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La guerra dei meme - Recensione del libro di Alessandro Lolli

La guerra dei meme – Recensione del libro di Alessandro Lolli

La guerra dei meme – Fenomenologia di uno scherzo infinito è il saggio scritto da Alessandro Lolli per la casa editrice effequ, un libro estremamente interessante e contemporaneo.

Cos’è un meme? Ecco, definirlo come un’immagine con una didascalia è alquanto riduttivo perché, secondo Alessandro Lolli, il meme è «un mezzo di comunicazione e di creatività artistica di una generazione».

Per comprendere cosa sia un meme l’autore parte dal 1976, anno in cui Richard Dawkins scrive Il gene egoista. Dawkins, nel tentativo di cambiare il soggetto dell’evoluzione Darwiniana, afferma che il vero protagonista dell’evoluzione non è l’uomo ma il gene. Lo scopo dei geni è quello di replicare se stessi in situazioni sempre diverse (evolversi) e per farlo sfruttano virus, piante, animali e uomini. Per Dawkins il corrispettivo culturale del gene è il meme: «tutto ciò che nella cultura si replica». «I veicoli del meme sono tutti i supporti su cui attecchisce: libri, cd, dvd, documenti virtuali e, ovviamente, il cervello umano».

Tuttavia, oggi, quando parliamo di meme facciamo riferimento a qualcosa di più “concreto” e preciso. Cosa è successo? Patrick Davison nel 2009 definisce il meme come «un pezzo di cultura, di solito una battuta, la cui influenza cresce diffondendosi on line».

Linda K. Borzsei nel 2013 prova a ricostruire la storia dei meme individuando tre momenti cruciali. Il primo è la comparsa nel 1982 degli smiles, le faccine create attraverso la punteggiatura che si caratterizzano per l’essere stabili, aperte a modifiche e che si diffondono rapidamente. Il secondo passaggio è nel 1997 quando nasce Bert is Evil, un sito umoristico in cui l’immagine di un personaggio dei Muppets viene affiancata a personaggi compromettenti.  Molte persone, partendo da una stessa idea di base, sono coinvolte attivamente per produrre un qualcosa che sia simile al resto pur restando differente. Per la prima volta non conta più l’autore ma “l’opera” che acquista senso perché immersa in un contesto di riferimento. È «un fenomeno virale che non mira a riprodursi ma a reinventarsi», scrive Alessandro Lolli. «Il meme non è identificabile con la sua prima incarnazione, ma con il volume complessivo delle sue versioni, o ancora meglio, con la sua potenzialità riproduttiva, ovvero il meccanismo umoristico che racchiude. A nessuno importa davvero dalla prima battuta, quasi sempre meno divertente di tutte le variazioni che la attraverseranno di seguito. Per raccontare un meme non si fa il nome dell’utente che per primo lo ha postato: se c’è qualcosa che ha importanza, è la community, il primo luogo in cui ha iniziato a circolare il meme». Il terzo momento decisivo è rappresentato da “All your base are belong to us”, una traduzione ridicola di un vecchio gioco del Sega Mega Drive che compare in numerosi fotomontaggi e che si diffonde tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Ma il momento in cui i meme divengono ciò che sono, secondo Borzsei, è nel 2006 quando si diffondono gli Advice Animals e i Lolcats. Si tratta di foto di animali su sfondi colorati con una didascalia spezzata (tendenzialmente scritta con font Impact maiuscolo) che tecnicamente assume il nome di Top text e Bottom Text.

Come spiega Alessandro Lolli, col passare degli anni il meme si evolve divenendo parte di vere e proprie correnti estetiche sempre più raffinate e complesse (fino ad arrivare alla contemporanea vapor wave) e i soggetti raffigurati nelle “cornici” cambiano. Inoltre, si costituiscono delle vere e proprie categorie: pre-ironic memes, ironic memes, meta-ironic memes, post-ironic memes, dank memes.

Alessandro Lolli e il successo dei meme

Il successo dei meme va ricercato nell’operazione di codificazione e decodificazione che coinvolge il producer e il consumer che alla fine si fondo in un’unica entità che può essere definita come prosumer. La risata che segue la visione di un meme scaturisce da una sorta di autocompiacimento per essere stato in grado di decodificare un messaggio.

Non è un caso che i meme nascano e si affermino nei forum che dominavano il web 1.0 e che si caratterizzavano per l’anonimato. Su questo punto Alessandro Lolli si sofferma ragionando su quanto sia stato significativo il passaggio dall’anonimato “tradizionale” a quello “radicale”. Nel primo caso si fa riferimento a profili che preservano uno stesso nickname nel tempo e che proprio per questo contribuiscono alla creazione di un’identità digitale (non importa quanto coerente con l’identità reale). Invece, nel caso dell’anonimato radicale, utilizzato per esempio dalla piattaforma 4chan, tutti gli utenti intervengono con il nickname “Anonymous” seguito da un numero valido per la singola connessione. Mentre nel primo anonimato c’è comunque la costruzione di un’identità, nel secondo l’idea stessa di identità viene a crollare lasciando spazio a ciò che si dice e al luogo in cui lo si dice (in questo caso il forum di riferimento).

Non è quindi un caso che 4chan sia stato, fino all’affermazione dei social network, il primo e principale luogo di produzione di meme. L’anonimato radicale rendeva concreta la possibilità di slegare la rielaborazione di un contenuto dall’autore. Ogni meme ha una sua storia e una sua comunità di riferimento ma non può avere un creatore, il meme è ontologicamente di tutti.  A tal proposito Lolli scrive che «la prassi memetica è la prima forma espressiva di massa che realizza davvero la morte dell’autore».

Perché dovreste leggere La Guerra dei Meme? Perché il meme è un’arma con cui si sta combattendo una guerra e, al contempo, è Maurizio Costanzo che minaccia Robbie Williams per aver baciato Maria De Filippi. I meme sono ovunque, sono strumenti intuitivi, dinamici, che fanno ridere il destinatario e lo rendono partecipe.

Chiunque usi i social, ma soprattutto chiunque tenda a bollare come “stupidi” i meme, dovrebbe leggere il libro di Lolli per capire che in realtà sono una cosa divertente ma seria. Raffaele Alberto Ventura nella prefazione scrive che «un meme ci seppellirà». Forse è già successo.

La guerra dei meme si lascia leggere senza particolari difficoltà ma è estremamente interessante. Alessandro Lolli tratta il tema quasi in termini di divulgazione scientifica citando diversi testi accademici ma lo fa con una narrazione lineare e scorrevole. Lolli sfrutta brillantemente riflessioni ed elementi di natura semantica, biologica, cinematografica e musicale per inquadrare un fenomeno complesso ma affascinante. Leggendo cresce la voglia di andare immediatamente a vedere tutti i riferimenti citati nel testo. L’impressione è che ci sia tantissimo materiale da consultare perché nell’universo dei meme un giorno corrisponde ad un mese. Visitando i siti di cui parla Lolli, Know your meme per citarne uno su tutti, si comprende quanto i meme siano una forma espressiva (artistica?) che ha raggiunto dimensioni notevoli.

Tra i tanti motivi per cui leggere La guerra dei meme c’è sicuramente la gratitudine di chi scrive per aver finalmente compreso cos’è un normie. Il significato di normie può essere compreso solo partendo da quella dicotomia naturale che si produce in qualsiasi sottocultura e che prevede un dentro ed un fuori. Dentro ci sono gli autist, «coloro che sono in grado di tenere conto dell’evoluzione rapidissima dei meme, di tutti i riferimenti interni ed esterni necessari a capirli e a rispondere con altri meme ancora più evoluti e arguti». Il termine autist viene utilizzato in modo ironico, quasi autocommiserativo, per indicare una condizione patologica dovuta all’eccesso di abilità cognitiva che porta ad un interesse quasi ossessivo. Gli autist possono essere tali perché non hanno una vita vera e possono dedicare tutte le loro attenzioni alla galassia di riferimento. Fuori, dall’altra parte della barricata, ci sono i normie, coloro che non possono dedicare tutta la loro attenzione ad un fenomeno che è in continua evoluzione perché hanno una vita reale, degli interessi, un partner, degli amici. Il problema è che, pur non dedicando la dovuta attenzione all’evoluzione dei contenuti, i normie si appropriano dei meme usurandoli, volgarizzandoli e distruggendoli.

La guerra dei meme è anche un saggio profondamente politico. Nell’ultima parte del libro Lolli parte dalla contrapposizione tra normie e autist per spiegare la nascita dell’Alt-Right e e il suo legame con Trump. Il meme è un’arma nelle mani dell’Alt-Right? Provare a sintetizzare il discorso di Lolli sarebbe ingiustamente semplificativo e riduttivo e per questo si rimanda alla lettura del testo per comprendere quale sia la risposta dell’autore.

Concludendo si vuole solo sottolineare che, per ora, La guerra dei meme è l’unico libro scritto in italiano che inquadra adeguatamente un fenomeno che nasce, cresce e si afferma esclusivamente nella rete per poi avere delle conseguenze nella realtà. La mancanza di una bibliografia scientifica italiana sull’argomento ha costretto l’autore a soffermarsi quasi esclusivamente sui casi americani. La speranza è che in un prossimo libro Lolli possa approfondire ulteriormente la tematica accendendo i riflettori sulla realtà italiana.