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Eroica Fenice

Paolo Saporiti

Acini, l’ultimo album di Paolo Saporiti: la recensione

Ritorna Paolo Saporiti, con Acini, album prodotto da Goodfellas Records, a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro da solista. Paolo Saporiti nel suo nuovo lavoro comprime frequenze e algoritmi musicali, in un registro suadente, attraverso una chitarra che arpeggia e racconta, completando il quadro con un rullante che scandisce i quarti. La voce malinconica equilibra gli arrangiamenti decisi, mantenendo sempre controllo e balance.

Il titolo Acini riprende un romanzo inedito di suo padre Acini d’Uva: al centro del racconto uno stato d’animo, che come un filo rosso continua a pervadere le dieci tracce dell’album. La marca cantautoriale si manifesta attraverso i testi, raffinati e senza cripticità, ma anche attraverso il predominio della chitarra, strumento chiave del cantautorato classico italiano, nonché di tutto il disco di Saporiti. La chitarra è infatti artigianale negli arrangiamenti, estremamente classica e quadrata all’interno delle dinamiche, fin troppo canonica negli intro delle varie tracce.

Colpiscono invece le doppie voci, i minuscoli controcanti, che dalla sordina riescono a restituire un senso di completezza ad una musica che vaga con quell’attitudine acustica, tra i tanti nomi di cantautori minimal, chitarra, voce e batteria. Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo; è un prodotto standard, che sacrifica i bpm per mantenere intatta la fragranza dei testi, che non sono assolutamente corollario alla musica, ma addirittura dettano legge, divenendo la vera forza espressiva dell’album. Siamo un passo indietro rispetto alla contemporaneità, lontano anche dalla percezione più acustica di cui si serve sempre meno spesso la musica fruibile oggi; ma chissenefrega delle playlist Spotify e delle musicalità radiofoniche, questo disco diventa un bell’ascolto perché ci riporta alla musica italiana anni ’90, con una punta di idealismo della scuola romana – Fabi, per intenderci- e  con un’alchimia con il passato.

Proprio come polaroid, scattate all’improvviso cogliendo solo alcuni istanti, le canzoni di Saporiti ci mostrano solo in parte inizi, abbandoni, silenzi, tradimenti, perché poi lasciano che sia l’ascoltatore a dare una chiave di lettura diversa: Saporiti ci dà la sua visione dei temi trattati, cogliendo alcuni frammenti e fotografando piccoli dettagli, senza svelare troppo, senza però tessere tutto in una tela aggrovigliata e complessa. Attraversano il lavoro anche le idee di Christian Alati, calcando la mano in Che cosa rimane di noiAmericaAmica Mia e Arrivederci Roma. I

Il tappeto sonoro dell’album è affidato alla batteria di Cristiano Calcagnile, mentre la voce di Saporiti mantiene sempre una grazia ed un controllo costante. Nessun climax, anche se la parte del disco più “saporita” è la finale, con le ultime tre tracce, Cambieremo il mondo, che affronta e scaglia il dito contro i giustizieri social; la lunga, lunghissima Le passeggiate notturne del re, ballata che incrocia in maniera velata un briciolo di rock e la poesia crepuscolare novecentesca; epilogo affidato a La mia luna, pop al punto giusto, che non strafà, ma incastra arrangiamento, melodia, metrica testuale in maniera impeccabile.

 

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