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Eduardo De Felice: quando la musica sogna un tempo che non c’è più

Dimenticate Coez, Calcutta, i Viito. Mettete pausa alla vostra playlist spotify Indie Italia. È pur vero che siamo nel 2018, epoca di autotune e della trap, ma esistono ancora oggi generi come il cantautorato italiano della vecchia scuola, che non smettono di combattere la loro battaglia contro il nuovo mondo musicale che li circonda. Eduardo de Felice ne è un esempio.

Eduardo De Felice, un cantautore vecchio stampo

Puntiamo il dito sulla scena napoletana, terra eterogenea che pulula di musica; a Napoli il genere cantautoriale continua a resistere e torna in auge grazie a De Felice, classe 1981, cantautore vecchio stampo, uno di quelli nati con i vinili di Battisti, cresciuto a pane e Dalla, innamorato del passato al punto da volerlo celebrare nel suo ultimo lavoro discografico: È così.

Prodotto e distribuito dall’etichetta Apogeo Records, il lavoro di De Felice è accompagnato dalla produzione artistica di Gnut, cantautore acclarato della scena partenopea. Il disco si arricchisce di una copertina amarcord, in cui si tasta con mano il ricordo di Eduardo bambino, con una fetta di anguria tra le dita. Così come la fotografia di infanzia, immediato e semplice si presenta il disco È così: fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di riportare in vita le sonorità degli anni ’70-’80 italiani, in un lavoro coerente a se stesso, proprio perché il sound retrò accompagna tutte le 11 tracce del disco.

Il passato non piace a tutti, ma sicuramente Eduardo De Felice è un ottimo ponte di collegamento con il cantautorato che si ascoltava sul giradischi alla fine degli anni ’70: un farmaco da prescrivere ai nostalgici della musica che è stata.

È così. Un’affermazione forte. Da dove nasce l’idea di chiamare l’album in questo modo?

È nato proprio perchè volevo che l’album fosse racchiuso in una breve affermazione, in grado di rievocare la semplicità del disco. Inoltre “È così” richiama l’album di Battisti “È già”, quindi un valore aggiunto al titolo. Volevo che questo disco mi rispecchiasse del tutto, diversamente dal vecchio EP; avevo voglia di curare io ogni dettaglio, per creare un album che avesse il suono degli anni ’70-’80 italiani. L’idea era anche quella di fare il vinile, proprio per ricalcare il concetto ed il valore che ho dato al passato.

Sei l’autore dei testi e compositore della musica dei brani presenti nel tuo album. Come nasce una tua canzone? Quali sono le tue ispirazioni?

Riprendo le parole di Vasco: “Le canzoni nascono da sole, già con le parole”. A volte può capitare che inizi dal testo, altre dalla musica, certe volte anche testo e musica insieme. Il lavoro creativo può terminare in mezzo pomeriggio, o a volte ci vuole più tempo. Per quanto riguarda le ispirazioni possono essere fatti accaduti a me, episodi che mi riguardano indirettamente; basta anche una sensazione, una frase, un oggetto. Sarà il mio segno ziodacale, il Sagittario, ma sono una persona distratta, forse proprio per questo se qualcosa mi colpisce è perchè davvero mi interessa.

L’idea del cantautorato anni ’70-80, l’amarcord della copertina… come vivi il rapporto con il passato e con i ricordi? C’è una volontà comunicativa su questo aspetto in “È così?”

Sono una persona molto nostalgica, mi piace guardare al passato, attraverso gli strumenti che lo hanno vissuto, come i filmini delle telecamere. Il passato lo vivo come epoca, guardando i film in bianco e nero, facendo caso al modo di vestire. Non sono uno che guarda solo indietro, ma credo sia necessario guardare avanti con la consapevolezza di sapere chi si è stati.

Come è nata la collaborazione con Gnut nell’ultima traccia? La sua produzione artistica in cosa ha migliorato il tuo lavoro?

Io e Claudio siamo amici da una vita. Volevo che fosse un album di 8 canzoni, proprio per riprendere l’idea dell’ascolto di tutte le tracce e della frase “è già finito!”. Claudio mi ha chiesto di ascoltare altre tracce e siamo arrivati a 11 brani, in cui lui stesso ha messo mano, accorciandone alcuni troppo lunghi. E così deve andare, l’ultima traccia del disco, è un brano più vicino al suo mondo: voce, chitarra, quasi una poesia. Ho proposto di cantarla insieme, ha accettato: si è creato un bel connubio, tra lui prettamente acustico, minimalista e me, che ho inserito l’elemento elettronico.

La musica italiana oggi si è un po’ dimenticata del vecchio cantautorato stile Battisti, De Gregori. Tu cosa ne pensi della scena musicale italiana e soprattutto di quella napoletana?

In radio, in tv, passano sempre le stesse canzoni ed è evidente l’appiattimento che esiste. La musica bella esiste, ma devi andartela a cercare, ascoltando il gruppo che suona nel piccolo locale, scovando generi e stili che ti interessano. Oggi c’è un altro mondo musicale che piace, ed anche Battisti forse, farebbe fatica ad emergere.