Un romanzo dalla gestazione tormentata, come tormentati sono i tumulti interiori della narratrice. Descritto dalla stessa autrice come uno «studio sulla gelosia», Rebecca di Daphne du Maurier è ormai un classico indimenticabile della letteratura inglese del Novecento, capace di fondere le atmosfere del romanzo psicologico con il mistero.
Indice dei contenuti
| Elemento Narrativo | Dettaglio dell’Opera |
|---|---|
| Autrice e anno di pubblicazione | Daphne du Maurier, 1938 |
| Ambientazione principale | Manderley (tenuta in Cornovaglia) |
| Personaggi chiave | Seconda Mrs. de Winter, Maxim de Winter, Mrs. Danvers, Rebecca |
| Adattamento cinematografico iconico | Film di Alfred Hitchcock (1940), vincitore di 2 Premi Oscar |
Daphne du Maurier cominciò a scrivere Rebecca nel 1937. Quell’anno la scrittrice era ad Alessandria d’Egitto, dove il marito, Sir Frederick Browning, generale dell’esercito britannico, era di stanza. Col senno di poi, pare sia stato il rapporto con questi a dare il do al romanzo, che verte intorno all’improvviso matrimonio tra una giovane senza nome e un ricco vedovo, Maxim de Winter. Su questa unione, tuttavia, e sull’intera narrazione, aleggia lo spettro della precedente moglie di Mr. de Winter, Rebecca. Similmente, in molti riportano che Daphne du Maurier fosse infestata da una profonda gelosia nei confronti della prima fidanzata del marito, una donna bellissima e sofisticata, Jan Ricardo. Il seme di questa insicurezza diede i suoi frutti quando, lontana dalla sua amata Cornovaglia, la scrittrice la proiettò su carta, gettando le basi per un thriller romantico senza tempo.

Daphne du Maurier da giovane (Wikimedia Commons, autore sconosciuto – The Chichester Partnership)
Pubblicato nel 1938, Rebecca (in Italia noto anche come Rebecca, la prima moglie) ebbe fin da subito una certa risonanza. Nonostante la critica maschilista dell’epoca, che tentò a lungo di bollarlo come “semplice” romanzetto rosa, Rebecca di Daphne du Maurier divenne un best seller quasi nell’immediato. Da allora, il romanzo non è mai andato fuori catalogo, ed è stato anche oggetto di diversi adattamenti, tra i quali la celebre pellicola Rebecca (1940), con la regia di Alfred Hitchcock, vincitrice di due premi Oscar e interpretata dai magistrali Joan Fontaine e Laurence Olivier.
Ma cosa ha reso Rebecca così indimenticabile?
Rebecca di Daphne du Maurier: perché ha stregato i lettori?
Un incipit spettrale
«Sognai l’altra notte che ritornavo a Manderley»., così ha inizio Rebecca di Daphne du Maurier. Poche parole, quelle che bastano per alludere al mistero fondamentale del romanzo e per trascinare il lettore nell’atmosfera sospesa e carica di suspense che contraddistingue ogni gotico che si rispetti. Fin dalla prima pagina, du Maurier stabilisce la natura spettrale dell’opera e l’alta tensione narrativa: la narrazione comincia dove tutto è già finito, a Manderly, la tenuta dei de Winter, luogo in cui la protagonista desidera fortemente tornare, ma che non potrà mai più rivedere, perché «Manderley non era più nostro. Manderly non era più.».
Una protagonista senza nome e l’ideale di Rebecca
Il colpo di genio più evidente del romanzo risiede in una clamorosa assenza: la protagonista del libro, la voce narrante che accompagna il lettore, non ha un nome. Per tutta la narrazione, non sarà che “la seconda Mrs. de Winter”, per sempre marcata rispetto a Rebecca, la prima moglie, che sembra invece essere il vero personaggio principale, dando anche titolo all’opera. È una scelta brillante, spietata, che rivela la totale sottomissione psicologica della seconda Mrs. de Winter all’ideale di Rebecca, richiamando per certi versi le dinamiche di subalternità introspettiva presenti in Jane Eyre di Charlotte Brontë: una donna morta, senza alcun potere concreto su di lei, continua a dominarla attraverso la sua memoria, tenuta viva dagli altri personaggi e dalle tracce che ha lasciato a Manderly.
Mrs. Danvers, il cuore nero di Rebecca di Daphne du Maurier
Se la protagonista è tanto ossessionata da Rebecca, così succube del derivante senso di inadeguatezza, è soprattutto merito di Mrs. Danvers, la governante di Manderley, che, sin dal loro primo incontro, non nasconde il disprezzo per la giovane, animato dall’amore che nutriva per Rebecca. «[…] i grandi occhi infossati davano l’aspetto lugubre d’un teschio, un teschio color della pergamena, piantato su di uno scheletro. […] le tesi la mano; ma quella che prese la mia era inerte e pesante, mortalmente gelida, e la sentii come una cosa senza vita»: la prima impressione della nuova Mrs. de Winter dinanzi a Mrs. Danvers è a dir poco macabra. In effetti, Mrs. Danvers è forse il personaggio più inquietante dell’opera, un’antagonista letteraria complessa che mette in atto una vera e propria tortura psicologica nei confronti della protagonista, manipolando le dinamiche di potere e tentando addirittura di indurla al suicidio. Quella della governante di Manderley è una figura che, con la sua devozione cieca nei confronti di Rebecca e i tratti quasi maniacali del suo carattere, ha lasciato una certa influenza nell’immaginario del genere.

Mrs. Danvers che incita Mrs. de Winter a suicidarsi, dal trailer di Rebecca (1940) (Wikimedia Commons)
Il ribaltamento finale
Entro la fine del libro, avendo vissuto l’intera vicenda attraverso gli occhi della seconda Mrs. de Winter, siamo convinti che il suo matrimonio con Maxim non sia che una farsa, che questi non l’abbia mai amata, ma che volesse solo riempire il vuoto lasciato da Rebecca, donna straordinaria che tutti ricordano con grande ammirazione. Ma Rebecca non sarebbe un romanzo gotico se non celasse un tremendo segreto, tale da rovesciare ogni percezione avuta fino a quel momento attraverso una magistrale sovversione dei ruoli. Per gran parte del romanzo, la narrazione è dominata dal mito della perfezione di Rebecca, dipinta come una donna divina, amatissima e tragicamente scomparsa. Quando Maxim de Winter confessa la verità alla seconda moglie, questo castello di carte crolla: Rebecca non era affatto perfetta, ma una donna crudele, manipolatrice e perversa, e Maxim non l’ha mai amata, ma l’ha sempre odiata, arrivando a ucciderla. L’ammissione dell’omicidio non orripila la protagonista; al contrario, la solleva dall’angosciante complesso di inferiorità che la tormenta. Su questo primo rovesciamento, che è anche morale e psicologico, si innesta poi l’ultimo inganno di Rebecca: malata terminale di cancro, ha orchestrato la propria morte spingendo Maxim a spararle. Ha usato il suo stesso omicidio come un’ultima, definitiva trappola per distruggerlo dalla tomba — un colpo di scena da thriller psicologico.
La distruzione di Manderley, più di un luogo fisico
Du Maurier descrive la tenuta dei de Winter con realismo sensoriale, con continui richiami all’odore dei rododendri e alle onde del mare che si infrangono sulla scogliera, creando un’atmosfera gotica densa e totalizzante. Nonostante la sua bellezza oggettiva, per Mrs. de Winter Manderley è minacciosa e ostile, come se anche la tenuta la trovasse carente rispetto alla prima Mrs. de Winter. Così, in Rebecca Manderley non è solo uno sfondo: è un personaggio a sé stante, un topos letterario inequivocabile e simbolo di un passato che persiste. Solo attraverso la sua distruzione finale, in un incendio appiccato da Mrs. Danvers, si consuma l’esorcismo definitivo del fantasma di Rebecca.

La tenuta di Menability, ispirazione per Manderley (Wikimedia Commons, Chris J Dixon)
In definitiva, a quasi novant’anni dalla sua pubblicazione, Rebecca di Daphne du Maurier è senz’altro un capolavoro del genere gotico. La genialità dell’opera risiede non solo nelle scelte dell’autrice, dal memorabile incipit ai colpi di scena finali, ma nello studio atomico della psiche umana, di ogni sua zona d’ombra. In una disamina umanissima, du Maurier dà forma alle insicurezze più profonde e agli aspetti più inquietanti della mente degli uomini. Questa emotività, unita alla continua tensione narrativa e alle atmosfere sospese, hanno garantito al romanzo un posto d’onore nell’immaginario degli appassionati del genere.
Fonte immagine: Back Bay Books, Amazon

