In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo | Recensione

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo | recensione

“In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” è l’esordio letterario di Roland Schimmelpfenning. Pubblicato il 17 gennaio, edito Fazi Editore e tradotto da Stefano Jorio , quello del drammaturgo tedesco è stato un romanzo tanto atteso quanto stimato dopo che la lettura ci ha rivelato quella che, più di una autentica vicenda berlinese, è la storia della desolazione umana che dimora il palcoscenico della quotidianità affiancata, in questo racconto (e forse sempre), da un fitto mistero che si insinua intangibile nella vita scardinata dei personaggi lungo la rete ferroviaria tedesca, la S-Bahn.

È vero, in “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” c’è un lupo, ma questa storia non ha nulla di fiabesco o fantastico, essa è crudelmente realistica, inquietante, fredda. Perturbante è l’aggettivo perfetto per descrivere questo romanzo.

“In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo”: un lupo o “gli occhi di Berlino”

«In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo un lupo solitario attraversò poco dopo il sorgere del sole il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia», nel frattempo sull’autostrada che porta in Germania, un’autocisterna sbanda quaranta chilometri dopo il confine con la Polonia, causando un’esplosione. Nel frattempo Tomasz, manovale polacco, è di ritorno a Berlino per raggiungere la sua fidanzata Agnieszka. É bloccato in una coda d’automobili sconcertante quando lo vede: vede un lupo, scatta una foto col suo cellulare. Il lupo è fermo sotto un cartello che recita “80 km per Berlino”.  La foto, in poco tempo, farà il giro di tutto il mondo. Poco dopo, all’alba, i due adolescenti Elizabeth e Micha, scappano di casa mobilitando i propri genitori, tra cui il padre alcolista di Micha e la mamma violenta e frustrata di Elisabeth. Ma questi sono solo i pochi personaggi chiamati col proprio nome che in questa vicenda coesistono con altri, indicati come “il padre della ragazza” o “l’amica della madre” … Tutti perseguitati dalla presenza girovaga del lupo e da un fucile che passa di mano in mano, anch’esso come un animale pericoloso, trovato tra le mani di un uomo il cui corpo morto giace nella neve dall’inizio alla fine di questo racconto.

La vicenda si districa abbastanza velocemente eppure anche la dinamicità dell’azione – che non lascia spazio a giri di parole, né a descrizioni accurate – ci offre una suspense sospettosa e sconcertante più che preludio alla sorpresa. Lo stile minimalista del drammaturgo si dirige immediato al nocciolo del racconto, Roland Schimmelpfenning è un narratore onnisciente che non si fa sentire, egli sparisce con abilità tra le righe. Così accade per noi lettori di capire con facilità e precipitosamente, tutto d’un tratto, quale sia il cuore del romanzo ovvero solitudine, rancore, pentimento, insoddisfazione e malinconia che abitano le macerie di Berlino: una città riunita, ma ancora divisa, scissa come ogni personaggio che come uno strascico, porta con sé le rovine del vecchio muro che non sono altro che le rovine del proprio passato. Il paesaggio è triste e la vista ravvicinata dei vecchi palazzi che custodiscono abbandoni e sporcizia, alcolismo e povertà incute talvolta timore. “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” è la storia di vite desolate, di sguardi perduti nell’oblio, di quella sensazione di perdizione che come il gelo, penetrando nelle ossa, ci avvilisce.
Ma in questo vortice di sentimenti (mai pronunciati nè scritti) che rivelano una quotidianità insoddisfacente, c’è un lupo da avvistare per primi:  bisogna affrettarsi per riuscire ad incrociare il suo sguardo, tentare di fare una foto da esporre come trofeo o, perché no, ammazzarlo col fucile. Le case si svuotano, divengono mute, qualche solitario viene dimenticato lì ad un tavolo mangiato dall’ansia(proprio come la mamma di Micha): gli altri sono scappati, scesi per strada, devono trovare il lupo. “Una città in preda all’esaltazione. I giornali, le prime pagine. Le televisioni locali. Una notizia che faceva il giro del mondo. Il lupo di Berlino. Gente, guardate com’è cambiata questa città. Der Wolf ist ein Berliner.”

È chiaro come il lupo sia l’emblema del romanzo, una figura congeniale all’arte drammaturgica: un occhio che si muove da un personaggio all’altro, illuminandolo di volta in volta sul palcoscenico per passargli l’azione. Il lupo segue i passi di chi popola la città gelata, li scorge muto e guida le loro solitudini per ricongiungerli gli uni agli altri, poiché se anche in compagnia ognuno cammina solo, isolato, perduto nel proprio turbine di vita.

Ma è vero questo lupo, o solo immaginazione? Una delle sensazioni favolistiche percepibili, è quella di un lupo narratore onnisciente che ci accompagna tra le vie di Berlino per fermarsi a raccontare di ognuno dei personaggi che incontra durante il suo pericoloso cammino lungo una linea retta troppo confinante al caos urbano per un animale come lui. Il destino di Micha, Agnieszka, Elizabeth, Tomasz, Charly e di tutti gli altri, furtivo e immediato, dopo averli divisi quasi irreparabilmente, li riunirà attraverso fortuite coincidenze.

Ma l’impresa ha indebolito l’animale che, magro e affamato, dopo un tour di pochi e brevi giorni, scompare e con la sua scomparsa il romanzo termina, lasciandoci un po’ sospesi nell’ignoto. Il Lupo di Berlino è stato avvistato per l’ultima volta sui binari della S-Bahn tedesca.

Roland Schimmelpfenning, drammaturgo contemporaneo tra i più premiati e apprezzati, non ci ha deluso; ci ha anzi regalato un romanzo tedesco come pochi. “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” è finalista al Leipziger Preis.

Fonte immagine di copertina: Fazi Editore.

 

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