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Eroica Fenice

Luigi Necco

«Luigi Necco ci appartiene»: il PAN ricorda il giornalista-archeologo

Per un classicista, PAN è la forma neutra di  πᾶς, “tutto”. Per un filosofo, quel tutto è uno: en kai pan, “uno-tutto”. Per un archeologo, quel Pan è il dio-pastore, dio della campagna, dei pascoli e delle selve. Per un napoletano, è il PAN: il Palazzo delle Arti di Napoli. Lunedì 23 luglio, alle 18, quel Palazzo si fa salotto e ricorda il compianto giornalista Luigi Necco, venuto a mancare il 13 marzo 2018.

Madrina dell’appuntamento dal titolo “Il ricordo di Luigi Necco” è Daniela Wollmann, che prende la parola dicendo di condurre l’incontro «Napoli con…» “ignobilmente”, mancandole colui che ne fu l’ideatore e prima era la sua spalla, e la di lui capacità eclettica e dialettica. Esordisce con un ricordo personale: l’incontro a Piazza Vanvitelli, il giorno che lo vide, lo fermò, prese il coraggio a quattro mani e gli parlò. Lui era già noto, lei una giovane appassionata di subacquea archeologica che desiderava condividere un libro su Tarquinia. «Mi diede il suo numero di telefono, e così nacque il lavorare insieme», complice la “pulce della Magna Grecia” posta l’uno nell’orecchio dell’altra e che andava costantemente a pungolarli, a vicenda.

Il ricordo di Luigi Necco

Nella sala gremita al secondo piano del Palazzo, l’atmosfera è questa. A percorrere le vie del ricordo ci sono la figlia del giornalista, Alessandra, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il direttore del Museo Archeologico Paolo Giulierini, l’archeologo amico di lungo corso Giuseppe MaggiMassimo Perna, docente di antichità minoiche e micenee.

La figlia ha gli stessi occhi del padre, ed è emozionata nel «rinnovarlo in questo contesto, lui che amava l’arte e la vita in tutti i suoi aspetti» e nel definire questo incontro «un regalo», con l’auspicio che «questo piccolo angolo dedicato a lui» possa tenersi ogni anno. A differenza del filmato che nel messaggio d’invito si diceva sarebbe stato mostrato, in cui Luigi Necco raccontava la storia di Pompei per un’emittente giapponese, viene invece proiettato un video meno lungo ma ugualmente appassionante girato al MANN: «Il Tesoro di Priamo».

«Guardate questo signore», ammonisce Necco circondato dalle statue dell’Archeologico, con il suo stile inconfondibile, da “cantastorie d’altri tempi”. Parla di Heinrich Schliemann e del tesoro di Troia trovato e donato, dal grande archeologo tedesco, al suo Stato, da cui poi scomparve, in circostanze misteriose, nel 1945. Fu «un giovane italiano» a recuperarlo, negli anni ’90. Uno che seguiva una «pista russa», convinto, a dispetto dei più, che dalla Germania non avesse preso il volo per l’America così come alcuni sostenevano, ma si trovasse ancora vicino, nascosto da qualche parte. Quel “giovane”, classe 1934, aveva deciso di fare il giornalista a 4 anni. Il Giallo di Troia gli costò anni di ricerche minuziose, un passo paziente dopo l’altro, sino alla scoperta sensazionale, espressa in forma risoluta: «Il tesoro sta nella cassaforte del Museo». Si riferiva al Museo Puskin, a Mosca, la cui direttrice, Irina Antonova, lo custodiva da sempre, senza poterne fare parola con anima viva, per ordine categorico del KGB.

Insospettabile “anima viva” riuscì ad essere Luigi Necco, che alla Antonova, ormai sicuro fosse chi fosse, regalò persino un mazzo di rose. Quando gli chiese il motivo del dono, dopo che per anni non aveva voluto incontrarlo, si sentì rispondere (e smascherare) in perfetto russo: «Perché hai conservato per tanti anni il tesoro di Troia». Sono aneddoti gustosissimi che vengono raccontati per quello che sono: pezzi preziosi di un tesoro inestimabile, entro e fuor di metafora. A farlo sono gli amici archeologi Maggi e Perna, mentre Nino Daniele si sofferma sull’integrità politica di Necco, il suo spassionato “nessun vincolo di mandato” che ne faceva un intellettuale militante. «Luigi Necco era un bellissimo fatto democratico»: non usava le sue abilità di grande comunicatore per ottenere un consenso facile, niente era più lontano da lui della captato benevolentiae, del fare qualcosa per riscuoterne prontamente un’altra, così come al giorno d’oggi è prassi indiscussa sotto il segno del do-ut-des.

È un incontro intriso di sana cultura classica. Paolo Giulierini lo ricorda da un fotogramma recente, un flash-mob che lo riguarda in prima persona, nella torrida estate 2017 in cui fu sospeso dalla sua nomina a direttore del MANN e vide Necco presente in prima fila, «pronto a metterci la faccia», con tanto di immancabile cappello e maglia contrassegnata dall’hashtag #iostocongiulierini. Lo presenta come maestro di giornalismo e di quel particolare tipo di giornalismo d’inchiesta quale quello di nicchia dell’archeologia, nonché come precursore delle trasmissioni di divulgazione scientifica oggi tanto in voga, e che videro nelle 360 puntate de L’occhio del faraone un geniale precorritore. Lo ringrazia, dunque, a nome proprio, del MANN che dirige, della città di Napoli e di tutti gli archeologi che amano capire e farsi capire.

«I fatti sono importanti, ma bisogna raccontare la storia di quei fatti» suona come il motto più efficace che in sé condensa il modus procedendi di Luigi Necco. Giuseppe Maggi è l’ultimo a riprendere la parola, e seguendo il cammino dei ricordi sembra quasi riportarlo in vita. Racconta di quando studiavano alla luce dei lampioni, in una Napoli in balia dei bombardamenti. Nomina Amedeo Maiuri, maestro di entrambi, archeologo ritenuto “atipico” perché insegnava a ritenere l’archeologia non una scienza che riportava alla luce i morti, quanto le vite degli antichi. «Lui riusciva a rendere intimi tutti». Al MANN – richiama alla memoria Giulierini – Necco è diventato anche un fumetto: il “Professor Onecc”, giornalista-archeologo in bretelle, protagonista del cartoon ambientato all’Archeologico intitolato “Sfida al Museo“.

Necco sarebbe stato felice di esser ricordato con un affetto che si piega in un sorriso. Nella figura del padre, del cittadino, del tifoso, del giornalista, dell’archeologo amante della bellezza ed a suo modo, egli per primo, un artista. Un uomo buono che metteva una scheggia di umanità contro ogni pseudovalore inneggiante al brutto. Un signore testardo che, qualsiasi cosa intraprendesse, seguiva la via della verità e – un passo paziente dopo l’altro – ne riportava in vita tutto.