Dal 18 novembre al 3 dicembre 2025, presso la Scuola d’Arte Fantoni di Bergamo, sarà possibile visitare la mostra intitolata “Sopravvivere alla bomba atomica”, dedicata alla memoria di tutte le vittime delle due bombe atomiche sganciate a Hiroshima e a Nagasaki il 6 e il 9 agosto del 1945. Il progetto, costituito di 30 pannelli dalla struttura narrativa, è stato voluto dall’organizzazione giapponese Nihon Hidankyo che dal 1956 lotta per l’abolizione del nucleare in Giappone. L’organizzazione è stata insignita del Premio Nobel nel 2024 per la sua perseveranza nel raccontare che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate.
Il percorso della mostra Sopravvivere alla bomba atomica
Attraverso delle foto di archivi storici come quelli del Giappone e degli Stati Uniti, l’evento “Sopravvivere alla bomba atomica” si apre spiegandoci che tipo di città fossero Hiroshima e Nagasaki prima delle esplosioni. Se da una parte abbiamo Hiroshima, riconosciuta come città universitaria e come una delle più importanti basi militari del Paese, dall’altra parte abbiamo foto di Nagasaki, famosa per essere una città orientata al commercio marittimo e definita spesso “finestra” sul mondo, questo per il suo porto che ha visto approdare per la prima volta i portoghesi e quindi degli occidentali, nel 1570.
Da qui, la narrazione continua, illustrando le strategie degli USA e i loro primi obiettivi: dalla città di Kyoto, che riuscì a essere risparmiata per la sua importanza religiosa, la decisione di sganciare l’atomica ricadde su Hiroshima e Nagasaki. I pannelli successivi illustrano il raggio d’azione dei danni causato dall’esplosione nucleare, foto ritraenti le due città subito dopo essere state colpite e i danni causati dalle radiazioni termiche.
In una delle foto, una donna giapponese presenta delle ustioni sulla pelle: a causa delle radiazioni termiche le zone scure della stoffa del kimono che stava indossando rimasero impresse a fuoco sulla pelle. La foto, di Gon’ichi Kimura, mostra solo uno degli aspetti tragici di queste due esplosioni.
Vi furono danni causati dalla potente onda d’urto che si creò per via dell’enorme pressione esercitata sull’area, rase al suolo abitazioni nel giro di un istante. Nel raggio di 1-2 km dall’ipocentro, le conseguenze furono irreversibili. Furono della stessa portata i danni provocati dall’incendio che bruciò per molto tempo colpendo un’area molto vasta. L’evento “Sopravvivere alla bomba atomica” mostra chiaramente chi fu a pagare il prezzo di tutto ciò.
I cittadini giapponesi con ustioni, lesioni esterne, fratture ossee, emorragie e perdita di capelli, pagarono il prezzo più caro. Questi furono alcuni dei sintomi acuti apparsi immediatamente dopo l’esplosione, che perdurarono per i 5 mesi successivi, per poi sparire verso la fine di dicembre soltanto nei casi più fortunati.

Anche se molti ospedali vennero distrutti, così come i mezzi di trasporto, i giapponesi con estrema forza si riunirono in opere di salvataggio, volte ad aiutare i feriti, a curarli e a trasportarli ai centri di primo soccorso. La gente ormai aveva perso tutto ma nonostante le difficoltà, i giapponesi cercarono di rialzarsi sin da subito per la ricostruzione non solo delle proprie vite ma anche della loro città. Piani di ricostruzione vennero discussi subito dopo la guerra, ma la condizione finanziaria in cui versava il Giappone non ne permise l’attuazione immediata. Nel 1949 vennero varate leggi per l’edificazione di Hiroshima quale città commemorativa per la pace e quella dell’edificazione di Nagasaki quale centro mondiale della cultura. La ricostruzione completa delle aree urbane venne così avviata.
Grazie agli innumerevoli sforzi dei giapponesi, Hiroshima e Nagasaki diventarono le fiorenti città che oggi conosciamo. L’abolizione delle armi nucleari non è un compito che spetta solo ai governi, riguarda ogni singolo cittadino ed è necessaria la solidarietà tra le persone di tutto il mondo, per non dimenticare.
Le testimonianze raccolte in Sopravvivere alla bomba atomica
Vorrei dare, seppur piccolo, uno spazio a delle persone che hanno perso la vita, per onorarne il ricordo e fare in modo che un orrore simile non si ripeta mai più.
Shin’ichi Tetsutani, che allora aveva 3 anni e 11 mesi, stava andando sul suo triciclo davanti casa, quando fu colpito dall’esplosione. Perse la vita la sera stessa. Suo padre, Nobuo Tetsutani, non voleva che il suo bambino venisse seppellito da solo e così decise di seppellire anche il triciclo. Quarant’anni dopo, nell’estate del 1985, Nobuo decise di donare il triciclo al Museo della Pace di Hiroshima.
Quando la bomba atomica esplose, Sadako Sasaki che allora aveva solo due anni e che si trovava a meno di 2 km dall’ipocentro, rimase illesa. Iniziò a sentirsi male l’anno in cui frequentava la sesta classe delle elementari e l’anno successivo, nel 1955, le venne diagnosticata la leucemia. Secondo una leggenda, se si riescono a fare mille gru di origami si guarisce e quindi Sadako iniziò a fabbricarne più che poteva con la carta dei medicinali. Dopo otto mesi di lotta contro la malattia, la bambina perse la vita il 25 ottobre; a Sadako e a tutti i bambini uccisi dalla bomba è dedicato il Monumento dei Bambini per la Pace che venne inaugurato il 5 maggio 1958.
Takashi Nagai, professore associato e medico all’Ospedale dell’Università di Nagasaki, perse la moglie e rimase gravemente ferito dall’esplosione. Nonostante ciò, si mise subito in prima linea ad aiutare i feriti e divenne fautore della ricostruzione della città e promotore della pace. Scrisse sul letto dell’ospedale molti libri tra cui “Le campane di Nagasaki” e “Per la pace”.
L’evento “Sopravvivere alla bomba atomica“, rappresenta una mostra da non perdere assolutamente, per la rilevanza dei suoi contenuti e l’intensità della storia dietro ogni scatto fotografico.
Immagine in evidenza: locandina

