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Maestri alla Reggia : Özpetek ospite d'onore a Caserta

Maestri alla Reggia: Özpetek ospite d’onore a Caserta

Ferzan Özpetek ospite d’onore del terzo incontro di “Maestri alla Reggia”, svoltosi mercoledì 21 ottobre, presso la Reggia di Caserta. Scopri com’è andata!

Dopo lo sbalorditivo successo dei primi due incontri, che hanno visto protagonisti Mario Martone (con Toni Servillo come ospite a sorpresa) e la coppia Piccolo-Virzì, si è tenuto mercoledì 21 novembre il terzo dibattito di Maestri alla Reggia, una rassegna dell’Università Vanvitelli dedicata ai grandi registi del cinema italiano. Ospite d’onore è stato Ferzan Özpetek, regista, sceneggiatore e scrittore turco, autore di Il bagno turco (1996), La finestra di fronte (2003), Mine vaganti (2010), Rosso Istanbul (2017) e Napoli velata (2017).

Il regista, vincitore di diversi David di Donatello, Ciak d’oro e Globo d’oro, si è raccontato al pubblico di Maestri alla Reggia e alla giornalista Alessandra De Luca, presso l’affascinante e suggestiva cornice della Cappella Palatina, ripercorrendo la sua storia personale, i suoi primi successi cinematografici, la collaborazione come aiuto regista con Massimo Troisi e il legame viscerale con la città di Napoli, dal quale deriva il suo ultimo successo, dal titolo Napoli Velata.

«Ai tempi di Harem Suare – dice Özpetek – quando mi chiedevano che lavoro svolgessi, non riuscivo a dire la verità. Non riuscivo a confessare di essere un regista: pur divertendomi, mi sembrava presuntuoso definirmi tale. Oggi, naturalmente, mi sono abituato e ne sono orgoglioso».

Özpetek ha poi raccontato del meticoloso studio che compie nella scelta degli attori, del dubbio che lo attanaglia durante ogni ripresa cinematografica, nonché dell’amicizia che lo lega ad Anna Bonaiuto. L’attrice italiana, per l’occasione, ha raggiunto a sorpresa il regista, visibilmente compiaciuto.

«Un giorno, – ha esordito la Bonaiuto – mi squillò il cellulare. Era Ferzan, che non avevo ancora conosciuto né incontrato. Si congratulò con me per la parte che avevo recitato nel film Mio fratello è figlio unico. È stata la prima e forse ultima volta nella mia vita che un regista che non conoscevo si è preoccupato di procurarsi il numero per complimentarsi delle emozioni che sono riuscito a suscitargli. Devo riconoscerlo: fu davvero un bel gesto!».

«Ferzan è amato dagli spettatori – ha continuato l’attrice friulana – perché questi sentono che lui li ama. Cerca di aprirsi molto al pubblico e lo fa senza mai abbassare la qualità delle sue produzioni, atto quasi necessario se si vuole realizzare un’opera appetibile».

Maestri alla Reggia : Özpetek tra ricordi e confidenze

A questo punto, il regista si è abbandonato ad alcuni ricordi grigi, come l’insuccesso di Cuore Sacro, suo quinto film, ipotizzando il motivo di un simile fallimento: «È un film che ho amato tantissimo e che, al tempo stesso, mi ha fatto soffrire, perché ricevette dure critiche da parte degli esperti. Ricordo che tornando in albergo, nel giorno della proiezione che facemmo a Milano, ero tristissimo, perché si respirava una cattiva aria. E ancora, quando sono venuto a presentarlo a Napoli, m’accorsi che la sala era vuota. Mi sentii male, a disagio. Forse, questo film ha semplicemente anticipato i tempi. Oggi, in cui il tema della povertà è molto attuale, credo che riscuoterebbe un successo diverso. Ai tempi, invece, erano tante le persone che mi fermavano accusandomi di inventarmi la povertà. Mi dicevano: ma dove le vede, queste persone in difficoltà di cui parla nel film? Era un un’Italia che si fasciava gli occhi e che rifiutava la verità. Io, per esempio, ho visto a sant’Egidio delle situazioni che mi hanno commosso e che mi han fatto capire che il più grande dolore non è nascere e crescere poveri, bensì diventarlo, perdendo tutto ciò di cui si disponeva».

E così, passando dal cinema alle tematiche d’attualità, nel finale Özpetek ha introdotto il tema della emigrazione e della globalizzazione: «In Rosso Istanbul racconto una malinconia che è legata alla gioventù, ma lo stesso sentimento lo provo ancora oggi. Quando sono venuto in Italia, l’ho fatto per una questione di italianità, perché mi piaceva la lingua, il modo di vivere. Poi, con la globalizzazione, sono cambiate tante cose: ricordo che, quando aprirono per la prima volta i negozi cinesi o i McDonalds, facevamo file chilometriche, perché attratti dalla novità. Più tardi, naturalmente, ci siamo abituati. A tal proposito, ricordo che, una domenica mattina di qualche anno fa, sono uscito e, camminando fra le strade e nel supermercato, sentivo parlare in altre lingue. Per quanto io fossi preparato, provenendo anche da un altro Paese, ho avuto una strana sensazione, poiché non ho più ritrovato quell’Italia che avevo scelto di vivere. Bisogna, naturalmente, abituarsi, perché frutto della globalizzazione».

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