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Pubblicità Buondì

Pubblicità Buondì Motta, analisi anti-empatica di uno spot

«Popolo dell’etere televisivo e della polemica dietro allo schermo, ascoltate! Una nuova minaccia incombe sulla nostra speme, su quelle pianticelle dalla radice ancora tenera che sono i nostri figli. Il nemico ha le ingannevoli fattezze di una merendina soffice e zuccherata e risponde al nome di… Buondì Motta!».

Se si potesse immaginare un accorato appello di qualche fantomatica associazione a metà tra l’Inquisizione e il Moige, dedita alla salvaguardia del buon costume e della morale, questo suonerebbe più o meno così. I responsabili del marketing del gruppo Motta hanno infatti ideato uno spot che da molti giorni è ormai al centro di polemiche, ma anche di spassose parodie.

Lo spot del Buondì Motta: una provocazione volontaria

La sinossi dello spot (lo trovate qui) è questa: ci troviamo nel vasto giardino di una famiglia benestante, scintillante e con dei bei faccini. La madre sta allestendo un enorme tavolo per la colazione, quando irrompe la figlia a chiederle una merenda «che coniughi leggerezza e golosità!». La genitrice risponde che una merendina di quel genere non esiste e rafforza la propria tesi con una frase emblematica: «Possa un asteroide colpirmi, se esiste!».

Allora, come il più degno dei deus ex machina, ecco che un asteroide schiaccia la mamma quasi allo scopo di punirla per l'”eresia” da lei espressa. In quello che è poi il seguito giunge il padre a chiedere informazioni sulla propria consorte, per poi replicare allo stesso modo alle parole della figlia e aggiunge: «Possa un asteroide un po’ più infuocato di questo colpirmi, se esiste!». Il risultato, inutile dirlo, è lo stesso.

Analizzando lo spot a mente lucida e senza alcuno slancio emotivo, possiamo intuire quale sia il messaggio che vuole trasmettere. Non c’è soltanto l’obiettivo di spingere lo spettatore ad acquistare un determinato prodotto, ma c’è anche la volontà di provocare.

In gran parte degli spot che passano sullo schermo televisivo e che promuovono un genere alimentare, troviamo sempre il ritratto della famiglia ideale: la madre bionda, sorridente e senza neanche una ruga sul viso; il papà alto, magro, in camicia e cravatta e pronto per andare in ufficio; i figli felici e contenti che abbracciano i loro genitori e così via. È quella che negli anni ’90 veniva definita la “famiglia della Mulino Bianco”.

Il direttore creativo del marketing Motta, Alessandro Orlandi, ha cancellato questa immagine a tratti intoccabile con l’intrusione di un asteroide. Perchè l’asteroide rappresenta ciò che nessuno si aspetterebbe di vedere: è l’irreale nel reale, parafrasando Todorov, che riesce così a colpire nel profondo lo spettatore.

Tra polemiche e apprezzamenti

La pubblicità del Buondì ha quindi raggiunto l’obiettivo di far parlare di sé, come dimostra il polverone di polemiche che si è alzato nei scorsi giorni e ancora in corso sul palcoscenico dei social media.

I commenti sono tra i più disparati: si va dai classici “Vergogna!” a frasi più articolate sintatticamente, del tipo: “Ma non pensate a un bambino che ha perso i genitori e che si trova davanti questo spot?” o anche: “Questo spot è soltanto violento e di cattivo gusto. Si vede che l’Italia va a rotoli!“.

A fare da controaltare a questa mandria di “mamme pancine” e di moralisti dell’ultima ora ci pensa chi ha apprezzato lo spot. C’è chi compie invettive contro la tendenza dell’italiano medio a scandalizzarsi per ogni piccola cosa (non bastano le notizie sulle “risorse boldriniane” o sui vaccini) e chi usa gli sfottò come arma, promettendo di comprare scatole di merendine Buondì in quantità industriale a sostegno dei buontemponi della Motta.

La parodia la fa però da padrone, come dimostra un’immagine del dittatore nordcoreano Kim Jong-un che, in luogo della tanto amata testata nucleare, contempla un enorme Buondì.

I bambini! Qualcuno pensi ai bambini!” (cit.)

Ma alla fine della fiera, si pensa sempre a loro: ai bambini. Esseri fragili, incapaci di distinguere il bene dal male e ingenui davanti ad un mondo complesso come il nostro. Giammai incampino in manifestazioni di violenza gratuita, che il mezzo televisivo e internet gli propina! Ma quale esempio diseducativo dovrebbe proporre uno spot del genere? Un richiamo all’essere orfani di entrambi i genitori? A meno che non ti chiami Bruce Wayne, è improbabile pensare ad una cosa del genere.

Tutti siamo stati bambini e fin dalla tenera età siamo stati testimoni di scene di violenza, volenti o nolenti. Dalle sonore martellate che il gatto Tom e il topo Jerry si sono scambiati nel corso degli anni alle legnate più cruente che si scambiavano i personaggi di Dragon Ball, Ken il guerriero o l’Uomo tigre. Per non parlare di come la Disney ci abbia fatto fare i conti con la morte fin da piccoli, se pensiamo solo a Mufasa de Il re leone. E come non pensare ad un’immagine che poi siamo stati costretti a vedere non per nostra volontà, quando la Melevisione fu interrotta per mandare in onda le immagini del World Trade Center di New York in fiamme quel maledetto 11 settembre 2001.

I tempi sono diversi, ma la sostanza non cambia. Anche i bambini di oggi sono a contatto con la cruenza: che sia quella fittizia di un cartone animato o quella reale degli attentati che colpiscono l’Europa. Alla luce di tutto questo, scandalizzarsi davanti ad uno spot rasenta il trionfo dell’ipocrisia più becera ed insopportabile.

Contro l’indiganzione non necessaria

Ci permettiamo, dunque, di dare un consiglio ai genitori indignati: in dotazione con il vostro televisore, c’è un marchingegno di forma rettangolare. È costituito da tasti di gomma e uno di questi è di forma tonda e di colore rosso. Se quello che vedete sullo schermo non vi piace, basta che avviciniate il suddetto marchingegno al televisore e che premiate il suddetto tasto rosso e.. magia! Lo schermo diverrà nero e non avrete bisogno di indignarvi. Facile, no?

Ciro Gianluigi Barbato

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