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Eroica Fenice

George Harrison e il parricidio del rock

George Harrison e il parricidio del rock

La musica, così come altre manifestazioni esteriori dell’animo umano quali cinema, sport e letteratura, riflette la complessità della vita nelle sue mille sfaccettature, rendendo facili e accessibili idee e concetti che apparentemente sembrerebbero proibitivi.

Vivere in un mondo materiale

A rendere più complesse le carte in tavola, non bastasse l’ineluttabilità del destino e degli eventi naturali, ci si mette di mezzo anche la stessa natura dell’uomo. Un essere di per sé scorbutico, avverso a qualsivoglia forma di dialogo o socializzazione. Homo homini lupus, si diceva un tempo. La mitologia e la storia stesse sono piene di grandi scismi: dal mito primordiale di Caino e Abele alla vicenda di Martin Lutero, passando per le idi di Marzo alle guerre mondiali del Novecento, l’uomo pare non far altro che litigare e uccidersi l’uno con l’altro.

Convinto pacifista, fedele sostenitore del buddismo tanto da far gettare le proprie ceneri nel Gange, George Harrison non uccise mai un proprio fratello né tantomeno creò una costola della Chiesa Cattolica. Gli eventi sopracitati si riallacciano però evidentemente alla sua di vicenda: George Harrison era un membro dei Beatles. Faceva parte dei Fab Four. E forse tra i quattro era l’esponente più equilibrato, il collante ideale tra la schizofrenia di John Lennon e la chiccheria di Paul McCartney, le due personalità più esuberanti, con il dovuto rispetto per Ringo Starr.

George Harrison, il mantra del rock

Una scalata sempre più prepotente, quella di Harrison nei Beatles, che dai timidi esordi lo ha portato a scrivere alcuni tra i pezzi più belli del gruppo di Liverpool. Something, Here Comes The Sun e While My Guitar Gently Sweeps sono tutte farina del suo sacco. Fu lui a presentare ai Beatles il guru Maharishi Mahesh Yogi, figura chiave per il soggiorno dei Beatles in India nel 1968, durante il quale si convertì al buddismo. Un viaggio che ispirò i futuri lavori del gruppo, incluso il celeberrimo Abbey Road. Fino a Let It Be. Siamo nel 1970, ed in concomitanza con la pubblicazione di questo lavoro qualcosa si ruppe. Tanto da portare i Fab Four a sciogliersi nel luglio di quell’anno. Una frattura insanabile, una tragedia per appassionati di tutto il pianeta.

George Harrison è stato, senza se e senza ma, il membro dei Beatles che più ha beneficiato dello scioglimento. Anche il resto della truppa, a scanso di equivoci, ebbe o addirittura ha ancora una carriera brillante anche da solista. Harrison era però come oppresso dal duopolio Lennon-McCartney, una coppia dalla personalità straripante. Che, pur non complottando insieme (numerosi furono i litigi tra loro stessi) schiacciarono la creatività di George in una sorta di limbo senza uscita. Dovevo sempre aspettare dieci delle loro, prima che anche solo ascoltassero una delle mie canzoni” rispose Harrison a chi gli chiedeva come mai All Things Must Pass, suo disco d’esordio, avesse così tanti pezzi. Ventitré, per la precisione. Ventotto con la ristampa del 2001. Un disco d’esordio particolarmente brillante,  frutto del lavoro e della rinnovata libertà di chi si era sentito costipato per così tanto tempo.

Ogni cosa deve passare

Un album che ha il suo momento centrale nella sua terza traccia, la celeberrima Wah-Wah. Uno sfogo potente nei confronti dei vecchi compagni che trova il suo apice nel rabbioso ritornello “You’ve given me a wah-wah/ And I’m thinking of you/ All the things that we used to do”. Fatti e riferimenti a persone ovviamente del tutto casuali. George Harrison ha così finalmente la possibilità di fare sfoggio di tutti i suoi molteplici e sottovalutati talenti. Fu un grande polistrumentista, ma ciò che sorprese tutti fu la sua abilità nello scrivere i testi. Strinse subito, dopo l’uscita dai Beatles, un forte sodalizio artistico con Bob Dylanche insieme a Eric Clapton fu tra gli ospiti di punta del Concert for Bangladesh del 1971. Il pioniere di tutti i concerti di beneficenza, organizzato dallo stesso Harrison.

Tornando a All Things Must Pass, i testi rispecchiano quanto detto. Apple Scruffs richiama un mondo fantasioso, maturo e crudo e per questo più vicino, paradossalmente, a noi e alla quotidianità, in una immaginaria sfida di rievocazioni di realtà con Imagine. “All things must pass away/ All things must pass/ None of life’s strings can last/ So, I must be on my way/ And face another day”. Ogni nota, ogni parola di questo album mirano a descrivere quella commistione tra realtà materiale e spirituale in cui si svolse l’intera esistenza di George Harrison. Che dire della malinconia di Isn’t It a Pity? Isn’t it a pity/ Now, isn’t it a shame /How we break each other’s hearts /And cause each other pain /How we take each other’s love /Without thinking anymore/ Forgetting to give back /Isn’t it a pity”. What is Life è un brano creditore di gran parte dei successivi successi pop rock a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta.

Il vero testamento spirituale di Harrison non è però una traccia nascosta del disco, bensì il primo singolo ad essere pubblicato. Si tratta di My Sweet Lord, che con un linguaggio semplice e chiaro mira ad un obiettivo non proprio della stessa specie: la ricerca di Dio. Una ricerca concreta, effettuata con un linguaggio da mantra. Resa ancora più credibile dalla copertina del singolo, con un Harrison in versione Gesù Cristo. “Really want to see you, Lord”.

Il disco è denso di altre perle struggenti, da Behind That Locked Door alla cover simultanea del citato Dylan If Not For You. 
Harrison continuò dopo questo disco a lavorare ai suoi progetti artistici e alla sua continua ricerca spirituale. Ma fu All Things Must Pass a sancire la sua definitiva emancipazione dal nucleo confortevole dei Beatles. Un parricidio in salsa rock’n’roll. Un artista a tutto tondo, ma prima di tutto un uomo dalla creatività inesauribile, una personalità mistica, trascendentale che così difficilmente si adattò alle regole rigide di questo mondo materiale.