Intervista ad AN15, autrice del libro Il respiro del delfino

AN15, autrice del libro Il respiro del delfino

Ecco Il respiro del delfino, romanzo di AN15. Il libro è edito da Dalia Edizioni ed è in distribuzione dal 2 aprile 2026. Conosciamo meglio l’autrice con l’intervista ad AN15.

Dettagli del libro e appuntamenti Informazioni
Titolo dell’opera Il respiro del delfino
Autrice AN15
Casa editrice Dalia Edizioni
Data di uscita 2 aprile 2026
Evento principale Salone del Libro di Torino (15 maggio 2026)

La trama del libro

“La paura d’infartare diminuisce, la respirazione è calma; l’unica domanda è: se fossi un delfino?” Le Converse bucate di Margherito, detto Gretel, inciampano per le strade di Milano. Il suo ragazzo è sparito e la droga che gli circola in vena oggi non lo aiuta a essere obiettivo. Domani si sveglierà nella cuccia di un cane. In una Milano che scivola dagli anni ’80 verso un presente disilluso, Il respiro del delfino segue le traiettorie complicate di una costellazione di personaggi che hanno perso l’orientamento. Per loro non funziona più la promessa dell’eroe – credi in te e ce la farai – ma l’esempio degli antieroi, che ispirano con il disastro dei loro fallimenti. Nel frattempo, ci si cura con dosi esatte di musica punk. Il romanzo dialoga con l’immaginario più radicale della narrativa contemporanea, da Bret Easton Ellis a David Foster Wallace, mettendo in scena il ritratto folgorante e ironico di almeno due generazioni che non possono più credere agli eroi e cercano un appiglio per restare a galla.

L’incontro con l’autrice al Salone del Libro di Torino

Venerdì 15 maggio alle ore 15:00, al Salone Internazionale del Libro di Torino (Sala Regione Umbria), sarà possibile incontrare AN15, tra le voci più radicali della narrativa indipendente contemporanea.

Autrice de Il respiro del delfino (Dalia Edizioni), AN15 arriva al Salone con il suo romanzo più ambizioso: una scrittura attraversata da musica, tensione urbana e crisi identitaria, che mette in discussione il mito dell’eroe e restituisce centralità agli antieroi.

Nata nella scena post-punk milanese, attiva tra musica, arte e organizzazione culturale indipendente, AN15 costruisce una voce narrativa riconoscibile, capace di dialogare con l’immaginario più estremo del presente senza mediazioni.

L’incontro — “Quando la narrativa dà fastidio” — vedrà anche la partecipazione di Elisa Campaci e sarà moderato da Roberta Argenti.

Per giornalisti e osservatori della scena, è un momento utile per entrare in contatto diretto con un’autrice in forte crescita e raccogliere materiali in anteprima.

Intervista ad AN15, autrice del libro Il respiro del delfino

Il respiro del delfino AN15
Copertina del libro Il respiro del delfino di AN15 (Casa editrice)

L’idea per il romanzo e il suo titolo

Quando e come è nata l’idea per questo romanzo?

Questo romanzo non nasce da un’idea precisa, è, più che altro, una visione d’insieme. È il risultato di anni di osservazioni – spazi che cambiano, città che si trasformano, persone che mutano i propri desideri insieme al tempo, al progresso e alla società. Dentro queste trasformazioni ho riconosciuto i temi che mi interessavano davvero: le relazioni sociali, personali e di potere come forme diverse di squilibrio, che si intrecciano alla fatica di vivere e, per certi spiriti, anche alla fatica della lotta e perfino della resa.

Perché proprio questo titolo?

Il respiro del delfino è qualcosa di molto preciso nella meccanica, ma è nel tratto poetico che mi ha colpita. Il delfino non respira in automatico ma decide, volontariamente, ogni singolo respiro. Mi è sembrata una metafora perfetta per i miei personaggi, esseri che devono continuamente scegliere se resistere o mollare. Il titolo nasce da lì, da quell’idea di sopravvivenza consapevole.

Pseudonimo e tematiche del romanzo

Il suo libro è firmato con lo pseudonimo AN15. Cosa significa questo nome e come è nato?

AN15 è il mio street name da dj e come scrittrice, è un doppelgänger che fa solo ciò che realmente vuole. Il mio nome anagrafico, invece, appartiene alla burocrazia del vivere.

Quali sono le tematiche centrali del suo romanzo?

Le tematiche che affronto sono molte, perché il romanzo attraversa la vita di un paio di generazioni, si va dalla tossicodipendenza degli anni ’80 in conflitto con l’estetica dominante dell’epoca, alla stagione dei centri sociali negli anni ’90 e ai movimenti no global dei primi 2000. Poi c’è il cambiamento delle città e degli spazi che modellano i rapporti: dagli incontri ai concerti alle connessioni mediate dalle app del 2020. Il mondo ha subito un’accelerazione impressionante. La domanda che attraversa tutto il romanzo è: mentre il mondo cambia così in fretta, noi – e i nostri desideri – siamo cambiati davvero?

Il concetto di antieroe per AN15

Il suo libro vuole dare centralità all’antieroe. Perché? Cos’è per lei un eroe e cosa non lo è?

Credo che, a un certo punto della mia vita, abbia semplicemente iniziato ad avere paura di diventare qualcosa che non volevo essere, più che mirare a un modello da raggiungere. Di modelli ne abbiamo tutti, si scrollano un milione al minuto, tutti noi sappiamo chi dovremmo essere, a cosa ambire, che corpo avere, che pettinatura, che lavoro, che morale, che casa, che macchina, quali gusti, anche che tipo di relazione. Da piccoli ci ripetono di guardare chi è ‘meglio di te’, mai chi è ‘peggio’. Ma per me, a un certo punto, il deterrente è diventato efficace.

Il mio anti eroe è la vita catastrofica di un comune mortale. Il cattivo esempio. Ed è lui che, con la sua semplice esistenza, mi fa rigare dritto.

Il Salone del Libro di Torino: appuntamento con l’autrice

Sarà presente al Salone del Libro di Torino il 15 maggio alle ore 15. Quando le è stato fatto questo invito qual è stata l’emozione dominante? Cosa intende raccontare in quest’incontro?

Partecipare al Salone del Libro è come essere invitati al ballo più cool della scuola, se fossimo adolescenti americani in un College. Per me è molto importante portare il mio lavoro in un contesto culturale così rilevante. L’incontro – una conversazione con l’autrice Elisa Campaci, moderata da Roberta Argenti (Dalia Edizioni)- ha una descrizione che trovo elettrizzante: “Quando la narrativa dà fastidio: corpi e desideri nella narrativa contemporanea”. Essere al SalTo 26 lo vivo come un riconoscimento personale, il mio lavoro entra in dialogo con un pubblico e con altre voci che stimo.

Quanto è importante per lei entrare in contatto coi suoi lettori? Che rapporto ha con loro?

All’improvviso realizzi che ciò che stai mettendo nero su bianco sarà letto: diventerà qualcosa che altri prendono, stropicciano, strappano, sottolineano, ci sbriciolano sopra e fanno loro – ognuno a modo suo. E l’incontro con chi legge il tuo mondo è la scossa che ti sveglia dal soliloquio mortale della scrittura, e non è più solo “il tuo mondo”.

L’arte e la passione per la musica

Dalla sua Bio si evincono studi artistici. Quando è nata la passione per la scrittura?

Sì è vero, ero talmente brava nelle materie artistiche che il percorso negli studi è stato quello di seguire il talento. Mi diverto a definirmi “talento sprecato”. Ho cominciato a scrivere da bambina e non ho mai smesso, poi ho cominciato a dare ordine alle idee, al materiale accumulato, disciplinarlo, editarlo. Per questo motivo, forse, i miei libri hanno storie di molti anni anni prima, insieme a materiale ‘espresso’.

Ha fondato il collettivo artistico Box Position insieme a numerosi artisti. Quando è nata l’idea per questo progetto?

Io, ORAX – musicista e produttore – e Mancini B -artista – insieme ad altri amici ci siamo uniti in un progetto comune. Avevamo lavori incredibilmente frustranti e, nel nostro percorso, c’era già esperienza nella musica e nell’arte. All’inizio eravamo un organizzatore di live band, un grafico, dei DJ, un artista figurativo, un fotografo, e abbiamo aperto un club. Avevamo vent’anni e volevamo solo creare una piccola scena in cui potersi esprimere, che somigliasse a una festa aperta a tutti. È partito tutto da lì.

Il concetto di underground nell’intervista di AN15

Lei è parte dell’underground. Come lo spiegherebbe a chi non conosce questo termine?

La festa non è mai aperta a tutti. “Underground” è un posizionamento: una cultura, spesso definita controcultura, che opera al di fuori dei canali dominanti e si diffonde dal basso, si potrebbe dire sottoterra. Il resto è ciò che piace e consuma la maggioranza, quelli che possono andare a tutte le feste.

Quanto è cambiata dal suo primo romanzo Gatti nei sacchi di Plastica ad oggi?

Credo che, mentre le motivazioni che mi spingono a scrivere siano rimaste le stesse, io sia cambiata nel modo in cui trasporto sulla pagina la realtà che osservo. Prima, scrivere era un modo per scaraventare fuori, nel modo più diretto e imprudente, tutto ciò che mi stava stretto. Ora il mio modo di scrivere è forse più ragionato, con fatica e studio ho imparato a nascondermi meglio dietro la narrazione. Forse in Gatti nei sacchi di plastica lo “sguardo dell’autore” era più evidente; spero, un giorno, di riuscire a ucciderlo una volta per tutte.

Tra le altre cose è appassionata di musica. Cos’è per lei la musica?

La musica è per me ciò che per molti è la medicina. Mi serve per vivere.

Destinatari del romanzo e progetti futuri

Chi sono i destinatari del suo ultimo libro?

Non ho un target preciso, non vorrei ci fosse. Ma sono consapevole che… “underground” sarà sempre una parola che accompagnerà il mio percorso.

Come definirebbe il suo stile di scrittura?

Una volta, la giuria di un premio letterario ha descritto il mio stile come “volutamente anarchico e psichedelico”. Non sono stata selezionata.

Cosa si aspetta dopo l’incontro al salone del libro di Torino?

Il Salone è un piccolo apice. Da lì a poco ho già alcuni impegni molto importanti, sempre a Torino, ad esempio, un tour firma-copie il 3 giugno nelle La Feltrinelli.

Quali sono i suoi progetti futuri?

Sto ultimando il mio prossimo libro, parlerà di amore nel contemporaneo, infanzia e tecnologia, il titolo sarà- spoiler- col nome di un animale.

Fonte immagini: Fornite dalla Casa Editrice (Dalia Edizioni)

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