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Eroica Fenice

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Intervista a Mariarosaria Conte, dal primo romanzo a “Bianca come la neve”

Scrittrice, insegnante, ma prima di tutto madre, o forse tutte accezioni che si combinano insieme per poter delineare il profilo di una donna come Mariarosaria Conte. Napoletana, laureata in Giurisprudenza, Mariarosaria Conte scopre che la sua vocazione è quella di insegnare, perché proprio di passione si tratta per decidere di intraprendere questa professione con consapevolezza ed impegno. Inizia a scrivere storie, anche di un poco di se stessa come ogni autore che si rispetti, pubblica nel 2015 “Mare nell’anima”, l’anno successivo “Io, te e la dislessia” e da pochissimo per Ateneapoli “Bianca come la neve”. Partendo da quest’ultimo, abbiamo chiesto a Mariarosaria di parlarci di tutte queste sue sfaccettature.

Con questo tuo nuovo romanzo, “Bianca come la neve” edito da Ateneapoli (qui la nostra recensione), siamo in realtà al secondo capitolo di una storia che vede protagonista una giovane donna, Morena. Ci sarà un terzo libro a chiudere una sorta di trilogia?

No. Non credo. Come lettrice non amo le storie che si protraggono  a lungo. Tra l’altro ho  trovato sempre i secondi capitoli di quasi tutte le saghe che ho letto i migliori. Dopo il secondo volume,  in genere,  ho provato sempre un po’ di delusione.

Ma non si può mai dire, a volte capita che siano i lettori stessi a spingere affinché le storie continuino. Per il momento,  non è in programma  un terzo capitolo e quindi  Bianca come la neve è un romanzo conclusivo.

I romanzi dell’autrice napoletana: intervista a Mariarosaria Conte

Cosa ti ha spinto a dedicarti nel racconto della vita di un adolescente, sottolineandone tutti i disagi e i sentimenti vissuti al quadrato durante questa età?

L’idea nasce nell’estate del 2013 quando con le mie figlie (ancora molto piccole) affrontammo la lettura della saga di Twilight. Sulla spiaggia leggevo loro i passaggi più emozionanti e suggestivi del romanzo della Mayer. Le ragazze, però, volevano di più,  avrebbero voluto essere in grado di passare ad una lettura in solitaria godendo della magia delle parole scritte, in completa autonomia. Tuttavia, erano scoraggiate dalla mole delle pagine. Così,  sapendo 

quanto adoro leggere e scrivere, e che avevo tanti manoscritti incompleti nel cassetto, mi chiesero di raccontare in un libro una storia che parlasse di  ragazzi e ragazze, di  storie di giovani  alle  prese con le prime ansie, le prime  palpitazioni, le prima cotte, con quelle sensazioni così intense proprio perché vissute in  un momento  delicato come quello dell’adolescenza.  Emozioni che  erano state vere   anche per me e che  stavo rivisitando con gli occhi di una madre, così venne fuori questa storia in un tempo ‘non tempo’ a metà strada tra la mia generazione e quella delle mie ragazze.

Hai pubblicato nel 2016 con la 13Lab editore “Io, te e la dislessia” (qui la nostra recensione), un libro che ho avuto modo di leggere e che mi colpì molto soprattutto per l’intensità con la quale una madre difende la propria figlia contro la società che non capisce, ma con rispetto e bontà. Credi che le battaglie sociali di oggi nella realtà possono essere vinte con lo stesso approccio del tuo personaggio?

Credo che un approccio gentile ed educato sia sempre un approccio vincente. In un  frangente storico molto complesso, dove sembra che la buona educazione sia quasi un difetto, credo che stupire il proprio interlocutore con un’importante  dose di gentilezza, sia notevole ed efficace. Tuttavia, non  sempre è così. Nel romanzo Io, te e la dislessia, Daniela è sempre molto rispettosa nei confronti delle persone che incontra, ma non sempre il suo rispetto paga. Infatti, nella parte finale, in qualche modo la madre della ragazza dislessica cresce e si rende conto che alcune situazioni vanno affrontate con maggiore energia, anche se tale  energia a volte potrebbe essere travisata come irriverenza. Quindi, in generale, posso dire che, per esperienza diretta, con la gentilezza  si ottiene molto di più  che con  le maniere brusche, ma quando ci troviamo di fronte a persone ‘sorde’ vale la pena farsi sentire, anche urlando con forza.

Mariarosaria Conte, la necessità di esprimere se stessi attraverso la scrittura

Hai raccontato i tuoi romanzi attraversando infanzia e adolescenza. Lo hai fatto in veste di madre e quindi con uno spirito più adulto, o mettendoti in prima persona nel ricordo del tuo passato?

In ogni romanzo un autore ci mette un pezzettino di se stesso. Fossero anche solo ricordi di persona cara con cui ha condiviso momenti topici della propria vita. Così, come ho detto prima, ho rispolverato ricordi, emozioni e sensazioni, rivisitandoli, inevitabilmente, con gli occhi di un adulto che lavora tra i bambini e i ragazzi e che ha tre figli.

Mi hanno detto che so parlare ai giovani e soprattutto alle mamme, forse è vero. La verità è che  riesco a sentire le paure del primo giorno di scuola dei miei  alunni, l’ansia delle interrogazioni delle mie figlie, i  pensieri  di necessità d’integrazione di mio figlio, e allo stesso tempo so cosa significa aspettare un figlio alla finestra, o attendere un messaggio che non arriva mai, o cercare uno spiraglio per comunicare con lui…

Tutto ciò lo riverso nei miei romanzi, che sono sempre molto empatici, scrivo in prima persona perché amo leggere in prima persona e perché così il lettore entra nella storia e… forse sì, ci metto sempre la mia anima e la mia persona in ogni singola pagina.

Cosa consiglierebbe Mariarosaria Conte ad un giovane scrittore napoletano che voglia approcciarsi alla scrittura?

Non è un mistero che di scrittura non si campa. In Italia, ripetendo una frase che forse  è molto inflazionata, tutti scrivono e nessuno legge. Quindi, la prima cosa che mi verrebbe in mente di dire ad un giovane scrittore è: ≪Lascia stare…!≫.

Ma a volte, scrivere è una necessità, è un modo per sentirsi vivo, per vivere di nuovo emozioni forti, per trasmettere messaggi importanti e quindi, di fronte a questa esigenza, vale la pena provare.

Tuttavia non bisogna dimenticare che  la scrittura è dedizione, è passione, è impegnativa… per quanto si possa essere dotati, un buon esercizio, magari un buon editor o una scuola di scrittura, e tanta lettura, sono fondamentali per la riuscita di un testo. E alla fine si mira a quello, soprattutto, a portare fuori un buon volume, poi, la pubblicazione, la promozione, la distribuzione, vedere il proprio libro in vetrina e quant’altro, sono cose che, se  il destino vorrà, verranno; l’importante,  a mio avviso,  è realizzare un testo valido su cui metterci la faccia.

Ringraziamo di cuore Mariarosaria Conte per l’intervista concessaci.

Ilaria Casertano

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