Mi chiamo Oleg: la testimonianza di Mandić in un libro

Mi chiamo Oleg: la testimonianza di Mandić in un libro

Per il laboratorio accademico “Shoah: memoria, didattica e diritti”, l’Università telematica Giustino Fortunato di Benevento ha organizzato, in occasione della Giornata della Memoria, un incontro con Oleg Mandić, sopravvissuto all’Olocausto, e Filippo Boni, scrittore e giornalista. L’incontro si è concentrato sull’esperienza e testimonianza di Oleg, che purtroppo per motivi di salute ha potuto partecipare solo telefonicamente, racchiusa nel libro Mi chiamo Oleg. Sono sopravvissuto ad Auschwitz, raccolta dall’autore Filippo Boni. All’evento hanno partecipato il Prefetto di Benevento Raffaela Moscarella, il Magnifico Rettore dell’Università Giustino Fortunato Giuseppe Acocella e il professore Paolo Palumbo, Associato di Diritto ecclesiastico e canonico e Coordinatore del laboratorio accademico sulla Shoah.

Dettagli dell’incontro e del libro

Ospite testimone Autore e libro Luogo evento Laboratorio
Oleg Mandić (sopravvissuto ad Auschwitz) Filippo Boni, Mi chiamo Oleg Università Giustino Fortunato, Benevento Shoah: memoria, didattica e diritti

L’Università Giustino Fortunato rinnova anche quest’anno il suo impegno nel diffondere le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle gli orrori del regime nazi-fascista: negli anni passati, l’Università ha ospitato importanti voci, come quelle di Lia Levi, Sami Modiano, Edith Bruck, le sorelle Bucci e tanti altri, dimostrando un desiderio saldo di voler tenere viva la memoria e di portare conoscenza e consapevolezza ad ogni incontro.

La funzione pedagogica e la speranza nonostante tutto

Il Magnifico Rettore Giuseppe Acocella sottolinea l’importanza del laboratorio accademico curato dal professore Palumbo, soprattutto per i giovani. Questi incontri, ribadisce il Rettore, non devono essere vuoti, liturgici, ma un momento di ricordo attivo. Quello della memoria, del ricordo, è un dovere fondamentale, perché così si raggiunge una piena consapevolezza. La vittoria sul nazi-fascismo è stata soprattutto una vittoria per la civiltà, e non possiamo permetterci di dimenticarcene.

Prende parola il Prefetto Raffaela Moscarella che evidenzia come, nonostante sia passato tanto tempo, il turbamento e lo sgomento sono ancora molto vividi, e questo perché si sollevano degli interrogativi laceranti. Auschwitz è stato il culmine di un pensiero diffuso, alla cui base c’è il razzismo, la paura dell’altro e l’allontanamento dall’altro. È stato una conseguenza di una perdita di sensibilità e soprattutto di contatto umano. Nonostante tutto l’orrore, la testimonianza di Oleg è un messaggio di speranza, è una testimonianza portata avanti con parole di verità e giustizia, mai di cattiveria.

Oleg Mandić: la testimonianza di un bambino sopravvissuto

«Da Auschwitz sono rimasto sempre ottimista, anche su argomenti non adatti» confida Oleg. Occasioni come questo incontro sono per lui fondamentali, affinché quei macabri avvenimenti non vengano dimenticati. «Solo così si può evitare che il politico di turno dica affinché non succeda mai più, quando si sta già ripetendo in altre parti del mondo. Ricordare serve affinché il Male possa succedere una volta di meno: già così si è ottenuto il traguardo delle nostre aspirazioni». Oleg, inoltre, sottolinea come questo Male fosse sì una forza inventata e inviata contro gli ebrei, ma ha toccato tanti altri individui e lui ne è la testimonianza vivente: italiano, in quanto nato in Istria che ai tempi della Seconda guerra mondiale faceva parte del territorio italiano, Oleg viene deportato non per discendenza ebraica ma perché figlio e nipote di figure che alimentavano e supportavano la resistenza antifascista. «Quando si dice abbiamo distrutto il Male, abbiamo distrutto l’Olocausto e tutte le altre tragedie, ma non credete che la storia non si possa ripetere». Le parole di Oleg sono un invito al ricordo ma anche, e soprattutto, ad essere vigili, affinché il Male possa succedere una volta in meno.

Mi chiamo Oleg: la storia raccontata dall’autore Filippo Boni

Mi chiamo Oleg: la testimonianza di Mandić in un libro
Copertina del libro (Amazon)

Boni condivide con i presenti com’è nata l’amicizia con Oleg Mandić e qual è stata la scintilla che ha fatto nascere il libro. Il loro primo incontro risale a un giorno d’estate del 2018. In quel periodo Boni si trovava in Veneto ad un festival letterario per presentare un suo libro; durante l’evento, l’organizzatore gli indicò un uomo seduto su una sedia di paglia e lo invitò a chiedergli di raccontargli la sua storia. «Siediti pure qui. Se avrai voglia di ascoltarmi, quando ti alzerai non sarai più lo stesso, perché non porto una storia facile dentro di me» così Oleg raccontò la sua storia.

Nasce in un territorio che allora faceva ancora parte dell’Italia: l’Istria. Un territorio che diventa italiano durante uno dei periodi più bui della storia italiana, quello del fascismo. In Istria il fascismo si instaura con molta più durezza, soprattutto verso le persone di origine slava, organizzando:

  • repressioni;
  • deportazioni;
  • campi di prigionia;
  • persecuzioni per chi aveva nomi slavi;
  • l’obbligo di prendere la tessera del partito e italianizzare il proprio nome.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, in Istria si creano dei comitati per la liberazione dal nazi-fascismo, al cui capo c’è proprio il nonno di Oleg, Ante Mandić: partigiano, organizza la resistenza insieme poi al figlio, nonché padre di Oleg, in tutta l’Istria. Proprio per questo motivo, Hitler decide di attaccare la famiglia Mandić: ordina di catturare la madre, la nonna e Oleg stesso, che in quel momento ha 11 anni. In seguito alla cattura, la famiglia passa da un carcere all’altro, prima di essere caricati sul treno che li avrebbe condotti ad Auschwitz, in cui Oleg rimane dal luglio del ’44 al marzo del ’45. Sia lui che la madre riescono a sopravvivere alle crudeltà del campo.

Per molti anni, Oleg non racconta nulla, non riesce a trovare le parole per descrivere l’orrore a cui ha assistito e che ha sperimentato sulla propria pelle. Almeno fino ad un evento importante: lavora presso una redazione croata, e, con l’avvicinarsi della Giornata della Memoria, il suo capo lo invita a scrivere un articolo. È in quell’istante che comprende di dover testimoniare, di dover raccontare la sua storia. Un altro evento importante accade nel ’69: Oleg ritorna per la prima volta ad Auschwitz. L’anno precedente la madre perde la vita in un incidente stradale. Prima di morire, desiderava ritornare ad Auschwitz, desiderio che purtroppo non ha potuto realizzare. Oleg, dunque, per onorare il ricordo della madre, si reca nuovamente al campo, e lo farà molte altre volte.

L’idea per il libro nasce due anni fa, in seguito ad una telefonata tra i due. Oleg, nel giugno del 2024, riceve una lettera anonima con due serie di numeri: una la riconosce subito, è il numero che ha tatuato sul braccio, l’altro, invece, è il numero del suo amico Tolja, un bambino ucraino conosciuto nel campo con cui stringe una forte amicizia. Amicizia che, inoltre, gli permette di sopravvivere e quel contatto umano, quell’amore che i soldati volevano negargli. Nonostante le difficoltà legate all’età e alle deboli condizioni di salute della moglie, Oleg decide di partire e incontrare la persona che gli ha inviato la lettera. È proprio da questo incontro che il libro Mi chiamo Oleg. Sono sopravvissuto ad Auschwitz prende vita.

«La storia dell’essere umano è disseminata di genocidi» sottolinea Boni «esistono da quando esiste l’uomo, non si sono mai fermati al mai più di Auschwitz». I nazisti hanno cercato di trasformare l’uomo in numero e hanno provato ad annientarlo. Questo è però un processo iniziato molto tempo prima: proprio per questo motivo dobbiamo imparare a percepire i segnali, anche al giorno d’oggi. Il libro offre un messaggio di speranza e di salvezza: non bisogna mai smettere di sperare, di imparare, il destino del mondo dipende proprio da questo. Bisogna avere una piena consapevolezza, piena conoscenza della storia per poter combattere gli Auschwitz moderni.

La testimonianza di Oleg Mandić è un lascito prezioso di uno dei periodi più bui dell’umanità. La sua storia e le sue parole, però, non sono solo un ricordo: sono un monito, un invito alla riflessione, perché la storia può ripetersi e si sta di fatto ripetendo. La chiave per combattere, per resistere è la sete di speranza, di conoscenza e una piena consapevolezza di ciò che è stato e di ciò che ha preceduto queste tragedie.

Fonte immagine in evidenza: locandina dell’evento

 

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