Daniela D’Angelo: il suo esordio ufficiale è Petricore

 

Un esordio che significa il primo disco che finalmente Daniela D’Angelo firma da sola, da cantautrice. E si sente l’urgenza, il bisogno, la necessità. Si sente la linfa vitale di un lavoro che non ammette contraddittori, non vuole sembrare altro e non cerca dimensioni che non gli appartengono. “Petricore” è un lavoro pregiato di un’elettronica apolide firmata dalla direzione di Vito Gatto. Lo vogliamo sottolineare con estremo piacere e interesse perché a suo modo rappresenta uno sguardo pulito e nuovo sulla scena indie italiana.

 

“Petricore”: dove si pesca una parola simile? Che tipo di percorso ti ha portato a lei?

È una parola relativamente nuova, coniata negli anni ’60 da due scienziati australiani per identificare l’odore della pioggia che bagna la terra appena inizia a cadere, soprattutto dopo un lungo periodo in cui non ha piovuto. È stata ‘pescata’ dal mio amico e bassista (nel disco, nei live e nella vita) Ivano Rossetti, che un pomeriggio è arrivato a casa mia e mi ha detto che aveva trovato questa parola, che io non conoscevo. A me è parsa subito un’epifania, ho sempre adorato l’odore della terra bagnata, nel preciso momento in cui inizia a piovere. Anche solo evocandolo, riesco a sentirlo, insieme a tutte le sensazioni correlate che porta con sé quell’odore. Ho capito dopo che il senso per me era duplice: il suono di questa parola ricorda un cuore di pietra, chiuso e impermeabile… invece è l’odore del sollievo della terra che viene finalmente bagnata dopo un lungo periodo di arsura. Un po’ come mi sono sentita lungo il corso della realizzazione dell’album e poi dopo la sua uscita, un po’ come se si fosse aperto il cuore dopo molto tempo. 

 

E di base con le parole che rapporto hai? È una domanda che si fa spesso ai cantautori visto che oggi anche la parola è mera estetica…

Scrivendo nella mia lingua, che ho scelto per amore, cerco un rapporto profondo con la parola. L’apoteosi sarebbe riuscire a creare bellezza che porti significato e che non sia mero suono o gioco estetico. Anche se la ricerca estetica (e del suono), a discapito del significato, è una strada molto interessante, c’è il rischio che questo potente mezzo, la parola, venga annegato. Nel mio piccolo, nelle mie canzoni, cerco di fare in modo che questo non avvenga.

 

La dimensione reale, chitarra e voce… la dimensione digitale, prodotta… tu dove sei, quale scegli?

Fluttuo nel mezzo. Io provengo da una scrittura chitarra e voce, amo suonare anche dal vivo con un set minimale e ritengo sempre che una canzone debba stare in piedi con le proprie forze. Tuttavia, credo che nuovi suoni arricchiscano e aprano la mente e la creatività e che ci sia bisogno anche di collaborazione e confronto con il tempo in cui si vive. Bisogna rifuggire dalla tentazione di rifugiarsi nella propria comfort zone, altrimenti si rischia di rimanere uguali a sé stessi, perpetuamente. Naturalmente, nel cercare questo, è altrettanto difficile non snaturarsi e non cadere nel conformismo o nell’emulazione di ciò che è ‘di tendenza’, ma sono felice di avere lavorato con Vito Gatto alla produzione, l’ho fortemente voluto, perché Vito non si concede mai alla banalità ed ha una sua poetica musicale che interseca l’organicità dello strumento fisico con l’elettronica, in una continua ricerca. In più, la sinergia del lavoro di produzione di Vito con le registrazioni e il mix di Guido Andreani ha dato origine a questa sintesi fra dimensioni. Anche per i miei futuri live sto cercando di lavorare a un’integrazione fra l’elettronica e gli strumenti acustici. Fluttuo.

 

Disco di rinunce, di rivalse o di nuovi inizi?

Di nuovi inizi, sicuramente. Di grande sfida nei confronti di me stessa, a camminare senza appoggiarmi agli altri, ma al contrario avere amore ed energia tali da riuscire a irradiarli. Di nuove lande da esplorare.

 

Esiste una delle soluzioni che meno ti rappresenta e che ancora oggi fai fatica a codificare? Parlo del suono e dei suoi arrangiamenti…

No, anzi, riascolto l’album e mi piace, mi stupisce… Le canzoni sono nate chitarra e voce, sono state lavorate in sala prova con basso (Ivano) e batteria (Mamo), poi registrate in presa diretta e in maniera molto acustica. In un’altra fase ancora ho lavorato insieme a Vito per cercare insieme suggestioni, atmosfere, suoni per arricchire i brani, poi Vito ha fatto negli arrangiamenti un grande e importante lavoro di ‘com-prensione’ di tutti questi input, infine Guido ha mixato i brani, ma è sempre stato un lavoro di squadra, armonico. ‘Petricore’ è una foto, un’immagine il cui sviluppo ha richiesto un bel po’ di tempo (dal 2019 al 2022) e che ora ha i colori che ha grazie a quel tempo che ha passato nella camera oscura. Questa foto rappresenta sicuramente una parte di me. Domani forse sarò ancora diversa e… va benissimo così!

A proposito di Mirko Garofalo

Vedi tutti gli articoli di Mirko Garofalo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *