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Eroica Fenice

L'asino d'oro, analisi del romanzo di Apuleio

L’asino d’oro, analisi del romanzo Le Metamorfosi di Apuleio

Quasi tutti i manuali di storia della letteratura latina conferiscono a l’Asino d’oro (conosciuto anche come Le Metamorfosi)  di Apuleio il merito di essere, assieme al Satyricon di Petronio Arbitrio, la testimonianza della presenza del romanzo in età romana. Ma sarebbe un errore circoscrivere quest’opera soltanto nell’orbita di questo genere, poiché si tratta di più di un semplice e banale libro di avventure.

Apuleio, vita e opere

Prima di tutto, iniziamo dal fornire un profilo biografico del suo autore, Apuleio. Nato a Madaura e di origine africana, studiò ad Atene e si interessò di filosofia e magia.

Uno spiacevole episodio segna la sua vita: alla morte dell’amico Ponziano di cui era ospite in Africa il fratello di lui, Sicinio Pudente, lo accusò di aver usato le sue arti magiche per sedurre la vedova Pudentilla allo scopo di estorcerle l’eredità del marito. Apuleio riuscì a difendersi durante il processo (il suo discorso confluì ne l’Apologia) e fu prosciolto dalle accuse.

Intanto la sua fama di filosofo aumentò, grazie alla pubblicazione di opere come il de deo Socratis e il de mundo, tanto che a Cartagine assunse la carica di “sacerdote della provincia” e quella di custode del culto dell’imperatore a Roma. Morì nell’ex provincia punica tra il 177 e il 180 d.c. .

Trama de l‘Asino d’oro (Le Metamorfosi) di Apuleio

L’Asino d’oro, diviso in undici libri, fu scritto attorno al II secolo d.c. . Racconta la storia di Lucio,  un giovane romano che si reca in Tessaglia per convincere una donna del luogo, Pànfile, ad iniziarlo alle arti magiche. Il ragazzo si conquista le simpatie di Fotìde, la sua servetta, e la convince a preparare un incantesimo che lo trasformi in un usignolo.

La giovane però sbaglia qualcosa e Lucio si ritrova trasformato in un asino. Da lì partirà per una serie di disavventure tragicomiche che lo porteranno fino a Corinto, dove si converte al culto della dea Iside e riacquista le proprie forme umane.

Romanzo di formazione, racconto ad incastro, testimonianza religiosa

Come si è detto all’inizio, è troppo facile liquidare L’Asino d’oro come un “romanzo”. Di sicuro è un’opera che rientra in quel genere e che, come gran parte di tutti i generi ad esclusione della satira (che Quintilliano riconosceva come “Tota nostra est“, quindi di pura invenzione romana), Roma aveva assorbito dalla cultura ellenica-alessandrina.

Dell’Asino d’oro si possono dire un sacco di cose. Sicuramente è un romanzo di formazione e di crescita, perché il protagonista Lucio passa dall’essere un ragazzo ingenuo e sempliciotto ad acquisire una maturità che gli permetterà, dopo mille peripezie, di riprendere le proprie sembianze umane. La “punzione asinina” si rivela necessaria per tale maturazione è si tratta di un archetipo che si rifletterà anche nella letteratura moderna (basti pensare a Le avventure di Pinocchio di Collodi, dove il personaggio del burattino deve prima superare prove e peripezie di ogni genere, prima di essere premiato con la sua trasformazione in ragazzino vero).

A livello compositivo, l’Asino d’oro presenta una struttura di “racconto nel racconto”. Non è raro infatti che Lucio o altri personaggi della narrazione si ritrovino ad ascoltare storie che non si dissociano dalla funzione esemplare del romanzo. Una su tutti è la favola di Amore e Psiche che, prima di divenire un soggetto scultoreo per Antonio Canova, si pone su un piano parallelo alla vicenda di Lucio. Anche la giovane Psiche commette un errore (l’aver visto Amore in volto, quando questi glie l’aveva proibito) e per riconquistare l’affetto del proprio amato deve superare le prove imposte da una crudele e invidiosa Venere, fino a subire anche lei un cambiamento che le permetterà di acquisire una maturità e una nuova consapevolezza di sé.

Infine il romanzo di Apuleio rappresenta uno spaccato di un’età nuova per la società e la cultura romana. La religione tradizionale è oramai entrata in crisi: la furia orgiastica dei Baccanali e i vitelli sacrificati a Giove cedono il passo a nuovi culti provenienti dall’oriente: quelli di Cibele, di Mitra e di Iside. Di quest’ultimo lo stesso Apuleio era seguace.

I romani sentono la necessità di trovare nuove risposte ai dilemmi della vita, tra cui spicca quello dell’enorme “dopo” che ci aspetta una volta lasciato questo mondo. Dove l’antico Pantheon non riesce più a rassicurare i suoi seguaci lo fanno nuovi dèi e nuove religioni, tra cui spicca quella destinata ad attirarsi l’odio e il disprezzo di un impero sempre più danneggiato nelle sue fondamenta e che sarà alla base di un nuovo mondo che verrà dopo la grande parabola romana: il cristianesimo.

Ciro Gianluigi Barbato


L’asino d’oro, Apuleio

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