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Eroica Fenice

I bambini siriani disegnano la guerra

Sono passati 4 anni dal marzo 2011. Quel mese di marzo i bambini siriani hanno visto due primavere, quella che fa fiorire gli alberi e quella che ha fatto sbocciare la rivolta in Medio Oriente, la Primavera Araba.  Nel 2014 hanno raggiunto l’Italia oltre 42.000 siriani di cui, in gran parte, bambini piccoli. Allarmismi di ogni tipo sono esplosi sui i social networks, i partiti nazionalisti di destra, italiani ed europei, hanno gridato al terrorismo, facendosi portavoce del solito mantra che si ripete ormai per inerzia e che inneggia all’odio nei confronti dei “pericolosissimi invasori”. Ma quando ci sono di mezzo i bambini, quando sono loro a fuggire, ad essere strappati alle loro case e alla loro terra, bisognerebbe fermarsi a riflettere, bisognerebbe provare a vedere con i loro occhi. Per questo motivo gli amministratori del programma Italia-Europa di Save The Children hanno messo in piedi l’iniziativa “Segni indelebili”, per la quale sono stati raccolti i disegni dei bimbi siriani, o meglio la rappresentazione visiva delle loro brevi esperienze di vita.

La guerra negli occhi dei bambini siriani

I disegni sono stati organizzati in cinque gruppi – guerra,   viaggio, esperienze, figure umane e simboli e sono stati   analizzati utilizzando la metodologia psicologico-percettiva   di Koppitz (1984), basata su 30 indicatori emotivi che   individuano quegli elementi tipici che compaiono nei   disegni dei bambini. L’obiettivo dell’ iniziativa è quello  di creare spunti di riflessione sull’esperienza dei   minori e di   valutare quanto e in che modo le   atrocità della guerra li abbiano segnati emotivamente. Osservando attentamente questi disegni, si percepiscono sensazioni contrastanti: sono immagini   struggenti e disarmanti, che a volte strappano un malinconico sorriso, altre lasciano senza parole. Si tratta di “segni indelebili”, appunto, di ciò che la guerra ha lasciato impresso nelle loro menti e che, probabilmente, li accompagnerà per sempre. Carri armati colorati, grandi gommoni pieni di figurine umane stilizzate in mezzo ad un mare azzurro minaccioso, soli gialli sorridenti con bombe rosa sganciate dal cielo sugli alberi e sulle casette colorate, scarabocchi di persone a terra colorate di rosso sangue. I disegni parlano più di qualunque racconto di guerra, più di qualsiasi descrizione storica, più di ogni analisi sociologica. Sono contenitori di esperienze, trasmettono crudeltà, violenza, ma anche il triste attaccamento ad una terra che ai loro occhi viene vista ancora come un luogo rassicurante, pieno di alberi, spazi verdi e ruscelli. Sembra che questi bambini proteggano segretamente il desiderio di far ritorno ad un clima di serenità e armonia con le loro famiglie, in una terra che nonostante sia stata dilaniata, violata e umiliata, per loro sa pur sempre di casa e di legami d’amore forti.

La guerra civile tra il  regime di  Bashar  al-Assad e i ribelli va avanti ormai da  quattro  anni  e  la questione politica e  sociale del Paese è tutt’altro che semplice, vista la complessa composizione etnica della popolazione siriana e la formazione di gruppi estremisti a maggioranza sunnita sostenuti da paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita e il Qatar assieme ad altri Stati del Golfo Persico. Nonostante le gravi conseguenze del conflitto, la Siria sembra essere stata dimenticata dall’opinione pubblica, o meglio, la questione riemerge solo alla luce delle consistenti masse di profughi e rifugiati che approdano sulle coste italiane.

Ma parliamo di bambini. Guardando un bambino negli occhi la guerra si fa più grande, le convinzioni meno arroganti, il mondo più piccolo. Forse anche l’odio si rimpicciolisce. Come si fa a dire a un bambino che nel nostro Paese non c’è posto per lui e per tutto ciò che si porta dietro? Sì, perché ognuno di questi piccoli profughi, a detta di molti “piccoli terroristi”, porta con sé la guerra, la fame e la sofferenza. Si trascina dietro quella violenza inimmaginabile che noi, dall’alto della sicurezza e della comodità delle nostre case, non vogliamo vedere. Probabilmente qualcuno dirà che i nostri bambini, quelli italiani (di serie A) hanno la precedenza e che la guerra non ci riguarda. La sofferenza di un bambino, invece, ci riguarda eccome, soprattutto fino a quando tutti i bambini non disegneranno mondi bellissimi e fantastici usando i colori della loro fantasia.