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Eroica Fenice

Maradona

Basta con la morale ridicola del buon esempio: la morte di Maradona l’ha dimostrato

Smettiamola con la morale retrograda e buonista del “buon esempio”. Perché abbiamo questo bisogno spasmodico di cercare exempla in qualsiasi cosa? La morte di Diego Armando Maradona lo dimostra chiaramente

Il copione è sempre lo stesso, praticamente immutato.
Ogni volta che un personaggio più o meno famoso esala l’ultimo respiro, inizia sempre lo stesso valzer, puntuale come un orologio svizzero.

Il valzer del “Era un grande artista/ un grande sportivo/ un grande scrittore ma…”, seguito poi da una sequela di giudizi finalizzati a effettuare la vivisezione della vita privata dei suddetti personaggi.
Perché la folla è un animale strano, intrisa di ferinità e fame, che non ci mette nulla a creare un altare su misura per i propri idoli, e quell’altare lo ricopre d’oro, argento e diamanti.

Al tempo stesso, la folla pretende che i suoi idoli siano perfetti, immacolati e capaci di riproporre, anche nella propria sfera intima, quegli stessi ideali di perfezione aurea presenti nell’arte da loro plasmata.
La morte di Diego Armando Maradona, leggenda indiscussa del calcio, ha scoperchiato questo meccanismo.
Non sono mancati pareri e Twitter autorevoli, che ci hanno tenuto a sottolineare quanto El Pibe De Oro fosse stato sì un grandissimo calciatore, ma anche quanti chiaroscuri avesse avuto in vita, quante storture e quanti vizi non proprio da “mito”.
E questi chiaroscuri sono stati incarnati, per inciso, dalla dipendenza dalla cocaina, dai problemi con la giustizia, magagne con figli e compagne.

Qualsiasi mito, edificato in maniera più o meno consapevole, non dovrebbe mai essere idealizzato.
Maradona era un uomo fatto di carne e di sangue, ed è stato capace di ispirare, con la sua parabola di vita, anche chi di chi calcio non capiva nulla e non sapeva nemmeno che forma avesse una palla.
Maradona è stato il perfetto prototipo dello scugnizzo: partito dal nulla, dai campi di calcio polverosi del Sudamerica, è riuscito a incorporare nella sua vita tutti gli elementi tipici di un romanzo di formazione, di cui non è stato per niente il protagonista perfetto o l’eroe ideale.

Il Bildungsroman di cui si è reso protagonista, non ha pennellate oniriche o fatate: si tratta di sudore, miseria e povertà, che poi sono state convertite in mito da un talento unico, straordinario e quasi demoniaco, a dimostrazione del fatto che il talento, quando sceglie di baciarti, non ti guarda in faccia, non guarda da dove vieni.
Maradona, quando è morto, ha compiuto un miracolo degno di San Gennaro: è riuscito a far commuovere e piangere uomini di cinquanta, sessanta, sessant’anni, che magari non piangevano mai, uomini granitici che non erano riusciti a piangere nemmeno alla morte dei propri parenti; è riuscito a far disperare persone che il calcio nemmeno lo seguivano.
Perché è stato possibile tutto questo?

Perché Maradona non si è mai, mai, proposto come un esempio da seguire.
Ogni mito è potente proprio perché proiettiamo, nelle sue fitte intelaiature, qualcosa di noi. Un pallone non è solo un pallone, così come una penna non è solo una penna e un pennello non è solo un pennello: sono tali perché dentro ci sono frammenti di noi, della nostra humanitas.
Maradona si è posto al di là del concetto del bene o del male, al di là della distinzione manichea tra giusto e sbagliato. Maradona non li ha mai visti e contemplati, i concetti di bianco e nero, yin e yang, alfa e omega, perché lui ha sempre vissuto al margine del chiaroscuro.
Maradona è stato una figura che incarnato pienamente l’estro, le bestemmie, la fantasia e la miseria del nostro popolo santo e disgraziato, non solo quello di Napoli o della Campania, ma quello di tutti i Sud del mondo, perennemente in corsa verso un riscatto.

E il popolo l’ha amato così tanto, proprio perché in quello scugnizzo venuto dall’Argentina ha visto i bambini poveri di Napoli, gli scugnizzi che si cucivano il numero 10 sulle magliette, la fame, la fame vera che si prendeva tutto e lo faceva sputando in faccia alla morale senza tanti problemi.
Maradona stato il nostro degrado e lo specchio in cui ci siamo visti tutti, in tutte le nostre brutture; è stato un mito che abbiamo amato così tanto perché non ci ha fatto sconti, ci ha permesso di vederci brutti, infami e sporchi, corrosi dalla vita, ma anche meritevoli di toccare un po’ di quella gloria che appartiene soltanto alle divinità e ai santi che stanno nelle edicole votive.
Maradona è stato la polvere nei vicoli ed è stato stato anche la monnezza.
E, infine, è stato l’oro delle chiese. L’oro dei paramenti sacri.
Lui è sfuggito a ogni tassonomia, classificazione di giusto o sbagliato, ha abolito ogni accenno di dialettica o ragionamento netto e tagliato con l’accetta.
Si è preso tutto, con le unghie e con i denti, con una fame che era anche la nostra, quella fame che ci ha portato tutti a cantare “Mamma mamma mamma”, o a far tremare gli edifici attorno allo Stadio San Paolo (ormai Stadio Diego Armando Maradona) fino a formare delle crepe che si vedono anche oggi.

Tutte le scelte di Maradona, le ha pagate solo e soltanto lui. Sul Maradona uomo, ficchiamocelo in testa, nessuno di noi ha nessun diritto. Essere un personaggio pubblico non vuol dire doversi sottoporre continuamente a un’autopsia non autorizzata.
In base a cosa Maradona avrebbe dovuto essere perfetto? Non ci basta, non ci è bastato il bagaglio e il capitale emotivo che ci ha lasciato?

Lui è stato la parabola che non ci stava nei libri di geometria ma, soprattutto, è stato il nostro stesso senso di colpa.
In un’intervista rilasciata a Emir Kusturica, Maradona ha dichiarato “Io sono la mia stessa colpa”, e questo lo ha reso un gigante d’argilla, capace di sfaldarsi in tanti granelli di sabbia e lontano anni luce da quella perfezione che la folla avrebbe voluto cucirgli addosso.
Napoli, Sudamerica, colpa, povertà, debolezze, anti-eroe di anti-romanzo, scugnizzo nato dalla polvere: tutto nella sua vita è stato sinonimo e contrario, luce e buio, torbido e celestiale.
In poche parole, letteratura. Mito. Senso di colpa.
Accettiamo che anche i miti possono tremare, e non pretendiamo da loro più di ciò che ci hanno regalato.

Fonte immagine: https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/maradona/2020/11/26-76805498/gianni_min_duro_sui_social_maradona_criminalizzato_platini_protetto

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