Tra baby gang e Spelacchio, il Natale tra Napoli e Roma

albero baby gang

Prima Spelacchio. Poi il solito caso da Chi l’ha visto? dell’albero natalizio in Galleria Umberto a Napoli. Nel primo caso diretta responsabilità dell’amministrazione locale: l’albero era orrendo secondo i romani. Nel secondo responsabilità indiretta; ma non è un alibi, dal momento in cui l’albero è stato allestito d’iniziativa dello storico bar Gambrinus che dista qualche metro dalla Galleria. Allestito anche bene, perché se si vuole confrontarlo con Spelacchio risulta tutt’altra cosa. Nel caso napoletano è la sorveglianza che è mancata e che manca ormai da anni.

Sembra il caso del giovane prodigioso destinato a morire in tenera età. Sembra anzi una ciclica barzelletta che non fa più ridere, un evento che qualche scrittore sopra le righe potrebbe usare a scopo umoristico, ma è l’amara realtà di una città che, come ormai anche quella capitolina, vive di costanti paradossi. Paradossi che conferiscono il fascino della dannazione a spese di chi però convive con le insidie di questa. Una vera e propria zavorra.

Un albero mancante e un atto vandalico delle baby gang in più

Intendiamoci: la presenza dell’albero in Galleria o meno è di importanza tutta esteriore. Quello che è un simbolo su cui sarebbe facile sorvolare viene caricato però della connotazione vandalica che il furto implica. Un furto che mette in risalto una delle più invadenti pietrine dello Stivale: l’inciviltà, prodotto di educazione e istruzione scadenti. Una volta vergato lo schema causa-effetto sembrerebbe facile smuovere la situazione, se non fosse per la matrice culturale, anzi a-culturale, che muove alla base di ciò. Sarebbe coprire uno scempio e non curare la sua radice malata. Il problema si risolverebbe, ma non in toto.

Diverse ipotesi riconducono il gesto alle babygang che per il 17 gennaio fanno scorpacciata di legno per il falò di Sant’Antonio Abate. Dopo il furto tra la notte del 21 e la mattina del 22 dicembre, però, sembra che il 23 dicembre l’albero sia tornato in Galleria (per poi essere nuovamente vandalizzato il giorno di Natale). La bravata ha deciso di costituirsi, senza però smascherare l’idea che alla base del non-rispetto civile ci sia una vera e propria sabbia mobile di abbandono educativo, perché “non sono solo dei ragazzi”, ma gli adulti che un domani insegneranno ai figli a fare lo stesso, facendo dilagare, ancora per troppo tempo, la pedagogia del bastone o del silenzio e dell’indifferenza.

About Ciro Piccolo

Nato il 15 ottobre del ’97, fin da piccolo ho sempre mostrato una propensione a mettermi in mostra, in maniere diverse, molto spesso malsane; ad esempio, sparire – paradosso – è annoverato nel repertorio. Però ho sempre ritenuto ci fosse qualcosa di più interessante da scrivere che di me, me, me, me, me; oggi lo faccio spesso, per sembrare un monumento imponente e non il vero me impotente. Sarà anche per quella strana forma giovanile di orgoglio verso il dramma, che accumula in grumi di sangue detriti di finzione per l’accettazione di chi ti sta intorno, come se ti dicessi ‘devo dimostrare d’essere così come dice che non sono’, diventando ciò che appunto non sei, snaturandoti e facendo sì che scoppi il tuo egocentrismo nella forma più sbagliata. È per questo che parlo sempre di me, me, me, me, me. Che egocentrico avrà già detto chi è arrivato fin qui. E ben venga, perché voglio che sia così. Vorrei mi chiamassi Cristo Velato, leggendolo come declamazione. Così: ‘Cristo Vela-to’.

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