Pietro il fortunato di H. Pontoppidan | Recensione

Pietro il fortunato

Tra i capolavori ritrovati esce Pietro il fortunato: il gioiello della letteratura danese di inizio Novecento per la prima volta pubblicato in italiano. 

Si intitola Pietro il fortunato il capolavoro di Henrik Pontoppidan, autore danese finora semi-dimenticato, benché vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1917, ex-aequo con un altro autore. 

È merito della casa editrice Fazi e del diligente traduttore Alessandro Storti se questa pietra miliare della letteratura danese è finalmente disponibile in Italia dopo decenni nel dimenticatoio. 

Il titolo originario dell’opera, scritta tra 1897 e ‘98 ed inizialmente pubblicata a puntate da Pontoppidan tra il 1898 e il 1904, è “Lykke-Per”, laddove il termine “Lykke”, qui tradotto come “fortunato”, in danese può significare anche “felice”.

Già dall’aggettivo unito al nome grazie a un trattino si intuisce che il soprannome è canzonatorio e, leggendo il corposo romanzo di Pontoppidan di quasi ottocento pagine, si capisce che si tratta di una condizione che Pietro desidera ed agogna per sé stesso, senza però vivere mai fino in fondo. Un nomignolo che gli viene affibbiato da altri, come cassa di risonanza di un anelito a cui egli aspira senza però riuscire a conquistare né a vivere del tutto. 

PIETRO IL FORTUNATO: trama e recensione

Pietro Sidenius è figlio di un pastore protestante delle campagne danesi. Fin da bambino sente che la vita di paese lo soffoca e si convince di essere destinato a grandi cose, al successo, alla gloria. Dopo il diploma, si trasferisce a Copenaghen per studiare ingegneria e sviluppa un suo grande progetto tecnico: un’opera idraulica che permetta alla Danimarca di competere con le grandi potenze commerciali europee. Pietro dà così inizio alla sua scalata sociale, frequentando persone sempre più ricche e potenti, scelte in base all’eventuale avanzamento che potrebbero garantirgli: cerca di accattivarsi le simpatie di banchieri, finanzieri e grandi investitori e delle loro graziose figlie in età da marito. Ma per ottenere tutto questo occorrerebbe un atteggiamento dimesso nei confronti dei potenti: una predisposizione alle sottomissione che, invece, Pietro non ha.

Pietro Sidenius vuole fare le cose a modo suo, dettare legge anche tra gli alti papaveri della Borsa, e ogni volta si ritrova al punto di partenza: un moderno Sisifo, questo Pietro pontoppidano, che seduce e abbandona anche le varie donne a cui si accompagna, ora per raggiungere un obiettivo ora per guadagnarne un altro. 

Sorprende in alcuni punti essenziali la vicinanza dei tratti di Pietro con quella del suo autore: Henrik Pontoppidan, nato nel 1857 nella provincia danese, era infatti figlio di un pastore luterano. Di indole ribelle, decise di rompere con la tradizione familiare e con la vita cittadina e si stabilì in campagna, dove sposò una contadina e si mise a insegnare. Il fallimento di questo ideale di vita “tolstojano” però, dopo pochi anni, fu testimoniato da varie raccolte di racconti che lo fecero conoscere ed apprezzare dal grande pubblico.

Ma l’opera che doveva fare conoscere Pontoppidan oltre i confini del suo paese natio e che anticipò la redazione di Pietro il fortunato fu la trilogia costituita dai romanzi Terra (1891), La terra promessa (1892) e Il giorno del giudizio (1895), tutti titoli di matrice “biblica” che rappresentano un’amara e ironica rappresentazione della vita danese, del popolo e dell’alta borghesia, nelle campagne sperdute della Danimarca così come nell’eleganza raffinata della capitale.

Del 1897-98 è quindi Pietro il fortunato, un’analisi limpida, in parte dunque autobiografica, degli effetti inibitori di un’educazione protestante in una nazione, quale la Danimarca, piccola sullo scacchiere europeo tuttavia grande per chi,  come Pontoppidan, se ne sentiva enfant-prodige e allo stesso tempo figliol prodigo

Un capolavoro di attualità se si pensa che un regista del calibro di Bille August, due volte Palma d’oro a Cannes, ha deciso di portarlo sul grande schermo e farlo conoscere al mondo grazie al film omonimo, anch’esso in italiano reso come Pietro il fortunato, uscito nel 2018 e da allora acclamato dalla critica. 

Un caso “fortunato”, questo cinematografico di Bille August, che di certo ha contribuito ad attirare l’attenzione su questo capolavoro letterario altrimenti dimenticato. 

Un vero e proprio “romanzo di formazione” illuminante sui tanti “arrampicatori sociali” che, come Pietro Sidenius, sono guidati dall’orgoglio e dall’ambizione e poi si scontrano con le difficoltà, le invidie e gli imprevisti dettati dalla vita prima ancora che dalle dinamiche un po’ più prevedibili della società. 

Nel 1917, insieme a Karl Gjellerup (autore altrettanto dimenticato), Henrik Pontoppidan vinse il Premio  Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per la sua descrizione autentica della vita odierna in Danimarca”. Allora come ora, infatti, Pietro-il-fortunato, infatti, traghetta la sua nazione da un secolo all’altro e incarna quell’emancipazione tutta umana dettata dallo studio unito alla voglia di ottenere un posto ambito in una società in continua trasformazione.

La Danimarca cambiava allora rapidamente, in un’epoca di crescita sia sociale che industriale, e faceva fronte ai numerosi dissidi interni fomentati da progressisti contro conservatori, atei contro religiosi, il cosiddetto “secolo nuovo” che sfidava il vecchio. È in questo quadro storico che Pietro Sidenius, con il suo spesso irritante e spietato savoir-faire, sfidava entrambi, e si sentiva sia fortunato che felice finché, alla fine, si ritrovò dal voler incarnare il futuro a dover fare i conti col passato, icona di un presente a cui – a più di cento anni di distanza – tutt’ora si ritorna, frutto di quel quid che rende un romanzo altrimenti “datato”  un “evergreen” della letteratura, sostenuto da quella forza magica – sia felice che fortunata – sapientemente sublimata dal mondo del cinema. 

Fonte immagine: Ufficio Stampa Fazi Editore 

A proposito di Giulia Longo

Napolide di Napoli, Laurea in Filosofia "Federico II", PhD al "Søren Kierkegaard Research Centre" di Copenaghen. Traduttrice ed interprete danese/italiano. Amo scrivere e pensare (soprattutto in riva al mare); le mie passioni sono il cinema, l'arte e la filosofia. Abito tra Napoli e Copenaghen. Spazio dalla mafia alla poesia.

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