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Eroica Fenice

Riccardo Ceres

Riccardo Ceres, “Spaghetti Southern”: nelle viscere del Sud

“Spaghetti Southern”, il nuovo disco di Riccardo Ceres: nelle viscere del Sud

“A L.
Ai nostri dialoghi di sventurate notti/ di insensato e tormentato/ per quanto, comunque, definibile amore”.

Inizia così la catàbasi nel mondo di Riccardo Ceres, inizia da una manciata di parole che sono lapidarie come un’epigrafe e che sanno di notte, segreti e scambi di umori.
Ma è solo un attimo, un fruscio d’ali, perché dal gelsomino notturno si viene catapultati, in modo violento e quasi allucinato, in Sud violaceo e assolato come una visione sotto oppiacei, delicato come un fiore carnoso rubicondo, e puro come il mare che regala gemme ai viandanti.
Un Sud, rigorosamente con la lettera maiuscola, quello dipinto dal cantautore campano, che non ha bisogno di fronzoli, luoghi comuni o descrizione icastiche: il suo Sud è iconoclastia che sgorga prepotentemente dalle note, che riparte dalle fondamenta stessa del luogo comune per accarezzarlo e rivoltarlo, che giunge a sublimare il vuoto del suo ventre per catapultare l’ascoltatore in una campagna riarsa rosicchiata dal sole, o in un’autostrada afosa tra i cumuli di polvere secca.
Una forchetta con dei cavi attorcigliati attorno troneggia sulla copertina, che invita l’ascoltatore a cibarsi, a saziarsi di calura, di granelli di afa e di voce, la voce di Riccardo Ceres che è possente ed evocativa, e ha il misticismo e la fermezza dell’ululato di un coyote nel deserto.
“Spaghetti Southern”, in contrapposizione al Western: “The west is the best” avrebbe detto un certo Lizard King nel suo mantra alla fine di “The end”, ma in questo caso è dal Sud che si riparte, un Sud che si tinge di psichedelia e atmosfere oniriche che rievocano quasi le highways americane dove Morrison vide gli indiani.

Riccardo Ceres: un viaggio tra le tracce più interessanti di “Spaghetti Southern”, perfetto connubio di testi e musica, in un intreccio e incastro magnetico e seducente.

Una donna tesse i fili dell’album di Riccardo Ceres, quasi come una Gorgone, ed è presente come una baccante che stende il proprio tappeto rosso al cospetto di Dioniso: a cominciare dalla prima traccia, Tu vai con altri uomini.
Un sapore blues, un respiro di Coltrane, un’armonica, un sussulto che ricorda A horse with no name degli America, e una donna che danza nel cerchio di fuoco creato dalla voce di Riccardo Ceres. La donna volteggia nell’autostrada afosa e affonda i piedi nudi nel deserto, mentre Ceres intreccia con maestria voce e armonia, creando anelli di fumo e suggestioni che si sprigionano direttamente dalla parola piena ed utilizzata in tutta la sua potenza evocativa.

“Tu vai con gli altri uomini ed il resto è solamente storia, sapore amaro, carta straccia, bagno le mani con la faccia di un uomo che in realtà potendo non t’ha mai amata mai. […] Tu vai con gli altri uomini per la proliferazione della specie credo, tra ciò che credo e quel che vedo ci passa un gran palmo di naso, ma d’altro canto si trova sempre qualcosina per cui fingere”.

La donna di Riccardo Ceres è quasi demoniaca e serpentina, libera e selvaggia come un animale della steppa, e nemmeno l’ascoltatore può addomesticarla a suo piacimento, perché sfugge come le note che si rinnovano ritmicamente.
In Tutta colpa del mare vi è la sublimazione, all’ennesima potenza, dell’elemento costitutivo del Sud, l’acqua, che può divenire vino, inchiostro, sangue o lacrima amara, ma anche bava alla bocca, risacca o  bonaccia.
La donna leonina ritorna in Chetelodicoafare,  dai suoni lisergici che si sposano bene con il parlato di Riccardo Ceres, che narra una storia di unghie conficcate nella schiena, di sudore che ribolle e di parole che strisciano come serpi: “Non sento niente, con le tue unghie conficcate nella carne e il mio labbro che sa di sangue. Non penso a niente, mentre mi guardi dal tuo odio ed il sudore ti ribolle sulla pelle”.

Quasi sciamanica è la traccia Coyote, che incarna, con musica e testo, una cavalcata placida e impetuosa nel deserto. La strada è ritratta nella sua aridità, fotografata nel suo essere scabrosa e riarsa, e anche le voglie umani vengono ridotte ad affari animaleschi da consumare e concludere come accoppiamenti rituali. Cani sulla strada, catene e macchine che sfrecciano mangiando la polvere del Sud, e la figura del coyote scruta tutto con le sue pupille, mentre degli uomini misteriosi spuntano dalla collina. Le atmosfere sono iniziatiche, e ricalcano quel Sud che freme di segreti che affondano in un’alba di tempi non definiti, e la ripetizione meccanica e ritmica delle parole ha il volto dei riti ancestrali.

Santa Muerte ricorda le musiche dei mariachi, ha la drammaticità del Messico che si abbraccia saldamente alle viscere del Sud Italia e accoglie la voce disperata e calda di Riccardo Ceres, che come in una litania intona:
Santa Muerte, abbracciami forte, un bacio freddo, la lingua che schiocca. Donna Luna ha girato la faccia, la resaca i pensieri mi gratta; vetri infranti di amori in bottiglia, gioventù che non ululi più”.
L’ululato di questa canzone lascia in bocca il sapore minerale della sabbia, stampa sulla faccia il vento sferzante; il giorno assolato svanisce pian piano, e ci si ritrova immersi in una notte che cancella, con un colpo di spugna, le pene d’amore.
Una notte che dona la pace e l’oblio, e che ristabilisce circolarmente il senso di soddisfazione nelle viscere dell’ascoltatore.

Un disco da ascoltare quando si ha sete, quando si ha voglia di bere e di inebriarsi di melodie che si depositano sulle papille gustative.
Melodie peccaminose che fanno vibrare le parole e che disegnano il profilo cangiante di un Sud che non è solo Italia, ma Sudamerica, Sud del Mondo e Sud del nostro stesso corpo, in una carezza che sa di morte, fumo e afa estiva.

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