Western Stars, l’ultimo disco di Bruce Springsteen

Western Stars, l'ultimo disco di Bruce Springsteen

Il ritorno di Bruce Springsteen con Western Stars

C’è una linea immaginaria, eppure realissima, viva più che mai, che riecheggia nell’ultimo lavoro di Bruce Springsteen, Western Stars. È il mito della frontiera, un luogo di tutti e nessuno, quel segmento separa così nettamente il Nord dal Sud del mondo, l’Est dall’Ovest, popoli ed etnie diverse. La frontiera che viene varcata coraggiosamente da vagabondi senza età, perché quello è il loro scopo, sono nati per quello, per correre, per superare i limiti. L’immagine del West che viene rimarcata con fortezza sin dalla copertina, con quel cavallo selvaggio che impazza su una strada neanche battuta dall’asfalto, chissà dove.

Western Stars è il diciannovesimo album in studio di Bruce Springsteen. Uscito il 14 giugno, il disco rappresenta il ritorno del cantautore americano alla produzione da solista, quattordici anni dopo le atmosfere altrettanto selvagge di Devils & Dust. Se i picchi di Nebraska, probabilmente il capolavoro del Boss versione menestrello tutto voce e chitarra, sono probabilmente irraggiungibili, Western Stars rappresenta comunque un momento estremamente importante nella carriera di Springsteen. Reduce da una tourneé di un anno con gli spettacoli portati in scena a Broadway, il cantautore si è cimentato in un disco dai richiami quasi cinematografici, con l’utilizzo frequente di archi e fiati.

«It’s the same old cliché, a wanderer on his way, slippin’ from town to town»

Springsteen aggiunge, con Western Stars,  nuovi miti a tutte quelle figure di sconfitti e vagabondi sulle quali ha scritto pezzi memorabili nuovi miti. Le tredici canzoni del disco toccano molte tematiche tipiche e profonde dell’immaginario d’oltreoceano. Ci sono le autostrade sconfinate, gli immensi deserti, l’alienazione, la comunità, l’importanza della casa, della famiglia e di quella ricerca della felicità che viene sancita fin dalla Costituzione.

«I’m hitch hikin’ all day long»: con l’ascolto della traccia d’apertura si viene catapultati nel bel mezzo delle highways d’oltreoceano infinite, diretti chissà dove, probabilmente senza neanche una direzione. «Questo album è un ritorno alle mie registrazioni da solista, con canzoni ispirate ai personaggi e con travolgenti, cinematografici arrangiamenti orchestrali. È un gioiello di disco». Già dalla presentazione del lavoro Springsteen aveva d’altronde additato come fonte ispirazione il pop californiano datato anni sessanta e settanta.

Non mancano nell’album, oltre alle sperimentazioni strumentali, tracce che potrebbero rientrare a pieno titolo nel repertorio più classico di Springsteen.Tucson Train”, “Spleepy’s Joe Cafè” più che da un disco solista sembrano uscire da un’incisione della E Street Band, con la loro carica e il loro ritmo travolgente da stadio. Pezzi che sicuramente la faranno da padrone nei futuri concerti del Boss. Il momento forse più commovente del disco è in una delle ultime tracce, Moonlight Motel. Un ennesimo vertice creativo per un arista straordinario, che della nostalgia fatta canzone è probabilmente il maggior esponente della storia della musica. «I pulled a bottle of Jack out of a paper bag/Poured one for me and one for you as well/Then it was one more shot poured out onto the parking lot/To the Moonlight Motel». I personaggi dell’immaginario del Boss che sembrano così rassegnati al loro destino, tra una bevuta e l’altra.

Welcome back, Bruce

 A più di quarant’anni da The River, Born to Run e Darkness on the Edge of Town, Springsteen rivendica ancora a pieno titolo la palma di più grande storyteller del panorama musicale internazionale. Nessuno è in grado di raccontare come il Boss le storie dei vinti, degli sconfitti, dei delusi dalla vita e dal destino, di chi in generale non ce l’ha fatta o ha perso le speranze di rialzarsi.

L’arte del cantautore america trascina dolcemente per cinquanta minuti estremamente godibili. Tredici tracce che magari non toccano i vertici creativi di Nebraska, ma che comunque confermano Springsteen nel firmamento della musica d’autore internazionale. Perché alla fine, nonostante le sconfitte, il destino avverso, c’è sempre quella macchina posta sul ciglio della strada, con la quale lanciarsi nel cuore della notte  a tutto gas. Verso nuove mete, nuove avventure. Drive Fast.

 

Fonte immagine: https://www.facebook.com/brucespringsteen/

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A proposito di Matteo Pelliccia

Cinefilo, musicofilo, mendicante di bellezza, venero Roger Federer come esperienza religiosa.

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