Nelle guerre contemporanee la prima vittima non è più soltanto la verità: è il contesto. Immagini decontestualizzate, video a bassa risoluzione, ricostruzioni generate o amplificate dall’intelligenza artificiale e titoli costruiti per catturare attenzione più che per informare hanno trasformato il conflitto politico in una competizione narrativa permanente. Il caso venezuelano – e, in particolare, il racconto mediatico intorno a Nicolás Maduro – è emblematico di questa mutazione: una guerra delle immagini in cui ciò che appare conta spesso più di ciò che accade.
Le domande che circolano sono rivelatrici del clima informativo attuale: Maduro è stato tradito dai suoi stessi uomini? Era tutto programmato? Perché non si è vista alcuna reazione militare simbolica, nemmeno dimostrativa? Quanto c’è di vero nel racconto mediatico? Interrogativi legittimi, che però si muovono in uno spazio saturo di materiali visivi e ricostruzioni narrative che raramente vengono verificati con rigore.
Nel flusso digitale globale, l’immagine ha assunto il ruolo di “prova” autosufficiente. Un video di pochi secondi, una fotografia sfocata o una mappa animata possono diventare, nel giro di ore, la base per una verità condivisa. L’intelligenza artificiale accelera questo processo: deepfake sempre più credibili, ricostruzioni tridimensionali di operazioni militari, simulazioni di radar e spazi aerei “liberati” creano l’illusione di una trasparenza totale. Ma trasparenza non significa verità. Nel racconto su Maduro, molte immagini hanno suggerito una facilità operativa che mal si concilia con la complessità reale di uno Stato sovrano: spazi aerei apparentemente incontestati, assenza di reazioni visibili, catene di comando che sembrano dissolversi senza attrito. È qui che l’immagine smette di informare e inizia a normalizzare: se tutto appare semplice, allora l’azione appare inevitabile; se non c’è resistenza visibile, allora il consenso al potere viene retrospettivamente negato.
Il tema del consenso è centrale e spesso trattato in modo binario. Le fonti ufficiali venezuelane – comunicati istituzionali, dichiarazioni dell’Assemblea Nazionale e del Consiglio Nazionale Elettorale – hanno continuato a sostenere l’esistenza di una base popolare e di un apparato statale funzionante, pur riconoscendo una crisi economica e sociale profonda. Al di là della fiducia che si voglia accordare a tali fonti, un dato resta: il consenso non è un interruttore acceso/spento. È stratificato, mutevole, territoriale. Ridurlo a zero attraverso una sequenza di immagini “risolutive” è una scorciatoia narrativa.
L’assenza di una risposta militare spettacolare, spesso evocata come prova di collasso o tradimento, può avere spiegazioni molteplici: scelte di contenimento, catene decisionali prudenti, volontà di evitare escalation, o semplicemente la discrepanza tra ciò che accade e ciò che viene mostrato. Nella guerra delle immagini, ciò che non si vede viene interpretato, e l’interpretazione diventa sentenza.
L’intelligenza artificiale non inventa dal nulla: seleziona, amplifica, connette. Unisce frammenti veri in una cornice persuasiva. Nel caso venezuelano, mappe animate e timeline “esplicative” hanno spesso sostituito il lavoro di verifica sul campo, creando una narrazione lineare dove la realtà è invece fratturata. L’IA diventa così un moltiplicatore di plausibilità: non afferma, suggerisce; non prova, convince.
Questo processo incide direttamente sull’immagine politica. Un leader può essere delegittimato attraverso la ripetizione di simboli di debolezza (sedie vuote, palazzi silenziosi, cieli “aperti”), oppure rafforzato tramite immagini di controllo e continuità. In entrambi i casi, la tecnologia agisce come editor invisibile del potere.
L’idea del tradimento interno è una costante delle narrazioni di caduta. Funziona perché semplifica: spiega il cambiamento come esito morale (fedeltà/infedeltà) anziché come processo politico. Ma il tradimento, senza prove verificabili, resta un dispositivo retorico. Serve a rendere digeribile l’evento, a spostare l’attenzione dalla legalità dell’azione alla psicologia dei protagonisti. Allo stesso modo, l’ipotesi di una sceneggiatura totale – “era tutto programmato” – rischia di diventare una trappola speculare: sostituisce l’analisi con il sospetto universale. Tra ingenuità e complottismo, lo spazio della verifica si restringe.
In questo paesaggio mediatico, il diritto internazionale appare spesso come un sottotitolo. Le distinzioni tra operazione di polizia, intervento mirato, azione di sicurezza vengono veicolate più dalle immagini che dalle norme. Se la narrazione visiva è efficace, la domanda giuridica arriva tardi, quando l’opinione pubblica ha già interiorizzato una conclusione.
Il caso Maduro mostra come il potere contemporaneo non si limiti a decidere: rappresenta. E rappresentando, orienta il giudizio prima che si formi. Non è un caso che le versioni ufficiali – da Caracas come da Washington – competano soprattutto sul terreno simbolico, sapendo che la battaglia per la legittimità si gioca prima negli schermi che nei tribunali.
La sfida, oggi, non è scegliere quale immagine credere, ma ricostruire i nessi: tra fonti, interessi, tecnologie e diritto. In un ecosistema informativo dominato dalla velocità e dall’IA, la prudenza diventa un atto politico. Il Venezuela, in questa prospettiva, non è solo un caso nazionale, ma uno specchio globale: mostra come si possa sporcare o accrescere l’immagine di un leader con strumenti nuovi, e come il diritto rischi di arretrare quando il potere controlla il racconto.
Se esiste una lezione, è questa: nelle guerre di oggi non vince chi ha l’immagine più forte, ma chi riesce a trasformarla in verità accettata. E quando ciò accade, il confine tra informazione e manipolazione diventa sottile quanto un pixel.
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

