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Eroica Fenice

Ugolino della Gherardesca

Fra le rime «aspre e chiocce»: il conte Ugolino della Gherardesca

Il conte Ugolino della Gherardesca è uno dei personaggi che “popolano” la Commedia dantesca; in particolare, Dante incontra questa figura in una delle zone più tetre e “sozze” dell’Inferno: il cerchio dei traditori.

Come ben si sa i personaggi cantati da Dante nelle sue terzine non sono tutti personaggi carpiti dalle tradizioni letterarie a lui note, anzi molti appartengono alla realtà – vuoi per com’era davvero, vuoi declinata per scopi poetico-didascalici – da lui stesso conosciuta; il conte Ugolino è uno di questi personaggi.

Il Conte Ugolino della Gherardesca: il personaggio storico

Ugolino della Gherardesca, era conte di Donoratico e appartenente ad una famiglia di antico casato; egli era signore di una parte del regno di Cagliari e fra i primi della città di Pisa. Di appartenza ghibellina, si alleò poi con la parte guelfa al fianco dei Visconti per questioni legati ai suoi feudi in Sardegna, feudi di cui non voleva pagare i tributi al Comune di Pisa.

Venne per questo motivo accusato e bandito dalla città, ma dopo la battaglia della Meloria del 1284 – e in seguito al timore di Pisa nei confronti della lega di Genova – il conte Ugolino della Gherardesca fu riammesso nella città anche tramite l’appoggio della Lega guelfa e venne creato prima podestà nello stesso anno del 1284 e poi capitano del popolo nel 1285.

In quel periodo si trovò contro associate le città di Genova, Lucca e Firenze, tutte di parte guelfa, e decise, per arginare almeno in parte la guerra, di cedere a Firenze alcuni castelli e Pontedera e a Lucca le zone di Viareggio e Ripafratta; con Genova la guerra continuava.

Nel 1285 alla signoria di Ugolino della Gherardesca venne ammesso Ugolino Visconti, forse mossa questa voluta sempre in seno ad un qualche spiraglio di pace eppure nel 1287 fra i due si incrinarono i rapporti – forse anche in seguito al breve communis Pisani e al breve populi Pisani – fino al 1288 in cui parve che reggessero entrambi la signoria.

Nello stesso anno, però, la parte ghibellina dei pisani, fra cui l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e le famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi spodestarono Ugolino della Gherardesca, accusandolo di tradimento, dopo che questi si era alleato con loro nell’intento di cacciare dalla signoria Ugolino Visconti. L’accusa di tradimento portò Ugolino della Gherardesca alla prigionia fino al 1289, anno in cui fu lasciato all’inedia.

L’arcivescovo degli Ubaldini condannò alla prigionia (nella Torre sulla piazza degli Anziani di Pisa) anche i figli di Ugolino della Gherardesca, Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Nino; la porta sbarrata della prigione venne aperta solo per traslare i corpi e seppellirli presso il convento di San Francesco a Pisa.

Il Conte Ugolino della Gherardesca nella Divina Commedia

Alla conclusione del XXXII canto dell’Inferno, Dante si trova con Virgilio nel IX cerchio, quello dei traditori e, in particolar modo sta sul limitare fra la prima zona (la Caina, dove sono puniti i traditori dei parenti) e la seconda (Antenora, preposta ai traditori della Patria).

Il canto si interrompe come in una brusca sospensione, ricca di pathos, (“«O tu che mostri per sì bestial segno / odio sovra colui che tu ti mangi, / dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno, / che se tu a ragion di lui ti piangi, / sappiendo chi voi siete e la sua pecca, / nel mondo suso ancora io te ne cangi, / se quella con ch’io parlo non si secca»”) per riprendere con un incipit fortemente suggestivo, nel successivo XXXIII canto: «La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator, forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto»; l’anima peccatrice è quella del conte Ugolino della Gherardesca, che dilania e divora il cranio dell’arcivescovo Ruggiero degli Ubaldini – l’altra anima che condivide la pena dantesca di Ugolino – cibandosi del suo cervello.

Dante aveva incontrato i due, come si diceva, in conclusione al canto XXXII in una scena altrettanto forte e “aspra”; dice Dante, che si era allontanato dai precedenti peccatori: «Noi eravam partiti già da ello, / ch’io vidi due ghiacciati in una buca, / sì che l’un capo a l’altro era cappello; / e come ‘l pan per fame si manduca, / così ‘l sovran li denti a l’altro pose / là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca: / […]»; nel canto XXXIII c’è la storia vera e propria dei due peccatori, narrata per bocca di Ugolino, che culmina con un verso velato e d’enorme pathos: «Poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno».

Ugolino, accusato di tradimento verso la Patria, viene segregato in una torre assieme ai figli e dopo un sogno premonitore, vengono tenuti a digiuno; la fame porta Ugolino a un gesto estremo, disperato e tremendo: sotto il verso di Dante si cela forse l’atto di cannibalismo di Ugolino verso i suoi, pur sempre amati, figli defunti.

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