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Favolose – Storie in passerella della associazione ZAP!

Favolose! Storie in passerella (per il trailer) sarà presentato al Mo.dì Maledetto Festival della Parola il 30 aprile in seguito all’appuntamento previsto per le 21:30 de “La notte del lavoro narrato”.

Che cos’è ZAP?

Zap! è un’associazione di promozione sociale fondata nel 2014 a Napoli. Con Zap! intendiamo proporre un fare comunicativo e narrativo. Siamo interessati a promuovere e contribuire alla costruzione di molteplici processi collettivi di appropriazione, negoziazione e ridefinizione delle conoscenze e dell’immaginario.

Di cosa si occupa?

Il nostro obiettivo è quello di sperimentare percorsi narrativi intesi come pratiche di partecipazione e relazione. In altre parole, l'”utopia” che orienta il nostro agire considera la produzione multimediale e narrativa un luogo di attivazione, condivisione, formazione, emancipazione e capacitazione. Un luogo dove stimolare e ricercare esperienze, saperi, linguaggi, memorie, competenze e strumenti per il protagonismo sociale e territoriale. Le pratiche narrative producono e riproducono certe rappresentazioni della realtà, mettendo in comune storie, saperi, immaginari ed emozioni; plasmano e al tempo stesso consolidano le relazioni e le identità. Ma nessuno può esaurire i modi in cui una storia può essere narrata. Il nostro interesse volge lo sguardo a quelle che potremmo anche chiamare storie subalterne, cioè quei vissuti e quelle esperienze, quei soggetti, luoghi e geografie che non trovano collocazione nel “main stream”. Quelle esperienze umane e sociali che se raccontate possono contribuire ad arricchire ed articolare, se non modificare, i nostri punti di vista sul realeCon il nostro agire vogliamo stare dentro i confini porosi e mobili delle tante comunità narrative che plasmano e danno senso all’esperienza quotidiana, prendendo parte a processi che possano contribuire al cambiamento e al benessere collettivo. Buona parte delle iniziative e delle attività finora promosse e realizzate, tra cui il documentario che presenteremo al Mo.dì, sono nate dalla collaborazione con Dedalus, una cooperativa sociale napoletana che da più di trent’anni realizza ricerche, progetta e gestisce servizi nel variegato “mondo” dell’immigrazione, dell’intercultura e delle periferie urbane.

Di cosa tratta il progetto presentato al Mo.dì?

Favolose! Storie in passerella raccoglie le voci ed i racconti delle protagoniste di un “concorso di bellezza” sui generis: le “miss” che sfilano in passerella sono tutte transgender, come le organizzatrici di questa iniziativa realizzata nella cornice di una storica piazza napoletana, sotto lo sguardo di una folla accorsa numerosa. Le protagoniste di Favolose! Storie in passerella portano in scena una sconfinata voglia di riconoscimento e affermazione identitaria; l’esposizione nello spazio pubblico del proprio corpo, il segno tangibile di una lunga e faticosa trasformazione, acquisisce un senso di rivendicazione personale e collettiva. Metaforicamente ma non tanto, ogni passo sulla pedana rappresenta una sfida, restituisce certezze e comunica l’entusiasmo di condividere con gli altri la propria storia personale. 

Da dove nasce la volontà di raccontare della comunità transessuale?

Con Favolose! Storie in passerella non abbiamo voluto solo provare a raccontare un pezzo della comunità transgender napoletana; l’obiettivo, un po’ ambizioso, che ha preso forma già nelle prime fasi di raccolta dei materiali ci ha portato intenzionalmente a mettere in scena una rappresentazione in qualche modo “complice”, una narrazione costruita con le persone trans protagoniste del documentario che provasse a connettere i vissuti personali e quelli collettivi dotandoli di senso. Ciò nella convinzione che le narrazioni sono performative, restituiscono significato all’esperienza, allo stesso tempo fanno sì che una certa rappresentazione di questa esperienza possa essere veicolata e diffusa, oltre quei micro-mondi dove essa si realizza per contribuire, in questo caso, al contrasto dello stigma di cui spesso parlano le storie trans. L’idea di girare un documentario di questo tipo nasce anche dall’incontro, non casuale, con Loredana Rossi, l’ostinata portavoce dell’Associazione Transessuale Napoli, che da anni si batte sul territorio napoletano per i diritti e la dignità delle persone trans. Loredana non solo ci fa fare un’immersione nella sua intensa biografia, ma conduce le telecamere nella vasta comunità transgender napoletana, dove, lontani dai riflettori, il paradigma dello stigma e dell’esclusione conquista la scena e sembra permeare in maniera totalizzante le storie personali e la quotidianità trans. Il rifiuto, infatti, sembra palesarsi ogni qualvolta la propria diversità comincia a manifestarsi come mancata adesione ai ruoli di genere imposti dalla società. Capita che molte biografie trans siano segnate fin dall’adolescenza, quando ad esempio si fa fatica a reggere il peso della frequentazione scolastica e il giudizio malizioso dei coetanei; talvolta, il rifiuto si sviluppa in seno alla famiglia e in alcuni casi ciò comporta l’allontanamento dal nucleo domestico. Ancora, in un contesto territoriale caratterizzato da disoccupazione diffusa, la negazione dell’identità transgender espressa dalla società si cristallizza nell’esclusione quasi totale dal mercato del lavoro; in molti casi, dopo aver incamerato una lunga serie di rifiuti da parte di potenziali datori di lavoro, non resta altra scelta che ricorrere all’unico mercato che sembra accogliere di buon grado le persone trans, quello della prostituzione. Un mondo che paradossalmente fornisce riconoscimento e sostegno, aiuta a costruire relazioni, a sentirsi accettate, allo stesso tempo, un ambiente denso di rischi, violenze e discriminazioni; rimanerne invischiati può rappresentare una sorte molto diffusa e, spesso, accettata come un dato naturale. Un tema centrale che fa da sfondo alla narrazione, riguarda un aspetto del quadro legislativo che potremmo dire controverso ed irrisolto e che continua a riprodurre una sorta di rifiuto “istituzionale”, se non proprio dell’identità transgender tout court, almeno di alcune sue importanti sfumature ed articolazioni. Infatti, come stabilito dalla legge, il cambio del nome sui documenti di riconoscimento (da maschile a femminile o viceversa) è consentito solo in caso di intervento di ri-attribuzione chirurgica del sesso. Ma l’intervento in questione non è sempre oggetto del desiderio, al contrario molte persone trans non hanno alcuna intenzione di operarsi, manifestando un diritto alla differenza che fatica a trovare un riconoscimento sui documenti di identità

Jundra Elce

-Le Favolose della ZAP!-