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Eroica Fenice

Libri

Pigiama Computer Biscotti di Alberto Madrigal

Edito da Bao Publishing, Pigiama Computer Biscotti è la nuova opera di Alberto Madrigal. Un peso sul petto per  la storia di una figlia che piange dopo aver scoperto che il padre ha abbandonato la sua passione per lei, un nuovo libro da scrivere e l’ispirazione che manca. È l’inizio del nuovo libro di Alberto Madrigal che torna sugli scaffali dopo le precedenti opere: Un lavoro vero, Va tutto bene e Berlino 2.0. Pigiama Computer Biscotti: quando non si riesce a separare il lavoro dalla vita privata  Mangiare biscotti mentre, ancora in pigiama, si lavora al computer è un’immagine in cui quasi tutti oggi possono ritrovarsi per esperienza diretta o indiretta. È una sintesi della necessità di trovare tempo per lavorare e, soprattutto, di doverlo fare anche quando si è a casa, in cucina, seduto al tavolo dove per definizione si dovrebbe solo mangiare, possibilmente con gli affetti più cari. Al contrario subentra il computer, le scadenze imminenti, l’idea geniale che non arriva e la vita privata che si disintegra. Immagine familiare, dati i tempi, ma in realtà ci sono una serie di professioni per cui la netta separazione tra lavoro e vita privata non è mai esistita. Si fa qui riferimento alla vita dell’artista, dello scrittore o categorie simili che, dovendo sviluppare un lavoro sulla base di un processo creativo, necessitano di qualsiasi spunto utile. Se arriva l’intuizione meglio annotarla subito, perché aspettare che finisca la cena può costare la possibilità di scrivere un intero libro o di realizzare un’opera. In questo senso si è costantemente a lavoro perché qualsiasi esperienza può essere d’ispirazione. Con piglio ironico uno dei personaggi di Pigiama Computer Biscotti dirà: «Almeno l’ispirazione esiste davvero. A me arriva soltanto quando ho timbrato il cartellino tutti i giorni. Quando sono stato seduto davanti allo schermo per un sacco di ore. Ma quando arriva la senti. Ed è meraviglioso. Arriva a durare anche un paio di secondi». Ma questa è solo una parte del problema. Legata alla necessità di avere idee brillanti c’è il bisogno di guadagnare, soprattutto quando si ha una famiglia. Con un’opera a tratti autobiografica, Madrigal riflette sulla sua vita lavorativa e privata. In Pigiama Computer Biscotti l’autore spagnolo, residente a Berlino dal 2007, riprende alcuni eventi della sua vita per creare una realtà parallela in cui gli episodi reali vengono narrativamente rielaborati per raccontare una storia con un notevole equilibrio narrativo. Madrigal ripensa alle aspirazioni e alle aspettative legate all’uscita del suo primo libro ma anche agli anni che passano e alle esigenze che cambiano. L’arrivo di un bambino, per esempio. Un esame di maturità con cui scoprire cosa «hai imparato in questi trentatré anni» e fare i conti con le paure e le insicurezze, oltre a dover cambiare completamente abitudini di vita e di lavoro. Dai timori legati alla paternità alla necessità di accettare compromessi lavorativi, Madrigal alterna con armonia il racconto della nuova vita familiare con l’incapacità di scrivere un nuovo libro. Con una notevole leggerezza e abilità di emozionare nelle […]

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Libri

Attacco dalla Cina, il nuovo thriller di Michael Dobbs (Recensione)

Attacco dalla Cina, il nuovo libro di Michael Dobbs pubblicato dalla Fazi Editore, è il secondo capitolo de La serie di Harry Jones. Dopo Il giorno dei Lord, in questo nuovo thriller politico l’autore attinge elementi reali dalla storia recente e li rielabora per raccontare scenari di guerre cibernetiche e conflitti internazionali. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate dall’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Tatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». L’ultimo romanzo di Michael Dobbs Una serie di attacchi informatici provenienti dalla Cina rischiano di mandare nel caos il mondo occidentale. Gli attacchi  non lasciano tracce e  potrebbero mandare il mondo in “cortocircuito” perché non rendono evidente la presenza di un problema ma si limitano a produrre informazioni, valori e comportamenti errati. Se inizialmente i leader delle principali potenze occidentali possono pensare a dei banali malfunzionamenti, sul lungo termine appare evidente la presenza di una regia nemica. Per far fronte a quella che potrebbe essere una terza guerra mondiale combattuta con input informatici, i principali leader occidentali si riuniscono in gran segreto per prendere delle decisioni. Convocati con urgenza dal Primo Ministro britannico, la Presidente degli Stati Uniti d’America e il Presidente russo, accompagnati rispettivamente da un consigliere e dal genero, si riuniscono in un castello in Scozia completamente isolato dal resto del mondo dove saranno accolti ed accuditi da un’anziana signora e dal nipote. Il Premier britannico decide di farsi accompagnare da Harry Jones, integerrimo ed insolente ex militare pluridecorato già presente nel precedente romanzo, Il giorno dei lord. Mentre in Scozia i leader del mondo occidentale provano a trovare un accordo, in Cina gli informatori vengono torturati e gli ambasciatori sequestrati nell’attesa di sferrare un attacco cibernetico in grado di distruggere linee energetiche, centrali nucleari, mercati finanziari e sistemi informatici sanitari. Data la biografia di Michael Dobbs e i suoi importanti incarichi politici, è impossibile non rinvenire nelle pagine di Attacco dalla Cina tanti elementi reali del presente e del passato prossimo che rendono la lettura un gioco per capire il confine tra realtà e finzione. Certo, Dobbs ci fa conoscere personaggi frutto della fantasia, ma è comunque divertente pensare che in quella finzione ci sia qualcosa di veritiero. Il thriller di Dobbs dimostra che nell’attuale immaginario collettivo il grande nemico è la Cina e non più la Russia. Una Cina che vuole dare un colpo di spugna ad un passato di guerre, soprusi e violenze nel momento in […]

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Cinema e Serie tv

Fleabag e la penna tagliente di Phoebe Waller-Bridge

Il primo buon motivo per vedere Fleabag, andata in onda prima su BBC 3 e attualmente disponibile su Amazon Prime Video, è che in un momento in cui si producono film e stagioni televisive di usato sicuro (nessuna citazione per evitare guerre civili), la serie con Phoebe Waller-Bridge non ha bisogno di più di due stagioni da sei puntate l’una per dire tutto il necessario. Per di più la seconda stagione riesce ad essere sorprendentemente migliore della prima. Se da un lato si potrebbe giustamente desiderare altro, forse si può anche prendere atto che cose brevi e perfettamente riuscite possano restare tali senza necessità di spin-off, sequel o prequel. Se dovesse arrivare una terza stagione la si guarderebbe con grande piacere, beninteso, ma anche così va benissimo. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è il racconto della vita di una giovane donna londinese che prova a tenere testa alla vita dimesticandosi tra lavoro, famiglia e relazioni. Le puntate e l’intera serie hanno un ritmo incalzante e dei dialoghi brillanti che rendono Fleabag una commedia drammatica estremamente interessante. Tratto da uno spettacolo teatrale scritto dalla stessa Phoebe Waller-Bridge, che è anche autrice della serie e interprete del personaggio principale, Fleabag intrattiene divinamente con un umorismo estremamente sarcastico e pungente. Umorismo frutto di un’ottima prova attoriale corale, di un’ottima sceneggiatura e della rottura della quarta parete. Infatti, il dialogo tra lo spettatore e Fleabag, “sacco di pulci” che non ci rivelerà mai il suo vero nome, ci fa sentire un po’ complici e confessori. Fleabag si lascia seguire costantemente e alterna azioni giuste con scelte sbagliate e viceversa. Ma c’è anche qualcosa in più. Lo sguardo intelligente e provocatorio in camera è una fuga dalla realtà, uno spazio in cui nascondersi per proteggersi. La stessa autrice ha spiegato come la relazione principale sia quella tra Fleabag e lo spettatore, una relazione che cambia riuscendo a suscitare in chi guarda attrazione, disaccordo, simpatia, antipatia e tenerezza. E mentre lo spettatore si rivela un amico su cui fare affidamento nei momenti più difficili, il sarcasmo diventa una vera e propria arma con cui difendersi. Il sarcasmo per nascondere l’impossibilità e l’incapacità di amare ed essere amati. Nel caso di Fleabag questo non porta ad una autocommiserazione paralizzante ma ad una serie di comportamenti che lei stessa riconoscerà come sbagliati. I tre migliori momenti dell’intera serie sono forse proprio quelli in cui il sarcasmo viene completamente distrutto dagli interlocutori (una psicologa, un prete e una donna d’affari). In tutti e tre i casi Fleabag si mostra estremamente umana, non perché debole ma perché comprensibile. Paradossale che quando, nella prima delle tre scene citate, la psicologa le riassume la descrizione da lei stessa fornita, Fleabag rimane spiazzata perché le stesse identiche cose spogliate del sarcasmo diventano solo dolorose e non più tanto divertenti. Non si vuole qui sminuire l’importanza di un personaggio principale femminile perché è un ulteriore merito ma celebrare la serie per questo invece che per il resto potrebbe essere un errore. La vera […]

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Cinema e Serie tv

Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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Libri

La narrazione al tempo delle serie tv spiegata con How I Met Your Mother

Edito da Il Terebinto Edizioni, HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv è il nuovo libro di Francesco Amoruso, una ricognizione dello stato di salute della narrazione che continua ad essere un cardine delle nostre vite seppur attraverso nuove forme. Quali sono le caratteristiche di un buon narratore? Francesco Amoruso prova a capirlo nel suo HOW I MET YOUR MOTHER: La narrazione al tempo delle serie tv ripercorrendo le tappe principali della narrazione e scoprendo che il buon narratore di Walter Benjamin è tutt’oggi vivo nonostante siano cambiati i mezzi attraverso cui racconta le sue storie. La narrazione al tempo delle serie tv: How I met your mother? La narrazione può essere intesa come una nobile falsificazione della realtà dal momento che, parafrasando Pirandello, l’artista idealizza la realtà semplificandola e concentrandola. La narrazione, quindi, è la costruzione di un mondo che è per sua stessa natura «altro rispetto alla vera realtà».  Del resto, se in molti casi alla base della narrazione c’è un ricordo, tale ricordo si basa su una serie di dettagli, di omissioni, ma anche su un insieme di particolari che costruiscono un racconto coerente. Leggendo scopriremo che un buon narratore deve essere un consigliere che sa ascoltare, ricordare e trasmettere con estrema credibilità.  Una credibilità che gli può essere attribuita solo dall’ascoltatore che deve rendersi parte attiva contribuendo alla costruzione di quel mondo che, pur essendo semplificato e concentrato può essere impreziosito con particolari ed esperienze personali. Ma se l’ascoltatore deve essere partecipe per creare una vera narrazione, cioè presuppone che alla base ci sia la voglia di stare insieme e di condividere. La necessità di narrare, del resto, è conseguenza della necessità di stare insieme. La narrazione si sta evolvendo da secoli con la nascita del romanzo prima, con l’arrivo del romanzo d’appendice poi e, infine, con l’arrivo della televisione e delle sue tre grandi ere. Ma come si declina tutto ciò oggi? Il narratore solido, utile e irripetibile di Walter Benjamin, secondo Amoruso, non è scomparso e, anzi, è in ottimo stato di salute e Ted Mosby ne è la dimostrazione. Ma perché prendere in esame How I met your mother? L’autore spiega come le serie tv diventino parte della vita domestica, come riescano a creare legami tra spettatori e personaggi fino al punto da poter far percepire la loro fine come un piccolo dramma. In tal senso, How I met your mother è riuscita a creare un legame unico con gli spettatori. Trasmessa dalla CBS dal 2005 al 2014 con 9 stagioni e 208 episodi, How I met your mother è «pieno di narratività» e caratterizzato dalla presenza di un gruppo fantastico di amici che, ritrovandosi al MacLaren’s per bere una birra e scambiarsi racconti di giornate leggen… darie ci offrono la possibilità di ascoltare storie semplici, divertenti e di cui vorremmo tutti essere un po’ parte. Le serie tv, negli scorsi decenni tanto criticate ed ignorate da parte della critica, assumono oggi un ruolo rilevante sia perché intrattengono […]

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Musica

La terra sotto i piedi, il nuovo album di Daniele Silvestri

Venticinque anni di carriera e nove album in studio e Daniele Silvestri definisce ancora la musica come il suo più grande amore. Ne La terra sotto i piedi, il suo nuovo album, Silvestri alterna sonorità cantautoriali ed elettroniche senza rinunciare a brevi ma incisive incursioni nel mondo rap. «Ti è venuto in mente che a forza di gridare / Hai più di cinquanta anni / Dovresti riposare / E invece, ancora col megafono / Ma che malinconia». Sono le parole che un (non)-fan potrebbe rivolgere a Daniele Silvestri che in Complimenti Ignoranti sfrutta molti dei luoghi comuni per rappresentare il pubblico dei social, quello delle emoticon e degli insulti preventivi. Ma Daniele Silvestri ha ancora il coraggio e la voglia di gridare e La terra sotto i piedi lo dimostra. Infatti, ciò che si può sicuramente riconoscere a Daniele Silvestri, soprattutto dopo la partecipazione sanremese, è un impegno a “sporcarsi le mani” per costruire qualcosa di concreto. Necessario riconoscerglielo perché non era assolutamente scontato che un uomo di cinquanta anni con venticinque anni di carriera alle spalle salisse sul palco dell’Ariston per cantare un disagio giovanile. Un disagio diffuso, di cui tutti sono più o meno consapevoli ma che viene accettato con estrema rassegnazione.  Con Argento Vivo Silvestri ha perlomeno provato a mettere a fuoco quel disagio, cosa che inspiegabilmente un’intera generazione non prova neanche più a fare. Ed è emblematico che solo in Argento Vivo quello sguardo sempre un po’ malinconico ma mai triste sulla realtà sfoci in un finale senza speranza: «Se c’è un reato commesso là fuori / È stato quello di nascere». Niente mezze misure, nessun compromesso e niente giochi di parole. Diretto e tristemente reale. Necessario. Non c’è quella fiducia finale che troviamo di solito come in Qualcosa Cambia: «Qualcosa cambia / E se non cambia ancora / Cambierà / Impara a non guardare solo l’emergenza / Vedrai che in lontananza / Il cielo è rosa / Qualcosa cambia». Se in Acrobati le atmosfere erano dichiaratamente più rarefatte con un Silvestri in bilico che dall’alto guardava il mondo senza volersi tuffare nella frenesia, con La terra sotto i piedi si torna a quel mondo che dall’oblò dell’aereo sembrava ben organizzato perché «Tu ancora non ci credi, ma servono radici / Mi serve gravità, la stessa che negavo fino a ieri / Quando predicavo di essere funamboli sospesi». Infatti, in Scusate se non piango, canzone impreziosita da uno splendido video con la regia di Valerio Mastandrea, si racconta di spazi occupati, resistenze e sgomberi. Silvestri definisce il video “un piccolo miracolo” dati i pochi fondi e il risultato. “Miracoli” che si rendono possibili quando ci sono quelle reti umane e culturali che lavorano con tenacia e amore a progetti importanti, come nel caso del Collettivo Angelo Mai. In Scusate se non piango emerge l’esigenza di far convivere la vita “privata” e quella sociale. Pur parlando di sgomberi e resistenze, al centro della scena c’è semplicemente un ragazzo innamorato che vede il tutto da un’altra prospettiva. Le […]

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Libri

Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco (Recensione)

594 minuti è il tempo stimato per la lettura di Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo, di Davide Mazzocco. Minuti ben spesi? Assolutamente sì. Edito da D Editore, casa editrice che sta crescendo con costanza, Cronofagia – Come il capitalismo depreda il nostro tempo è l’ultimo libro di Davide Mazzocco. Abbiamo già parlato di Cronofagia in occasione della presentazione tenutasi nei giorni scorsi nell’ambito del Salone del libro e dell’editoria di Napoli notando come potesse essere un libro interessante. La lettura l’ha confermato. Perché nelle nostre giornate, di fatto, non esistono più momenti di noia? Dalla metropolitana fino all’attesa in posta, siamo costantemente intrattenuti da podcast, giochi, conversazioni o, più semplicemente, dalle home dei social. Come siamo arrivati a questo? Com’è possibile che si cerchi costantemente di accorciare il tempo, accelerare il ritmo ed aumentare la velocità? Sono alcune delle domande che si pone Davide Mazzocco in Cronofagia cercando di «mostrare le dinamiche, le strategie e le sovrastrutture con le quali i poteri politico ed economico depredano le masse del loro tempo». Il consumatore-spettatore-cliente-utente-elettore, spiega l’autore, oltre ad essere sfruttato per estrarre valore dal lavoro e per ricavare profitti dal consumo, viene attaccato nel tentativo di colonizzare il suo tempo libero. Cronofagia dimostra come «la sorveglianza e il controllo sul tempo di lavoro sono stati sostituiti dall’autodisciplina e dall’autocontrollo dei lavoratori che, in un contesto di carenza occupazionale, lavorano più del dovuto pur di mantenere il proprio impiego». Il paradosso è che ciò accade dopo secoli di lotte per limitare le ore di lavoro ed ottenere giorni feriali. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Viene costantemente detto che la digitalizzazione della burocrazia porterà vantaggi materiale ed immateriali ma in realtà sta accadendo il contrario. Mentre la burocrazia statale e le grandi aziende ottengono dati che possono essere usati in una duplice prospettiva, sia per essere analizzati e per profilare il cittadino-consumatore, sia per essere venduti ad altre aziende, la digitalizzazione burocratica costringe il cittadino a svolgere funzioni che esulano dalle sue competenze. I dati dovrebbero essere acquisiti automaticamente dalla grande amministrazione pubblica ma in realtà così non è. Dalla dichiarazione dei redditi alle prese visioni delle condizioni generali, il cittadino è costretto ad essere, come spiega l’autore, “il ragioniere, il commercialista, e il fiscalista di sé stesso”. E mentre si prova con fatica a svolgere mansioni per cui non si sarà mai retribuiti, inevitabilmente si sottrae tempo ed energia all’attività principale, il proprio lavoro. Superfluo dire che ciò danneggia sia il lavoratore sia chi ne dovrebbe ricevere le cure, soprattutto quando il lavoratore che deve registrare i dati lavora nell’ambito della pubblica amministrazione, della scuola o della sanità. Inoltre, come se non bastasse, il capitale ha iniziato ad estrarre valore anche dal nostro tempo libero: tutti i social network traggono profitti dalla produzione di contenuti, dal tempo loro dedicato e dai dati che forniamo. «Se vent’anni fa vi avessero chiesto di trascorrere, in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo a NapoliCittàLibro

Dal 4 al 7 aprile 2019 nei suggestivi ambienti di Castel Sant’Elmo si sono tenuti gli incontri di NapoliCittàLibro 2019. In particolare, in un sabato pomeriggio intenso e ricco di interventi il Salone del Libro e dell’Editoria di Napoli ha ospitato gli interventi di Davide Mazzocco e Giancarlo De Cataldo. Il tempo che ci viene sottratto è al centro della presentazione di Cronofagia – come il capitalismo depreda il nostro tempo di Davide Mazzocco, autore del libro intervistato da Roberto Paura nella Sala Levante. Invitato da Roberto Paura a spiegare l’origine dell’interesse per un tema così centrale ed attuale, Davide Mazzocco ha raccontato perché e come è arrivato ad occuparsi di questa tematica. Da un lato c’è un dato biografico, ha spiegato l’autore, perché col passare degli anni si comprende l’importanza del tempo sia per ciò che riguarda le relazioni personali che per il lavoro, dati i ritmi insostenibili del giornalismo contemporaneo. Ci sono poi letture e film che hanno contribuito all’interesse per la tematica, come le parole dell’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica, la lettura de I cronofagi di Jean-Paul Galibert e la visione di film come In Time. Lo scorrere del tempo e l’uso che ne facciamo riguarda da sempre tutti ma nel sistema contemporaneo la situazione è ancora più complessa. Il mercato ci vede come risorse da cui estrarre non più solo denaro ma anche tempo. Roberto Paura ha sottolineato come la tematica sia particolarmente d’attualità dato il progressivo aumento dei minuti passati sui social network e dato che questi stessi social estraggono valore proprio dal tempo che noi dedichiamo loro. Ma il tempo ci sfugge non solo a causa dei social ma per quasi tutte le attività a cui siamo, più o meno consciamente, costretti a dedicarci. Davide Mazzocco ha spiegato come tutte le strutture spaziali siano pensate per depredare il nostro tempo a partire dai centri commerciali o dagli autogrill che, attraverso percorsi obbligati, costringono i clienti a trascorrere più tempo nelle loro strutture. Ma la disuguaglianza di tempo a disposizione si può notare anche nella dicotomia centro/periferia. È sempre più evidente che abitare nei centri permette un enorme risparmio di tempo sia per attività lavorative che per svago ed intrattenimento. E mentre lo spazio architettonico ed urbano si modifica per controllare il tempo, contemporaneamente aziende come Netflix si preoccupano di erodere le ore di riposo del consumatore per incrementare il tempo di fruizione dei loro contenuti. Il senso di colpa che ci assale quando non riusciamo a rispettare i ritmi imposti da una società iper-veloce nascono da una rappresentazione del mondo dominata dal dover fare, ma si tratta di una rappresentazione e non del mondo. L’idea di sviluppo che ci autoimponiamo potrebbe essere controproducente e, infatti, come spiega l’autore, “sviluppo e progresso sono due cose diverse: lo sviluppo va a beneficio di pochi, il progresso è a beneficio di tutti”. Chi guadagna da questa continua corsa all’accelerazione? La disuguaglianza dei redditi si sta trasformando in disuguaglianza del tempo a disposizione. Una presentazione estremamente interessante, […]

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Libri

Il secolo asiatico? di Parag Khanna

Edito da Fazi Editore, Il secolo asiatico? è il nuovo libro di Parag Khanna per la collana Le terre. Il ventennio che si sta per concludere può essere considerato come uno spartiacque dati i molti fallimenti del mondo occidentale. A partire dagli attacchi dell’11 settembre in poi, considerando le crisi finanziarie, le guerre condotte a distanza a discapito di altri popoli e l’incapacità di gestire il malessere sociale, economico e politico, l’Europa e il Nord America sembrano aver perso la legittimazione per guidare il mondo verso un futuro migliore. Al contrario però, come spiega Khanna, «nel corso degli ultimi due decenni, miliardi di giovani asiatici hanno conosciuto stabilità geopolitica, prosperità economica e crescente orgoglio nazionale. Il mondo che conoscono non è quello del dominio occidentale, ma quello dell’ascesa asiatica». Proprio per questo motivo, è lecito chiedersi se sia iniziato Il secolo asiatico. La tesi di fondo de Il secolo asiatico? è che, a differenza di quanto sostengono gli osservatori occidentali, l’ascesa asiatica non sia dovuta al declino occidentale ma alle grandi potenzialità dei tanti Paesi che la compongono. L’attuale fase geopolitica può essere interpretata come “un disordine globale” solo da analisti occidentali che osservano il mondo attraverso vecchi paradigmi. L’Asia non arriverà al successo attraverso la costruzione di una “Unione Asiatica” ma imparando a risolvere i tanti conflitti interni. L’aspetto più interessante di questa visione è che il futuro ordine globale non dovrebbe essere deciso da un paese o da un unico sistema valoriale ma, anzi, dai tanti e diversi sistemi. Tanto il sistema asiatico quanto quello statunitense ed europeo, spiega l’autore, forniscono servizi vitali per il mondo. Si prospetta la creazione di un ordine veramente multipolare e multi-civilizzato. Khanna scrive che: «Nessun Paese si inchinerà agli altri. Il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà quindi né americano né cinese. Il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Russia, l’Indonesia, l’Australia, l’Iran e l’Arabia Saudita non accetteranno mai di raccogliersi sotto un unico ombrello egemonico o di riunirsi attorno a un unico polo di potere. In altre parole, non accetteranno mai di schierarsi apertamente con o contro la Cina. Ciò da cui cercano di difendersi, piuttosto, è un’eccessiva influenza sia degli americani che dei cinesi nei loro affari interni». I fattori che dimostrano l’ascesa asiatica sono di natura economica, demografica e geografica. La zona economica asiatica rappresenta il 50 per cento del PIL globale e due terzi della crescita economica globale. Tra il 2015 e il 2030 si prevede che i consumi della classe media incrementeranno di 30.000 miliardi di dollari mentre il contributo delle economie occidentali sarà di appena 1.000 miliardi. Mentre l’economia occidentale è ancora in crisi, i tassi di crescita asiatici continuano a crescere. Nel 2018 i tassi di crescita più alti del pianeta sono stati riscontrati in India, Cina, Indonesia, Malesia e Uzbekistan. «Il populismo – dalla Brexit a Trump – non ha contagiato l’Asia, dove governi pragmatici si sono concentrati sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale. In America e in Europa vengono creati nuovi […]

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Cinema e Serie tv

Cristiano Anania dirige ”L’eroe”, il film con Salvatore Esposito

L’eroe è il primo film scritto e diretto da Cristiano Anania, un giallo che sfrutta le dinamiche mediatiche legate ai grandi eventi drammatici per sviluppare una storia i cui risvolti lasceranno lo spettatore stupito. Cristiano Anania dirige il suo primo film, L’eroe, e si circonda di grandi attori. Nella pellicola compaiono i volti ormai noti anche oltreoceano di Salvatore Esposito e Cristiana Donadio, celebri per i loro ruoli nella serie televisiva Gomorra. Nel film un ruolo fondamentale per lo sviluppo della storia è affidato alla bravura di Vincenzo Nemolato che può vantare la collaborazione con registi quali i fratelli Taviani, Matteo Garrone e per aver recitato in film come La Kryptonite nella borsa. Il film è poi impreziosito dalla presenza di Marta Gastini. Ambientato tra Maratea, Roma e Napoli, L’eroe è la storia di Giorgio (Salvatore Esposito), un ambizioso giornalista che viene trasferito dal direttore (Paolo Sassanelli) in una redazione di provincia per aver fatto domande scomode ad un ministro. Arrivato nella sua nuova sede, Giorgio conosce subito Marta (Marta Gastini) con cui intraprenderà una lunga frequentazione e Francesco (Vincenzo Nemolato), un ragazzo di cui Marta si è sempre preso cura date le sue difficoltà. L’elemento di rottura della storia è il rapimento del nipote di un’imprenditrice locale, Giulia Guidi (Cristina Donadio). L’evento sconvolge la comunità del piccolo paese ed offre a Giorgio la possibilità di dimostrare le sue competenze come cronista. Chi avrà rapito il bambino? E perché? Le due grandi tematiche del film sono sicuramente le reazioni dei mass media in occasioni di grandi eventi che da drammatici rischiano di trasformarsi in mediatici, e l’ambizione. L’eroe prova a riflettere sull’importanza dell’uso di alcune parole soprattutto all’interno dei circoli mediatici. Parlando del film, il regista ha detto che «quando una parola si usa troppo spesso significa che sta perdendo il suo significato». Salvatore Esposito ha descritto il protagonista come un italiano medio, un giornalista con capacità mediocri che a causa dei suoi errori viene trasferito ma che grazie alle circostanze finisce col diventare un eroe nazionale. Esposito ha poi aggiunto: «Credo che ognuno di noi possa essere un eroe. Si può essere eroe esasperando quelli che sono i pregi che ognuno di noi dovrebbe avere come la bontà o la cordialità. Per me può essere un eroe un automobilista che si ferma per far passare una vecchietta. Una normalità che oggi non sembra tale. Quello che mi è piaciuto del film è la volontà di raccontare la linea che separa eroe e antieroe». Cristina Donadio ha spiegato che «le opere prime in genere per un attore sono una cosa a cui ambire perché si trovano idee più interessanti e coraggiose. C’è una libertà totale di raccontare anche storie al di fuori dei cliché e L’eroe è una di queste. Parte dal racconto di fatti di cronaca per poi rappresentare personaggi ambigui che sono sempre molto più interessanti dal punto di vista dell’attore». Date le tematiche, L’eroe presenta tanti elementi che avrebbero meritato maggior sviluppo, ma proprio questo rende il  […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Divismo 3.0, Ugo Di Tullio riflette sull’evoluzione del divo

Pubblicato da Felici Editore, Divismo 3.0 è il libro curato da Ugo Di Tullio e presentato martedì 12 marzo presso la Libreria Berisio con un’interessante conversazione a cui hanno preso parte Luigi Barletta, Generoso Paolella e Beatrice Schiaffino. Moderata da Paola Silvestro, la presentazione del libro Divismo 3.0 è iniziata con l’intervento di Luigi Barletta, docente di cinema presso l’Università Suor Orsola Benincasa,  che ha evidenziato la trasformazione della figura del divo. C’erano una volta Ruan Lingyu, Florence Lawrence e Asta Nielsen, prime grandi dive degli anni venti che venivano dal mondo del cinema e che portavano milioni di spettatori nelle sale. Sebbene con qualche anno di ritardo, pensando alla realtà cinematografica italiana si possono invece citare come dive Gina Lollobrigida, Sophia Loren o Bartolomeo Pagano, l’interprete di Maciste. Si trattava di attori o attrici capaci di lavorare in film che si sarebbero poi rivelati dei successi sia per gli importanti incassi, sia per la capacità di entrare nell’immaginario collettivo. Basti pensare all’importanza che hanno avuto i film di Federico Fellini, pellicole che sono riuscite ad avere un impatto sulla società al punto tale da arricchirne il linguaggio. “La dolce vita” o “Paparazzi” sono due tra i tanti famosi capolavori di Fellini che hanno la peculiarità di essere anche dei neologismi. Film rappresentativi ed emblematici di un’epoca storica che fu per certi aspetti straordinaria e che ricordiamo come tale anche grazie a quelle scene indimenticabili. L’attore, quindi, come divo assoluto, conosciuto da milioni di persone e ambito. Non a caso per un produttore cinematografico come Nicola Giuliano, intervistato da Beatrice Schiaffino, una delle autrici del volume, oggi è possibile considerare Checco Zalone un grande divo italiano perché porta milioni di spettatori nelle sale. Ma è ancora lecito considerare solo gli attori come “veri” divi? Come spiegato dalla Schiaffino dipende dalla concezione che si ha del divo e non è un caso se dalle diverse interviste emergono varie idee. Se per Nicola Giuliano si deve evidenziare l’aspetto economico, per Corsi si devono considerare anche aspetti valoriali come la bellezza, l’ammirazione, il talento e la capacità di essere icona. Luigi Barletta ha ricordato come la diretta Instagram di Mario Balotelli per celebrare un gol durante la partita Marsiglia – St. Etienne abbia raggiunto milioni di visualizzazioni e come i post di star dei social come Chiara Ferragni e Kim Kardashian riescano ad ottenere numeri nell’ordine dei milioni. Possono essere considerati come dei divi? Due tra i tanti film in corsa per gli ultimi Oscar toccavano indirettamente il tema celebrità. Sia in A star is Born che in Bohemian Rhapsody si raccontano, seppur in modo diverso, storie di divi. A star is Born (È nata una stella), in particolare, è un remake di un film del 1937, una storia -non a caso- di un’attrice che approda ad Hollywood per trovare il successo. Nel remake di Bradley Cooper la protagonista non è un’attrice ma una cantante. L’esempio in questione dimostra come la percezione del divo sia profondamente mutata nei decenni e come oggi sia […]

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Cinema e Serie tv

L’AstraDoc ospita Il teatro al lavoro, di Massimiliano Pacifico e con Toni Servillo

Venerdì 8 marzo la rassegna AstraDoc ha ospitato la proiezione de Il teatro al lavoro, il documentario di Massimiliano Pacifico che racconta la costruzione dello spettacolo teatrale Elvira. La rassegna AstraDoc – Viaggio nel cinema del reale che si svolge nella storica sala Academy Astra nel centro di Napoli tutti i venerdì ha l’obiettivo di proporre al pubblico documentari d’autore per osservare e comprendere la realtà contemporanea locale ed internazionale. Frequentemente le proiezioni sono accompagnate dalla presenza dei registi che si intrattengono per dare vita a momenti di confronto e riflessione. Venerdì 8 marzo la rassegna ha ospitato la proiezione de Il teatro al lavoro, il documentario di Massimiliano Pacifico che racconta la costruzione di Elvira, uno spettacolo teatrale che mette in scena le lezioni tenute nel 1940 da Louis Jouvet per Claudia, sua allieva che deve interpretare Elvira, un personaggio del Don Giovanni di Molière. L’intero spettacolo è “una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio” come spiegato da Toni Servillo. A cinque anni di distanza da 394 – Trilogia del Mondo, Massimiliano Pacifico torna a raccontare uno spettacolo teatrale di Toni Servillo offrendo la possibilità di osservare tutto ciò che il pubblico teatrale non può solitamente vedere. Il Teatro al lavoro è una “vertigine artistica”, come fatto notare durante il confronto tra pubblico e regista dopo la proiezione del film. Tale vertigine è data dai diversi livelli di rappresentazione: il film documenta le prove di Servillo e degli altri attori per una rappresentazione teatrale che parla di una rappresentazione teatrale. Servillo interpreta Jouvet, Petra Valentini interpreta Claudia, giovane attrice che deve interpretare un personaggio del Don Giovanni di Molière, Francesco Marino interpreta Octave/Don Giovanni e Davide Cirri interpreta Lèon/Sganarello. In particolare, ciò che colpisce è che le lezioni di Servillo per Petra Valentini si sovrappongono a quelle di Jouvet per Claudia fino a rendere difficile scindere le prime dalle seconde. Il teatro a lavoro di Massimiliano Pacifico: un viaggio nella costruzione della rappresentazione Le riprese accompagnano gli attori nella costruzione della rappresentazione teatrale a partire dallo studio del testo, dall’analisi dei personaggi e dalle riflessioni sull’opera. Si tratta di un viaggio metaforico ma anche concreto. Metaforico perché col passare dei minuti i personaggi e la rappresentazione prendono forma; concreto perché gli attori si spostano di città in città per provare lo spettacolo e portarlo in scena. Il film inizia a Venezia ma, come le rappresentazioni teatrali, coinvolge Napoli, Milano e Parigi. Elvira è stato portato in scena da Servillo perché le storie dei quattro attori sono storie di uomini e relazioni che crescono costantemente e che sono al centro dello spettacolo. Servillo non vuole stupire lo spettatore con il racconto di un talento che emerge gradualmente ma con le emozioni che scaturiscono dal rapporto maestro/allieva. Il documentario di Massimiliano Pacifico, invece, prova soprattutto a raccontare il lavoro degli attori riuscendo però a raggiungere lo stesso obiettivo: le lezioni di Servillo sono inevitabilmente anche il racconto di rapporti umani che si consolidano col passare del tempo. Come ha […]

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Libri

La guerra dei meme – Recensione del libro di Alessandro Lolli

La guerra dei meme – Fenomenologia di uno scherzo infinito è il saggio scritto da Alessandro Lolli per la casa editrice effequ, un libro estremamente interessante e contemporaneo. Cos’è un meme? Ecco, definirlo come un’immagine con una didascalia è alquanto riduttivo perché, secondo Alessandro Lolli, il meme è «un mezzo di comunicazione e di creatività artistica di una generazione». Per comprendere cosa sia un meme l’autore parte dal 1976, anno in cui Richard Dawkins scrive Il gene egoista. Dawkins, nel tentativo di cambiare il soggetto dell’evoluzione Darwiniana, afferma che il vero protagonista dell’evoluzione non è l’uomo ma il gene. Lo scopo dei geni è quello di replicare se stessi in situazioni sempre diverse (evolversi) e per farlo sfruttano virus, piante, animali e uomini. Per Dawkins il corrispettivo culturale del gene è il meme: «tutto ciò che nella cultura si replica». «I veicoli del meme sono tutti i supporti su cui attecchisce: libri, cd, dvd, documenti virtuali e, ovviamente, il cervello umano». Tuttavia, oggi, quando parliamo di meme facciamo riferimento a qualcosa di più “concreto” e preciso. Cosa è successo? Patrick Davison nel 2009 definisce il meme come «un pezzo di cultura, di solito una battuta, la cui influenza cresce diffondendosi on line». Linda K. Borzsei nel 2013 prova a ricostruire la storia dei meme individuando tre momenti cruciali. Il primo è la comparsa nel 1982 degli smiles, le faccine create attraverso la punteggiatura che si caratterizzano per l’essere stabili, aperte a modifiche e che si diffondono rapidamente. Il secondo passaggio è nel 1997 quando nasce Bert is Evil, un sito umoristico in cui l’immagine di un personaggio dei Muppets viene affiancata a personaggi compromettenti.  Molte persone, partendo da una stessa idea di base, sono coinvolte attivamente per produrre un qualcosa che sia simile al resto pur restando differente. Per la prima volta non conta più l’autore ma “l’opera” che acquista senso perché immersa in un contesto di riferimento. È «un fenomeno virale che non mira a riprodursi ma a reinventarsi», scrive Alessandro Lolli. «Il meme non è identificabile con la sua prima incarnazione, ma con il volume complessivo delle sue versioni, o ancora meglio, con la sua potenzialità riproduttiva, ovvero il meccanismo umoristico che racchiude. A nessuno importa davvero dalla prima battuta, quasi sempre meno divertente di tutte le variazioni che la attraverseranno di seguito. Per raccontare un meme non si fa il nome dell’utente che per primo lo ha postato: se c’è qualcosa che ha importanza, è la community, il primo luogo in cui ha iniziato a circolare il meme». Il terzo momento decisivo è rappresentato da “All your base are belong to us”, una traduzione ridicola di un vecchio gioco del Sega Mega Drive che compare in numerosi fotomontaggi e che si diffonde tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Ma il momento in cui i meme divengono ciò che sono, secondo Borzsei, è nel 2006 quando si diffondono gli Advice Animals e i Lolcats. Si tratta di foto di animali su sfondi colorati con […]

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Fun e Tech

Cambridge Analytica è il problema. O forse no?

Negli articoli pubblicati nei giorni scorsi dal New York Times e dal The Guardian si legge che la Cambridge Analytica, azienda che “usa i dati per modificare il comportamento del pubblico” e che “ha ridefinito il rapporto tra dati e campagna elettorale”, come si può leggere sul sito, avrebbe utilizzato i dati di milioni di persone raccolti attraverso Thisisyourdigitallife. Si tratta di un’applicazione sviluppata da Aleksandr Kogan, allora docente di psicologia di Cambridge, che prometteva di indovinare aspetti della personalità degli utenti grazie alla somministrazione di un questionario. Thisisyourdigitallife sarebbe così riuscita ad ottenere le risposte spontanee di milioni di persone raccogliendo i dati di 270 mila utenti e loro amici (raggiungendo così circa 50 milioni di persone) che sarebbero poi stati venduti alla Cambridge Analytica. È importante sottolineare che la violazione non riguarda la raccolta dei dati degli utenti e dei loro amici ma la vendita di questi ad un’altra azienda. Da anni l’unico obiettivo di Facebook è raccogliere dati per vendere spazi pubblicitari ad aziende che possono proporre pubblicità mirate. In questo modo si aumentano le probabilità di convincere gli acquirenti e si risparmiano risorse economiche. Dietro al più famoso ed utilizzato social network del mondo si cela una piattaforma pubblicitaria, la più efficiente di sempre grazie all’immensa mole di dati che gli utenti sono disposti a condividere pur di restare “connessi” con il resto del mondo. Andando nella sezione App delle impostazioni del vostro profilo Facebook avrete la possibilità di vedere tutte le applicazioni che hanno accesso ai vostri dati o a parte di essi. Nella maggior parte dei casi noterete applicazioni minori di cui nemmeno vi ricordate come giochi del passato o applicazioni che in un momento di curiosità sembravano assolutamente necessarie da testare. Quelle applicazioni hanno raccolto dei dati che, con molta probabilità, successivamente sono stati venduti ad altre aziende (tra cui Cambridge Analytica). Le aziende in questione hanno sfruttato quell’immensa mole di dati per profilare gli utenti, segmentarli in modo dettagliato, capirne i gusti e le abitudini. Ma queste applicazioni possono raccogliere i nostri dati? Prima di utilizzare un’applicazione è necessario accettare i Termini e le condizioni, quelle parole scritte con caratteri minuscoli che nessuno legge mai un po’ perché ritenute inutili e un po’ perché oggettivamente difficili da leggere. Attraverso quelle condizioni spesso viene chiesto di accedere a parte dei dati o, in alcuni casi, anche alla fotocamera, al microfono e alla posizione fornita dal GPS. Il vero scopo di alcune applicazioni è solo accedere ai dati e quello è il prezzo che, più o meno consapevolmente, si è disposti a pagare per leggere l’oroscopo personale, migliorare l’immagine del profilo e scoprire cosa accadrà nel futuro.  Dopo aver finito di giocare o di rispondere alle domande per capire che tipo di persone siete, quei dati sono stati venduti ad aziende che li hanno usati per profilare con accuratezza scientifica gli utenti, siano essi elettori o acquirenti di detersivi. La psicometria è una scienza affermata da anni, l’unica differenza è che in passato nessuno aveva […]

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Cinema e Serie tv

Marc Bauder e il suo Master of the Universe

Master of the Universe è un documentario che spiega il mondo della finanza e le cause della crisi economica da una prospettiva europea e interna allo stesso sistema che ha provocato la crisi. Master of the Universe, il documentario scritto e diretto da Marc Bauder e disponibile su Netflix, racconta il mondo della finanza attraverso la testimonianza di Rainer Voss, ex banchiere tedesco.  Avendo lavorato per le più grandi banche europee dall’inizio degli anni’80 fino al 2008, Voss spiega con spietata lucidità come la finanza sia cambiata nel corso del tempo e quali sono i meccanismi che hanno portato alla crisi economica-finanziaria del 2008. Quasi tutte le scene di Master of the Universe sono girate all’interno di un grattacielo abbandonato da cui è possibile vedere i palazzi delle principali banche tedesche. Voss si aggira in enormi stanze vuote dove in passato, con molta probabilità, lavoravano centinaia di operatori finanziari.  La capacità di Bauder consiste nello sfruttare quel vuoto per rappresentare qualcosa di più profondo. Il primo elemento che rende questo documentario interessante è la presenza di una prospettiva differente da quella americana. Nonostante ci siano diversi film che raccontano la crisi economica, quasi tutti sono incentrati su ciò che è successo negli Stati Uniti tralasciando completamente la narrazione degli eventi che hanno travolto il vecchio continente. Il documentario di Bauder offre una prospettiva europea e interna al sistema riuscendo a spiegare con estrema precisione dinamiche complesse. Voss propone un ritratto del mondo della finanza impietoso: gli operatori devono dimostrare fedeltà incondizionata senza poter mai mettere in discussione il sistema. L’immensa quantità di capitali che vengono trasferiti in poche decine di secondi porta i traiders a «sentirsi padroni dell’universo».  «Ti sembra che spingendo un tasto tu abbia cambiato il corso della storia». Il distacco dal mondo reale diventa sempre più importante e la stessa famiglia può diventare un ostacolo alla possibilità di concludere affari. Tuttavia, come spiega Voss, spesso venditori ed acquirenti non conoscono realmente i prodotti che sono sul mercato. Il desiderio smodato di ottenere maggiori introiti ha portato all’elaborazione di prodotti finanziari così sofisticati che neanche gli operatori conoscono ciò che stanno vendendo. La complessità del mercato finanziario, frutto di anni di deregolamentazione, comporta l’impossibilità di trasparenza. Master of the Universe descrive con lucidità dinamiche del passato ma accende i riflettori anche sul presente e sul futuro. «Prima o poi la situazione esploderà. Esploderà una crisi finanziaria o una crisi sociopolitica, ma non credo proprio che ci sarà un lieto fine. […] Non credo si possa fare qualcosa dall’interno del sistema. Tutti guardano incantati alla politica e dicono: “Diteci cosa dobbiamo fare”. Lo sanno cosa dovrebbero fare solo che non lo fanno». È difficile inquadrare la testimonianza di Voss perché è in costante bilico tra confessione dei peccati e difesa dalle accuse. C’è troppa consapevolezza nelle sue parole per non far trapelare una sorta di senso di colpa per ciò che ha fatto nei tanti anni di carriera. Come quando invita Marc Bauder a non fare altre domande perché […]

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Libri

Raffaele Alberto Ventura e la “Teoria della classe disagiata”

Partiamo da lontano nella speranza di inquadrare adeguatamente il tema trattato da  Teoria della classe disagiata, libro edito da Minimum fax e scritto da Raffaele Alberto Ventura. Come si può intuire dal titolo, il libro si occupa del disagio di una classe, ma più precisamente si occupa della “classe disagiata”. Il passaggio potrebbe sembrare superfluo ma come si potrà chiarire successivamente comporta una notevole differenza. Teoria della classe disagiata, tra le altre cose, è anche uno strepitoso “archivio di metafore – romanzesche, filosofiche, cinematografiche, teatrali” che rappresentano perfettamente le dinamiche comuni ai disagiati di ogni epoca.  Questa che segue non vuole essere solo una recensione (e infatti tanti altri aspetti del libro non sono stati presi in considerazione) ma un tentativo di ragionare su come in fondo la musica e i film, che stiamo ascoltando e vedendo in questi anni, rappresentino perfettamente una condizione esistenziale che già Goldoni nel corso del diciottesimo secolo aveva messo in scena.  Del resto, Teoria della classe disagiata ha dato vita a un interessantissimo dibattito che non può essere affrontato in tutta la sua complessità in una sola recensione. Raffaele Alberto Ventura, Calcutta e la musica indie Raffaele Alberto Ventura, nel quarto capitolo del suo libro, scrive che: «In origine, il termine [indie] definisce le aziende culturali medie o piccole e i loro prodotti, in opposizione ai prodotti mainstream delle grandi major; oggi è semplicemente un claim promozionale. […] Il prodotto “indipendente” è oggi semplicemente uno dei tanti prodotti industriali disponibili». Nelle pagine che seguono l’autore sottolinea che: «Lo scenario è paradossale: grandi gruppi editoriali che pubblicano testi rivoluzionari, multinazionali discografiche che vendono canzoni che le sbeffeggiano, major cinematografiche che si mascherano da opifici indipendenti». Tale riflessione sul mondo “indie” offre un interessante collegamento all’affermazione di una scena musicale indipendente italiana che trova in Edoardo Calcutta, in arte Calcutta, l’esempio più importante. Il 30 novembre 2015 Calcutta pubblica “Mainstream”, il suo secondo disco. Nel giro di un anno Calcutta riesce a consacrarsi come esponente di un movimento musicale (non ben definito) che prende il nome di indie. Dopo due anni abbondanti dall’affermazione della scena “indie”, non si è ancora compreso quale siano le differenze tra indie e pop e dove finisca l’uno e inizi l’altro, dato che i due generi (ammesso che l’indie sia un genere) sembrano inglobarsi vicendevolmente. Il tempo,forse, chiarirà cosa sia esattamente l’indie e darà la possibilità di comprendere se in realtà ci troviamo semplicemente dinanzi ad una musica pop che ha trovato altri canali di distribuzione e che per questo è stata percepita come “differente”, come se il mezzo avesse determinato il contenuto; o se effettivamente ci troviamo dinnanzi a qualcosa di diverso. Lasciando al tempo il compito di sciogliere questo nodo e tornando all’album “Mainstream”, la parola che più viene associata al cantante di Latina è disagio. Termine che tra l’altro non piace all’autore che ha più volte sottolineato come il suo intento sia semplicemente quello di raccontare storie, non di inquadrare una generazione.  Al di là di ciò che Calcutta […]

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Musica

Recensione di Oh, Vita! Jova, siamo noi a doverti celebrare

Il 1° dicembre è uscito Oh, Vita!, il nuovo album di Jovanotti prodotto da Rick Rubin. Nella musica jovanottiana è possibile rinvenire diverse anime che spesso si fondono per dare vita ad un qualcosa che si distingue per l’energia e la vitalità. In questa prospettiva, l’ultimo album di Lorenzo Cherubini è un esempio perfetto di come l’anima cantautoriale possa coesistere con quella hip hop in un lavoro che si distingue, più che per la presenza, per l’assenza di suoni. Il lavoro alla produzione di Rick Rubin, uno che ha prodotto i Red Hot Chili Peppers, Shakira e i System of a Down, solo per fare qualche nome, è stato proprio all’insegna della sottrazione di qualsiasi cosa fosse superfluo. Il risultato è un Jovanotti che non ha pura di mostrarsi nudo con tutti i suoi limiti in un disco dove metà delle tracce sono eseguite con voce e chitarra. Jovanotti non è solo un cantante ma un creatore di contenuti audiovisivi e il suo sito Jova.tv o la sua pagina Facebook ne sono la dimostrazione. In Oh, Vita!, singolo che con Paura di niente ha iniziato a far conoscere il disco agli ascoltatori, Jovanotti canta: «Ormai sono uno standard | Un grande classico». E Lorenzo, dati i tanti anni di carriera alle spalle, è davvero un grande classico ma la sua vitalità lo rende contemporaneo, uno che si tuffa nell’esistenza per viverla e farla vivere attraverso le canzoni. L’amore spropositato per la musica traspare dalle dirette dal Jova Pop Shop, negozio aperto in questi giorni a Milano per lanciare il disco, in cui si avvicendano artisti di ogni genere che suonano e si divertono intrattenendo. Il pubblico può seguire dal vivo, da casa, in treno, nei parchi perché la tecnologia permette di arrivare ovunque e senza mediazioni. Se ancora non avete ascoltato l’album e vi state chiedendo se Jovanotti è sempre ”eccessivamente” positivo la risposta è sì, ma anche no. Sì perché alcune tracce sono piene di energia e perché celebrano la vita, la libertà, l’amore e le origini come dimostra Ragazzi per strada: «Ragazzini per strada |A giocarsi la vita|Che quando sembra finita |Magari è appena iniziata». No perché ci sono pezzi altrettanto belli che raccontano storie vere e difficili, a tratti tristi e dolorose, come Quello che intendevi e Affermativo.  Insomma, è un Jovanotti positivo come sempre ma realistico, che racconta anche le difficoltà che sono parte della vita perché non per tutti è sempre uno spasso. Se vi state anche chiedendo se Jovanotti è sempre “eccessivamente” romantico la risposta, in questo caso, è un secco sì. «Dicono finiscila con questa storia |Di essere romantico fino alla noia |Certo hanno ragione è gente intelligente |Ma di aver ragione non mi frega niente | Voglio avere torto mentre tu mi baci |Respirare l’aria delle tue narici», queste le parole che in Chiaro di luna spiegano quanto a Jovanotti interessi il nostro “eccessivamente”. Quest’ultima canzone è stata ritenuta come la naturale erede di “A te” eppure, a giudizio di chi scrive, […]

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