da allora grazie a un crowdfunding viene distribuito gratuitamente nelle scuole italiane e francesi durante una serie di conferenze sulla felicità. In quattro anni, grazie all’idea di Frank Iodice,  più di 10000 studenti hanno avuto l’opportunità di conoscere alcune delle idee di José Mujica. La speranza di Frank Iodice è di far comprendere ai giovani pensatori «l’importanza di essere liberi» per farli diventare in futuro «cittadini o politici migliori di noi». Nell’intervista rilasciata a Sergio Ferri per Radio Esmeralda, Iodice ha parlato della nascita del libro e della sua esperienza in Uruguay. Iodice è riuscito ad incontrare Mujica dopo tre mesi dalla partenza con uno zaino, poche risorse economiche e tanta voglia di scoprire. Ha incontrato Mujica nel suo “ufficio popolare” cioè nel bar di fronte al palazzo […]

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Libri

Pigiama Computer Biscotti di Alberto Madrigal

Edito da Bao Publishing, Pigiama Computer Biscotti è la nuova opera di Alberto Madrigal. Un peso sul petto per  la storia di una figlia che piange dopo aver scoperto che il padre ha abbandonato la sua passione per lei, un nuovo libro da scrivere e l’ispirazione che manca. È l’inizio del nuovo libro di Alberto Madrigal che torna sugli scaffali dopo le precedenti opere: Un lavoro vero, Va tutto bene e Berlino 2.0. Pigiama Computer Biscotti: quando non si riesce a separare il lavoro dalla vita privata  Mangiare biscotti mentre, ancora in pigiama, si lavora al computer è un’immagine in cui quasi tutti oggi possono ritrovarsi per esperienza diretta o indiretta. È una sintesi della necessità di trovare tempo per lavorare e, soprattutto, di doverlo fare anche quando si è a casa, in cucina, seduto al tavolo dove per definizione si dovrebbe solo mangiare, possibilmente con gli affetti più cari. Al contrario subentra il computer, le scadenze imminenti, l’idea geniale che non arriva e la vita privata che si disintegra. Immagine familiare, dati i tempi, ma in realtà ci sono una serie di professioni per cui la netta separazione tra lavoro e vita privata non è mai esistita. Si fa qui riferimento alla vita dell’artista, dello scrittore o categorie simili che, dovendo sviluppare un lavoro sulla base di un processo creativo, necessitano di qualsiasi spunto utile. Se arriva l’intuizione meglio annotarla subito, perché aspettare che finisca la cena può costare la possibilità di scrivere un intero libro o di realizzare un’opera. In questo senso si è costantemente a lavoro perché qualsiasi esperienza può essere d’ispirazione. Con piglio ironico uno dei personaggi di Pigiama Computer Biscotti dirà: «Almeno l’ispirazione esiste davvero. A me arriva soltanto quando ho timbrato il cartellino tutti i giorni. Quando sono stato seduto davanti allo schermo per un sacco di ore. Ma quando arriva la senti. Ed è meraviglioso. Arriva a durare anche un paio di secondi». Ma questa è solo una parte del problema. Legata alla necessità di avere idee brillanti c’è il bisogno di guadagnare, soprattutto quando si ha una famiglia. Con un’opera a tratti autobiografica, Madrigal riflette sulla sua vita lavorativa e privata. In Pigiama Computer Biscotti l’autore spagnolo, residente a Berlino dal 2007, riprende alcuni eventi della sua vita per creare una realtà parallela in cui gli episodi reali vengono narrativamente rielaborati per raccontare una storia con un notevole equilibrio narrativo. Madrigal ripensa alle aspirazioni e alle aspettative legate all’uscita del suo primo libro ma anche agli anni che passano e alle esigenze che cambiano. L’arrivo di un bambino, per esempio. Un esame di maturità con cui scoprire cosa «hai imparato in questi trentatré anni» e fare i conti con le paure e le insicurezze, oltre a dover cambiare completamente abitudini di vita e di lavoro. Dai timori legati alla paternità alla necessità di accettare compromessi lavorativi, Madrigal alterna con armonia il racconto della nuova vita familiare con l’incapacità di scrivere un nuovo libro. Con una notevole leggerezza e abilità di emozionare nelle […]

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Libri

Attacco dalla Cina, il nuovo thriller di Michael Dobbs (Recensione)

Attacco dalla Cina, il nuovo libro di Michael Dobbs pubblicato dalla Fazi Editore, è il secondo capitolo de La serie di Harry Jones. Dopo Il giorno dei Lord, in questo nuovo thriller politico l’autore attinge elementi reali dalla storia recente e li rielabora per raccontare scenari di guerre cibernetiche e conflitti internazionali. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate dall’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Tatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». L’ultimo romanzo di Michael Dobbs Una serie di attacchi informatici provenienti dalla Cina rischiano di mandare nel caos il mondo occidentale. Gli attacchi  non lasciano tracce e  potrebbero mandare il mondo in “cortocircuito” perché non rendono evidente la presenza di un problema ma si limitano a produrre informazioni, valori e comportamenti errati. Se inizialmente i leader delle principali potenze occidentali possono pensare a dei banali malfunzionamenti, sul lungo termine appare evidente la presenza di una regia nemica. Per far fronte a quella che potrebbe essere una terza guerra mondiale combattuta con input informatici, i principali leader occidentali si riuniscono in gran segreto per prendere delle decisioni. Convocati con urgenza dal Primo Ministro britannico, la Presidente degli Stati Uniti d’America e il Presidente russo, accompagnati rispettivamente da un consigliere e dal genero, si riuniscono in un castello in Scozia completamente isolato dal resto del mondo dove saranno accolti ed accuditi da un’anziana signora e dal nipote. Il Premier britannico decide di farsi accompagnare da Harry Jones, integerrimo ed insolente ex militare pluridecorato già presente nel precedente romanzo, Il giorno dei lord. Mentre in Scozia i leader del mondo occidentale provano a trovare un accordo, in Cina gli informatori vengono torturati e gli ambasciatori sequestrati nell’attesa di sferrare un attacco cibernetico in grado di distruggere linee energetiche, centrali nucleari, mercati finanziari e sistemi informatici sanitari. Data la biografia di Michael Dobbs e i suoi importanti incarichi politici, è impossibile non rinvenire nelle pagine di Attacco dalla Cina tanti elementi reali del presente e del passato prossimo che rendono la lettura un gioco per capire il confine tra realtà e finzione. Certo, Dobbs ci fa conoscere personaggi frutto della fantasia, ma è comunque divertente pensare che in quella finzione ci sia qualcosa di veritiero. Il thriller di Dobbs dimostra che nell’attuale immaginario collettivo il grande nemico è la Cina e non più la Russia. Una Cina che vuole dare un colpo di spugna ad un passato di guerre, soprusi e violenze nel momento in […]

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Cinema e Serie tv

Fleabag e la penna tagliente di Phoebe Waller-Bridge

Il primo buon motivo per vedere Fleabag, andata in onda prima su BBC 3 e attualmente disponibile su Amazon Prime Video, è che in un momento in cui si producono film e stagioni televisive di usato sicuro (nessuna citazione per evitare guerre civili), la serie con Phoebe Waller-Bridge non ha bisogno di più di due stagioni da sei puntate l’una per dire tutto il necessario. Per di più la seconda stagione riesce ad essere sorprendentemente migliore della prima. Se da un lato si potrebbe giustamente desiderare altro, forse si può anche prendere atto che cose brevi e perfettamente riuscite possano restare tali senza necessità di spin-off, sequel o prequel. Se dovesse arrivare una terza stagione la si guarderebbe con grande piacere, beninteso, ma anche così va benissimo. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è il racconto della vita di una giovane donna londinese che prova a tenere testa alla vita dimesticandosi tra lavoro, famiglia e relazioni. Le puntate e l’intera serie hanno un ritmo incalzante e dei dialoghi brillanti che rendono Fleabag una commedia drammatica estremamente interessante. Tratto da uno spettacolo teatrale scritto dalla stessa Phoebe Waller-Bridge, che è anche autrice della serie e interprete del personaggio principale, Fleabag intrattiene divinamente con un umorismo estremamente sarcastico e pungente. Umorismo frutto di un’ottima prova attoriale corale, di un’ottima sceneggiatura e della rottura della quarta parete. Infatti, il dialogo tra lo spettatore e Fleabag, “sacco di pulci” che non ci rivelerà mai il suo vero nome, ci fa sentire un po’ complici e confessori. Fleabag si lascia seguire costantemente e alterna azioni giuste con scelte sbagliate e viceversa. Ma c’è anche qualcosa in più. Lo sguardo intelligente e provocatorio in camera è una fuga dalla realtà, uno spazio in cui nascondersi per proteggersi. La stessa autrice ha spiegato come la relazione principale sia quella tra Fleabag e lo spettatore, una relazione che cambia riuscendo a suscitare in chi guarda attrazione, disaccordo, simpatia, antipatia e tenerezza. E mentre lo spettatore si rivela un amico su cui fare affidamento nei momenti più difficili, il sarcasmo diventa una vera e propria arma con cui difendersi. Il sarcasmo per nascondere l’impossibilità e l’incapacità di amare ed essere amati. Nel caso di Fleabag questo non porta ad una autocommiserazione paralizzante ma ad una serie di comportamenti che lei stessa riconoscerà come sbagliati. I tre migliori momenti dell’intera serie sono forse proprio quelli in cui il sarcasmo viene completamente distrutto dagli interlocutori (una psicologa, un prete e una donna d’affari). In tutti e tre i casi Fleabag si mostra estremamente umana, non perché debole ma perché comprensibile. Paradossale che quando, nella prima delle tre scene citate, la psicologa le riassume la descrizione da lei stessa fornita, Fleabag rimane spiazzata perché le stesse identiche cose spogliate del sarcasmo diventano solo dolorose e non più tanto divertenti. Non si vuole qui sminuire l’importanza di un personaggio principale femminile perché è un ulteriore merito ma celebrare la serie per questo invece che per il resto potrebbe essere un errore. La vera […]

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Cinema e Serie tv

Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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Libri

La narrazione al tempo delle serie tv spiegata con How I Met Your Mother

Edito da Il Terebinto Edizioni, HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv è il nuovo libro di Francesco Amoruso, una ricognizione dello stato di salute della narrazione che continua ad essere un cardine delle nostre vite seppur attraverso nuove forme. Quali sono le caratteristiche di un buon narratore? Francesco Amoruso prova a capirlo nel suo HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv ripercorrendo le tappe principali della narrazione e scoprendo che il buon narratore di Walter Benjamin è tutt’oggi vivo nonostante siano cambiati i mezzi attraverso cui racconta le sue storie. La narrazione al tempo delle serie tv: How I met your mother? La narrazione può essere intesa come una nobile falsificazione della realtà dal momento che, parafrasando Pirandello, l’artista idealizza la realtà semplificandola e concentrandola. La narrazione, quindi, è la costruzione di un mondo che è per sua stessa natura «altro rispetto alla vera realtà».  Del resto, se in molti casi alla base della narrazione c’è un ricordo, tale ricordo si basa su una serie di dettagli, di omissioni, ma anche su un insieme di particolari che costruiscono un racconto coerente. Leggendo scopriremo che un buon narratore deve essere un consigliere che sa ascoltare, ricordare e trasmettere con estrema credibilità.  Una credibilità che gli può essere attribuita solo dall’ascoltatore che deve rendersi parte attiva contribuendo alla costruzione di quel mondo che, pur essendo semplificato e concentrato può essere impreziosito con particolari ed esperienze personali. Ma se l’ascoltatore deve essere partecipe per creare una vera narrazione, cioè presuppone che alla base ci sia la voglia di stare insieme e di condividere. La necessità di narrare, del resto, è conseguenza della necessità di stare insieme. La narrazione si sta evolvendo da secoli con la nascita del romanzo prima, con l’arrivo del romanzo d’appendice poi e, infine, con l’arrivo della televisione e delle sue tre grandi ere. Ma come si declina tutto ciò oggi? Il narratore solido, utile e irripetibile di Walter Benjamin, secondo Amoruso, non è scomparso e, anzi, è in ottimo stato di salute e Ted Mosby ne è la dimostrazione. Ma perché prendere in esame How I met your mother? L’autore spiega come le serie tv diventino parte della vita domestica, come riescano a creare legami tra spettatori e personaggi fino al punto da poter far percepire la loro fine come un piccolo dramma. In tal senso, How I met your mother è riuscita a creare un legame unico con gli spettatori. Trasmessa dalla CBS dal 2005 al 2014 con 9 stagioni e 208 episodi, How I met your mother è «pieno di narratività» e caratterizzato dalla presenza di un gruppo fantastico di amici che, ritrovandosi al MacLaren’s per bere una birra e scambiarsi racconti di giornate leggen… darie ci offrono la possibilità di ascoltare storie semplici, divertenti e di cui vorremmo tutti essere un po’ parte. Le serie tv, negli scorsi decenni tanto criticate ed ignorate da parte della critica, assumono oggi un ruolo rilevante sia perché intrattengono […]

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Musica

La terra sotto i piedi, il nuovo album di Daniele Silvestri

Venticinque anni di carriera e nove album in studio e Daniele Silvestri definisce ancora la musica come il suo più grande amore. Ne La terra sotto i piedi, il suo nuovo album, Silvestri alterna sonorità cantautoriali ed elettroniche senza rinunciare a brevi ma incisive incursioni nel mondo rap. «Ti è venuto in mente che a forza di gridare / Hai più di cinquanta anni / Dovresti riposare / E invece, ancora col megafono / Ma che malinconia». Sono le parole che un (non)-fan potrebbe rivolgere a Daniele Silvestri che in Complimenti Ignoranti sfrutta molti dei luoghi comuni per rappresentare il pubblico dei social, quello delle emoticon e degli insulti preventivi. Ma Daniele Silvestri ha ancora il coraggio e la voglia di gridare e La terra sotto i piedi lo dimostra. Infatti, ciò che si può sicuramente riconoscere a Daniele Silvestri, soprattutto dopo la partecipazione sanremese, è un impegno a “sporcarsi le mani” per costruire qualcosa di concreto. Necessario riconoscerglielo perché non era assolutamente scontato che un uomo di cinquanta anni con venticinque anni di carriera alle spalle salisse sul palco dell’Ariston per cantare un disagio giovanile. Un disagio diffuso, di cui tutti sono più o meno consapevoli ma che viene accettato con estrema rassegnazione.  Con Argento Vivo Silvestri ha perlomeno provato a mettere a fuoco quel disagio, cosa che inspiegabilmente un’intera generazione non prova neanche più a fare. Ed è emblematico che solo in Argento Vivo quello sguardo sempre un po’ malinconico ma mai triste sulla realtà sfoci in un finale senza speranza: «Se c’è un reato commesso là fuori / È stato quello di nascere». Niente mezze misure, nessun compromesso e niente giochi di parole. Diretto e tristemente reale. Necessario. Non c’è quella fiducia finale che troviamo di solito come in Qualcosa Cambia: «Qualcosa cambia / E se non cambia ancora / Cambierà / Impara a non guardare solo l’emergenza / Vedrai che in lontananza / Il cielo è rosa / Qualcosa cambia». Se in Acrobati le atmosfere erano dichiaratamente più rarefatte con un Silvestri in bilico che dall’alto guardava il mondo senza volersi tuffare nella frenesia, con La terra sotto i piedi si torna a quel mondo che dall’oblò dell’aereo sembrava ben organizzato perché «Tu ancora non ci credi, ma servono radici / Mi serve gravità, la stessa che negavo fino a ieri / Quando predicavo di essere funamboli sospesi». Infatti, in Scusate se non piango, canzone impreziosita da uno splendido video con la regia di Valerio Mastandrea, si racconta di spazi occupati, resistenze e sgomberi. Silvestri definisce il video “un piccolo miracolo” dati i pochi fondi e il risultato. “Miracoli” che si rendono possibili quando ci sono quelle reti umane e culturali che lavorano con tenacia e amore a progetti importanti, come nel caso del Collettivo Angelo Mai. In Scusate se non piango emerge l’esigenza di far convivere la vita “privata” e quella sociale. Pur parlando di sgomberi e resistenze, al centro della scena c’è semplicemente un ragazzo innamorato che vede il tutto da un’altra prospettiva. Le […]

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Libri

Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco (Recensione)

594 minuti è il tempo stimato per la lettura di Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo, di Davide Mazzocco. Minuti ben spesi? Assolutamente sì. Edito da D Editore, casa editrice che sta crescendo con costanza, Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo è l’ultimo libro di Davide Mazzocco. Abbiamo già parlato di Cronofagia in occasione della presentazione tenutasi nei giorni scorsi nell’ambito del Salone del libro e dell’editoria di Napoli notando come potesse essere un libro interessante. La lettura l’ha confermato. Perché nelle nostre giornate, di fatto, non esistono più momenti di noia? Dalla metropolitana fino all’attesa in posta, siamo costantemente intrattenuti da podcast, giochi, conversazioni o, più semplicemente, dalle home dei social. Come siamo arrivati a questo? Com’è possibile che si cerchi costantemente di accorciare il tempo, accelerare il ritmo ed aumentare la velocità? Sono alcune delle domande che si pone Davide Mazzocco in Cronofagia cercando di «mostrare le dinamiche, le strategie e le sovrastrutture con le quali i poteri politico ed economico depredano le masse del loro tempo». Il consumatore-spettatore-cliente-utente-elettore, spiega l’autore, oltre ad essere sfruttato per estrarre valore dal lavoro e per ricavare profitti dal consumo, viene attaccato nel tentativo di colonizzare il suo tempo libero. Cronofagia dimostra come «la sorveglianza e il controllo sul tempo di lavoro sono stati sostituiti dall’autodisciplina e dall’autocontrollo dei lavoratori che, in un contesto di carenza occupazionale, lavorano più del dovuto pur di mantenere il proprio impiego». Il paradosso è che ciò accade dopo secoli di lotte per limitare le ore di lavoro ed ottenere giorni feriali. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Viene costantemente detto che la digitalizzazione della burocrazia porterà vantaggi materiale ed immateriali ma in realtà sta accadendo il contrario. Mentre la burocrazia statale e le grandi aziende ottengono dati che possono essere usati in una duplice prospettiva, sia per essere analizzati e per profilare il cittadino-consumatore, sia per essere venduti ad altre aziende, la digitalizzazione burocratica costringe il cittadino a svolgere funzioni che esulano dalle sue competenze. I dati dovrebbero essere acquisiti automaticamente dalla grande amministrazione pubblica ma in realtà così non è. Dalla dichiarazione dei redditi alle prese visioni delle condizioni generali, il cittadino è costretto ad essere, come spiega l’autore, “il ragioniere, il commercialista, e il fiscalista di sé stesso”. E mentre si prova con fatica a svolgere mansioni per cui non si sarà mai retribuiti, inevitabilmente si sottrae tempo ed energia all’attività principale, il proprio lavoro. Superfluo dire che ciò danneggia sia il lavoratore sia chi ne dovrebbe ricevere le cure, soprattutto quando il lavoratore che deve registrare i dati lavora nell’ambito della pubblica amministrazione, della scuola o della sanità. Inoltre, come se non bastasse, il capitale ha iniziato ad estrarre valore anche dal nostro tempo libero: tutti i social network traggono profitti dalla produzione di contenuti, dal tempo loro dedicato e dai dati che forniamo. «Se vent’anni fa vi avessero chiesto di trascorrere, in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo a NapoliCittàLibro

Dal 4 al 7 aprile 2019 nei suggestivi ambienti di Castel Sant’Elmo si sono tenuti gli incontri di NapoliCittàLibro 2019. In particolare, in un sabato pomeriggio intenso e ricco di interventi il Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli ha ospitato gli interventi di Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo. Il tempo che ci viene sottratto è al centro della presentazione di Cronofagia – come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco, autore del libro intervistato da Roberto Paura nella Sala Levante. Invitato da Roberto Paura a spiegare l’origine dell’interesse per un tema così centrale ed attuale, Davide Mazzocco ha raccontato perché e come è arrivato ad occuparsi di questa tematica. Da un lato c’è un dato biografico, ha spiegato l’autore, perché col passare degli anni si comprende l’importanza del tempo sia per ciò che riguarda le relazioni personali che per il lavoro, dati i ritmi insostenibili del giornalismo contemporaneo. Ci sono poi letture e film che hanno contribuito all’interesse per la tematica, come le parole dell’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica, la lettura de I cronofagi di Jean-Paul Galibert e la visione di film come In Time. Lo scorrere del tempo e l’uso che ne facciamo riguarda da sempre tutti ma nel sistema contemporaneo la situazione è ancora più complessa. Il mercato ci vede come risorse da cui estrarre non più solo denaro ma anche tempo. Roberto Paura ha sottolineato come la tematica sia particolarmente d’attualità dato il progressivo aumento dei minuti passati sui social network e dato che questi stessi social estraggono valore proprio dal tempo che noi dedichiamo loro. Ma il tempo ci sfugge non solo a causa dei social ma per quasi tutte le attività a cui siamo, più o meno consciamente, costretti a dedicarci. Davide Mazzocco ha spiegato come tutte le strutture spaziali siano pensate per depredare il nostro tempo a partire dai centri commerciali o dagli autogrill che, attraverso percorsi obbligati, costringono i clienti a trascorrere più tempo nelle loro strutture. Ma la disuguaglianza di tempo a disposizione si può notare anche nella dicotomia centro/periferia. È sempre più evidente che abitare nei centri permette un enorme risparmio di tempo sia per attività lavorative che per svago ed intrattenimento. E mentre lo spazio architettonico ed urbano si modifica per controllare il tempo, contemporaneamente aziende come Netflix si preoccupano di erodere le ore di riposo del consumatore per incrementare il tempo di fruizione dei loro contenuti. Il senso di colpa che ci assale quando non riusciamo a rispettare i ritmi imposti da una società iper-veloce nascono da una rappresentazione del mondo dominata dal dover fare, ma si tratta di una rappresentazione e non del mondo. L’idea di sviluppo che ci autoimponiamo potrebbe essere controproducente e, infatti, come spiega l’autore, “sviluppo e progresso sono due cose diverse: lo sviluppo va a beneficio di pochi, il progresso è a beneficio di tutti”. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Una presentazione estremamente interessante, […]

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Libri

Il secolo asiatico? di Parag Khanna

Edito da Fazi Editore, Il secolo asiatico? è il nuovo libro di Parag Khanna per la collana Le terre. Il ventennio che si sta per concludere può essere considerato come uno spartiacque dati i molti fallimenti del mondo occidentale. A partire dagli attacchi dell’11 settembre in poi, considerando le crisi finanziarie, le guerre condotte a distanza a discapito di altri popoli e l’incapacità di gestire il malessere sociale, economico e politico, l’Europa e il Nord America sembrano aver perso la legittimazione per guidare il mondo verso un futuro migliore. Al contrario però, come spiega Khanna, «nel corso degli ultimi due decenni, miliardi di giovani asiatici hanno conosciuto stabilità geopolitica, prosperità economica e crescente orgoglio nazionale. Il mondo che conoscono non è quello del dominio occidentale, ma quello dell’ascesa asiatica». Proprio per questo motivo, è lecito chiedersi se sia iniziato Il secolo asiatico. La tesi di fondo de Il secolo asiatico? è che, a differenza di quanto sostengono gli osservatori occidentali, l’ascesa asiatica non sia dovuta al declino occidentale ma alle grandi potenzialità dei tanti Paesi che la compongono. L’attuale fase geopolitica può essere interpretata come “un disordine globale” solo da analisti occidentali che osservano il mondo attraverso vecchi paradigmi. L’Asia non arriverà al successo attraverso la costruzione di una “Unione Asiatica” ma imparando a risolvere i tanti conflitti interni. L’aspetto più interessante di questa visione è che il futuro ordine globale non dovrebbe essere deciso da un paese o da un unico sistema valoriale ma, anzi, dai tanti e diversi sistemi. Tanto il sistema asiatico quanto quello statunitense ed europeo, spiega l’autore, forniscono servizi vitali per il mondo. Si prospetta la creazione di un ordine veramente multipolare e multi-civilizzato. Khanna scrive che: «Nessun Paese si inchinerà agli altri. Il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà quindi né americano né cinese. Il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Russia, l’Indonesia, l’Australia, l’Iran e l’Arabia Saudita non accetteranno mai di raccogliersi sotto un unico ombrello egemonico o di riunirsi attorno a un unico polo di potere. In altre parole, non accetteranno mai di schierarsi apertamente con o contro la Cina. Ciò da cui cercano di difendersi, piuttosto, è un’eccessiva influenza sia degli americani che dei cinesi nei loro affari interni». I fattori che dimostrano l’ascesa asiatica sono di natura economica, demografica e geografica. La zona economica asiatica rappresenta il 50 per cento del PIL globale e due terzi della crescita economica globale. Tra il 2015 e il 2030 si prevede che i consumi della classe media incrementeranno di 30.000 miliardi di dollari mentre il contributo delle economie occidentali sarà di appena 1.000 miliardi. Mentre l’economia occidentale è ancora in crisi, i tassi di crescita asiatici continuano a crescere. Nel 2018 i tassi di crescita più alti del pianeta sono stati riscontrati in India, Cina, Indonesia, Malesia e Uzbekistan. «Il populismo – dalla Brexit a Trump – non ha contagiato l’Asia, dove governi pragmatici si sono concentrati sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale. In America e in Europa vengono creati nuovi […]

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Cinema e Serie tv

Cristiano Anania dirige ”L’eroe”, il film con Salvatore Esposito

L’eroe è il primo film scritto e diretto da Cristiano Anania, un giallo che sfrutta le dinamiche mediatiche legate ai grandi eventi drammatici per sviluppare una storia i cui risvolti lasceranno lo spettatore stupito. Cristiano Anania dirige il suo primo film, L’eroe, e si circonda di grandi attori. Nella pellicola compaiono i volti ormai noti anche oltreoceano di Salvatore Esposito e Cristiana Donadio, celebri per i loro ruoli nella serie televisiva Gomorra. Nel film un ruolo fondamentale per lo sviluppo della storia è affidato alla bravura di Vincenzo Nemolato che può vantare la collaborazione con registi quali i fratelli Taviani, Matteo Garrone e per aver recitato in film come La Kryptonite nella borsa. Il film è poi impreziosito dalla presenza di Marta Gastini. Ambientato tra Maratea, Roma e Napoli, L’eroe è la storia di Giorgio (Salvatore Esposito), un ambizioso giornalista che viene trasferito dal direttore (Paolo Sassanelli) in una redazione di provincia per aver fatto domande scomode ad un ministro. Arrivato nella sua nuova sede, Giorgio conosce subito Marta (Marta Gastini) con cui intraprenderà una lunga frequentazione e Francesco (Vincenzo Nemolato), un ragazzo di cui Marta si è sempre preso cura date le sue difficoltà. L’elemento di rottura della storia è il rapimento del nipote di un’imprenditrice locale, Giulia Guidi (Cristina Donadio). L’evento sconvolge la comunità del piccolo paese ed offre a Giorgio la possibilità di dimostrare le sue competenze come cronista. Chi avrà rapito il bambino? E perché? Le due grandi tematiche del film sono sicuramente le reazioni dei mass media in occasioni di grandi eventi che da drammatici rischiano di trasformarsi in mediatici, e l’ambizione. L’eroe prova a riflettere sull’importanza dell’uso di alcune parole soprattutto all’interno dei circoli mediatici. Parlando del film, il regista ha detto che «quando una parola si usa troppo spesso significa che sta perdendo il suo significato». Salvatore Esposito ha descritto il protagonista come un italiano medio, un giornalista con capacità mediocri che a causa dei suoi errori viene trasferito ma che grazie alle circostanze finisce col diventare un eroe nazionale. Esposito ha poi aggiunto: «Credo che ognuno di noi possa essere un eroe. Si può essere eroe esasperando quelli che sono i pregi che ognuno di noi dovrebbe avere come la bontà o la cordialità. Per me può essere un eroe un automobilista che si ferma per far passare una vecchietta. Una normalità che oggi non sembra tale. Quello che mi è piaciuto del film è la volontà di raccontare la linea che separa eroe e antieroe». Cristina Donadio ha spiegato che «le opere prime in genere per un attore sono una cosa a cui ambire perché si trovano idee più interessanti e coraggiose. C’è una libertà totale di raccontare anche storie al di fuori dei cliché e L’eroe è una di queste. Parte dal racconto di fatti di cronaca per poi rappresentare personaggi ambigui che sono sempre molto più interessanti dal punto di vista dell’attore». Date le tematiche, L’eroe presenta tanti elementi che avrebbero meritato maggior sviluppo, ma proprio questo rende il  […]

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