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Eroica Fenice

Abrahim Hassan e i suoi tre genitori biologici

Abrahim Hassan e i suoi tre genitori biologici

Abrahim Hassan è un bambino di origini giordane, di cinque mesi, nato in Messico. Oltre a essere perfettamente sano, ha una caratteristica che lo rende particolarmente speciale: due mamme e un papà e tutti e tre i loro Dna. A diffondere la rivoluzionaria notizia è il New Scientist.

Il bambino è infatti il primo neonato partorito in vitro con la mescolanza di tre differenti Dna, per evitare che ereditasse la malattia che la madre avrebbe potuto trasmettergli, ovvero la sindrome di Leigh. Questa encefalopatia necrotizzante subacuta ha colpito la bambina che nel 2005 ha preceduto Abrahim, portandola alla  morte prima che compisse sei anni.

Lo staff (e il procedimento) che ha garantito a Abrahim Hassan almeno una possibilità

A occuparsi della coppia e del nascituro, il medico John Zhang e il suo team, provenienti dal New Hope Fertility Center a New York. Il paese scelto per la nascita “poco ortodossa“ è stato il Messico, che non presenta una legislatura in merito proibitiva. In verità, già il Regno Unito nel febbraio 2015 ha approvato in Parlamento una legge a lungo discussa e contestata, affrontata con una buona dose di perplessità: il timore riguarda importanti malformazioni o, peggio ancora, l’idea in sé di bambini “geneticamente modificati”. Ma sembra chiaro che l’obiettivo primario del dottor Zhang sia garantire la sopravvivenza del bambino, senza soffermarsi se sia una scelta “socialmente” approvata ciò che, per la prima volta, è avvenuto in una clinica di Newcastle.

Il procedimento consiste molto “semplicemente” nella sostituzione dei mitocondri difettosi della cellula uovo della madre con quelli di una donatrice sana. Non si parla infatti di Dna nucleare, quello comunemente conosciuto come a doppia elica e che determina le nostre caratteristiche fisiche, piuttosto del Dna mitocondriale proveniente dai (come suggerisce il nome) mitocondri, la centrale energetica del nostro organismo; in particolare si tratta del citoplasma dell’ovocita femminile, il quale necessita di ingenti quantità di energia soprattutto nei primi processi di divisione cellulare dopo la fecondazione.

Che sia o meno una scelta “etica” lo si potrà valutare solamente con il tempo e in base alla sua futura efficacia: da considerare dovrà essere la salute di un bambino che diversamente non avrebbe potuto trovare la vita o, in caso contrario, avrebbe vissuto troppo poco. Come ha affermato lo stesso Zhang, «salvare vite è la cosa etica da fare».

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