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Eroica Fenice

Scelta di poesie nell'incendio del Vesuvio

Scelta di poesie nell’incendio del Vesuvio a cura di Perrone e Borrelli

La Scelta di poesie nell’incendio del Vesuvio è un’antologia di liriche, curata dal cardinale Urbano Giorgi, che raccoglie testi metricamente eterogenei, tenuti insieme dalla tematica comune: l‘eruzione vesuviana del 1631.

Il testo, pubblicato quest’anno per i tipi della Rubbettino Editore, è curato da Antonio Perrone, dottorando in Filologia presso l’Università Federico II, per la sezione teorica, e da Carolina Borrelli, dottoranda in Filologia e Critica presso l’Università di Siena, per la parte filologica dei testi. 

Da sempre sono gli intellettuali i portavoce degli effetti che eventi sovra-umani, che sconvolgono l’ordine naturale delle cose, producono sull’uomo, costretto a ribaltare la propria prospettiva centrista e a rimettere tutto in discussione; in primis il suo ruolo in quel mondo che proprio in quegli anni si scopriva mobile, e conseguentemente fallibile, e in questo posto incerto e instabile l’uomo da padrone diviene nomade, costretto a fuggire dall’incombente minaccia del fuoco punitore. 

Scelta di poesie nell’incendio del Vesuvio: il languente / spettacolo crudele 

La raccolta è alla base di una vivace attività letteraria che raccoglie insieme scrittori e poeti del tempo, in quella che nell’Introduzione al testo viene definita “letteratura dei disastri”. Nei testi a prevalere è la metamorfosi del docile Monte, che da protettore e fertil giogo diviene Vulcan funesto e insieme locus horridus, mostro punitore la cui ira è emanazione diretta di quella divina. 

L’uomo, essere quanto mai cedevole, ne è la causa; le sue colpe vanno punite. Le sue preghiere verranno ascoltate e accolte grazie all’unica possibile mediatrice, la Chiesa. Questa l’interpretazione del fenomeno inspiegabile offerta dai poeti, questo il fil rouge che lega i testi, in una raccolta per vari aspetti legata alla curia di Roma, a partire proprio dal destinatario del testo, nipote del papa Urbano VIII. 

«Forse perché soffrir tanti non pote,

del fasto uman la terra avari pesi,

e sdegnosa da sé li getta, e scote

p. 71

Ad emergere è inoltre il gusto barocco per l’orrido, il dettaglio terrificante che produce nell’ascoltatore una meraviglia che fa inarcar le ciglia. In tal senso si assiste alla manipolazione del disastro, inspiegabile e inarrestabile, con lo scopo di incutere ulteriore timore nell’uomo del tempo, e al contempo offrirgli una spiegazione plausibile, avvicinabile; il fuoco arriva per punire colpe che qualcuno ha commesso in un rapporto limpido di causa-effetto, riducendo l’ignoto alle categorie del noto; il timore resta, è orrido e spaventoso, ma forse accettabile.

In tal senso gli intellettuali si fanno interpreti e portavoce di una missione, quella di spiegare il disastro, e dal reale i testi si immergono in una dimensione quasi immaginifica di meravigliosa distruzione, che ha nel gusto barocco del tempo i suoi caratteri predefiniti. 

Tale preziosa testimonianza della letteratura barocca comprende alcuni tra i più illustri letterati meridionali: Giambattista Basile, Andrea Santa Maria, Antonio Bruni, tra gli altri. Le liriche sono settantotto, di cui ventiquattro in latino disposte a cornice, a inizio e fine raccolta.

La nuova edizione del testo, curata da Antonio Perrone e Carolina Borrelli, permette a lettori esperti e appassionati di immergersi in una letteratura interessante e ancora da esplorare, che offre numerosi spunti di riflessione sul reale, oltre ad essere quanto mai attuale nella necessità di riduzione dell’inspiegabile, di avvicinamento che talvolta sconfina nell’esasperazione contraria, mettendo in evidenza ancora una volta la capacità rivelatrice della letteratura e ancor di più della poesia, le cui parole divengono chiavi di lettura sempre valide, anche a secoli di distanza.

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