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Eroica Fenice

Libri

Ezra Klein spiega la polarizzazione americana

Ezra Klein prova con successo a spiegare la polarizzazione della società americana in Why we’re polarized, un libro interessante e pieno di spunti. Nel 1960 solo il 4-5% degli elettori americani si dichiarava sconvolto dall’ipotesi di un figlio sposato con un elettore di un partito diverso dal proprio. Nel 2008 quella percentuale era salita al 20% tra i democratici e al 27% tra i repubblicani. Nel 2010 le stesse percentuali erano ulteriormente incrementate arrivando rispettivamente al 33% per i democratici e al 49% per i repubblicani. Questi dati aiutano a comprendere quanto sia diminuita la tolleranza politica dell’elettore americano durante anni in cui, per entrambi gli schieramenti, l’idea che l’altro partito potesse governare è diventata insopportabile. L’aspetto più interessante è che questo atteggiamento partigiano non è sostenuto tanto da sentimenti positivi per la propria fazione ma soprattutto da sentimenti negativi per l’altra parte. I sostenitori dei due schieramenti si disprezzano ritenendo una minaccia la possibilità di essere governati dagli oppositori. Secondo Ezra Klein ciò è dovuto anche alla crescente differenziazione di due partiti che hanno bisogno di distinguersi agli occhi degli elettori. Non è un caso se oggi anche l’elettore che segue poco la politica riesca più facilmente a comprendere le differenze tra partito democratico e repubblicano. Questo ci porta alla tesi centrale di Why we’re polarized di Ezra Klein. Esposta sin dalle prima pagine con estrema chiarezza e linearità, l’idea è che gli attori politici, i media, gli elettori e tutta la società stiano diventando sempre più polarizzati. Ciò sembra essere causato da una serie di meccanismi che portano tanto i politici quanto i giornalisti a ricercare consensi ed ascolti rivolgendosi ad una società sempre più divisa in blocchi. Secondo Ezra Klein, troppo spesso i problemi sistemici vengono ridotti in narrazioni personalizzanti rendendo impossibile comprendere il quadro generale. Un esempio di questa tendenza alla narrazione personalizzata è il racconto della vittoria di Donald Trump. Secondo Klein, infatti, la vittoria di Trump non è un cortocircuito improvviso ma un evento perfettamente coerente con le informazioni desumibili dalle precedenti tornate elettorali. Trump dovrebbe essere considerato soprattutto come una conseguenza sistemica del passato e poi come causa della polarizzazione presente e futura. Per Klein la sua vittoria è solo un punto d’arrivo provvisorio di un processo in evoluzione. Perché siamo polarizzati? La risposta di Ezra Klein Riprendendo vari studi di psicologia politica, Ezra Klein spiega come la nostra visione del mondo abbia sempre portato ad abbracciare un partito o l’altro. Ciò che contraddistingue il presente è che oggi quella visione tende ad essere radicalmente rafforzata dalla scelta. Questo è vero soprattutto per gli elettori che seguono con molta attenzione la politica. Questa diventa una delle tante dimensioni attraverso cui esprimere ciò che si è, la propria identità. Infatti, mentre l’elettore poco impegnato, essendo mosso soprattutto da un interesse personale, si chiede cosa la politica possa fare per lui, l’elettore impegnato si chiede cosa dica di sé il sostegno ad un partito. Soprattutto per questa fetta dell’elettorato l’identità politica è un mezzo di […]

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Libri

The Game: un’assicurazione contro l’incubo del novecento

The Game (Einaudi) è una mappa per esplorare i sentieri percorsi dalla nostra civiltà negli ultimi trent’anni. Una lunga evoluzione sintetizzabile in tre partite: una a calciobalilla, l’altra a flipper e l’ultima a Space Invaders. Su Netflix è possibile vedere High Score, una bella docu-serie che racconta la nascita e l’evoluzione dei videogiochi. È una panoramica affascinante e veloce su un’industria che oggi vale 120 miliardi di dollari e che vede coinvolti 2,3 miliardi di videogiocatori. High Score guida lo spettatore nella conoscenza delle aziende storiche che hanno creato il settore e che in parte ancora lo dominano, passa in rassegna tutti i titoli più importanti, spiega perché e come sono stati creati i personaggi principali e l’impatto che tutto ciò ha avuto su milioni di persone.  Le sei puntate che durano tra i 37 e i 47 minuti intrattengono bene con il giusto mix di interviste, spiegazioni e illustrazioni dei giochi. Per chi sceglierà di guardarlo in lingua originale, il documentario ha la voce narrante di un personaggio discretamente famoso, Super Mario (Charles Martinet). Una delle primissime cose che High Score mette in chiaro è che sin dalla loro nascita i videogiochi sono stati un nuovo medium che portava con sé una nuova esperienza. È un passaggio che mi ha colpito molto avendo finito da poco la lettura di The Game. Infatti, nel suo libro Alessandro Baricco spiega perché in Space Invaders è rinvenibile il codice genetico della nostra civiltà. Siamo tutti consapevoli di stare vivendo una rivoluzione epocale. Per capirlo basta osservare il modo in cui comunichiamo, cerchiamo informazioni e ci intratteniamo. Consapevolmente abbiamo accettato che i nostri gesti più elementari prendessero una nuova forma. Per comprendere come ciò sia successo Alessandro Baricco ha tracciato una mappa partendo da un’idea precisa: «il mondo digitale in cui viviamo è il prodotto di una rivoluzione mentale» che si è procurata degli strumenti per fuggire dal Novecento. L’uomo di fine novecento era terrorizzato da ciò che la sua razionalità e i suoi principi avevano prodotto: due guerre mondiali, i campi di concentramento, la bomba atomica e la divisione del mondo in due blocchi. Per questo ha fatto di tutto per scappare. Non a caso, secondo l’autore il tratto fondante di questa nuova civiltà è il movimento. Nella fretta gli uomini della nuova civiltà non si sono preoccupati di elaborare una teoria ma solo della pratica costruendo strumenti che gli permettessero di fuggire dalla staticità novecentesca. Ma a costruire quegli strumenti erano le stesse persone che avevano inventato e giocato a Space Invaders. «Space Invaders era un gioco che stabiliva una rivoluzionaria postura fisica e mentale, incredibilmente sintetica e brutalmente riassuntiva: uomo, consolle, schermo. Uomo, tasti, schermo. Dita sui tasti, occhi sullo schermo. Comandi dati con le dita, risultati verificabili con gli occhi sullo schermo. Aggiungete uno spruzzo di audio, per rendere il sistema più funzionale. Vi ricorsa qualcosa? È, attualmente, una delle posture fisiche e mentali in cui passiamo più tempo». Tutta la sensorialità materiale del calciobalilla con Space Invaders svanisce. […]

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Libri

Fabrizio Luisi – Gli archetipi della politica italiana

Edito da Mondadori, Maghi Guerrieri e Guaritori – Gli archetipi della politica italiana è il libro di Fabrizio Luisi che prova a interpretare la politica come una grande narrazione. Sempre più spesso, con toni più o meno ironici, leggiamo di una politica che si presta ad essere seguita come una serie tv. Tanti personaggi ricchi di pregi e difetti, trame lineari ed orizzontali e tante stagioni, alcune con finali degni ed altre più deludenti. Ognuno cerca di ritagliarsi uno spazio da protagonista e sempre più spesso si registrano ribaltamenti e colpi di scena. Per esempio, l’ultima crisi di governo è stata uno show completo con una puntata pilota e un finale di stagione di tutto rispetto. Potrebbe, e anche con una certa facilità, fare concorrenza (e battere) la quasi totalità delle serie televisive di produzione italiana. Tanto si è scritto sul perché la politica venga messa in scena come uno spettacolo ma Fabrizio Luisi, professore di comunicazione politica allo Iulm e sceneggiatore, mette in risalto quanto la narrazione sia uno strumento privilegiato attraverso cui diamo senso a tutta la realtà e quindi anche alla politica. «La realtà di cui facciamo esperienza è sempre una porzione di realtà inquadrata in una storia. In altre parole: la narrazione è il dispositivo cognitivo attraverso cui noi, come esseri umani, facciamo esperienza di quella cosa che chiamiamo realtà (qualunque cosa sia)». «La politica è anche comunicazione, oppure non è politica», spiega Luisi. Sebbene ancora molti ritengano la narrazione (“storytelling”) un inganno per mascherare un vuoto politico, quello che conta è che anche la politica con relativi valori, ideologie e scelte tecniche ha bisogno di raccontarsi. Gli elettori hanno bisogno di una storia per capire, ricordare e scegliere. Si servono di scorciatoie cognitive per comprendere e giudicare. Una buona storia è il modo più efficace per convincerli. Luisi spiega quali sono le caratteristiche fondamentali di una buona narrazione e a quali bisogni risponde. Soprattutto, evidenzia quanto sia importante un racconto coerente e funzionale rispetto agli obiettivi. Non basta mettere in evidenza i punti di debolezza di un avversario se quei presunti difetti sono punti di forza dell’archetipo che sta incarnando. Così come è assolutamente inutile usare dati, statistiche e ragionamenti puramente razionali in un contesto in cui l’avversario fa appello all’emotività degli elettori. A partire dalla campagna elettorale del 2016, Donald Trump è stato spesso attaccato per molte sue dichiarazioni perché infondate, errate o di pura fantasia. Ancora in questi giorni nel corso di diverse interviste sta rilasciando affermazioni erronee come quella di aver vinto il voto popolare contro Hilary Clinton. Gli oppositori politici fanno di tutto per spiegare agli elettori che Trump sta dicendo cose false o che compie azioni al di fuori della legalità ma niente sembra scalfire la sua immagine. Una delle tante spiegazioni che può offrire una risposta a fenomeni così paradossali è la perfetta coerenza del personaggio Donald Trump agli occhi dei suoi elettori. La costruzione di una narrazione efficace secondo Fabrizio Luisi Spesso molte misure politiche positive non vengono […]

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Libri

Sunstein: la democrazia nell’epoca dei social

Edito in Italia da Il Mulino, #republic – La democrazia nell’epoca dei social media è il libro di Cass R. Sunstein, docente presso la Harvard Law School, pubblicato nel 2017. «In una democrazia ben funzionante, le persone non vivono chiuse in camere di risonanza o in bozzoli di informazione. Ai loro occhi e alle loro orecchie giunge un ampio ventaglio di temi e idee, e sarebbe così anche nel caso in cui non dovessero scegliere di guardare o ascoltare proprio quei temi e quelle idee». Queste le parole con cui si apre #republic, l’opera di Cass R. Sunstein in cui si spiega perché per il bene del sistema democratico, soprattutto inteso nella sua accezione deliberativa, i gusti, le idee e le emozioni dei cittadini non dovrebbero essere sempre assecondate rispettando il principio della sovranità del consumatore a discapito della sovranità politica. Infatti, per come si presenta oggi, la rete è composta da tante echo chambers (camere dell’eco) all’interno delle quali gli utenti non fanno che riascoltare tutto ciò che vogliono escludendo tesi ed argomentazioni contrarie al loro punto di vista. La crescente possibilità degli utenti-cittadini di filtrare i contenuti e la possibilità dei provider di assecondare le loro preferenze, secondo l’autore, è un problema perché porta ad una crescente frammentazione e polarizzazione della società. Se osservati da una prospettiva economica, tali fenomeni sono naturali dal momento che l’unico e legittimo obiettivo delle aziende private è il profitto. Sarebbe un errore, come riconosce lo stesso Sunstein, accusare Facebook o Twitter di voler rendere l’esperienza del consumatore gradevole dato che massimizzare il suo tempo di permanenza sulle loro piattaforme è ciò che genera un guadagno. Il problema si presenta quando si osserva tutto ciò dal punto di vista democratico. Ricostruendo l’approccio dei padri costituenti americani, Sunstein spiega come alla base del modello democratico rappresentativo ci fosse l’idea di una cittadinanza informata, pronta a dialogare e giungere ad una sintesi. Una forte fiducia nel dialogo razionale che, tuttavia, presuppone la condivisione di informazioni, spazi (virtuali o fisici) ma, soprattutto, discussioni. Anni addietro la maggior parte delle persone si informava tramite quelli che Sunstein definisce come «mediatori dell’interesse generale» cioè quotidiani, riviste, emittenti televisive o radiofoniche che obbligavano le persone a leggere, guardare o ascoltare anche argomenti, punti di vista o persone che non avrebbero altrimenti cercato. A discapito dei mediatori dell’interesse generale, negli ultimi anni si sono affermati i «mediatori dell’interesse particolare» che permettono all’utente di ignorare tutto ciò che non stimola la sua attenzione. Se considerato singolarmente ciò non costituisce un problema e, anzi, è perfettamente ragionevole. Ma se milioni di persone osservano milioni di rappresentazioni diverse della realtà diventerà per loro impossibile riunirsi e discutere razionalmente. Oltre al rischio di non capirsi più a causa della mancanza di un’unica realtà (o di un’unica rappresentazione della realtà) di riferimento, c’è il pericolo di una discussione sempre più polarizzata che in una spirale negativa porta all’emersione di estremismi. Secondo la “dottrina del foro pubblico” elaborata dalla Corte Supreme statunitense, ogni strada o parco […]

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Libri

Erica Lagalisse, Anarcoccultismo – Recensione

Pubblicato da D Editore per la collana Nextopie, Anarcoccultismo – Dissertazione sulle cospirazioni dei re e sulle cospirazioni dei popoli è il primo lavoro dell’antropologa Erica Lagalisse. La D Editore continua ad arricchire la collana Nextopie curata da Daniele Gambetta con libri che offrono spunti interessanti e critici sul presente. Se in Cronofagia di Davide Mazzocco il tema era la declinazione del tempo all’interno della società capitalista, in questa nuova pubblicazione emerge il problema della definizione, comunicazione e comprensione dell’occulto. Negli ultimi anni il tema del complottismo è diventato progressivamente più importante. Per offrire un esempio italiano, all’interno de La gente – Viaggio nell’Italia del risentimento, Leonardo Bianchi spiega bene quanto alcune teorie complottiste contino nei meccanismi di costruzione del consenso politico. Ma si tratta di un tema che riguarda anche l’estero e, a tal proposito, basta pensare ad alcuni gruppi che sostengono Donald Trump. Tuttavia, ciò che si chiede Erica Lagalisse in Anarcoccultismo – Dissertazioni sulle cospirazioni dei re e sulle cospirazioni dei popoli è quanto sia lecito licenziare a prescindere e in toto le teorie complottiste senza mai esaminarle seriamente. L’autrice prova a riflettere sul tema partendo dalla ripresa del Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto e spiegando l’enorme impatto che ha avuto su grandi pensatori moderni. Come scrive il Gruppo di Nun all’interno della prefazione, il lavoro di Erica Lagalisse «è una lunga descrizione dei poteri occulti che si nascondono dietro le azioni del politico, ma è rivolto a tutte e tutti coloro che si siano mai considerati contrari al potere costituito e che abbiano giocato con i simboli del contropotere. Il libro che avete fra le mani ha l’obiettivo di mostrarvi il lato inconscio che si cela dietro alle vostre dichiarazioni antisistema». Le parole del Gruppo di Nun aiutano ad evidenziare uno degli elementi principali di Anarcoccultismo: non comprendere il significato di simboli e rituali apparentemente lontani dalle scienze moderne, ma che in realtà ne costituiscono in parte i presupposti storici e logici, non solo limita la capacità critica rispetto alla comprensione di molti fenomeni ma rende anche impossibile articolare nuove idee. Il punto di partenza della riflessione di Erica Lagalisse è la ricostruzione del processo che ha portato un insieme di conoscenze che sarebbero poi state definite come “magia” ad essere considerata come “inutili” e completamente slegate dal sapere razionale quando in realtà ne costituiscono i presupposti. Per quanto possa sembrarci paradossale, fu proprio durante la fase illuminista che tali saperi vennero valutati come rilevanti per i progressi legati al mondo della matematica e di altre discipline affini. Tali saperi occulti avrebbero poi esercitato una funzione fondamentale anche per la nascita della massoneria, in risposta alle attività repressive degli stati della Santa Alleanza, e per la sua evoluzione e influenza sui movimenti socialisti e anarchici. A dimostrazione di ciò, spiega Lagalisse, basti pensare che la “A” cerchiata, simbolo dell’anarchismo, è il frutto dell’unione di una bussola, una riga ed un compasso, tutti simboli massonici che hanno poi assunto nuovi significati. Inoltre, si può anche ricordare come […]

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Libri

Marco Cecchini prova a risolvere L’enigma Draghi

Pubblicato dalla Fazi Editore, L’enigma Draghi è l’ultimo lavoro di Marco Cecchini. Un ritratto di Mario Draghi, una delle figure più enigmatiche e affascinanti del panorama italiano.  «Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini». Le parole sono di Louis-Ferdinand Cèline ed introducono il primo capitolo de L’enigma Draghi, una biografia dell’ex governatore della Banca Centrale Europea. La riflessione di Cèline è perfetta per introdurre un discorso su una delle figure pubbliche più riservate e importanti degli ultimi decenni. Marco Cecchini si chiede chi sia veramente Mario Draghi e prova a rispondere scrivendo una biografia in cui tenta di mettere a fuoco la personalità complessa e imperscrutabile di un personaggio che non ha mai amato i riflettori. Cecchini ricostruisce il percorso di Draghi partendo da quelle parole pronunciate il 26 luglio 2012 che hanno consegnato Mario Draghi, al di là dei giudizi, alla storia. «Nei limiti del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto ciò che è necessario per salvare l’euro. E, credetemi, sarà abbastanza». A distanza di 8 anni non ci sono dubbi sull’esito vittorioso di quella sfida. Ma Cecchini evidenzia come quelle parole siano solo uno snodo di un percorso lunghissimo che ha visto Draghi alternarsi tra Tesoro, Banca d’Italia, Goldman Sachs e, infine, per ora, Banca Centrale Europea. La prima formazione presso l’Istituto dei padri gesuiti Massimiliano Massimo in classe, tra l’altro, con personaggi che prenderanno strade molto diverse tra loro: Luca Cordero di Montezemolo, Luigi Abete, Luigi Magalli, Gianni De Gennaro. Poi l’iscrizione alla facoltà di economia della Sapienza e l’incontro con Federico Caffè, uno dei più importanti economisti italiani, che diventerà mentore e maestro di Draghi a cui trasmetterà tre principi cardine: il pieno impiego, la crescita e l’equità distributiva. Dopo la laurea con Caffè come relatore nel 1970 con la tesi “Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio” e il dottorato di ricerca conseguito negli Stati Uniti con Franco Modigliani e Robert Solow, due futuri premi Nobel, arriva la cattedra come professore ordinario a Firenze. Cecchini reputa la nomina come direttore generale del Ministero del Tesoro nel 1991 il punto di svolta della storia di Mario Draghi. Rimarrà alla guida del Tesoro per un decennio, uno dei più importanti per la storia economica e politica italiana. Infatti, tra il 1991 e il 2001 l’Italia affronta Mani Pulite e gli attentati di matrice mafiosa mentre si avvia il processo per la moneta unica. Riguardo quest’ultima, Draghi intuisce sin dal principio il problema di fondo non ancora risolto: l’impossibilità di una «moneta senza Stato». Tra il 2005 e il 2011 Draghi si ritrova poi ad affrontare da governatore della Banca d’Italia la crisi economica e finanziaria del 2008. Infatti, dopo la breve parentesi alla Goldman Sachs, c’è il ritorno alla Banca d’Italia a cui ridare un prestigio perso. Arriva poi l’incarico come governatore della Banca Centrale Europea  tra le opposizioni dell’opinione pubblica tedesca e i giudizi più favorevoli della stampa anglosassone. Anche in questa […]

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Libri

L’eroe riluttante – La nuova avventura di Harry Jones

Pubblicato dalla Fazi Editore, L’eroe riluttante è il nuovo libro di Michael Dobbs. Si tratta del terzo capitolo de La serie di Harry Jones che arriva nelle librerie dopo  Il giorno dei Lord e Attacco dalla Cina. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate all’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Thatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». E, infatti, anche in quest’ultimo capitolo della saga i lettori ritroveranno intrighi legati al mondo della politica nazionale ed internazionale con cui Harry Jones è costretto a confrontarsi per portare a termine le sue missioni. L’eroe riluttante – La nuova avventura di Harry Jones L’ultima volta avevamo seguito Harry Jones in un confronto avvincente per affrontare problemi provenienti dalla Cina e che minacciavano il mondo occidentale. Attacco dalla Cina offriva la possibilità di vivere allo stesso tempo le atmosfere scozzesi, conoscendo i più importanti leader mondiali, e vicende asiatiche. Anche ne L’eroe riluttante l’attenzione di Dobbs continua ad essere rivolta all’Asia che «sta forgiando un nuovo mondo». Infatti, in questo nuovo capitolo, Michael Dobbs porta i lettori nel Ta’argistan, un’ex repubblica sovietica confinante con la Russia, la Cina e l’Afghanistan. Un debito d’onore è il motivo per cui Harry Jones si spinge ad Aškek, capitale del Ta’argistan «costruita con troppo cemento, con troppa fretta e con troppa poca immaginazione, un posto dove i venti fischiavano giù dai monti desolati e grigi, spazzando ogni angolo». Il protagonista sfrutterà una delegazione di deputati britannici in missione per mettersi sulle tracce di un amico scomparso, Zac Kravitaz. Come nei precedenti capitoli della saga, anche in questo nuovo capitolo Harry Jones capirà col tempo che la questione è molto più complessa di quanto possa apparentemente sembrare e che dovrà mettere a rischio la sua stessa vita per riuscire a portare a termine la missione. Dimenandosi tra gruppi di ribelli, interessi politici nazionali ed internazionali e nuove conoscenze femminili, Harry Jones si spingerà in una nuova avventura ricca di emozioni e colpi di scena. Per i lettori che si sono affezionati ad Harry Jones, L’eroe riluttante offre la possibilità di scoprire molto della personalità di Harry Jones, un militare apparentemente freddo, che prova a nascondere vecchie ferite e sensi di colpa legati alla scomparsa di uno dei suoi più cari affetti. Il lettore scoprirà nelle primissime pagine che il debito con Zac Kravitaz è legato alla scomparsa della moglie di Harry Jones, Julia. L’antefatto che apre il libro rende ancora […]

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Cinema e Serie tv

Silicon Valley e Mr. Robot: la serialità nell’era dei big data

Durante lo scorso decennio il capitalismo si è declinato come capitalismo delle piattaforme, un capitalismo in cui le grandi aziende tecnologiche giocano un ruolo fondamentale perché sono le sole a poter offrire determinati servizi e a poter sfruttare grandi quantità di dati per ottenere profitti. La serialità televisiva, sempre più affamata di storie, l’ha capito e con due prodotti diversi ha provato a raccontarlo. Le due serie in questione sono Silicon Valley e Mr. Robot. Finite entrambe nel 2019, erano iniziate rispettivamente nel 2014 e 2015 quando il tema della privacy, dei big data e delle infrastrutture tecnologiche non era ancora così centrale. Silicon Valley è una serie comedy con puntate che durano circa 30 minuti. Racconta il tentativo di Richard Hendricks, ingegnere informatico di talento, di fondare una startup di successo. Pagando un affitto esorbitante, Richard vive in un incubatore con quelli che scopriremo essere i suoi coinquilini, colleghi ed amici. Nel tentativo di realizzare il suo sogno si confronterà con un mondo esterno autoreferenziale, cinico, viziato che non conosce limiti e che riesce a corrompere qualsiasi idea col denaro. È la Silicon Valley, raccontata con la lente della fiction ma estremamente realistica nel descrivere le dinamiche umane e di potere che rendono vive aziende che valgono miliardi di dollari e che il più delle volte sono gestite da ricchi egocentrici. Sin dalla prima puntata la serie attinge dichiaratamente all’immaginario stereotipato costruito sulla Valley negli anni e lo sbeffeggia. Nelle prime stagioni il meccanismo narrativo si basa soprattutto sulle dinamiche tra i protagonisti (anch’essi notevolmente stereotipati) e sulle aziende per cui sono costretti a lavorare. Col passare del tempo però la serie tende sempre più al racconto dell’attualità focalizzando l’attenzione non più solo sulle grandi aziende tecnologiche e sul loro incomprensibile e buffo, se visto dall’esterno, modo di lavorare ma anche sul loro impatto sulla società. E così le avventure di Richard, Gilfoyle, Dinesh e Jared diventano il miglior modo per raccontare la trasformazione della percezione delle grandi aziende tecnologiche nell’immaginario collettivo. Del resto nel 2014, anno in cui Silicon Valley inizia, una testimonianza di Mark Zuckerberg al Congresso degli Stati Uniti era impensabile. I protagonisti di Silicon Valley devono costantemente confrontarsi con la necessità di trovare dei fondi per realizzare il loro sogno e la volontà di non corrompere l’idea di una internet migliore. Il problema è che i fondi che servono per sviluppare una buona idea sono nelle mani di persone che hanno interessi divergenti. Che si tratti di aziende concorrenti che vogliono appropriarsi di un’idea potenzialmente distruttiva per i loro affari o di miliardari che considerano l’investimento solo dalla prospettiva del profitto, è evidente che nessuno dei potenziali investitori si preoccupi del benessere della collettività. Richard Hendricks è costretto a comprendere in che misura sia giusto accettare quei compromessi e quale sarà il loro impatto su se stesso e sulla società. Nel prendere queste decisioni Richard è però sempre in compagnia dei suoi amici, una piccola comunità che rende le sconfitte più accettabili e le vittorie […]

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Libri

Datacrazia: un’antologia per ripensare la società dei dati

Datacrazia è l’antologia curata da Daniele Gambetta e pubblicata da D Editore per la collana Eschaton. Una raccolta di testi per capire la politica, la cultura algoritmica e i conflitti al tempo dei big data. Datacrazia è innanzitutto un bel libro da avere tra le mani perché dà un senso di compattezza, di solidità. Elementi che, peraltro, ritroveremo nell’organizzazione dei 23 testi raccolti in cinque parti. Circa 380 pagine per inquadrare un tema che spesso rischia di oscillare tra l’utopia e la distopia. L’antologia curata da Daniele Gambetta trova la misura giusta analizzando il tema da prospettive diverse. Si alterna la lente politica con quella sociologica, quella musicale con quella etica. Sguardi diversi per capire il fenomeno della datificazione e delle relative conseguenze nelle nostre vite. Datacrazia: uno sguardo dall’interno Leggendo un libro su big data, machine learning, algoritmi e datacrazia ci si aspetterebbe la descrizione di un universo digitale lontano da questioni epistemologiche, etiche, storiografiche, politiche. La lettura di Datacrazia, invece, è soprattutto questo. Un tentativo di sistematizzare un’impalcatura teorica per capire quali siano gli strumenti da usare nell’approccio a questi temi. Non si tratta solo di codici, parte comunque fondamentale, ovviamente, ma di capire quali sono le idee che nascondono. Oggi l’uomo tende a fondersi col digitale, tanto a livello cognitivo che sensitivo e materiale. Ormai i device sono estensioni del corpo e della mente e contribuiscono alla costruzione della rappresentazione del nostro mondo. Offrono suggerimenti sui nostri gusti musicali, sui prodotti che vorremmo o dovremmo acquistare, sulle serie che vorremmo o dovremmo guardare. Frammentano la nostra attenzione e ci rendono sfuggenti, emotivi, talvolta isolati e incapaci di riconoscere la verità. Ma i tentativi di influenzare la nostra rappresentazione della realtà sono sempre esistiti. Il punto è come si declini ciò oggi. In particolare, come fa notare Manconi, i bot nelle reti sociali «non puntano, come nella classica propaganda, a suggerire esplicitamente cosa si dovrebbe pensare, ma forniscono piuttosto rappresentazioni distorte e arbitrarie di cosa pensino gli altri, o meglio di cosa pensi la rete. Emerge così l’importanza che le reti sociali assumono nella quotidiana (guerra sulla) costruzione di una rappresentazione della società. Questa è sempre più frutto della auto-comunicazione di massa, ma qui si insinuano anche, con dissimulazioni sempre più sofisticate, attori con enormi risorse e strategie oscure volte a imporre la loro informazione, analizzando, processando e catturando la nostra comunicazione». La nostra rappresentazione del mondo, dunque, può essere deliberatamente influenzata da grandi attori politici ed economici. In un’intervista rilasciata da Roberto Pizzato, Nello Cristianini spiega che l’intelligenza artificiale «acquisisce informazioni, le processa, impara, fa dei piani, sceglie ed esegue delle azioni, o meglio si comporta in modo da massimizzare il suo profitto. […] Se l’obiettivo del sistema è massimizzare i clic, massimizzerà i clic» non preoccupandosi di filter bubble o di creazione di disuguaglianze. «Siamo di fronte ad un cambiamento paragonabile alla rivoluzione industriale. Cambiano i paradigmi stessi della nostra società, abbiamo bisogno di nuovi valori, di nuove leggi per regolare questo processo. […] Non è […]

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Cinema e Serie tv

American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Il caso O.J. Simpson è la prima stagione di American Crime Story, serie antologica dedicata a casi giudiziari che hanno avuto grande risonanza mediatica. La prima stagione è dedicata al processo giudiziario contro O.J. Simpson, ex stella del baseball con qualche partecipazione hollywoodiana alle spalle, accusato dell’omicidio dell’ex moglie Nicole Brown Simpson e del suo amante Ronald Lyne Goldman. Prodotta da Ryan Murphy, già produttore di American Horror Story, questa prima stagione è stata scritta e diretta da Scott Alexander e Larry Karaszewski. Se la stagione avesse l’obiettivo di raccontare un semplice processo giudiziario probabilmente inizierebbe col ritrovamento dei cadaveri, ma la scelta di Alexander e Karaszewski dimostra sin dal principio che Il caso O.J. Simpson sarà un caso mediatico prima che giudiziario. Infatti, O.J. Simpson è una persona di colore accusata di omicidio in un Paese che solo due anni prima è stato tramortito dai disordini di Los Angeles del 1992 provocati dell’assoluzione di alcuni agenti dall’accusa di uso eccessivo della forza nell’arresto di Rodney King, tassista afroamericano. Sono proprio le immagini, di quei tafferugli a dare l’inizio della prima stagione di American Crime Story. Questo contesto è fondamentale per comprendere Il caso O.J. Simpson. Gli avvocati saranno brillanti nello sfruttare quelle ferite non ancora rimarginate per raggiungere i loro obiettivi. Scott Alexander e Larry Karaszewski sfruttano le storie dei vari personaggi coinvolti per mostrare come Il Caso O.J. Simpson sia stato non solo caso giudiziario e mediatico, ma anche evento che ha sconvolto delle vite.  Ogni puntata è fondamentale per comprendere le conseguenze dei due processi sulle esistenze dei protagonisti con un’attenzione particolare agli avvocati dell’accusa e della difesa che hanno avuto un ruolo fondamentale in un processo ricco di colpi di scena e seguitissimo negli Stati Uniti. Il processo per la morte di Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson, e del suo amante Ronald Lyne Goldman inizia il 3 ottobre 1995. Durato 253 giorni e concluso con un verdetto emesso in meno di quattro ore, il caso è stato ricco di contraddizioni e contrapposizioni. Quella messa in scena dai registi è un’America in cui sono ancora evidenti le differenze tra uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e neri. Binomi mostrati allo spettatore attraverso le storie di personaggi difficilmente inquadrabili in una sola categoria e che per questo sono perfetti per rappresentare tutti i paradossi. Tra i tanti paradossi c’è sicuramente quello di O.J. che è sì nero, ma è soprattutto ricco e famoso ed è questo che gli permetterà di ottenere una serie di privilegi che non sarebbero mai stati concessi ad una persona povera e sconosciuta, al di là del colore della pelle. Tra i privilegi dell’essere ricco rientra la possibilità di permettersi un avvocato come Robert Shapiro, interpretato da uno John Travolta in grande rispolvero. L’elemento è importante se si considera che saranno proprio i rapporti privilegiati di Shapiro con la polizia a permettere la fuga spettacolare di O.J. seguita  da milioni di telespettatori. L’essere famoso, invece, comporta avere su di l’attenzione morbosa […]

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Cinema e Serie tv

Parasite e i vinti di Bong Joon Ho che trionfano agli Oscar

Parasite è il settimo film del regista Bong Joon Ho e arriva dopo Barking Dogs Never Bite (2000), Memories of Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), Snowpiercer (2013), e Okja (2017). La pellicola ha trionfato all’ultima edizione degli Oscar vincendo come Miglior film, Miglior film internazionale, Migliore regia e Migliore sceneggiatura originale dopo aver vinto La palma d’oro al Festival di Cannes. «Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola, vissuta sino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio». Le parole riportate sono tratte dalla prefazione de I Malavoglia e nonostante risalgano al 19 gennaio 1881 sembrano parlare di Parasite, film che ha trionfato agli Oscar 2020 vincendo quasi tutti i premi più prestigiosi nonostante un’ottima concorrenza. La pellicola racconta la storia di una famiglia (padre, madre, figlio, figlia) che vive di lavoretti malpagati in uno squallido seminterrato e che intravede la possibilità di una vita migliore quando il ragazzo, grazie ad un contatto e falsificando diploma e identità, diventa il tutor privato della figlia di una ricchissima famiglia. Parasite è una commedia, un dramma, un thriller ma è soprattutto un film che sorprende costantemente lo spettatore tenendolo incollato alla poltrona per più di due ore (131 minuti) che sembrano volare grazie all’alternanza di registri che spaziano dalla commedia al dramma con momenti di tensione da thriller. Tutto con un ritmo eccezionale e un montaggio perfetto (di Yang Jinmo), con personaggi scritti in modo impeccabile e che risultano credibili, veri, vivi. Il regista definisce il film come «una tragicommedia che rappresenta l’ironia, l’orrore e la tristezza che emergono dal voler vivere e prosperare in armonia con gli altri, salvo poi scontrarti con la realtà di come tutto questo sia impossibile da realizzare». Infatti, Parasite mette in scena il tema della disuguaglianza. «Nella società capitalista contemporanea ci sono ranghi e caste che sono invisibili ai nostri occhi. Le teniamo nascoste e lontane dalla vista, superficialmente si può pensare alle gerarchie di classe come ad una reliquia del passato, ma la realtà è che ci sono linee di separazione tra le classi sociali che non possono essere attraversate. Credo che questo film descriva le inevitabili fratture che si creano quando due classi sociali entrano in contatto nella società di oggi, sempre più polarizzata». La disuguaglianza, tema geograficamente universale dell’oggi ma anche classico perché lega le storie del presente con quelle del passato. Ecco che Parasite è il racconto di quella stesse ambizioni, bramosie, necessità degli uomini e delle donne di Aci Trezza raccontate ne I Malavoglia. I personaggi di Bong Joon Ho sono gli stessi vinti di Verga. Riprendendo ancora la prefazione: «Solo l’osservatore, travolto anch’esso dalla fiumana, guardandosi intorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che […]

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Libri

La politica pop online di G. Mazzoleni e R. Bracciale| Recensione

Che cos’è la politica pop online? Nel nuovo libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale, edito da Il Mulino, si definisce il ruolo della politica pop online e si analizza il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea. La politica pop online – I meme e le sfide della comunicazione politica è il libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale edito da il Mulino per la collana Universale Paperbacks. Qual è il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea? È la domanda di fondo che guida la ricerca di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale e che porta i due autori a ripercorrere i cambiamenti della comunicazione politica contemporanea, ad analizzare le forme e le dinamiche della politica pop online ed esaminare la fenomenologia dei meme e il loro uso nella comunicazione politica. Per comprendere perché il «meme può essere considerato come il prodotto più rappresentativo della politica pop online» gli autori ripercorrono le tappe fondamentali di un lungo processo che ha progressivamente affermato la disintermediazione della comunicazione. Mazzoleni e Bracciale evidenziano come si sia passati da una «comunicazione di massa, dell’uno-a-molti» ad una «comunicazione digitale, dell’uno-a-uno, del molti-a-molti» grazie a social media che offrono nuove possibilità di partecipazione e comunicazione. Ma cosa intendiamo per politica pop? La politica pop «si manifesta nel processo per cui gli attori della politica, e le loro gesta, pur appartenendo a una sfera a volte anche molto distante dalla vita quotidiana della gente, grazie all’adozione delle dinamiche e dei contenuti della cultura popolare, diventano personaggi e realtà familiari, soggetti di curiosità e interesse, argomenti di discussione, fonti anche di divertimento proprio come i personaggi e le storie che appartengono al mondo dell’immaginario collettivo alimentato dall’industria mediale, dalle sue rappresentazioni e dalle sue narrazioni». Inoltre, bisogna considerare che «i media digitali hanno ampliato i luoghi dove la cultura pop si manifesta rendendo quasi invisibili le distinzioni tra culturale, politico e popolare». Un processo che nasce con la mediatizzazione e che assume nuovi connotati con la disintermediazione porta la politica pop ad essere politica pop online con l’affermazione di nuove dinamiche che favoriscono la transizione da logiche mediali a logiche di network sempre più collettive e connettive. I cittadini continuano a guardare la televisione ma lo fanno in modo diverso, spesso con un altro schermo (secondo la pratica del second screen) con cui commentare istantaneamente ciò che guardano. In questo modo la fruizione del programma televisivo cambia radicalmente portando lo spettatore ad esprimere e confrontare le proprie opinioni con quelle altrui. Considerando ciò e che l’umorismo e la satira sono due tra i registri privilegiati della cultura pop online, diventa più facile comprendere perché il meme è uno strumento sociale fondamentale per far circolare idee, emozioni, opinioni, interpretazioni e influenzare il discorso pubblico. Secondo gli autori i meme rappresentano una forma privilegiata di cultura partecipativa grazie alle loro caratteristiche. I meme, infatti, partono da un singolo individuo per trasformarsi in fenomeno collettivo e collaborativo, si diffondono in modo decentralizzato e non gerarchico e sono facilmente condivisibili su […]

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Libri

RAPconti illustrati di Ernesto Anderle – Recensione

RAPconti illustrati è l’ultima opera di Ernesto Anderle per BeccoGiallo, un viaggio a fumetti nelle canzoni di Murubutu. Dal 6 febbraio è possibile trovare nelle librerie il nuovo lavoro di Ernesto Anderle, autore già noto al grande pubblico grazie alle pagine Vincent Van Love e Roby il Pettirosso oltre che per i suoi lavori precedenti con BeccoGiallo come Ridammi la mano. Fabrizio De André e Vincent Van Love. Nelle oltre 150 pagine di RAPconti illustrati, Ernesto Anderle illustra sedici canzoni di Murubutu, uno degli artisti più apprezzati per la sua capacità di raccontare storie in cui letteratura, saggistica e rap si fondono. Al riguardo, Ernesto Anderle spiega: «I suoi brani mi hanno fatto sentire un viaggiatore, un esploratore di altri tempi, in terre lontane. È un viaggio accompagnato dal valore storico in cui le vicende dei personaggi di Murubutu sono state ambientate: dai confini estremi dell’impero romano alle città distrutte nel dopoguerra». Murubutu, insegnante di filosofia e storia, riesce a trasmette contenuti di ordine culturale attraverso quello che si potrebbe definire un rap didattico con l’intento di «dipingere ed erigere con le parole mondi così credibili da essere abitabili» perché «solo così chi mi ascolta può immedesimarsi nelle storie di vita, capire i sentimenti degli altri e soprattutto i propri». RAPconti illustrati è un lavoro autonomo dato che si presta ad essere letto anche come una raccolta di storie che prescindono dalle canzoni che l’hanno ispirato. Tuttavia, ciò non toglie la possibilità di sfogliare più volte le pagine associando a letture successive alla prima anche l’ascolto delle canzoni di Murubutu per rivivere più volte le storie in modi diversi. Negli intermezzi e nelle pagine extra vengono riportate anche parole non in rima con cui Murubutu spiega quali sono i soggetti e le tematiche delle sue storie, in che modo cerca di coinvolgere gli ascoltatori, quali sono i suoi obiettivi e quali artisti apprezza. La maggior parte delle storie è legata dal filo rosso dell’amore che si presenta di volta in volta in contesti storici, geografici e sentimentali differenti. Ernesto Anderle ricerca e trova un punto di contatto con le note di Murubutu attraverso la natura. «In quest’epoca dove le grandi catastrofi umane e naturali vengono sintetizzate con una foto fatta col cellulare, non c’è più spazio né il tempo di fantasticare su ciò che è avvenuto realmente, impedendone l’immedesimazione. È per questo che le persone ascoltano Murubutu: per prendersi il tempo di ascoltare un fatto umano mentre si trasforma in leggenda». Le sedici canzoni illustrate in RAPconti illustrati sono: La collina dei pioppi, Anna e Marzio, I marinai tornano tardi, Mara e il maestrale, La notte di San Lorenzo, Nyx, Franz e Milena, Wordsworth, La vita dopo la notte, La notte di San Bartolomeo, La stella e il marinaio, Ancora buonanotte, L’uomo senza sonno, Le notti bianche, Le invasioni barbariche e Grecale. Un bel lavoro che ha il pregio di poter essere sfogliato più volte nel corso del tempo e che, soprattutto per i fan di Murubutu, può essere un’occasione per […]

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Libri

Capitalismo & Candy Crush di Alfie Bown| Recensione

Edito da Nero (2019), Capitalismo & Candy Crush è il libro di Alfie Bown la cui traduzione italiana è stata curata da Matteo Bittanti. Alfie Bown scrive per il Guardian e la Paris Review ed è editore di Everiday Analysis. Nel suo Capitalismo & Candy Crush sostiene che «il godimento e la felicità della società sono state escluse per privilegiare il godimento del singolo individuo». Tale godimento è funzionale a «contenere e limitare il potenziale rivoluzionario nei soggetti più insoddisfatti e potenzialmente sovversivi». Ma, sostiene l’autore, se considerassimo «il nostro godimento non come qualcosa di naturale, bensì come qualcosa che ci influenza, ci struttura come soggetti, non ci sentiremmo obbligati a continuare a godere né a distruggere il godimento e la sicurezza di altri individui». «Ciò che desideriamo fare oggi è differente da quello che desideravamo nel 2014», scrive Bown. Nell’introduzione scritta per la versione italiana, l’autore evidenzia come, data la velocità con cui si trasforma la nostra società, un libro scritto soli sei anni fa (2014) possa descrivere «un periodo storico differente» dove, per esempio, lo smartphone non era ancora, o non ancora in questa misura, un’estensione del nostro corpo. L’elemento è particolarmente rilevante nello studiare il godimento perché gli smartphone e le applicazioni che proliferano costantemente continuano a creare e plasmare ciò che desideriamo fare. Ma al di là di come sia cambiato il godimento in questi anni, ciò che l’autore vuole evidenziare è che la società tende a distinguere il godimento in produttivo e improduttivo reputando il primo migliore del secondo. Secondo l’autore, invece, è necessario respingere l’idea per cui il piacere produttivo (il soggetto che si diverte mentre lavora) sia necessariamente preferibile a quello improduttivo (chi gioca ad Angry Birds). In realtà, sostiene Alfie Bown, i due tipi di godimento non sono antitetici ma complementari perché «concorrono alla costruzione della moderna soggettività capitalistica». Alfie Bown si chiede perché il capitalismo moderno imponga un godimento di massa. La risposta è che il piacere non solo ci definisce sul piano culturale ma ci fa sentire anche liberi. Tale libertà scaturisce dal fatto che «quando ci divertiamo siamo convinti di essere davvero noi stessi. Non sentiamo di aver scelto ciò che ci piace, ma di essere stati in qualche modo scelti, il che significa che a causare tale godimento è qualcosa che abbiamo in noi», un dono di natura, un’espressione della nostra individualità. In sintesi, «più godiamo, più diventiamo soggetti capitalistici individualistici» che godono perché è la nostra stessa natura ad esigerlo. In realtà il godimento è frutto di un processo di apprendimento socioculturale. Persino la lettura di testi che criticano il capitalismo produce un godimento che è funzionale al sistema perché al lettore viene riconosciuto un «dono di natura» per il solo essere interessato a quei testi e per capirli. La lettura di un testo che critica il sistema capitalistico non rende il lettore un radicale. Il libro, del resto, è una merce creata per soddisfare un bisogno. Secondo Bown, il godimento di un testo sovversivo «non attesta […]

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Musica

Tradizione E Tradimento, il nuovo album di Niccolò Fabi

Uscito l’11 ottobre, Tradizione E Tradimento è il nuovo album di Niccolò Fabi per la Universal Music Italia. Facciamo finta per un attimo di essere sulla cima di un faro in Mozambico. Tutti, o quasi tutti perché magari qualcuno non ama la fotografia, scattano foto al mare cercando in quel blu qualcosa di eccezionale. È normale, è quello che probabilmente farebbero un po’ tutti. Il po’ è dovuto al fatto che potrebbe esserci qualcuno che invece si sofferma «sull’intersezione tra il pavimento, di un blu-verde estremamente forte, e la balaustra, rossa» iniziando a scattare tante fotografie dato che sembra di «vedere un punto di incontro tra terra e cielo». In realtà il punto di incontro lo potresti vedere con la linea dell’orizzonte ma no, sei Niccolò Fabi e quella foto diventerà la copertina del tuo nuovo album perché «questo è il ruolo dell’arte e della poesia: farci scoprire qualcosa che è sotto i nostri occhi ma noi non cogliamo». Dopo una pausa artistica, Niccolò Fabi è tornato offrendo un disco, Tradizione E Tradimento, che percorre un sentiero già tracciato da Una somma di piccole cose, album che rappresenta sicuramente una vetta artistica difficilmente replicabile. Con una semplicità musicale e una sincerità emotiva devastante Una Somma di piccole cose resta il migliore album di Fabi che prova infatti a preservare quella dimensione introspettiva. Era difficile, e forse anche sbagliato, ricreare tutte le condizioni dell’album precedente ed ecco che Niccolò Fabi in Tradizione E Tradimento prova a tradirsi allontanandosi da sé stesso. «È un disco sulla ricerca di un equilibrio all’interno di un cambiamento tra la memoria e la prospettiva. La scelta difficile tra cosa conservare e cosa lasciare andare, come evolversi e trasformarsi rispettando la propria identità. Come trarre forza da ciò che ci è stato consegnato come tradizione e allo stesso tempo avere il coraggio di tradire quel percorso». Più che nei testi, la distanza è nella musica che a tratti vira anche verso un’elettronica d’ambiente toccando corde differenti. Un processo creativo a tratti burrascoso che ha poi trovato un equilibrio naturale grazie all’accompagnamento artistico di Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco. L’album è stato registrato e mixato da Riccardo Parravicini ed è arricchito dalla collaborazione di Daniele Rossi, Fabio Rondanini, Max Dedo e Costanza Francavilla. Tradizione E Tradimento è l’undicesimo album in studio di Niccolò Fabi. L’uscita dell’album è stata anticipata dai singoli Io sono l’altro e Scotta che con le restanti 7 tracce costruiscono un disco di 37 minuti che è nato tra Roma e Ibiza. Sarà possibile ascoltare Tradizione E Tradimento dal vivo dal 29 novembre quando Fabi arriverà nei teatri accompagnato da Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele Rossi e Filippo Cornaglia. Immagine: Universal Music

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Libri

Alan Moore torna con La Lega degli straordinari Gentlemen

La Bao Publishing riporta sugli scaffali delle librerie La Lega degli straordinari Gentlemen, una delle opere più apprezzate di Alan Moore con i disegni di Kevin O’Neill. L’acquisizione dei diritti del lavoro di Alan Moore da parte della Bao Publishing segna l’ultima tappa di un processo editoriale travagliato. Inizialmente, infatti, i diritti dell’edizione italiana erano nelle mani della Magic Press, sono poi stati acquisiti dalla Planeta De Agostini e, infine, nel 2012 dalla Bao Publishing. Quest’ultima sta riproponendo, partendo dal primo volume della saga, i volumi della Lega degli straordinari gentlemen nel loro originale formato americano per accompagnare i lettori fino all’uscita del nuovo volume inedito, La Tempesta, che concluderà la serie. L’opera di Alan Moore è nota anche perché nel 2003  è stato liberamente tratto dal fumetto un film omonimo diretto da Stephen Norrington con la sceneggiatura di James Robinson e con l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery. Per quanto riguarda il primo volume di questa serie che riprende i personaggi dei romanzi vittoriani per riproporli in nuove avventure che li coinvolgono in modo corale, basta leggere le parole introduttive di S. Smiles per comprendere quanto l’opera di di Moore e O’Neill si ricca di un umorismo dissacrante: ” […] A tutti quei piccoli diseredati del futuro, auguriamo lunghe ore felici accanto al focolare insieme alle emozioni e alle risate qui contenute, senza però dimenticare i molti punti seri e moralmente istruttivi di cui è pervaso questo racconto: per primo che le donne passano tutto il tempo a lamentarsi. Poi, che i cinesi sono geniali, ma malvagi. Infine che il laudano, assunto con moderazione, fa bene alla vista e previene i calcoli renali. Con questi fatti bene a mente, permetteteci di augurarvi ancora molte ore di piacevole lettura e godimento e il più felice dei Natali per quanti di voi non siano al momento piagati dal rachitismo, sotto regime carcerario o di fede maomettana. Con i migliori auguri del caso mi firmo, Amico e confidente di ogni bambino, S. Smiles (Editor)“. Ricco di sarcasmo e e di citazionismo, questo primo volume della Lega degli straordinari Gentlemen invita il lettore a seguire le avventure di un gruppo di personaggi eccentrici ed unici. In particolare, seguiremo le vicissitudini di Mina Murray, Allan Quatermain, il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il Capitano Nemo e Hawley Griffin chiamati a rapporto da Mr. Bond per conto di un misterioso Mr. M per sventare un complotto ai danni dell’impero britannico. Alan Moore impreziosisce il suo fumetto con la presenza di personaggi già noti ai lettori più accaniti e che vengono presi a prestito da romanzi come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, Ventimila leghe sotto i mari di Giulio Verne, Le miniere di re Salomone di H. Rider Haggard, Dracula di Bram Stoker e Uomo invisibile di H. G. Wells. Tutte le vicende che coinvolgono i personaggi si svolgono in un’atmosfera che richiama, non a caso, il periodo vittoriano non solo cronologicamente ma anche visivamente grazie ai […]

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Libri

La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

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