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Eroica Fenice

Libri

Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco (Recensione)

594 minuti è il tempo stimato per la lettura di Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo, di Davide Mazzocco. Minuti ben spesi? Assolutamente sì. Edito da D Editore, casa editrice che sta crescendo con costanza, Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo è l’ultimo libro di Davide Mazzocco. Abbiamo già parlato di Cronofagia in occasione della presentazione tenutasi nei giorni scorsi nell’ambito del Salone del libro e dell’editoria di Napoli notando come potesse essere un libro interessante. La lettura l’ha confermato. Perché nelle nostre giornate, di fatto, non esistono più momenti di noia? Dalla metropolitana fino all’attesa in posta, siamo costantemente intrattenuti da podcast, giochi, conversazioni o, più semplicemente, dalle home dei social. Come siamo arrivati a questo? Com’è possibile che si cerchi costantemente di accorciare il tempo, accelerare il ritmo ed aumentare la velocità? Sono alcune delle domande che si pone Davide Mazzocco in Cronofagia cercando di «mostrare le dinamiche, le strategie e le sovrastrutture con le quali i poteri politico ed economico depredano le masse del loro tempo». Il consumatore-spettatore-cliente-utente-elettore, spiega l’autore, oltre ad essere sfruttato per estrarre valore dal lavoro e per ricavare profitti dal consumo, viene attaccato nel tentativo di colonizzare il suo tempo libero. Cronofagia dimostra come «la sorveglianza e il controllo sul tempo di lavoro sono stati sostituiti dall’autodisciplina e dall’autocontrollo dei lavoratori che, in un contesto di carenza occupazionale, lavorano più del dovuto pur di mantenere il proprio impiego». Il paradosso è che ciò accade dopo secoli di lotte per limitare le ore di lavoro ed ottenere giorni feriali. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Viene costantemente detto che la digitalizzazione della burocrazia porterà vantaggi materiale ed immateriali ma in realtà sta accadendo il contrario. Mentre la burocrazia statale e le grandi aziende ottengono dati che possono essere usati in una duplice prospettiva, sia per essere analizzati e per profilare il cittadino-consumatore, sia per essere venduti ad altre aziende, la digitalizzazione burocratica costringe il cittadino a svolgere funzioni che esulano dalle sue competenze. I dati dovrebbero essere acquisiti automaticamente dalla grande amministrazione pubblica ma in realtà così non è. Dalla dichiarazione dei redditi alle prese visioni delle condizioni generali, il cittadino è costretto ad essere, come spiega l’autore, “il ragioniere, il commercialista, e il fiscalista di sé stesso”. E mentre si prova con fatica a svolgere mansioni per cui non si sarà mai retribuiti, inevitabilmente si sottrae tempo ed energia all’attività principale, il proprio lavoro. Superfluo dire che ciò danneggia sia il lavoratore sia chi ne dovrebbe ricevere le cure, soprattutto quando il lavoratore che deve registrare i dati lavora nell’ambito della pubblica amministrazione, della scuola o della sanità. Inoltre, come se non bastasse, il capitale ha iniziato ad estrarre valore anche dal nostro tempo libero: tutti i social network traggono profitti dalla produzione di contenuti, dal tempo loro dedicato e dai dati che forniamo. «Se vent’anni fa vi avessero chiesto di trascorrere, in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo a NapoliCittàLibro

Dal 4 al 7 aprile 2019 nei suggestivi ambienti di Castel Sant’Elmo si sono tenuti gli incontri di NapoliCittàLibro 2019. In particolare, in un sabato pomeriggio intenso e ricco di interventi il Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli ha ospitato gli interventi di Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo. Il tempo che ci viene sottratto è al centro della presentazione di Cronofagia – come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco, autore del libro intervistato da Roberto Paura nella Sala Levante. Invitato da Roberto Paura a spiegare l’origine dell’interesse per un tema così centrale ed attuale, Davide Mazzocco ha raccontato perché e come è arrivato ad occuparsi di questa tematica. Da un lato c’è un dato biografico, ha spiegato l’autore, perché col passare degli anni si comprende l’importanza del tempo sia per ciò che riguarda le relazioni personali che per il lavoro, dati i ritmi insostenibili del giornalismo contemporaneo. Ci sono poi letture e film che hanno contribuito all’interesse per la tematica, come le parole dell’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica, la lettura de I cronofagi di Jean-Paul Galibert e la visione di film come In Time. Lo scorrere del tempo e l’uso che ne facciamo riguarda da sempre tutti ma nel sistema contemporaneo la situazione è ancora più complessa. Il mercato ci vede come risorse da cui estrarre non più solo denaro ma anche tempo. Roberto Paura ha sottolineato come la tematica sia particolarmente d’attualità dato il progressivo aumento dei minuti passati sui social network e dato che questi stessi social estraggono valore proprio dal tempo che noi dedichiamo loro. Ma il tempo ci sfugge non solo a causa dei social ma per quasi tutte le attività a cui siamo, più o meno consciamente, costretti a dedicarci. Davide Mazzocco ha spiegato come tutte le strutture spaziali siano pensate per depredare il nostro tempo a partire dai centri commerciali o dagli autogrill che, attraverso percorsi obbligati, costringono i clienti a trascorrere più tempo nelle loro strutture. Ma la disuguaglianza di tempo a disposizione si può notare anche nella dicotomia centro/periferia. È sempre più evidente che abitare nei centri permette un enorme risparmio di tempo sia per attività lavorative che per svago ed intrattenimento. E mentre lo spazio architettonico ed urbano si modifica per controllare il tempo, contemporaneamente aziende come Netflix si preoccupano di erodere le ore di riposo del consumatore per incrementare il tempo di fruizione dei loro contenuti. Il senso di colpa che ci assale quando non riusciamo a rispettare i ritmi imposti da una società iper-veloce nascono da una rappresentazione del mondo dominata dal dover fare, ma si tratta di una rappresentazione e non del mondo. L’idea di sviluppo che ci autoimponiamo potrebbe essere controproducente e, infatti, come spiega l’autore, “sviluppo e progresso sono due cose diverse: lo sviluppo va a beneficio di pochi, il progresso è a beneficio di tutti”. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Una presentazione estremamente interessante, […]

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Libri

Il secolo asiatico? di Parag Khanna

Edito da Fazi Editore, Il secolo asiatico? è il nuovo libro di Parag Khanna per la collana Le terre. Il ventennio che si sta per concludere può essere considerato come uno spartiacque dati i molti fallimenti del mondo occidentale. A partire dagli attacchi dell’11 settembre in poi, considerando le crisi finanziarie, le guerre condotte a distanza a discapito di altri popoli e l’incapacità di gestire il malessere sociale, economico e politico, l’Europa e il Nord America sembrano aver perso la legittimazione per guidare il mondo verso un futuro migliore. Al contrario però, come spiega Khanna, «nel corso degli ultimi due decenni, miliardi di giovani asiatici hanno conosciuto stabilità geopolitica, prosperità economica e crescente orgoglio nazionale. Il mondo che conoscono non è quello del dominio occidentale, ma quello dell’ascesa asiatica». Proprio per questo motivo, è lecito chiedersi se sia iniziato Il secolo asiatico. La tesi di fondo de Il secolo asiatico? è che, a differenza di quanto sostengono gli osservatori occidentali, l’ascesa asiatica non sia dovuta al declino occidentale ma alle grandi potenzialità dei tanti Paesi che la compongono. L’attuale fase geopolitica può essere interpretata come “un disordine globale” solo da analisti occidentali che osservano il mondo attraverso vecchi paradigmi. L’Asia non arriverà al successo attraverso la costruzione di una “Unione Asiatica” ma imparando a risolvere i tanti conflitti interni. L’aspetto più interessante di questa visione è che il futuro ordine globale non dovrebbe essere deciso da un paese o da un unico sistema valoriale ma, anzi, dai tanti e diversi sistemi. Tanto il sistema asiatico quanto quello statunitense ed europeo, spiega l’autore, forniscono servizi vitali per il mondo. Si prospetta la creazione di un ordine veramente multipolare e multi-civilizzato. Khanna scrive che: «Nessun Paese si inchinerà agli altri. Il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà quindi né americano né cinese. Il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Russia, l’Indonesia, l’Australia, l’Iran e l’Arabia Saudita non accetteranno mai di raccogliersi sotto un unico ombrello egemonico o di riunirsi attorno a un unico polo di potere. In altre parole, non accetteranno mai di schierarsi apertamente con o contro la Cina. Ciò da cui cercano di difendersi, piuttosto, è un’eccessiva influenza sia degli americani che dei cinesi nei loro affari interni». I fattori che dimostrano l’ascesa asiatica sono di natura economica, demografica e geografica. La zona economica asiatica rappresenta il 50 per cento del PIL globale e due terzi della crescita economica globale. Tra il 2015 e il 2030 si prevede che i consumi della classe media incrementeranno di 30.000 miliardi di dollari mentre il contributo delle economie occidentali sarà di appena 1.000 miliardi. Mentre l’economia occidentale è ancora in crisi, i tassi di crescita asiatici continuano a crescere. Nel 2018 i tassi di crescita più alti del pianeta sono stati riscontrati in India, Cina, Indonesia, Malesia e Uzbekistan. «Il populismo – dalla Brexit a Trump – non ha contagiato l’Asia, dove governi pragmatici si sono concentrati sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale. In America e in Europa vengono creati nuovi […]

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Cinema e Serie tv

Cristiano Anania dirige ”L’eroe”, il film con Salvatore Esposito

L’eroe è il primo film scritto e diretto da Cristiano Anania, un giallo che sfrutta le dinamiche mediatiche legate ai grandi eventi drammatici per sviluppare una storia i cui risvolti lasceranno lo spettatore stupito. Cristiano Anania dirige il suo primo film, L’eroe, e si circonda di grandi attori. Nella pellicola compaiono i volti ormai noti anche oltreoceano di Salvatore Esposito e Cristiana Donadio, celebri per i loro ruoli nella serie televisiva Gomorra. Nel film un ruolo fondamentale per lo sviluppo della storia è affidato alla bravura di Vincenzo Nemolato che può vantare la collaborazione con registi quali i fratelli Taviani, Matteo Garrone e per aver recitato in film come La Kryptonite nella borsa. Il film è poi impreziosito dalla presenza di Marta Gastini. Ambientato tra Maratea, Roma e Napoli, L’eroe è la storia di Giorgio (Salvatore Esposito), un ambizioso giornalista che viene trasferito dal direttore (Paolo Sassanelli) in una redazione di provincia per aver fatto domande scomode ad un ministro. Arrivato nella sua nuova sede, Giorgio conosce subito Marta (Marta Gastini) con cui intraprenderà una lunga frequentazione e Francesco (Vincenzo Nemolato), un ragazzo di cui Marta si è sempre preso cura date le sue difficoltà. L’elemento di rottura della storia è il rapimento del nipote di un’imprenditrice locale, Giulia Guidi (Cristina Donadio). L’evento sconvolge la comunità del piccolo paese ed offre a Giorgio la possibilità di dimostrare le sue competenze come cronista. Chi avrà rapito il bambino? E perché? Le due grandi tematiche del film sono sicuramente le reazioni dei mass media in occasioni di grandi eventi che da drammatici rischiano di trasformarsi in mediatici, e l’ambizione. L’eroe prova a riflettere sull’importanza dell’uso di alcune parole soprattutto all’interno dei circoli mediatici. Parlando del film, il regista ha detto che «quando una parola si usa troppo spesso significa che sta perdendo il suo significato». Salvatore Esposito ha descritto il protagonista come un italiano medio, un giornalista con capacità mediocri che a causa dei suoi errori viene trasferito ma che grazie alle circostanze finisce col diventare un eroe nazionale. Esposito ha poi aggiunto: «Credo che ognuno di noi possa essere un eroe. Si può essere eroe esasperando quelli che sono i pregi che ognuno di noi dovrebbe avere come la bontà o la cordialità. Per me può essere un eroe un automobilista che si ferma per far passare una vecchietta. Una normalità che oggi non sembra tale. Quello che mi è piaciuto del film è la volontà di raccontare la linea che separa eroe e antieroe». Cristina Donadio ha spiegato che «le opere prime in genere per un attore sono una cosa a cui ambire perché si trovano idee più interessanti e coraggiose. C’è una libertà totale di raccontare anche storie al di fuori dei cliché e L’eroe è una di queste. Parte dal racconto di fatti di cronaca per poi rappresentare personaggi ambigui che sono sempre molto più interessanti dal punto di vista dell’attore». Date le tematiche, L’eroe presenta tanti elementi che avrebbero meritato maggior sviluppo, ma proprio questo rende il  […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Divismo 3.0, Ugo Di Tullio riflette sull’evoluzione del divo

Pubblicato da Felici Editore, Divismo 3.0 è il libro curato da Ugo Di Tullio e presentato martedì 12 marzo presso la Libreria Berisio con un’interessante conversazione a cui hanno preso parte Luigi Barletta, Generoso Paolella e Beatrice Schiaffino. Moderata da Paola Silvestro, la presentazione del libro Divismo 3.0 è iniziata con l’intervento di Luigi Barletta, docente di cinema presso l’Università Suor Orsola Benincasa,  che ha evidenziato la trasformazione della figura del divo. C’erano una volta Ruan Lingyu, Florence Lawrence e Asta Nielsen, prime grandi dive degli anni venti che venivano dal mondo del cinema e che portavano milioni di spettatori nelle sale. Sebbene con qualche anno di ritardo, pensando alla realtà cinematografica italiana si possono invece citare come dive Gina Lollobrigida, Sophia Loren o Bartolomeo Pagano, l’interprete di Maciste. Si trattava di attori o attrici capaci di lavorare in film che si sarebbero poi rivelati dei successi sia per gli importanti incassi, sia per la capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Basti pensare all’importanza che hanno avuto i film di Federico Fellini, pellicole che sono riuscite ad avere un impatto sulla società al punto tale da arricchirne il linguaggio. “La dolce vita” o “Paparazzi” sono due tra i tanti famosi capolavori di Fellini che hanno la peculiarità di essere anche dei neologismi. Film rappresentativi ed emblematici di un’epoca storica che fu per certi aspetti straordinaria e che ricordiamo come tale anche grazie a quelle scene indimenticabili. L’attore, quindi, come divo assoluto, conosciuto da milioni di persone e ambito. Non a caso per un produttore cinematografico come Nicola Giuliano, intervistato da Beatrice Schiaffino, una delle autrici del volume, oggi è possibile considerare Checco Zalone un grande divo italiano perché porta milioni di spettatori nelle sale. Ma è ancora lecito considerare solo gli attori come “veri” divi? Come spiegato dalla Schiaffino dipende dalla concezione che si ha del divo e non è un caso se dalle diverse interviste emergono varie idee. Se per Nicola Giuliano si deve evidenziare l’aspetto economico, per Corsi si devono considerare anche aspetti valoriali come la bellezza, l’ammirazione, il talento e la capacità di essere icona. Luigi Barletta ha ricordato come la diretta Instagram di Mario Balotelli per celebrare un gol durante la partita Marsiglia – St. Etienne abbia raggiunto milioni di visualizzazioni e come i post di star dei social come Chiara Ferragni e Kim Kardashian riescano ad ottenere numeri nell’ordine dei milioni. Possono essere considerati come dei divi? Due tra i tanti film in corsa per gli ultimi Oscar toccavano indirettamente il tema celebrità. Sia in A star is Born che in Bohemian Rhapsody si raccontano, seppur in modo diverso, storie di divi. A star is Born (È nata una stella), in particolare, è un remake di un film del 1937, una storia -non a caso- di un’attrice che approda ad Hollywood per trovare il successo. Nel remake di Bradley Cooper la protagonista non è un’attrice ma una cantante. L’esempio in questione dimostra come la percezione del divo sia profondamente mutata nei decenni e come oggi sia […]

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Cinema e Serie tv

L’AstraDoc ospita Il teatro al lavoro, di Massimiliano Pacifico e con Toni Servillo

Venerdì 8 marzo la rassegna AstraDoc ha ospitato la proiezione de Il teatro al lavoro, il documentario di Massimiliano Pacifico che racconta la costruzione dello spettacolo teatrale Elvira. La rassegna AstraDoc – Viaggio nel cinema del reale che si svolge nella storica sala Academy Astra nel centro di Napoli tutti i venerdì ha l’obiettivo di proporre al pubblico documentari d’autore per osservare e comprendere la realtà contemporanea locale ed internazionale. Frequentemente le proiezioni sono accompagnate dalla presenza dei registi che si intrattengono per dare vita a momenti di confronto e riflessione. Venerdì 8 marzo la rassegna ha ospitato la proiezione de Il teatro al lavoro, il documentario di Massimiliano Pacifico che racconta la costruzione di Elvira, uno spettacolo teatrale che mette in scena le lezioni tenute nel 1940 da Louis Jouvet per Claudia, sua allieva che deve interpretare Elvira, un personaggio del Don Giovanni di Molière. L’intero spettacolo è “una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio” come spiegato da Toni Servillo. A cinque anni di distanza da 394 – Trilogia del Mondo, Massimiliano Pacifico torna a raccontare uno spettacolo teatrale di Toni Servillo offrendo la possibilità di osservare tutto ciò che il pubblico teatrale non può solitamente vedere. Il Teatro al lavoro è una “vertigine artistica”, come fatto notare durante il confronto tra pubblico e regista dopo la proiezione del film. Tale vertigine è data dai diversi livelli di rappresentazione: il film documenta le prove di Servillo e degli altri attori per una rappresentazione teatrale che parla di una rappresentazione teatrale. Servillo interpreta Jouvet, Petra Valentini interpreta Claudia, giovane attrice che deve interpretare un personaggio del Don Giovanni di Molière, Francesco Marino interpreta Octave/Don Giovanni e Davide Cirri interpreta Lèon/Sganarello. In particolare, ciò che colpisce è che le lezioni di Servillo per Petra Valentini si sovrappongono a quelle di Jouvet per Claudia fino a rendere difficile scindere le prime dalle seconde. Il teatro a lavoro di Massimiliano Pacifico: un viaggio nella costruzione della rappresentazione Le riprese accompagnano gli attori nella costruzione della rappresentazione teatrale a partire dallo studio del testo, dall’analisi dei personaggi e dalle riflessioni sull’opera. Si tratta di un viaggio metaforico ma anche concreto. Metaforico perché col passare dei minuti i personaggi e la rappresentazione prendono forma; concreto perché gli attori si spostano di città in città per provare lo spettacolo e portarlo in scena. Il film inizia a Venezia ma, come le rappresentazioni teatrali, coinvolge Napoli, Milano e Parigi. Elvira è stato portato in scena da Servillo perché le storie dei quattro attori sono storie di uomini e relazioni che crescono costantemente e che sono al centro dello spettacolo. Servillo non vuole stupire lo spettatore con il racconto di un talento che emerge gradualmente ma con le emozioni che scaturiscono dal rapporto maestro/allieva. Il documentario di Massimiliano Pacifico, invece, prova soprattutto a raccontare il lavoro degli attori riuscendo però a raggiungere lo stesso obiettivo: le lezioni di Servillo sono inevitabilmente anche il racconto di rapporti umani che si consolidano col passare del tempo. Come ha […]

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Libri

La guerra dei meme – Recensione del libro di Alessandro Lolli

La guerra dei meme – Fenomenologia di uno scherzo infinito è il saggio scritto da Alessandro Lolli per la casa editrice effequ, un libro estremamente interessante e contemporaneo. Cos’è un meme? Ecco, definirlo come un’immagine con una didascalia è alquanto riduttivo perché, secondo Alessandro Lolli, il meme è «un mezzo di comunicazione e di creatività artistica di una generazione». Per comprendere cosa sia un meme l’autore parte dal 1976, anno in cui Richard Dawkins scrive Il gene egoista. Dawkins, nel tentativo di cambiare il soggetto dell’evoluzione Darwiniana, afferma che il vero protagonista dell’evoluzione non è l’uomo ma il gene. Lo scopo dei geni è quello di replicare se stessi in situazioni sempre diverse (evolversi) e per farlo sfruttano virus, piante, animali e uomini. Per Dawkins il corrispettivo culturale del gene è il meme: «tutto ciò che nella cultura si replica». «I veicoli del meme sono tutti i supporti su cui attecchisce: libri, cd, dvd, documenti virtuali e, ovviamente, il cervello umano». Tuttavia, oggi, quando parliamo di meme facciamo riferimento a qualcosa di più “concreto” e preciso. Cosa è successo? Patrick Davison nel 2009 definisce il meme come «un pezzo di cultura, di solito una battuta, la cui influenza cresce diffondendosi on line». Linda K. Borzsei nel 2013 prova a ricostruire la storia dei meme individuando tre momenti cruciali. Il primo è la comparsa nel 1982 degli smiles, le faccine create attraverso la punteggiatura che si caratterizzano per l’essere stabili, aperte a modifiche e che si diffondono rapidamente. Il secondo passaggio è nel 1997 quando nasce Bert is Evil, un sito umoristico in cui l’immagine di un personaggio dei Muppets viene affiancata a personaggi compromettenti.  Molte persone, partendo da una stessa idea di base, sono coinvolte attivamente per produrre un qualcosa che sia simile al resto pur restando differente. Per la prima volta non conta più l’autore ma “l’opera” che acquista senso perché immersa in un contesto di riferimento. È «un fenomeno virale che non mira a riprodursi ma a reinventarsi», scrive Alessandro Lolli. «Il meme non è identificabile con la sua prima incarnazione, ma con il volume complessivo delle sue versioni, o ancora meglio, con la sua potenzialità riproduttiva, ovvero il meccanismo umoristico che racchiude. A nessuno importa davvero dalla prima battuta, quasi sempre meno divertente di tutte le variazioni che la attraverseranno di seguito. Per raccontare un meme non si fa il nome dell’utente che per primo lo ha postato: se c’è qualcosa che ha importanza, è la community, il primo luogo in cui ha iniziato a circolare il meme». Il terzo momento decisivo è rappresentato da “All your base are belong to us”, una traduzione ridicola di un vecchio gioco del Sega Mega Drive che compare in numerosi fotomontaggi e che si diffonde tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Ma il momento in cui i meme divengono ciò che sono, secondo Borzsei, è nel 2006 quando si diffondono gli Advice Animals e i Lolcats. Si tratta di foto di animali su sfondi colorati con […]

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Fun e Tech

Cambridge Analytica è il problema. O forse no?

Negli articoli pubblicati nei giorni scorsi dal New York Times e dal The Guardian si legge che la Cambridge Analytica, azienda che “usa i dati per modificare il comportamento del pubblico” e che “ha ridefinito il rapporto tra dati e campagna elettorale”, come si può leggere sul sito, avrebbe utilizzato i dati di milioni di persone raccolti attraverso Thisisyourdigitallife. Si tratta di un’applicazione sviluppata da Aleksandr Kogan, allora docente di psicologia di Cambridge, che prometteva di indovinare aspetti della personalità degli utenti grazie alla somministrazione di un questionario. Thisisyourdigitallife sarebbe così riuscita ad ottenere le risposte spontanee di milioni di persone raccogliendo i dati di 270 mila utenti e loro amici (raggiungendo così circa 50 milioni di persone) che sarebbero poi stati venduti alla Cambridge Analytica. È importante sottolineare che la violazione non riguarda la raccolta dei dati degli utenti e dei loro amici ma la vendita di questi ad un’altra azienda. Da anni l’unico obiettivo di Facebook è raccogliere dati per vendere spazi pubblicitari ad aziende che possono proporre pubblicità mirate. In questo modo si aumentano le probabilità di convincere gli acquirenti e si risparmiano risorse economiche. Dietro al più famoso ed utilizzato social network del mondo si cela una piattaforma pubblicitaria, la più efficiente di sempre grazie all’immensa mole di dati che gli utenti sono disposti a condividere pur di restare “connessi” con il resto del mondo. Andando nella sezione App delle impostazioni del vostro profilo Facebook avrete la possibilità di vedere tutte le applicazioni che hanno accesso ai vostri dati o a parte di essi. Nella maggior parte dei casi noterete applicazioni minori di cui nemmeno vi ricordate come giochi del passato o applicazioni che in un momento di curiosità sembravano assolutamente necessarie da testare. Quelle applicazioni hanno raccolto dei dati che, con molta probabilità, successivamente sono stati venduti ad altre aziende (tra cui Cambridge Analytica). Le aziende in questione hanno sfruttato quell’immensa mole di dati per profilare gli utenti, segmentarli in modo dettagliato, capirne i gusti e le abitudini. Ma queste applicazioni possono raccogliere i nostri dati? Prima di utilizzare un’applicazione è necessario accettare i Termini e le condizioni, quelle parole scritte con caratteri minuscoli che nessuno legge mai un po’ perché ritenute inutili e un po’ perché oggettivamente difficili da leggere. Attraverso quelle condizioni spesso viene chiesto di accedere a parte dei dati o, in alcuni casi, anche alla fotocamera, al microfono e alla posizione fornita dal GPS. Il vero scopo di alcune applicazioni è solo accedere ai dati e quello è il prezzo che, più o meno consapevolmente, si è disposti a pagare per leggere l’oroscopo personale, migliorare l’immagine del profilo e scoprire cosa accadrà nel futuro.  Dopo aver finito di giocare o di rispondere alle domande per capire che tipo di persone siete, quei dati sono stati venduti ad aziende che li hanno usati per profilare con accuratezza scientifica gli utenti, siano essi elettori o acquirenti di detersivi. La psicometria è una scienza affermata da anni, l’unica differenza è che in passato nessuno aveva […]

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Cinema e Serie tv

Marc Bauder e il suo Master of the Universe

Master of the Universe è un documentario che spiega il mondo della finanza e le cause della crisi economica da una prospettiva europea e interna allo stesso sistema che ha provocato la crisi. Master of the Universe, il documentario scritto e diretto da Marc Bauder e disponibile su Netflix, racconta il mondo della finanza attraverso la testimonianza di Rainer Voss, ex banchiere tedesco.  Avendo lavorato per le più grandi banche europee dall’inizio degli anni’80 fino al 2008, Voss spiega con spietata lucidità come la finanza sia cambiata nel corso del tempo e quali sono i meccanismi che hanno portato alla crisi economica-finanziaria del 2008. Quasi tutte le scene di Master of the Universe sono girate all’interno di un grattacielo abbandonato da cui è possibile vedere i palazzi delle principali banche tedesche. Voss si aggira in enormi stanze vuote dove in passato, con molta probabilità, lavoravano centinaia di operatori finanziari.  La capacità di Bauder consiste nello sfruttare quel vuoto per rappresentare qualcosa di più profondo. Il primo elemento che rende questo documentario interessante è la presenza di una prospettiva differente da quella americana. Nonostante ci siano diversi film che raccontano la crisi economica, quasi tutti sono incentrati su ciò che è successo negli Stati Uniti tralasciando completamente la narrazione degli eventi che hanno travolto il vecchio continente. Il documentario di Bauder offre una prospettiva europea e interna al sistema riuscendo a spiegare con estrema precisione dinamiche complesse. Voss propone un ritratto del mondo della finanza impietoso: gli operatori devono dimostrare fedeltà incondizionata senza poter mai mettere in discussione il sistema. L’immensa quantità di capitali che vengono trasferiti in poche decine di secondi porta i traiders a «sentirsi padroni dell’universo».  «Ti sembra che spingendo un tasto tu abbia cambiato il corso della storia». Il distacco dal mondo reale diventa sempre più importante e la stessa famiglia può diventare un ostacolo alla possibilità di concludere affari. Tuttavia, come spiega Voss, spesso venditori ed acquirenti non conoscono realmente i prodotti che sono sul mercato. Il desiderio smodato di ottenere maggiori introiti ha portato all’elaborazione di prodotti finanziari così sofisticati che neanche gli operatori conoscono ciò che stanno vendendo. La complessità del mercato finanziario, frutto di anni di deregolamentazione, comporta l’impossibilità di trasparenza. Master of the Universe descrive con lucidità dinamiche del passato ma accende i riflettori anche sul presente e sul futuro. «Prima o poi la situazione esploderà. Esploderà una crisi finanziaria o una crisi sociopolitica, ma non credo proprio che ci sarà un lieto fine. […] Non credo si possa fare qualcosa dall’interno del sistema. Tutti guardano incantati alla politica e dicono: “Diteci cosa dobbiamo fare”. Lo sanno cosa dovrebbero fare solo che non lo fanno». È difficile inquadrare la testimonianza di Voss perché è in costante bilico tra confessione dei peccati e difesa dalle accuse. C’è troppa consapevolezza nelle sue parole per non far trapelare una sorta di senso di colpa per ciò che ha fatto nei tanti anni di carriera. Come quando invita Marc Bauder a non fare altre domande perché […]

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Libri

Raffaele Alberto Ventura e la “Teoria della classe disagiata”

Partiamo da lontano nella speranza di inquadrare adeguatamente il tema trattato da  Teoria della classe disagiata, libro edito da Minimum fax e scritto da Raffaele Alberto Ventura. Come si può intuire dal titolo, il libro si occupa del disagio di una classe, ma più precisamente si occupa della “classe disagiata”. Il passaggio potrebbe sembrare superfluo ma come si potrà chiarire successivamente comporta una notevole differenza. Teoria della classe disagiata, tra le altre cose, è anche uno strepitoso “archivio di metafore – romanzesche, filosofiche, cinematografiche, teatrali” che rappresentano perfettamente le dinamiche comuni ai disagiati di ogni epoca.  Questa che segue non vuole essere solo una recensione (e infatti tanti altri aspetti del libro non sono stati presi in considerazione) ma un tentativo di ragionare su come in fondo la musica e i film, che stiamo ascoltando e vedendo in questi anni, rappresentino perfettamente una condizione esistenziale che già Goldoni nel corso del diciottesimo secolo aveva messo in scena.  Del resto, Teoria della classe disagiata ha dato vita a un interessantissimo dibattito che non può essere affrontato in tutta la sua complessità in una sola recensione. Raffaele Alberto Ventura, Calcutta e la musica indie Raffaele Alberto Ventura, nel quarto capitolo del suo libro, scrive che: «In origine, il termine [indie] definisce le aziende culturali medie o piccole e i loro prodotti, in opposizione ai prodotti mainstream delle grandi major; oggi è semplicemente un claim promozionale. […] Il prodotto “indipendente” è oggi semplicemente uno dei tanti prodotti industriali disponibili». Nelle pagine che seguono l’autore sottolinea che: «Lo scenario è paradossale: grandi gruppi editoriali che pubblicano testi rivoluzionari, multinazionali discografiche che vendono canzoni che le sbeffeggiano, major cinematografiche che si mascherano da opifici indipendenti». Tale riflessione sul mondo “indie” offre un interessante collegamento all’affermazione di una scena musicale indipendente italiana che trova in Edoardo Calcutta, in arte Calcutta, l’esempio più importante. Il 30 novembre 2015 Calcutta pubblica “Mainstream”, il suo secondo disco. Nel giro di un anno Calcutta riesce a consacrarsi come esponente di un movimento musicale (non ben definito) che prende il nome di indie. Dopo due anni abbondanti dall’affermazione della scena “indie”, non si è ancora compreso quale siano le differenze tra indie e pop e dove finisca l’uno e inizi l’altro, dato che i due generi (ammesso che l’indie sia un genere) sembrano inglobarsi vicendevolmente. Il tempo,forse, chiarirà cosa sia esattamente l’indie e darà la possibilità di comprendere se in realtà ci troviamo semplicemente dinanzi ad una musica pop che ha trovato altri canali di distribuzione e che per questo è stata percepita come “differente”, come se il mezzo avesse determinato il contenuto; o se effettivamente ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso. Lasciando al tempo il compito di sciogliere questo nodo e tornando all’album “Mainstream”, la parola che più viene associata al cantante di Latina è disagio. Termine che tra l’altro non piace all’autore che ha più volte sottolineato come il suo intento sia semplicemente quello di raccontare storie, non di inquadrare una generazione.  Al di là di ciò che Calcutta […]

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Musica

Recensione di Oh, Vita! Jova, siamo noi a doverti celebrare

Il 1° dicembre è uscito Oh, Vita!, il nuovo album di Jovanotti prodotto da Rick Rubin. Nella musica jovanottiana è possibile rinvenire diverse anime che spesso si fondono per dare vita ad un qualcosa che si distingue per l’energia e la vitalità. In questa prospettiva, l’ultimo album di Lorenzo Cherubini è un esempio perfetto di come l’anima cantautoriale possa coesistere con quella hip hop in un lavoro che si distingue, più che per la presenza, per l’assenza di suoni. Il lavoro alla produzione di Rick Rubin, uno che ha prodotto i Red Hot Chili Peppers, Shakira e i System of a Down, solo per fare qualche nome, è stato proprio all’insegna della sottrazione di qualsiasi cosa fosse superfluo. Il risultato è un Jovanotti che non ha pura di mostrarsi nudo con tutti i suoi limiti in un disco dove metà delle tracce sono eseguite con voce e chitarra. Jovanotti non è solo un cantante ma un creatore di contenuti audiovisivi e il suo sito Jova.tv o la sua pagina Facebook ne sono la dimostrazione. In Oh, Vita!, singolo che con Paura di niente ha iniziato a far conoscere il disco agli ascoltatori, Jovanotti canta: «Ormai sono uno standard | Un grande classico». E Lorenzo, dati i tanti anni di carriera alle spalle, è davvero un grande classico ma la sua vitalità lo rende contemporaneo, uno che si tuffa nell’esistenza per viverla e farla vivere attraverso le canzoni. L’amore spropositato per la musica traspare dalle dirette dal Jova Pop Shop, negozio aperto in questi giorni a Milano per lanciare il disco, in cui si avvicendano artisti di ogni genere che suonano e si divertono intrattenendo. Il pubblico può seguire dal vivo, da casa, in treno, nei parchi perché la tecnologia permette di arrivare ovunque e senza mediazioni. Se ancora non avete ascoltato l’album e vi state chiedendo se Jovanotti è sempre ”eccessivamente” positivo la risposta è sì, ma anche no. Sì perché alcune tracce sono piene di energia e perché celebrano la vita, la libertà, l’amore e le origini come dimostra Ragazzi per strada: «Ragazzini per strada |A giocarsi la vita|Che quando sembra finita |Magari è appena iniziata». No perché ci sono pezzi altrettanto belli che raccontano storie vere e difficili, a tratti tristi e dolorose, come Quello che intendevi e Affermativo.  Insomma, è un Jovanotti positivo come sempre ma realistico, che racconta anche le difficoltà che sono parte della vita perché non per tutti è sempre uno spasso. Se vi state anche chiedendo se Jovanotti è sempre “eccessivamente” romantico la risposta, in questo caso, è un secco sì. «Dicono finiscila con questa storia |Di essere romantico fino alla noia |Certo hanno ragione è gente intelligente |Ma di aver ragione non mi frega niente | Voglio avere torto mentre tu mi baci |Respirare l’aria delle tue narici», queste le parole che in Chiaro di luna spiegano quanto a Jovanotti interessi il nostro “eccessivamente”. Quest’ultima canzone è stata ritenuta come la naturale erede di “A te” eppure, a giudizio di chi scrive, […]

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Libri

Le Macerie prime di Zerocalcare e i nostri demoni

Edito da Bao Publishing, Macerie prime è il nuovo libro di Zerocalcare che torna in vetta alle classifiche dopo i successi di Dimentica il mio nome e Kobane calling. Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti italiani più apprezzati. Negli ultimi anni, grazie ai suoi lavori, migliaia di lettori si sono avvicinati ai “disegnini”, come li definisce lo stesso autore, capendo che le tavole di una graphic novel possono essere belle quanto le pagine di un romanzo. Il successo di pubblico è stato poi consacrato dal riconoscimento della critica quando Dimentica il mio nome è stato preso in considerazione per il Premio Strega. Chi ha letto tutti i lavori di Zerocalcare sa bene quanto le opere siano progressivamente migliorate negli anni constatando una crescita artistica notevole. Dopo aver dimostrato una maturità artistica, Zerocalcare torna al racconto della quotidianità per riflettere su quanto sia difficile crescere e cambiare. Cosa sono le Macerie prime? «Se penso che le persone con le quali sono cresciuto – persone migliori di me che ancora adesso, quando parlano, prendo appunti per segnarmi le cose da dire nelle interviste – fanno l’inventario di notte nei supermercati, l’unico modo che ho di rappresentare le loro vite è questo: un mondo di macerie». Sebbene l’intento dell’autore non sia quello di comporre un ritratto generazionale, Macerie prime è il miglior modo per capire la precarietà di chi ha dai venti ai quaranta anni. Non si pensi però ad una lettura noiosa ed angosciante, perché Zerocalcare non si sofferma su stereotipi o complesse dinamiche sociali ma propone dialoghi semplici e diretti. Il punto di forza di Macerie prime sono i personaggi che, esprimendo desideri e aspirazioni individuali, intercettano  sentimenti, paure e gioie che sono universali. A tal proposito l’autore ha dichiarato: «Ho intervistato i miei amici per fare questo libro ed è stato imbarazzante. Ho il pallino di non voler mettere in bocca alle persone cose arbitrarie o che non pensano o che non dicono. Poi i personaggi sono stati mescolati, alcuni racchiudono anche tre personaggi insieme, oppure ho cambiato dei dettagli in modo tale che tutti possano dire alla loro madre, “Ahò, guarda che questo non sono io!”». Mentre nelle opere precedenti la presenza di un narratore che filtrava gli eventi era costante, in Macerie Prime Zerocalcare fa un passo indietro per dare vita ad un’opera corale. Finalmente il lettore ha la possibilità di capire chi sono realmente Secco e Cinghiale, personaggi storici che in questi anni sono cresciuti e cambiati. Il pretesto per conoscere meglio tutti gli amici di sempre è il matrimonio di uno di loro che porterà Zerocalcare a riflettere su quanto il successo e gli impegni rendano difficile dedicare le dovute attenzioni agli affetti più cari. È difficile trovare un equilibrio tra persona e personaggio soprattutto a causa delle aspettative altrui. Tra le Macerie si aggirano i demoni che Zerocalcare vuole affrontare Macerie prime è il racconto dei demoni che ognuno di noi deve costantemente affrontare per crescere. Ma di cosa si nutrono i nostri […]

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Libri

La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento di Leonardo Bianchi

Edito da Minimum Fax, La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento è il primo libro di Leonardo Bianchi, giornalista e blogger che, oltre ad essere news editor di Vice Italia, ha collaborato con Valigia Blu e Internazionale. Che cosa è il gentismo di cui parla Bianchi nel suo libro? Nel capitolo introduttivo l’autore propone diverse definizioni di “gentismo” che evidenziano aspetti differenti di un fenomeno difficilmente inquadrabile. Non a caso l’autore scrive che il gentismo è «un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e le pulsioni profonde della politica e della società italiana». Dunque, quali sono le caratteristiche del gentismo? Sono sostanzialmente tre: la contrapposizione tra la Gente e la Kasta, l’indignazione o l’esasperazione come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» e la creazione di “realtà parallele” che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla “realtà ufficiale”, ma hanno la capacità di provocare effetti concreti. Secondo Leonardo Bianchi le origini del gentismo vanno ricercate nei primi anni novanta. In quel frammento di storia la Piazza inizia a prevalere sul Palazzo e salta qualsiasi tipo di mediazione. La Gente, per la prima volta nella storia repubblicana, inizia a non riconoscere alcun tipo di autorevolezza nelle forze partitiche tradizionali mentre le trasmissioni televisive e gli spettacoli teatrali (si pensi a quelli di Beppe Grillo degli anni ‘90) che danno voce alla Piazza acquistano progressivamente consenso. Nel giro di vent’anni anche la mediazione dei giornali e delle televisioni verrà messa in discussione dando vita ad un fenomeno per cui chiunque può mettere in discussione tutto. Come si è visto il gentismo parte da lontano e tanti sono i passaggi che contribuiscono alla sua evoluzione: l’uscita del libro La casta di Stella e Rizzo, la crisi economica, l’emergere del Movimento 5 Stelle. Tra i tanti fattori ce n’è però uno particolarmente importante: l’apparente uscita di scena di Berlusconi. Questo punto è fondamentale perché, al di là dei giudizi di valore che si possono attribuire al berlusconismo, è un dato di fatto che un tratto caratterizzante dello stesso sia stata la forte polarizzazione tra sostenitori e detrattori. Con il momentaneo arretramento di Berlusconi una parte del Paese si è ritrovata senza un nemico da combattere e ha spostato le attenzioni verso altri fenomeni. La caratteristica principale de La Gente è che l’autore parte da fatti di cronaca recenti per tracciare i contorni di un fenomeno più vasto che sarebbe altrimenti difficile da comprendere. Le definizioni non riescono ad inglobare le molteplici sfaccettature del gentismo che, infatti, va spiegato dalle sue manifestazioni più concrete. È esattamente quello che fa Bianchi. Attraverso una narrazione scorrevole e precisa viene tracciata una linea che collega idealmente il movimento dei Forconi, le periferie italiane, l’associazionismo cattolico, le teorie complottiste e l’emergere di una Alt-Right italiana. Da cosa sono legati questi eventi? Dal risentimento di un segmento della società che schiacciato dalla […]

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Attualità

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” di Ahmet Altan

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” è un pamphlet dello scrittore e giornalista turco Ahmet Altan, arrestato in seguito al fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il pamphlet è uscito con il numero speciale di Internazionale in edicola il 29 settembre. Ahmet Altan, classe 1950, è un giornalista e scrittore turco. Nel novembre del 2007 fonda “Taraf” (“Lato” in turco), un quotidiano liberale di sinistra che tratta problemi spinosi come il genocidio degli armeni, la questione curda e si oppone all’ingerenza dei militari turchi nella vita politica e sociale. Si dimette dall’incarico di direttore ed editorialista nel dicembre del 2012.  È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese e in Italia, nel 2016, le Edizioni E/O hanno pubblicato Scrittore e assassino. La prigionia di Ahmet Altan Ahmet Altan è in galera dal settembre 2016 e rischia l’ergastolo per “la conoscenza di uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato”: se non si trattasse di una questione giudiziaria che potrebbe rovinare la vita di un uomo si potrebbe avere l’impressione di trovarsi dinanzi ad una farsa dai contorni grotteschi. L’intera accusa si basa su testimonianze contraddittorie, se non chiaramente false, e opinioni che divengono prove. L’autore definisce l’atto d’accusa come una “nebbia indistinta di bugie” e afferma che il sistema giudiziario turco è divenuto un “mattatoio del diritto”. «Stando alla legge, non è possibile imbastire un processo senza prove, basandosi unicamente sulle impressioni di un pubblico ministero. Eppure è ciò che sta accadendo qui. E ci troviamo costretti a controbattere a queste sciocchezze». Quella di Altan è una risposta forte e necessaria che scaturisce dalla volontà di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno. L’autore risponde alle accuse con una contraccusa al pubblico ministero che dimostra la sospensione dello stato di diritto. Non potendosi tutelare attraverso la legge, lo scrittore turco usa la penna per difendersi. È sicuramente un modo per far sapere al resto del mondo ciò che accade in Turchia ma è anche, come spiega lo stesso autore, un modo per documentare tutto “in vista del giorno in cui la legge si risveglierà”. La lettura di questo pamphlet è, però, interessante perché nel difendersi lo scrittone ripercorre una serie di eventi che sono cruciali per la comprensione dell’attuale situazione turca e offre anche una chiave di lettura per ciò che potrebbe accadere in futuro. Secondo lo scrittore «la Turchia si sta rapidamente avviando verso il crollo totale» e questo porterà Erdoğan a perdere le prossime elezioni. Tuttavia, l’analisi che riguarda la Turchia è valida per molti altri contesti. «Nelle nazioni prive di credibilità e in cui non vige lo stato di diritto gli investimenti interni e stranieri si interrompono. L’economia comincia ad arretrare. L’inflazione e la disoccupazione vanno fuori controllo. La gente non riesce a mettere nel piatto un po’ di carne […] Alla fine non riescono più a sopportare gli occhi affamati dei loro figli e votano contro […]

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Attualità

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy. Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro. È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire. Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy […]

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Recensioni

Forse non sarà domani: Rocco Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Musica

Fabi a Castel Sant’Elmo con Diventi Inventi

Niccolò Fabi celebra i venti anni di carriera col tour Diventi Inventi 1997-2017 e la sua musica si diffonde nella Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo, a Napoli. Sono le 21:30 circa di una sera di fine giugno quando Niccolò Fabi, accompagnato dalla chitarra e dalla band, fa il suo ingresso sul palco. Le luci rivolte verso il pubblico permettono di individuare solo delle sagome ma l’accoglienza è calorosa e continuerà ad esserlo per tutta la serata. Il cantautore romano torna a Napoli dopo l’incontro con Paolo Benvegnù al Museo Archeologico e continua ad emozionare e divertire. Fabi non poteva non iniziare questa tappa napoletana del tour Diventi Inventi 1997-2017 con il pezzo che ha dato il nome all’album d’esordio: Il giardiniere. Sono passati ormai venti anni dall’uscita di quell’album ma la voglia di cantare è la stessa e il numero di spettatore è progressivamente aumentato. Fabi celebra i venti anni di carriera con un tour, Diventi Inventi,  il cui obiettivo non è proporre le canzoni migliori o di maggior successo ma incontrare le persone che hanno reso possibile quel successo, guardali negli occhi e dire grazie per l’affetto ricevuto negli anni. Il pubblico napoletano offre al cantautore romano un abbraccio caloroso che lo avvolge proteggendolo dall’insicurezza e dalla timidezza, come ammette lo stesso Fabi più volte durante la serata. E se la serata inizia con una canzone di venti anni fa, successivamente si alternano canzoni più o meno recenti tracciando una linea immaginaria che lega l’ultimo album ai precedenti.  Si spazia da Una somma di piccole cose a Rosso passando per La promessa, Ha perso la città, Filosofia agricola e Non vale più.  Seguono È non è, Ecco e Le chiavi di casa. Poi i musicisti lasciano la scena a Fabi che, accompagnato dal pianoforte e dal pubblico, esegue Una mano sugli occhi e Il negozio di antiquariato. Fabi canta Offeso, saluta e scende dal palco ma dopo poco risale per concedere il bis: Facciamo finta, Una buona idea, Costruire, Vento d’estate e Lasciarsi un giorno a Roma. C’è anche lo spazio per Mela di Alberto Bianco che col suo gruppo (Damir Nefat, Filippo Cornaglia e Matteo Giai) accompagna egregiamente Fabi sul palco. La fine del concerto viene sancita dalle note di Lontano da me che tutti cantano tributando un lungo applauso non solo al cantautore romano ma a tutti quelli che hanno reso possibile una serata in un luogo di straordinaria bellezza da cui poter osservare una Napoli ancora più bella di notte. Diventi Inventi non è solo un tour ma anche una raccolta di brani che cercherà di sintetizzare 20 anni di musica. Fabi chiude un cerchio e lo fa tornando anche visivamente al punto di partenza La copertina della raccolta sarà un primo piano a colori, esattamente come per il primo album.  È forse il momento migliore per celebrare una lunga carriera dato il successo che ha riscontrato Una somma di piccole cose, un album intimo e semplice che è riuscito ad arrivare in vetta alle classifiche […]

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