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Paolo Benvegnù

Paolo Benvegnù e Fabi: l’incontro al Museo Archeologico di Napoli

Sabato 22 aprile presso la sala Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli si è svolto l’incontro con Paolo Benvegnù e Niccolò Fabi, un’interessante conversazione  che ha riguardato l’arte e il ruolo dell’artista. L’evento è parte del “Festival MANN – Muse al Museo” che dal 19 aprile sta permettendo a vari artisti di esibirsi tra le opere del museo.

L’incontro tra Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù è stato interessante e, al contempo, atipico: è strano vedere un artista che intervista un collega e, inoltre, se i due si stimano reciprocamente, è probabile che quella che doveva essere un’intervista si trasformi in una piacevole conversazione tra amici dove il pubblico non è osservatore esterno ma parte integrante.  Se a tutto ciò si aggiunge una location d’eccezione quale è la sala Toro Farnese del Museo Archeologico di Napoli e due canzoni cantante da Fabi, il risultato è un’emozionante occasione per riflettere sul ruolo dell’artista in relazione al suo lavoro e al pubblico.

Il punto di partenza della conversazione è una considerazione sull’arte intesa come risultato di un processo quasi artigianale attraverso cui costruire un qualcosa che è prodotto di intuizioni e idee. In tal senso la sala Toro Farnese del museo è il luogo più appropriato dove spiegare il concetto, perché le stupende sculture ai lati e alle spalle degli artisti rendono perfettamente l’idea di ciò che significhi trasformare un’intuizione, un’idea, in un qualcosa di concreto che resterà nel tempo e che potrà essere osservato dagli altri.

Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù tra “peso” e “leggerezza”

Da dove arrivino le idee che sono alla base di molte delle sue canzoni lo spiega lo stesso Fabi. Come spiega l’autore, la prima fase della vita, trascorsa tendenzialmente in solitudine, è stata un’opportunità per osservare il mondo ed è proprio da quell’osservazione che scaturiscono molte delle idee alla base delle sue canzoni. È forse questo il momento più interessante dell’evento, perché offre l’opportunità di capire quel passaggio fondamentale che collega l’intuizione alla costruzione di una canzone: l’artista romano spiega come la “leggerezza” della sua voce e la sua statura gli abbiano permesso di affrontare quello che definisce “il peso” senza doversi eccessivamente preoccupare del risultato finale: una contrapposizione funzionale al riuscire a comunicare argomenti intimi senza gravare sull’ascoltatore. Ascoltatore che Fabi non vuole conquistare ma sedurre: il suo primo album, uscito ormai 20 anni fa, Il giardiniere, rimanda all’idea di un’operazione volta a seminare un qualcosa che darà i suoi frutti senza che ciò implichi il voler ottenere immediatamente un risultato.

Le domande di Paolo Benvegnù al contempo precise e ricche di spunti di riflessione, che il collega coglie al volo, portano l’attenzione sulla copertina del penultimo album di Niccolò Fabi, Ecco. «Sulla copertina del tuo ultimo album impugni un arco, qual è il bersaglio?» Nella replica il cantautore romano ammette che quell’immagine è riuscita a racchiudere e, in un certo senso, anche anticipare, ciò che sarebbe poi successo: «Nello scoccare quella freccia c’è un aspetto legato alla forza necessaria per riuscirci ma soprattutto c’è la rappresentazione della concentrazione necessaria per controllare i movimenti e per scegliere l’obiettivo da raggiungere. Scegliere vuol dire escludere il resto pur non avendo la certezza di ottenere ciò che si vuole. La meta era casa mia». C’è tempo anche per soffermarsi sull’esperienza con Daniele Silvestri e Max Gazzè che si pone tra i due ultimi album. Come spiega lo stesso Fabi, l’esperienza con i due amici gli ha conferito maggiore consapevolezza della presenza di un pubblico che lo ascoltava e anche questo ha influenzato la scelta di lavorare ad un album (Una somma di piccole cose) che può essere considerato come il punto d’arrivo, il giro di boa di una carriera ventennale. L’intimità che caratterizza i suoi lavori non significa parlare di sé ma, piuttosto, significa scegliere di condividere parte di sé per far si che gli altri possano rispecchiarsi e ritrovarsi in quelle stesse emozioni, gioie, dolori.

Siamo a metà dell’incontro quando Fabi imbraccia la chitarra per cantare Filosofia Agricola, canzone che precede le ultime riflessioni sul ruolo dell’artista e sulla morale. «Che ruolo deve avere un artista?», chiede Benvegnù: «La felicità scaturisce dallo stare insieme ma per farlo è necessario che tutti rispettino le regole e che quindi ognuno abbia una morale affinché ci si possa fidare reciprocamente».

L’incontro “Il materiale e l’immaginario: memorie, intuizioni sul concetto di costruzione” non poteva che terminare con uno scambio di battute su quella che forse è la canzone più conosciuta e apprezzata di Niccolò Fabi: Costruire. Come fa notare Benvegnù, Costruire arriva in un momento storico durante il quale: «Tutti aspettano un Godot che non arriva» e nel farlo dimenticano che “Giorno dopo giorno è/ silenziosamente costruire/ e costruire è potere e sapere/ rinunciare alla perfezione”.

Il lungo e caloroso applauso che segue la fine dell’esecuzione e determina la conclusione dell’incontro è la dimostrazione della gratitudine del pubblico per l’aver offerto un’occasione per riflettere sul cosa significhi costruire qualcosa di concreto partendo dall’astratto.